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Gli psicologi online: un progetto italiano.

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È stato pubblicato il rapporto dell’anno 2013 sul servizio di richiesta di aiuto via facebook e skype offerta dal SIPO (servizio italiano di psicologia online). Ho ricevuto il pdf direttamente da Davide Algeri, fondatore del SIPO insieme a Luca Mazzucchelli, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Si tratta di una sintesi descrittiva dell’esperienza compiuta durante lo scorso anno tra gli operatori del servizio online e gli utenti che hanno chiesto un colloquio.

In questo rapporto, dunque, a differenza dei precedenti saranno confrontati i dati raccolti attraverso il servizio via chat con quelli raccolti mediante il servizio di video consulenza, al fine di provare a delineare i differenti profili di utenza che chiedono aiuto allo psicologo nell’uno e nell’altro caso. Dal confronto tra i dati sono ovviamente emersi degli elementi comuni alla scelta di entrambi i canali, e altri che sembrano essere peculiari dell’uno rispetto all’altro. Ad esempio a muovere gli utenti a chiedere aiuto sembrano esserci sia via chat sia via webcam la necessità di comprendere il proprio vissuto e il desiderio di intervenire sul problema.

Invece una differenza interessante è data dal setting dell’eventuale proseguo della consultazione psicologica: nel caso della chat sembra esserci più motivazione a rivolgersi ad un servizio dal vivo, nel caso delle video consulenze la preferenza è a proseguire utilizzando il canale della consulenza online, probabilmente a conferma dell’utilità del supporto ricevuto.

Lo scopo principale del colloquio per entrambi i canali facebook o skype è quello di indicare un riferimento professionale sul territorio per un primo colloquio faccia a faccia.

Alcuni numeri sul canale Facebook: su 38 chat (ogni martedì sera dalle ore 20.30 alle ore 22.30, durata 30 minuti per colloquio) l’utenza aveva un’età compresa tra i 18 e i 25 anni e il 91% erano donne. Il 60% dei partecipanti ha ha una licenza delle medie superiori e il 31% una laurea.  Il 41% è costituito da studenti e subito dopo ci sono gli insegnanti e i disoccupati (23%). La motivazione principale della richiesta di aiuto è stata: “non sapevo a chi rivolgermi” e un disturbo d’ansia (il 31%) è stato il disagio predominante.
Comprendere e risolvere (subito) la richiesta sono le aspettative dell’utente. Infine per il 57% c’è la ferma intenzione di rivoglersi ad uno psicologo dopo il colloquio su facebook. Insomma, il contatto virtuale può essere un utile check-up per rivolgersi fisicamente ad uno psicologo (confermato per il 58% degli utenti nel questionario di follow-up, anche se ha risposto appena la metà degli utenti).

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Vediamo ora alcune statistiche sul canale video di Skype: 45 utenti hanno accettato un colloquio via webcam su 123 richieste, principalmente nelle fasce di età tra 18-26 e 32-41 anni (circa il 60% del totale) e una leggera prevalenza di sesso maschile (57%). Per quanto riguarda l’istruzione, oltre la metà ha dichiarato di possedere una licenza media superiore, mentre sono soprattutto gli impiegati (il 38%) che richiedono il servizio. Per più della metà si tratta della prima volta con uno psicologo ed un buon 50% ha già avuto precedenti colloqui faccia a faccia (quindi ritengono valido anche il servizio di consulenza a distanza).
La comodità e l’immediatezza del servizio sono i motivi principali di scelta del canale skype (per il 62%). I problemi d’ansia, di coppia e depressivi coprono circa il 70% dei disagi riportati. Le aspettative sono ancora una volta incentrate sulla comprensione del problema e una risoluzione immediata.

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Al contrario di quanto avviene con facebook, la maggioranza degli utenti skype (l’85%) ha intenzione di proseguire la consulenza online anziché gli incontri faccia a faccia.

Nel 2013 il SIPO ha fornito orientamento psicologico gratuito a 83 utenti, alcuni via chat, altri via webcam.
Dall’analisi dei dati emerge che via chat l’utenza sia prevalentemente femminile e giovane (tra i 18 e i 25) con problemi d’ansia, familiari e dell’umore. Per quanto riguarda invece il servizio via Skype, l’utenza è equidistribuita tra uomini e donne, di età complessivamente maggiore rispetto alla chat e per problematiche ansiose, depressive e di coppia.
La scelta del canale online, nel servizio via chat, assume il senso di un primo approccio al problema in quanto dettata spesso dal non conoscere a chi affidarsi (nel 31% dei casi).

Di fatto questo è un problema presente in chi sceglie Skype con una frequenza sostanzialmente dimezzata (17%). La motivazione a continuare un percorso psicologico più strutturato dopo il primo
incontro non cambia a seconda del mezzo utilizzato (chat o webcam). Però chi inizia via Skype è molto più motivato a continuare un percorso online rispetto a chi inizia via chat, che preferisce invece un contatto dal vivo per proseguire il percorso.

Le premesse sperimentali a livello internazionale per questo genere di progetti online ci sono tutte (ad esempio vedi quest’articolo ) e le possibilità di intervento sono innumerevoli (pensate a chi ha pensieri suicidari, a chi subisce maltrattamenti, ai pazienti oncologici, agli anziani o ai giovanissimi che ormai utilizzano facebook come un motore di ricerca).

Il progetto lombardo del SIPO è da tener d’occhio. Mi sembra ammirevole per l’impegno tecnico, l’attenzione alla preparazione degli esperti (spicca su tutto l’impiego costante di supervisione), la chiarezza, la trasparenza, la semplicità delle istruzioni e infine, ma non ultimo, per l’approccio non sensazionalistico. Non si vendono terapie che garantiscono la guarigione per ogni malessere. E, d’altro canto, non si pubblicizza una filosofia della salute come se fosse un centro di benessere.

Sarebbe consigliabile una corposa finestra dedicata alla sperimentazione attuale e consolidare l’approccio procedurale nell’analisi della domanda (pubblicandone una review su riviste specializzate), affinché la pratica di intervento sia aperta ad un controllo esterno. Sia chiaro, le statistiche sono basate su un gruppo di utenti sostanzialmente scarso (appena 83). Il valore delle analisi è solo di tipo descrittivo. Ma è ragionevole. In un’epoca di sviluppo tecnologico impressionante in cui ancora non si capisce molto dove si andrà a parare, la cautela è d’obbligo. Tuttavia, il gruppo AlgeriMazzucchelli sembra avere adottato le contromisure necessarie per non scivolare in una sconfortante ansia da prestazione virtuale.

link al rapporto del SIPO

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Lo psicologo e gli spiriti

shiningfoto 300x240 Lo psicologo e gli spiriti

Segnalo un articolo pubblicato dall’ Australian Journal of Parapsychology sul disturbo post traumatico da stress (DPTS) post-mortem, cioè lo stress post -traumatico delle persone che sono state assassinate.

D’accordo siete interdetti, ma aspettate un attimo. L’articolo è pubblicato su una rivista para-scientifica riconosciuta e soprattutto i pazienti sono deceduti per gravi traumi ricevuti in situazioni criminali altamente stressanti.
Però una perplessità c’è: la diagnosi DPST per noi vivi e vegeti è da porre negli stessi termini per chi ci abbia lasciato verso altre mete extraesistenziali? Oppure è necessario rifarsi ad un DSM redatto da ricercatori dell’altro mondo? Non è dato sapere. Ecco l’abstract della pubblicazione:

Gli obiettivi di questo articolo consistono nell’analizzare e approfondire i fenomeni psicologici che ho percepito nelle persone defunte, incluse le prove del disturbo post traumatico da stress (DPTS) in coloro che sono stati uccisi. La metodologia utilizzata è stata ‘la proiezione di coscienza’ (uno stato non-ordinario della coscienza) che mi ha consentito direttamente di osservare, interagire e intervistare le persone decedute come psicologo sociale. Questa ricerca è basata sullo scetticismo cartesiano,il quale mi ha permesso un’analisi più critica della mia esperienza durante la proiezione di coscienza. Ci sono prove consistenti che una persona morta: 1) continui a vivere, a pensare, a comportarsi dopo la morte come se avesse ancora il suo corpo perché la coscienza continua ad esistere in uno stato incorporato [emobodied, ndr] nella forma di “esperienze post-mortem incarnate”; 2) potrebbe non realizzare per un consistente periodo di tempo di essere ormai deceduta dal momento che la coscienza continua a permanere in uno stato incarnato dopo la morte (ad esempio, ‘il turbamento post-mortem’ – la durata di questo turbamento può variare da persona a persona, in teoria secondo il tipo di morte e il livello di struttura); 3) non gli piace parlare, ricordare o spiegare cose collegate con la sua dipartita perché c’è la prova che molti eventi connessi con la morte siano repressi nell’inconscio (‘regressione cognitiva post-mortem’). Inoltre, c’è la prova che morire possa essere molto traumatico per la coscienza, specialmente nei casi di assassini che possono dar seguito persino al disturbo post-traumatico da stress.

Ora, questo genere di argomento è senz’altro interessante (ad esempio qui descrivo una ricerca sul cervello dei medium), ma sono necessarie alcune precauzioni. Il rischio è quello di prendere a prestito alcuni concetti approfonditi sperimentalmente in vari discipline scientifiche per un uso che stravolge il significato originario.La cognizione incarnata (embodiment cognition) ha ricevuto molta attenzione dai ricercatori, ad esempio può darci una spiegazione del fenomeno dell’arto fantasma nei soggetti che hanno subito un’amputazione di un arto. Ma è un’ipotesi neuropsicologica messa alla prova da esperimenti empirici.

Non aggiungo nessun contenuto di verità provando concetti astratti attraverso spiegazioni astratte. Senza un legame tra teoria e realtà dei fenomeni osservabili (realtà fatta di laboratori, di esperimenti, di condivisione con la comunità scientifica, di pubblicazioni etc.), siamo su un piano autoreferenziale, fuori dalla logica della verifica e in cui non è possibile nemmeno dimostrare se la congettura sia vera o falsa. E’ questa la differenza sostanziale tra una (anche bella) storia e una (anche noiosa) teoria scientifica.

Sì, le storie possono anche avere un valore terapeutico, ma solo all’interno di una procedura controllata da una preparazione tecnico pratica di uno specialista di psicopatologia. Sono i pazienti i primi a ricordarci che bisogna fare i conti con la realtà mostrandoci le concrete conseguenze delle loro storie mentali.

link all’articolo di parapsicologia

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La Storia Segreta della Psichiatria Psichedelica

ok La Storia Segreta della Psichiatria Psichedelica

 

 

Il 15 Agosto del 1951, attacchi di panico, allucinazioni ed episodi psicotici dilagarono nella città di Pont-Saint-Esprit nella Francia meridionale, mandando all’ospedale dozzine di abitanti e facendo 5 vittime. I dottori affermarono che la tragedia era accaduta a causa del pane comprato nei fornai della città perché era stato contaminato da un fungo tossico che cresce nella segale, l’ergot. Ma secondo l’indagine del giornalista investigativo Hank Albarelli, la CIA aveva somministrato l’acido lisergico dietilamide-25  (LSD), una droga molto potente che causa allucinazioni ed è prodotta dall’ergot, operazione riconducibile ad un progetto di ricerca sul controllo della mente.

Sebbene non potremo mai sapere tutta la verità dietro i fatti di Pont-Saint-Esprit, adesso sappiamo che l’esercito statunitense ha condotto esperimenti su civili e militari, sia volontari sia a persone che non ne sapevano nulla. Meno nota è la storia di un gruppo di psichiatri pionieri che lavorono nella provincia canadese di Saskatchewan e fecero uso di LSD per il trattamento dell’alcolismo, asserendo di aver raggiunto un tasso di guarigioni senza precedenti. Comunque i loro risultati furono dimenticati e la ricerca sulle potenzialità degli effetti terapeutici della droga psichedelica fu bruscamente bloccata sul finire degli anni Sessanta, lasciando questo percorso di ricerche inesplorato per quarant’anni.

La storia segreta della psichiatria psichedelica incomincia nei primi anni Cinquanta, circa 10 anni dopo la scoperta delle proprietà allucinogene del LSD fatta da Albert Hofmann e durò sino al 1970. Fu lo storico di medicina Erika Dyck a scoprirne l’esistenza esaminando gli archivi dei ricercatori canadesi nel campo della salute mentale e conducendo delle interviste con alcuni psichiatri, pazienti e infermiere coinvolti nei primi esperimenti con LSD. La ricerca di Dick mette in una nuova luce i primi esperimenti con l’acido lisergico, una branca fruttuosa nel circuito ufficiale della ricerca psichiatrica: l’alcolismo venne ridefinito come una malattia che poteva essere curata e la droga psichedelica giocò un ruolo importante nella rivoluzione psicofarmacologica trasformando radicalmente la psichiatria. Ma, malgrado questi primi passi promettenti, la ricerca fu subito abbandonata prematuramente.

All’avanguardia delle prime ricerche sulla psichedelia fu lo psichiatra inglese Humphry Osmond (1917-2004), uno specializzando nel St. George’s Hospital a sud di Londra, che iniziò indagando le proprietà chimiche della mescalina, l’ingrediente psicoattivo del cactus peyote veso la fine degli anni Quaranta. Dopo una serie di esperimenti con questa droga per due anni, Osmond e i suoi colleghi conclusero che “essa produce nelle persone normali sintomi analoghi a quelli che si riscontrano nella schizofrenia”. Studi successivi li portarono a credere che la struttura chimica della mescalina era molto simile all’adrenalina. Questa scoperta suggerì loro che la schizofrenia sia scatenata da una sovraproduzione di adrenalina. Questa fu la prima teoria biochimica della malattia mentale.

Nel 1951, Osmond si trasferì in Canada per fare il vicedirettore al Weyburn Mental Hospital in Saskatchewan e, con i fondi del governo e della fondazione Rockefeller,  avviò un programma di ricerca biochimico. L’anno successivo incontrò lo psichiatra Abram Hoffer e di due incominciarono una lunga collaborazione. Osmond allargò il programma di ricerca, cominciò ad utilizzare LSD al posto della mescalina dal momento che era facilmente resa disponibile dalla filiale canadese di Toronto della Sandoz Pharmaceutical Company.
Essi esposero l’idea di trattare l’acolismo con LSD ad una conferenza a Ottawa nel 1953. (Arrivarono a questa ipotesi raccontando questo antefatto, ndt) Dopo essere arrivati all’hotel non riuscivano a dormire e stettero alzati sino a tarda notte a discutere sui problemi nella psichiatria. Nelle prime ore dell’alba la conversazione si spostò sulle similarità tra gli effetti del LSD e il delirium tremens spesso vissuto dagli alcolisti nei periodi di astinenza e cominciarono a domandarsi se LSD potesse essere efficace nel trattamento dell’alcolismo. Hoffer ricorda che l’idea “sembrò così bizzarra che essi si fecero una grossa risata. Ma quando la nostra risata si esaurì, la questione ci apparve meno comica e formulammo la nostra ipotesi: un delirium controllato e prodotto da LSD potrebbe aiutare gli alcolisti a rimanere sobri?”.

Al loro ritorno a  Saskatchewan, Osmond e Hoffer decisero di testare la loro ipotesi e trattarono due alcolisti cronici che erano stati ammessi al Saskatchewan Mental Hospital con una dose di 200 mg di LSD. Osmond sapeva da precedenti esperienze personali che un piccolo quantitativo fosse già sufficiente da indurre profondi cambiamenti nella coscienza, ma usarono una dose alta per produrre effetti più potenti. L’idea consisteva nel provocare un serio delirium tremens che potesse spaventare il paziente facendogli cambiare sul suo comportamento di bere. Uno dei pazienti smise di bere immediatamente dopo il trattamento e rimase sobrio per il periodo di sei mesi del follow up (controllo, ndt). L’altro continuò a bere dopo l’esperimento, ma smise sei mesi dopo. Per Osmond e Hoffer questi risultati si rivelarono piuttosto confusi, tuttavia conclusero che l’uso di LSD avesse una chance del 50% nell’aiutare gli alcolisti.

Il successivo test su LSD a Saskatchewan fu condotto molti anni dopo da Colin Smith, che trattò 24 pazienti ottendendo un “miglioramento” per 12 di loro o “un netto miglioramento” subito dopo. Incoraggiati da questi risultati iniziali, altri ricercatori cominciarono ad utilizzare la droga per il trattamento degli alcolisti. Nel frattempo, Osmond e Hoffer stavano continuando le loro ricerche. Dal 1960 essi trattarono 2000 pazienti alcolisti con LSD, affermando che i loro risultati fossero simili a quelli ottenuti nel primo esperimento. Il loro trattamento fu appoggiato da Bill W., il cofondatore degli Alcolisti Anonimi che aveva già provato su se stesso una terapia a base di LSD, e fu sostenuto dal direttore del Dipartimento sull’Alcolismo di Saskatchewan, che riteneva fosse la cura migliore disponibile per l’alcolismo.

Osmond diede ad Aldous Huxley la sua prima dose di mescalina nel 1953, che lo ispirò a scrivere il classico The Doors of Perception. I due divennero amici ed Osmond chiese consiglio ad Huxley quando cercò una parola per descrivere gli effetti del LSD. Huxley suggerì il termine phanerothyme, dal greco “mostrare” e “spirito”, dicendo ad Osmond: Per rendere questo mondo sublime / Prendi mezzo grammo di phanerothyme”. Ma Osmond invece decise per il termine psichedelico, dalla parola greca psiche, che significa “mente”, e deloum, che significa “rivelarsi”, replicando alle rime di Huxley così: “Per scendere all’Inferno o salire in Paradiso / Prendi un pezzo psichedelico”. Il termine da lui coniato è stato pronunciato per la prima volta alla New York Academy of Sciences nel 1957.

La terapia a base di LSD ha raggiunto il picco negli anni Cinquanta durante i quali fu utilizzata perfino per trattare le star di Hollywood, ad esempio attori del calibro di Cary Grant. Dopo di che due terapie si erano sviluppate. La terapia psichedelica (“mind-manifesting”) che era praticata soprattuto nel Nord America prevedeva una psicoterapia intensiva seguita da una singola megadose di LSD. Si supponeva che l’esperienza trascendentale indotta da grosse quantità di dosi, scatenando un incremento della coscienza di sé, potesse rendere capace il paziente di riflettere sulla propria condizione con maggiore lucidità. La terapia psicolitica invece (“mind-loosening”), venne praticata prevalentemente in Europa e prevedeva regolari somministrazioni a bassi dosaggi della droga congiuntamente ad una terapia di psicoanalisi, con lo scopo di liberare quei ricordi passati perduti e rivelare la mente inconscia.

I primi studi sull’LSD furono seguiti da altri più recenti che svilupparono farmaci come l’antipsicotico chlorpromazine e l’antidepressivo triciclico imipramina. Tutte le ricerche su questi farmaci diedero l’avvio alla nuova disciplina della psicofarmacologia, permettendol’approdo verso il potente paradigma che rivoluzionò la psichiatria “traghettandola dentro il mondo moderno”. La scoperta che le sostanze psichedeliche inducessero sintomi paragonabili a quelli della schizofrenia rafforzò la nozione che le condizioni psichiatriche siano causate da squilibri chimici nel cervello. Gli psichiatri, di fronte ai nuovi fatti, che i disordini mentali potessero essere trattati con efficacia con i farmaci, cominciarono ad abbandonare l’approccio psicoanalitico a favore dei nuovi modelli sui disordini mentali basati sulla chimica del cervello.

LSD prese strada nei primi anni Sessanta, quando più di mille articoli di ricerche scientifiche sulle droghe avevano prodotto promettenti risultati su circa 40.000 pazienti. Poco tempo dopo, comunque, le ricerche su LSD come fattore terapeutico giunsero al termine per due ragioni. Primo, alcuni ricercatori puntarono il dito sulla poco corretta metodologia degli esperimenti. La maggiorparte non presentavano i controlli, cioè i pazienti reclutati non venivano assegnati casualmente in gruppi che ricevessero il vero trattamento o il placebo. Oggi, la ricerca a doppio cieco, randomizzata e con la somministrazione del placebo, è la regola d’oro dei trial clinici. I pazienti non sanno se sia stato somministrato loro il placebo o il medicinale. Nemmeno i ricercatori dovrebbero saperlo, affinché i risultati non siano distorti dalle loro aspettative (i bias metodologici). Prima, questa procedura sperimentale non era stata universalmente accettata come il metodo standard per verificare l’efficacia dei nuovi trattamenti farmaceutici.

La seconda e più importante ragione fu il clima culturale e politico di quei tempi. Dalla metà degli anni Sessanta, LSD diventa una droga molto diffusa e fu apertamente associata alla sottocultura hippie e a tutti i fenomeni sociali ad essa connessi – le proteste degli studenti e le dimostrazioni contro la guerra, la disobbedienza sociale e anticonformista. I mass media dipinsero con maggiore risalto i danni procurati dall’abuso dell’LSD e, tra le altre cose, parlarono di mutazioni genetiche e malformazioni fetali. La Sandos volontariamente bloccò la produzione della droga nel 1966, e i governi americani, inglese e canadese per la prima volta imposero severe restrizioni nell’uso di essa nelle ricerche, mettendola al bando definitivamente nel 1970. I documenti relativi ai test di Saskatchewan su LSD furono messi sotto chiave e sommersi dalla polvere sino a quando furono riscoperti dalla storica Erica Dyck 5 anni fa.

La metà degli anni Novanta videro la rinascita dell’interesse verso i potenziali benefici terapeutici delle droghe psichedeliche, grazie anche alla figura chiave di  Franz Vollenweider che scriveva per il Nature Reviews Neuroscience. Come illustrato nella sua ricerca, i nuovi studi danno conferma dell’efficacia terapeutica delle droghe psichedeliche, almeno quando sono somministrate in combinazione con una terapia comportamentale, e possono alleviare i vari sintomi dei disordini mentali. Nuove tecniche sofisticate come la risonanza magnetica funzionale stanno fornendo nuovi squarci su come agiscono nel cervello, rivelando i meccanismi sottostanti ai loro effetti terapeutici.

Noi oggi sappiamo, ad esempio, che i classici allucinogeni (LSD, la psilocibina e la mescalina) procurano i loro effetti attivando i recettori serotoninergici sottotipo 5-HT2A che sono in funzione nei neuroni piramidali degli strati profondi della corteccia prefrontale. La serotonina è coinvolta in diversi circuiti neuronali implicati nei disturbi dell’umore e affettivi. L’attivazione dei recettori serotoninergici altera i segnali mediati dalla dopamina e il glutammato, con la possibilità di procurare una plasticità sinaptica, modificando la forza delle connessioni di ampio raggio tra le aree dei circuiti neuronali. Gli effetti terapeutici degli psichedelici possono quindi essere ricondotti alla loro capacità di modulare l’attività neuronale all’interno di questi circuiti.

Nuovi studi mostrano che la ketamina, un anestetico dissociativo con proprietà allucinogene che agisce primariamente nei sistemi di trasmissioni del glutammato, può effettivamente alleviare la depressione, persino riducendo la frequenza di pensieri suicidi nei pazienti depressi. Un recente test clinico mostra che l’ MDMA (“l’ Ecstasy“) ha effetti benefici su pazienti che soffrono di disturbo post traumatico da stress. E alcuni degli studi di Vollenwieder mostrano che la psilocibina può lenire l’ansia e il dolore dei malati terminali di cancro. Degno di nota, questo studio recente dimostra che alcuni psichedelici producono effettivi benefici subito dopo una sola dose offrendo indubbi vantaggi sugli altri trattamenti farmaceutici, che possono impiegare molti mesi se non anni. Ma, malgrado questi vantaggi, molto rimane da scoprire su come funzionino le droghe psichedeliche nel cervello e perché abbiano questo valore terapeutico.

La storia degli esperimenti con LSD potrebbe essere utile per coloro i quali prendono decisioni sulle politiche che riguardano le droghe. La criminalizzazoine dell’LDS nel 1970 fu evidentemente una istintiva reazione del governo alle notizie sensazionali riportate dai media sui danni causati dall’abuso delle droghe senza che vi fosse stato un dibattito appropriato in merito. Una situazione simile è stata sollevata nei primi mesi di quest’anno, quando il governo britannico ha vietato il mefedrone. L’analisi delle ragioni che hanno condotto allo stop dei  primi test sul LSD in modo così brusco potrebbe fornire valide lezioni su come le droghe controverse possano essere efficacemente integrate nella medicina moderna.


(I would like give thanks Mo Costandi to allow me the translation of his post  for the italian reader)

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