Come tutte le brevi storie di una disciplina, questa storia è approssimativa, di parte, incompleta, e piena di storie. Tutto cominciò (quasi) nel 1900, quando un certo Sigmund Freud pubblicò L’interpretazione dei sogni, un’opera che segnò vigorosamente una svolta nelle indagini sulla psiche umana. Fondatore della psicoanalisi, questo neuro-istologologo austriaco ritenne di essere insieme a [...]
Come tutte le brevi storie di una disciplina, questa storia è approssimativa, di parte, incompleta, e piena di storie.
Tutto cominciò (quasi) nel 1900, quando un certo Sigmund Freud pubblicò L’interpretazione dei sogni, un’opera che segnò vigorosamente una svolta nelle indagini sulla psiche umana. Fondatore della psicoanalisi, questo neuro-istologologo austriaco ritenne di essere insieme a Copernico e Darwin il terzo rompiscatole del Creato, posizionando la coscienza dell’uomo ai margini dell’Inconscio.
Prima di Freud però si puòtracciare un arco temporale che va dal 1775 (anno in cui c’è l’ultima esecuzione per stregoneria nel continte europeo, 11 aprile) al 1899, che potremmo definire sbrigativamente un periodo “presocratico” o, meglio, prima psichiatria dinamica (Ellenberger, 1970). Questo corso temporale è influenzato dapprincipio della cultura illuministica, successivamente dall’ambiente culturale romantico. Si tratta di una fase storica molto affascinante, che parte da un approccio di tipo spiritualistico, come le pratiche di esorcismo di Johann Joseph Gassner, per finire in quello “magnetico” di Franz Anton Mesmer. Nell’Ottocento, soprattutto una schiera di ricercatori brillanti, stravaganti, inquietanti, è impegnata ad approfondire e utilizzare come forma di guarigione i fenomeni del sonnanbulismo, del sonno magnetico, dell’ipnosi, della scrittura automatica, della trance mediatica. In questo filone di ricerca spiccano gli studi sull’isteria di Jean-Martin Charcot e sui disturbi dissociativi di Pierre Janet.
Ma Sigmund Freud fu il primo a descrivere sistematicamente le basi teoriche e cliniche della pratica psicoterapeutica. Puntò tutto sull’inconscio, sui contenuti latenti, sui sogni, sui lapsus, sul complesso di Edipo, sulle pulsioni (Eros vs. Thanatos) e le rimozioni. Fu una vera e propria rivoluzione culturale che influenzò il primo cinquantennio della psicologia clinica del Novecento. L’analisi, come pratica clinica che scaturiva dalla fondazione di una “metapsicologia”, fu rappresentata felicemente dal divano, elemento d’arredo che perse la sua funzione di comodità domestica tramutandosi nell’interfaccia ineffabile dove rimozione, simboli, potenti energie inconfessabili sarebbero state canalizzate, trasformate, spostate, condensate, drammatizzate, proiettate, interpretate nella relazione transferale tra paziente e analista.
Il modello psicoanalitico è stato un vero e proprio paradigma secondo la definizione di Thomas Kuhn, un modello che racchiude principi di fondo che non possono essere messi in discussione. Condizione che rese subito complicati i rapporti con gli allievi e i colleghi, tra cui Gustav Jung e Alfred Adler. A sottolineare l’istituzionalizzazione di questo primo modello di psicoterapia basti pensare che le generazioni successive di psicoanalisti sono sempre rimaste all’interno del paradigma freudiano, nonostante gli importanti sviluppi teorico/clinici successivi che a ben guardare accomodarono gli assunti psicoanalitici alle teorie di altri modelli. Per avere un quadro più articolato e sintetico vi rimando alla storia della psicoanalisi su wikipedia.

I medici-pionieri che costituirono le prime avanguardie del movimento psicoanalitico internazionale al congresso del 1911. Freud e Jung al centro
(fonte: wikipedia)
Ma già nel 1913, in America, John B. Watson aveva pubblicato un articolo intitolato Psychology as the behaviorist views it: era nato insomma il comportamentismo, un potente modello teorico che avrebbe dominato la scena americana almeno fino agli anni Sessanta. Il punto principale del comportamentismo è costituito fondamentalmente da un presupposto metodologico di base: rifiutando l’introspezione, l’oggetto di studio sperimentale è il comportamento manifesto e non la psiche, proprietà quest’ultima che sfugge da ogni indagine empirica rigorosamente sperimentale (fissazione di ogni buon comportamentista). E’ un approccio che trova la migliore sede di sfogo nel laboratorio, in cui vengono studiati i processi di apprendimento, di associazione, di abituazione, di sensibilizzazione. I rappresentanti ideali di questo modello sono i topi, le gabbie e i labirinti (nelle ricerche di Skinner, Hull, Tolman e altri).
Il metodo d’elezione nella ricerca neuropsicologica per comprendere la correlazioni tra cervello e funzioni mentali fino a pochi anni fa si basava su una logica di “sottrazione”, cioè venivano studiati quei casi di danneggiamento o di rimozione chirurgica di parti del cervello (in laboratorio con gli animali, in neuropatologia per il trattamento di malattie neurologiche severe come [...]
Il metodo d’elezione nella ricerca neuropsicologica per comprendere la correlazioni tra cervello e funzioni mentali fino a pochi anni fa si basava su una logica di “sottrazione”, cioè venivano studiati quei casi di danneggiamento o di rimozione chirurgica di parti del cervello (in laboratorio con gli animali, in neuropatologia per il trattamento di malattie neurologiche severe come i tumori o l’epilessia). Lo scopo era piuttosto semplice: osservare cosa accadeva a livello cognitivo e comportamentale senza quel pezzo di struttura cerebrale.
Phineas Gage (1823-1860) è stato un esempio da manuale in neuropsicologia, una vera celebrità negli annali della neurologia, così studiato in tutto il mondo che potete osservare il teschio di questo povero ragazzo insieme ad una lancia al Warren Anatomical Museum della Scuola di Medicina dell’Università di Harvard.
Gage era caposquadra di una ditta di costruzione impegnata nella costruzione di una ferrovia vicino Cavendish nel Vermont. Il lavoro prevedeva tra le altre cose l’utilizzo di cariche esplosive per distruggere le rocce che ostacolavano l’avanzata dei binari. Scavata una buca, la carica esplosiva veniva inserita e ricoperta con la sabbia che veniva pestata con un punteruolo, lungo circa un metro, con uno spessore di 3 centimetri e pesante 6 chilogrammi. Il 13 settembre del 1848, Gage ha 25 anni e sta preparando un’altra mini esplosione. E’ un ragazzo con una forte costituzione, intelligente, socievole e ritenuto dai suoi superiori un ottimo e affidabile lavoratore. Sta pigiando con l’asta il terreno che ricopre la dinamite, un compagno lo chiama da dietro e si volta verso destra mentre colpisce una parte del terreno non ancora insabbiata. La punta del punteruolo provoca una scintilla e fa deflagrare la carica esplosiva causando una propulsione all’asta che entra sotto la sua guancia sinistra ed esce dalla parte superiore del cranio sopra la fronte.
Incredibilmente non muore sul colpo né perde conoscenza, anzi è in grado di camminare dopo pochi minuti l’incidente. Trasportato con una carrozza in una pensione a circa un chilometro di distanza, il dottor Harlow, medico della zona, gli applica le prime cure rimuovendo i residui ossei e alcuni frammenti di teschio che erano rimasti attaccati essendo stati spezzati dalla lancia di ferro. L’aiutante del dott. Harlow, racconta che “Gage parlava in modo così razionale ed era così disponibile a rispondere alle domande che preferii chiedere direttamente a lui cosa fosse successo piuttosto che agli uomini testimoni dell’incidente“. L’incredibile caso si guadagnò un trafiletto nel giornale locale.
Il dr. Harlow coprì la ferita con garze e nastri adesivi. Consapevole del rischio di infezioni utilizzò sostanze chimiche per pulire in modo efficace e con regolarità le ferite, disponendo il paziente in una posizione semi supina per rendere il drenaggio facile e naturale. Dopo pochi giorni si sviluppò un’infezione dovuta ad un fungo che lasciò Gage in uno stato semi comatoso. La sua famiglia preparò l’occorrente per il funerale, ma anziché morire dopo due settimane si riprese e dal primo gennaio del 1849 Gage fu totalmente guarito ritornando alla normale vita quotidiana. Harlow scrisse una articolo con il titolo “Passaggio di una barra di ferro attraverso la testa“, in cui descrisse dettagliatamente l’incidente, da un punto di vista neurologico, all’editore del Boston Medical and Surgical Journal:
[Il punteruolo di ferro] è entrato nel cranio e ha attraversato il lobo anteriore sinistro del cervello uscendo dalla linea mediale, nella giunzione delle suture coronali e sagittali, lacerando il seno longitudinale, fratturando vistosamente le ossa del cranio parietali e frontali, disintegrando grosse porzioni del cervello e facendo fuoriuscire dall’orbita il globo dell’occhio sinistro per più della metà del suo diametro [perdendo la vista da quest'occhio].
E aggiunse che non erano rimasti frammenti ossei all’interno dal momento che:
… per accettarmi che non fossero rimasti corpi estranei all’interno del buco, ho infilato il dito indice lungo tutto il foro nella sua lunghezza senza incontrare alcuna resistenza nella direzione della guancia, operazione ripetuta con l’altro dito dalla parte di quest’ultima…
La scena che si presentava, per chi non fosse abituato alla chirurgia militare, era davvero terrificante…
Le condizioni fisiche di Gage erano incredibilmente buone rispetto al gravissimo trauma. Poteva parlare, camminare, non presentava alcuna paralisi agli arti né alla lingua, la sua memoria funzionava perfettamente ed era in grado di apprendere nuove informazioni. Insomma, le sue capacità intellettive erano rimaste intatte. Ebbe attacchi di febbre e un ascesso, ma la robusta costituzione e l’età giovane lo aiutarono a sopravvivere.
Gage fu visitato da altri dottori che confermarono la condizione eccezionale del caso, riferendo che il paziente “aveva recuperato le sue facoltà mentali e fisiche“. Harlow scrisse che Gage era “nel pieno possesso della ragione” dopo l’incidente, anche se subito dopo i familiari e gli amici si accorsero che qualcosa era cambiato. Nel 1868 Harlow riferì dei “cambiamenti mentali“, dovuti al trauma nel cervello di Gage, in un documento inviato al Bollettino della Società Medica del Massachusetts:
I suoi datori di lavoro, che lo consideravano il caposquadra più efficiente e competente della loro ditta prima dell’incidente, considerando i cambiamenti così marcati nel comportamento, non poterono più riprenderlo nella loro attività. Egli è incostante, irriverente, insolente, spesso esclama grossolane bestemmie (che precedentemente non erano nelle sue abitudini), manifestando poco rispetto verso i colleghi, insofferente alle restrizioni delle regole quando si oppongono ai suoi desideri, talvolta è perniciosamente ostinato, capriccioso e vacillante, concepisce molti progetti per il futuro che, non potendo realizzarli nell’immediato, li abbandona per altri apparentemente più realizzabili. La sua mente è radicalmente cambiata così chiaramente che i suoi amici e conoscenti affermano che Gage “non è più lui”.
Il trauma alla corteccia frontale di Gage corrispose quindi alla completa perdita di inibizioni sociali che spesso lo condusse a comportamenti non appropriati. L’esatta natura delle zone danneggiate non è mai stata chiarita del tutto dal momento che abbiamo soltanto il teschio di Phineas Gage ed è argomento di un ampio dibattito tra i ricercatori. Il danno infatti può essere ricostruito soltanto dai buchi del cranio causati dal passaggio del punteruolo di ferro.
Il tragico incidente ha coinvolto tre parti del cranio di Phineas Gage: una piccola ferita sotto l’arco zigomatico sinistro (l’osso della guancia) dove è entrato il punteruolo, nell’osso orbitale alla base del cranio sotto l’orbita dell’occhio (una parte del lobo frontale di cui in seguito spiegherò l’importanza), una larga ferita sopra la testa sotto la quale ha sede la corteccia prefrontale (la zona del cervello correlata con attività cognitivi superiori) da dove è uscita la sbarra di ferro. Quest’ultima ferita risulta più ampia rispetto allo spessore del punteruolo da render complicato la possibilità di determinare con precisione la traiettoria e il punto esatto di uscita dell’asta dal cranio di Gage.
Nel descrivere la nuova personalità di Gage, il dott. Harlow (che mantenne un legame epistolare con la famiglia del paziente) disse che “era stato distrutto l’equilibrio fra la sua facoltà intellettiva e le sue disposizioni animali. Il problema non è dovuto a deficit di tipo fisico o mentale, ma al suo nuovo carattere“. Dopo il licenziamento, Phineas intraprese diversi lavori: prima in un allevamento per cavalli, poi persino come attrazione da circo al Museo di Barnaum, a New York, mostrando le cicatrici e il punteruolo che portava gelosamente con sé. Ma fu sempre licenziato per mancanza di disciplina.
Infine, 4 anni dopo l’incidente, si trasferì nell’America del Sud lavorando in diverse fattorie per l’allevamento dei cavalli. Quando nel 1860 le sue condizioni di salute cominciarono a peggiorare, a causa di frequenti attacchi epilettici, tornò a San Francisco dove sua madre e sua sorella si erano trasferite. Non riuscì mai a lavorare regolarmente, non fu mai una persona totalmente indipendente ed autonoma, né riuscì a crearsi una vita più stabile. Dopo una violenta e prolungata crisi epilettica da cui non riprese coscienza, seguirono altre crisi più brevi e il 21 maggio nel 1860 morì all’età di 38 anni. Fu seppellito insieme alla sbarra di ferro dalla quale non si separò più dopo l’incidente per il resto della sua vita. Il dott. Harlow, che tanto si era interessato a lui, seppe della sua morte soltanto 5 anni più tardi. Grazie alla collaborazione della famiglia riuscì comunque ad ottenere la riesumazione dello scheletro nel 1867, recuperando cranio e punteruolo, attualmente conservati al museo dell’università di Harvard.
In un prossimo articolo spiegherò l’importanza di questo affascinante e tragico caso neurologico per le scienze cognitive, a partire dalle ipotesi frenologiche dell’epoca per giungere alla teoria del marcatore somatico del neuroscienziato Damasio, un processo neurobiologico che coinvolge principalmente le aree prefrontali (coinvolte nell’incidente di Gage) con il quale lo scienziato spiega come avvengano i processi decisionali dell’individuo.
Riferimenti bibliografici:
Antonio Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Ed. Adelphi, 1995
Boston Post newspaper report and Webster Wyman photo of skull and tamping iron reproduced with permission from An Odd Kind of Fame: Stories of Phineas Gage, by Malcolm Macmillan. MIT Press, 2000.
Massimo Piattelli Palmarini, Le scienze cognitive classiche: un panorama. Ed. Einaudi, 2008
Neurophilosophy, The incredible case of Phineas Gage. 2007
Nel 1960 è stata pubblicata una ricerca in cui si afferma che chi soffre di schizofrenia emana un odore particolare. Nella loro ricerca, gli autori raccolsero l’odore di 14 pazienti schizofrenici e di altri 14 pazienti con malattie organiche del sistema nervoso. Sia dei ratti addestrati, in grado di distinguere gli odori, sia una giuria [...]
Nel 1960 è stata pubblicata una ricerca in cui si afferma che chi soffre di schizofrenia emana un odore particolare. Nella loro ricerca, gli autori raccolsero l’odore di 14 pazienti schizofrenici e di altri 14 pazienti con malattie organiche del sistema nervoso. Sia dei ratti addestrati, in grado di distinguere gli odori, sia una giuria di persone “annusatrici”, confermarono le differenze degli odori tra i due gruppi di pazienti. Questo esperimento diede vita ad una serie di ricerche in cui vennero elaborati particolari strumenti per misurare le sostanze organiche volatili (volatile organic compounds, VOCs) dei pazienti schizofrenici nei reparti psichiatrici ospedalieri.
Nell 1962 alcuni ricercatori puntarono il dito su un batterio, Pseudomonas aeruginosa, che secondo le loro ricerche caratterizzava l’odore del disturbo psicotico. In realtà successive verifiche inficiarono la loro ipotesi. Per di più questo batterio è stato trovato pure sulle attrezzature mediche (ad esempio nei cateteri) che possono essere causa di infezioni trasversali. A questo punto sorge un dubbio: non è che l’odore della schizofrenia riflette quello dei medici o paramedici presenti nei dipartimenti di salute mentale?
La svolta arriva nel 1969 quando Kathleen Smith, Geoffrey F. Thompson e Harry D. Koster, in un articolo pubblicato su Science, annunciano che è stato trovato il composto chimico che distingue l’odore degli “schizzati”. Si tratta dell’acido trans-3-metil-2-exenoico (TMHA) identificato con la cromatografia delle sostanze volatili organiche secrete (VOCs). Fu una scoperta clamorosa per la psichiatria, avendo trovato un criterio diagnostico empirico e attendibile. Ma quattro anni dopo, dopo una serie di verifiche sperimentali, lo stesso team di ricercatori pubblicò un articolo in cui ribaltava completamente i risultati del loro lavoro precedente, concludendo che non vi fosse nessuna relazione tra TMHA e schizofrenia. Poi il buio completo per decenni.
Di recente nel 1990, M. Phillips, M. Sabas e J. Greenberg hanno pubblicato un articolo in cui affermano che in un gruppo di 88 soggetti, 25 con schizofrenia acuta, 26 affetti da altri disturbi psicotici e 37 volontari, hanno riscontrato nei soggetti schizofrenici alte concentrazioni di pentano (una perossidazione lipidica) e di un solfuro di carbonio (carbon disulfide, CS2) rispetto ai gruppi di controllo. Però è difficile stabilire se il CS2 sia di origine endogena o ambientale, mentre, per quanto riguarda l’ossidazione, sembra essere un processo chimico comune nel metabolismo cellulare inerente al sistema immunitario e ai processi di invecchiamento.
In uno studio del 2005, altri ricercatori hanno effettuato un altro esperimento sempre alla ricerca della neurotossina che contraddistingua la schizofrenia. Hanno utilizzato la cromatografia e la spettrometria di massa per “crakkare” una volta per tutte questa terribile malattia mentale. Ma pur avendone trovata una traccia significativa, ammettono che “l’odore esiste ma è così complesso da non essere riducibile ad un singolo composto, piuttosto ad una variazione globale dell’odore del corpo“. Nessuna replica o altre ricerche sono seguite.
Insomma la tossina endogena collegata alla schizofrenia, sinistra regina dei disturbi mentali, non è stata trovata. Scoprire un marker biochimico è stata una delle principali ossessioni dei ricercatori nella storia della psichiatria. Una storia bizzarra che fa pensare alle origini psichedeliche dello studio psichiatrico dell’alcolismo, quando:
“Lo psichiatra inglese Humphry Osmond (1917-2004), uno specializzando nel St. George’s Hospital a sud di Londra, iniziò indagando le proprietà chimiche della mescalina, l’ingrediente psicoattivo del cactus peyote verso la fine degli anni Quaranta. Dopo una serie di esperimenti con questa droga per due anni, Osmond e i suoi colleghi conclusero che “essa produce nelle persone normali sintomi analoghi a quelli che si riscontrano nella schizofrenia”. Studi successivi li portarono a credere che la struttura chimica della mescalina era molto simile all’adrenalina. Questa scoperta suggerì loro che la schizofrenia sia scatenata da una sovraproduzione di adrenalina. Questa fu la prima teoria biochimica della malattia mentale”
L’idea di analizzare gli odori non è poi così strana. Ascoltare il corpo o annusare gli odori è buona prassi diagnostica per il medico. L’odore del respiro, della pelle, del sudore, dell’urina, del sangue, può essere fonte di informazione importante di patologie organiche che riguardano processi infiammatori, malattie come il colera, la tubercolosi, il vaiolo, la difterite o degli stadi avanzati di cancro. Dopotutto gli odori corporei risultano dalla combinazione di centinaia di secrezioni che hanno origine nei processi metabolici dentro il corpo. Il nodo problematico, a mio parere, in questo tipo di ricerche consiste nel fatto che la correlazione tra due categorie di fenomeni (odori e neurotossine) sia ossessivamente ricondotto ad una logica causale e riduzionistica. Riscontrare un odore specifico in una malattia mentale non equivale alla effettiva presenza di una criminale neurotossina. Le ricerche esposte dimostrano che l’odore di una persona non può spiegare un disturbo mentale. Piuttosto può darci informazioni sulle condizioni igieniche di chi adopera il naso anziché il cervello per comprendere il disturbo mentale.
SMITH K, & SINES JO (1960). Demonstration of a peculiar odor in the sweat of schizophrenic patients. Archives of general psychiatry, 2, 184-8 PMID: 13832051
POSNER HS, CULPAN R, & STEWART A (1962). Cause of the odor of a schizophrenic patient. Archives of general psychiatry, 7, 108-13 PMID: 14488180
Smith, K., Thompson, G., & Koster, H. (1969). Sweat in Schizophrenic Patients: Identification of the Odorous Substance Science, 166 (3903), 398-399 DOI: 10.1126/science.166.3903.398
Gordon SG, Smith K, Rabinowitz JL, & Vagelos PR (1973). Studies of trans-3-methyl-2-hexenoic acid in normal and schizophrenic humans. Journal of lipid research, 14 (4), 495-503 PMID: 4715330
Phillips, M., Sabas, M., & Greenberg, J. (1993). Increased pentane and carbon disulfide in the breath of patients with schizophrenia. Journal of Clinical Pathology, 46 (9), 861-864 DOI: 10.1136/jcp.46.9.861
Di Natale C, Paolesse R, D’Arcangelo G, Comandini P, Pennazza G, Martinelli E, Rullo S, Roscioni MC, Roscioni C, Finazzi-Agrò A, & D’Amico A (2005). Identification of schizophrenic patients by examination of body odor using gas chromatography-mass spectrometry and a cross-selective gas sensor array. Medical science monitor : international medical journal of experimental and clinical research, 11 (8) PMID: 16049378
Freud e la Gioventù Bruciata
Non ho mai capito perché quando parliamo di Inconscio le sofferenze sono inguaribili e permanenti per l’intera esistenza. Che siano inconsce perché le conoscono tutti fuorché l’interessato? Una domanda che mi girava per la testa mentre leggevo qualche giorno fa un gustoso articolo di Silvia Vegetti Finzi sul ruolo che ha avuto la lettura di Freud [...]
Non ho mai capito perché quando parliamo di Inconscio le sofferenze sono inguaribili e permanenti per l’intera esistenza. Che siano inconsce perché le conoscono tutti fuorché l’interessato? Una domanda che mi girava per la testa mentre leggevo qualche giorno fa un gustoso articolo di Silvia Vegetti Finzi sul ruolo che ha avuto la lettura di Freud nella propria vita. Come potete immaginare Freud per chi si iscrive nella facoltà di psicologia rappresenta il nume tutelare nella prospettiva di diventare (al più tardi) l’attraente analista abile decodificatore degli “enigmi della mente”.
Ora dal momento che ci sono passato pure io dall’innamoramento per i libri freudiani, dopo esserne uscito non troppo ammaccato da quelle letture impegnative, trovo particolarmente stimolante rilevare le differenze tra quel tipo di psicologia, legata ad un sapere ottocentesco, e la mia formazione influenzata dalla conoscenza del Novecento. Non che la psicoanalisi sia rimasta tale e quale dei tempi di Freud. Essa ha subito profondi cambiamenti sia teorici che di metodo che probabilmente lo stesso Freud non avrebbe ammesso. Ma come succede per alcune ideologie dure a morire, riescono a tenerle in vita coloro i quali non sono rimasti nella famiglia dell’ortodossia, ma volgendo l’attenzione sui lampanti contributi di altre discipline hanno apportato novità e scoperte scientifiche di rilievo, ricavandone spesso accuse di eresia.
Nondimeno Freud per sua iniziativa come pure grazie ai suoi epigoni ha fornito una immagine onnipotente della psicoanalisi come strumento che può introdurci nel mondo misterioso che si cela nella “quotidianità”, dove si aggira furtivamente l’Inconscio e su cui fonda una Psicopatologia:
“Centrale in quel testo è il tema della memoria o meglio della dimenticanza, casuale per la coscienza, intenzionale per l’inconscio che, per sfuggire alla censura, si esprime indirettamente negli errori, negli scarti, nelle carenze dei nostri comportamenti”
Personalmente mi ha sempre divertito l’immagine dell’Inconscio come un prigioniero che tenta la fuga dal carcere in modo geniale (i sogni) e poi fa i pasticci in un lapsus mentre ad esempio stiamo “chiedendo un libro ad una amica”. Ma poi: perché i nostri comportamenti sono “scarti”, “errori”, “carenze”? Rispetto a cosa? Alla perfezione dei piani diabolici dell’Inconscio? Se l’inconscio è perfetto perché vuole muoversi dal suo posto?
“«Ogni atto mancato – dirà Lacan -, è un discorso riuscito». Anche la dimenticanza dei nomi propri acquista, al vaglio dell’analisi, un preciso significato. Poiché tutto viene conservato nella memoria, l’oblio non è evaporazione del ricordo ma rimozione delle sue rappresentazioni e blocco delle relative emozioni.”
Il tema delle emozioni da Freud in poi è stato un vero e proprio purgatorio. Potete immaginarle come “bloccate” in sala di attesa che disturbano, fanno schiamazzi, sono veramente infantili. Regressioni, ecco. Ma anche accumuli di energie che vanno prima o poi scaricati, sennò bloccati come sono, rischiano di far saltare i nervi… Insomma come spremere il tubetto del dentifricio col tappo chiuso sino a farlo scoppiare.
Seguendo l’autoanalisi, che Freud inizialmente applica a se stesso, interpretavo le mie esperienze fungendo al tempo stesso da paziente e analista. Uno scandaglio che inevitabilmente si interrompe di fronte alla strenua difesa dell’Io ideale.
Due punti salienti, comincio dal secondo: l’Io è sempre all’angolo, cerca di difendersi ma fino ad un certo punto perché con quel criminale dell’Inconscio è una lotta impari. L’Io la cui natura sostanziale è rappresentata dalla coscienza nell’immaginario freudiano è sempre stato un po’ trascurato o sottodimensionato rispetto all’illustre immagine del sottosuolo dell’Inconscio. Vedete, tutta la psicoanalisi è impregnata di una geometria espressionistica avvincente. L’altro punto che mi interessa è l’autoanalisi: non posso farci nulla, ma quando mi imbatto sul prefisso “auto” penso subito al paradosso, c’è qualcosa di intrinsecamente paradossale in un uomo che cerca di autoanalizzarsi: sia l’identità dell’osservatore, che coincide con l’osservato, che quella dell’osservato, coincidente con l’osservatore, non rimangono fermi. Immagino Freud che si autoanalizza mentre balla da solo davanti allo specchio.
Tuttavia la consapevolezza di costituire un enigma per se stessi, di non essere, come dice Freud, «padroni in casa propria» ci rende più accorti nei giudizi, più attenti alle ragioni degli altri, più capaci di cogliere i cambiamenti sociali. Se analizziamo il titolo Psicopatologia della vita quotidiana emerge l’insolito accostamento tra quotidianità, cioè normalità, familiarità, e patologia.
Quel “padroni in casa nostra” possiede retoricamente una efficacia letteraria incontestabile. Soltanto non aggiunge molti lumi sull’enigma di se stessi oltre al recupero del “nosce te ipsum” di delfina memoria, a parte un tocco di panico alla presunta depersonalizzazione in atto. Accidenti, dall’Inconscio impersonale alla depersonalizzazione della consapevolezza quando cerca di capire se stessa!
Un ossimoro che svela una scomoda verità: nessuno può dirsi completamente sano. I motivi si trovano ne Il disagio della civiltà, del 1930. La società stessa, sostiene Freud, ponendo limiti alla libera espressione delle pulsioni erotiche e aggressive, ci rende inevitabilmente nevrotici.
Eccoci giunti ad un altro tema scottante: “nessuno può dirsi completamente sano”, siamo tutti nevrotici. Già, ma rispetto a cosa? Deve esserci allora una realtà indipendente dove ci sono la “normalità” e la “sanità”, per lo meno linee regolative cui rifarci per sostenere una simile antinomia tra il mondo dei sintomi e quello della realtà priva di sintomi e di blocchi emozionali, pura e ideale quanto quella auspicata da Platone per gli uomini delle caverne…
Infine, nella riflessione su quello che è stato un percorso di formazione personale, trovo la conferma che i libri, i buoni libri, non soltanto aiutano a crescere ma forniscono una mappa per tracciare la rotta della nostra vita.
Nulla da eccepire, ciascuno di noi è libero di attribuire le più svariate funzioni taumaturgiche di letture e libri impareggiabili. Certo che Freud per me rimane un autore letterario affascinante (e un giorno o l’altro mi rimetto a studiarlo per criticarlo con più divertita benevolenza), una enorme fonte di spunti di riflessioni sui limiti della psicologia, un monito costante che illustra i limiti della speculazione senza verifiche sul campo (ma quanti pazienti ha avuto nella sua vita Freud?).
Io, d’altra parte commetto i miei lapsus scanzonati quando pensando ai libri di Freud, invece di immaginarmi lo sguardo romantico di Sigmund Freud indagatore dell’Inconscio del suo interlocutore, ricordo l’indimenticabile collana dei saggi della Newton Compton, che a 3900 lire un bel giorno irruppe nella mia piccola città portuale del sud, nell’unica cartolibreria che riservava qualche libro in più per chi si interessasse di libri extrascolastici.
Il Bernoccolo della Scienza
Di recente ho letto un post interessante che pone un interrogativo legittimo sulle relazioni tra funzioni cognitive, cervello ed ereditarietà. Da qualche tempo poi seguo con un po’ di disagio MyGenomix, un blog che tratta di genetica e dei possibili intrecci con il versante del benessere e della prevenzione da malattie. Queste letture hanno finito [...]
Di recente ho letto un post interessante che pone un interrogativo legittimo sulle relazioni tra funzioni cognitive, cervello ed ereditarietà. Da qualche tempo poi seguo con un po’ di disagio MyGenomix, un blog che tratta di genetica e dei possibili intrecci con il versante del benessere e della prevenzione da malattie. Queste letture hanno finito per incontrarsi nel mio cervello e faticosamente vi dirò il motivo del loro strano incontro. Il post di D. Garofoli è davvero intrigante perché l’interrogativo finale riguarda il modo in cui dobbiamo concepire la costituzione del nostro cervello e come la mente si interfaccia con esso.
Abbiamo unità cerebrali circoscritte, scomponibili, sede di precise attività cognitive, ereditabili a scatola chiusa di generazione in generazione? Alcune ricerche, ad esempio, indicano che la memoria di lavoro (un particolare processo di memoria) fonda vari processi cognitivi superiori e sia ereditata come struttura neuronale definita. Se queste ricerche saranno confermate, si tratta di una scoperta eccezionale perché dimostrerebbe che un modulo cognitivo come la memoria di lavoro (più o meno all’altezza della fronte) è posizionata in un preciso luogo del cervello ed essendo selezionata dall’evoluzione è geneticamente trasmessa.
Il discorso genetico mi ha fatto pensare però al rischio di fornire un contributo causale e storicamente riduzionistico alla neofrenologia espressa dalle immagini prodotte delle tecniche di neuroimaging. In realtà la genetica non mi impensierisce solo per questo motivo. Piuttosto per l’inevitabile collusione con il mercato facendosi portavoce delle dinamiche prescrittive della cosiddetta “medicina della salute o del benessere”, raccogliendo una quantità enorme di dati che non sappiamo decifrare ancora in modo chiaro e prevedibile. Ad esempio accade che si possano prospettare diagnosi statistiche già prima della nascita grazie ai test genetici, indicando quindi con una percentuale di probabilità il rischio di disturbi fisiologici, neuropsicologici o psichiatrici da “prevenire” con farmaci o terapie preconfezionate da soggetti pronti ad approfittare dalla natura statistica e ancora poco definita di queste indagini.
Ora dal momento che il discorso può apparire quasi antiscientifico, che è poi la classica accusa rivolta contro coloro che hanno dei dubbi sui “progressi prescrittivi” della ricerca scientifica, voglio tornare sull’argomento del post di Garofoli. Possiamo mai pensare che abbia ragione la psicologia evoluzionistica e supporre che possano essere ereditate funzioni cognitive, geneticamente fondate, tra generazioni di individui come se ci si scambiasse un “arredamento neuronale”? Quale sarebbe allora la mappa biologica dell’attività mentale? Ok, queste domande sono affascinanti, soprattutto perché sono pensate a mio parere come al tempo della frenologia.
Questo filone di ricerche ha una lunga storia. Trovare la sede di funzioni cognitive elementari è stata un’ambizione già presente lungo tutto l’Ottocento, avviata dal lavoro di Franz Joseph Gall, medico tedesco e fondatore della frenologia. Questo approccio fonda il paradigma del localizzazionismo basato su tecniche di indagine quali l’ablazione di piccole strutture cerebrali, stimolazioni elettriche e la registrazione dell’attività elettrica della superficie nervosa, per risalire alla funzione cognitiva regionale. Lo scopo frenologico dal canto suo consisteva nel rintracciare la sede di tutta la costellazione psicologica della mente umana, dalle funzioni di base a quelle più complesse come il carattere e la personalità.
Nelle due immagini qui sotto, potete osservare la copia plastica direttamente ricavata dalla testa di Pierre Francois Lacenaire (1800-36), all’epoca un famoso killer francese, e di un criminale sconosciuto, Nobert. Esse appartenevano alla collezione di uno psichiatra, il dott. Gachet (1828-1909). Durante l’Ottocento la riproduzione plastica delle teste ghigliottinate era oggetto di particolare interesse per gli studi frenologici. I frenologi ritenevano che la forma, la dimensione delle aree del cervello e le sovrastanti formazioni ossee del cranio potessero fornire sufficienti indizi sulla personalità dell’individuo. In queste riproduzioni si possono ancora scorgere le aree della “introversione” e della “distruttività” cerchiate con le matite, “bernoccoli” prominenti di assassini e criminali. Non vorrei andare troppo oltre se accenno a cosa potevano portare tali studi sulle differenze etniche, psichiatriche, etiche. Più tardi l’italiano Cesare Lombroso in una serie di scritti di fisiognomica proporrà di mettere in relazione elementi morfologici del cranio e personalità deviante.


Localizzare zone specifiche prima attraverso lo studio della superficie del cranio, come nel caso dei frenologi che studiavano e interrogavano i “bernoccoli” della testa, poi seriamente nei lavori di indagine sulla citoarchitettura della struttura nervosa attraverso l’analisi istologica, fa parte del processo storico che ha condotto all’individuazione di fondamentali strutture neuropsicologiche come l’area di Broca o l’area di Wernicke, entrambe coinvolte nella produzione e comprensione del linguaggio. Questa metodologia ha generato studi spettacolari di estrazione neuroanatomiche di centinaia di cervelli, dai più comuni individui ai grandi personaggi della storia. A Mosca esiste la più grande e importante collezione di cervelli al mondo nell’Istituto del Cervello che annovera tra gli altri le materie grige di Lenin, Majiakovskij, Pavlov. Ma il cervello più importante a mio parere è quello di Einstein, diviso in 240 parti per essere studiato dappertutto e su cui Roland Barthes nei sui Miti d’Oggi ha scritto un magnifico pezzo di semiologia.
Di recente, per tornare ai tempi nostri, una bellissima ricerca di neuroimaging, cioè che fa uso di tecniche di visualizzazione dell’attività dei circuiti del cervello, mostrano che questo tipo di indagini anticiparono sperimentalmente i tempi, nonostante le impareggiabili ipotesi dei frenologi che pensavano di comprendere le caratteristiche mentali di una persona indagando esteticamente i lineamenti del cranio. Potete vedere nelle due immagini sottostanti una bella prova di cosa succede nelle cellule di una zona del cervello (esattamente l’area visiva primaria, che si trova all’incirca sotto la nuca) quando una scimmia osserva una configurazione particolare (nella figura a sinistra) e solo alcune specifiche cellule nervose (nella figura a destra) si attivano, in corrispondenza topografica, quando lo stimolo del disegno osservato colpisce la retina.
Allora? Questa lunga riflessione non mi porta molto lontano, apparentemente slittata su più scenari storici e tecnologici. Rimane sospesa, ironia antigravitazionale nel mio cervello. I cervelli rimangono come sempre al loro posto, pronti ad essere usati o estratti da cinici ricercatori. La psicologia non fornisce mai decisive spiegazioni, alle volte si dimentica di essere abitante del cervello. Bisogna saperlo usare il cervello con la giusta disincantata curiosità che sembra essere colta con inguaribile delicatezza da Van Gogh nel ritratto del suo amico dott. Gachet, collezionista di teste promettenti per la Scienza.
La Psicologia dà i Numeri
L’ottimo Rangle segnala un libro che non dubito sia affascinante per chi ama addentrarsi nei misteri storici della matematica, quando sfiorava esiti speculativi che oggi forse saranno soltanto scandalosi se non incomprensibili. Fra Luca Bartolomeo Pacioli è stato uno studioso colto di fine Quattrocento, uno di quei tipici scienziati mentali poliedrici che non facevano a [...]
L’ottimo Rangle segnala un libro che non dubito sia affascinante per chi ama addentrarsi nei misteri storici della matematica, quando sfiorava esiti speculativi che oggi forse saranno soltanto scandalosi se non incomprensibili. Fra Luca Bartolomeo Pacioli è stato uno studioso colto di fine Quattrocento, uno di quei tipici scienziati mentali poliedrici che non facevano a meno di occuparsi di ogni aspetto del sapere di quei tempi. Tempi magnifici se pensiamo che vivere tra Milano, Firenze, Venezia, significava essere a contatto con la cultura europea (che trainavamo diversamente da oggi), con il platonismo bizantino, con l’oriente dei mercanti veneziani che stupivano il mondo col loro ducato sino a inventarsi rotte indiane e cinesi. Ecco un Ritratto di Luca Pacioli.

La scoperta di questo libro a proposito di numeri mi ha fatto venire in mente senza alcuna coerenza il caso di Solomon Shereshevskii, un russo nato nel 1886 in una famiglia ebrea. Questo signore rimane ad oggi il caso neuropsicologico più stupefacente della storia (almeno nella letteratura scientifica) per le capacità senza limiti della sua memoria. Pensate era in grado di ricordare sequenze casuali di 70 numeri persino dopo anni dal test di memoria, poteva ricordare pagine e pagine di intere enciclopedie come pure formule matematiche di una complessità estrema. Nondimeno l’aspetto che più mi piace ricordare è la sua straordinaria capacità sinestesica.
La sinestesia è un processo neuropsicologico molto interessante che indica quel processo in cui l’informazione che riceviamo tramite una modalità sensoriale suscita sensazioni di un altri sensi, cioè una stimolazione (uditiva, visiva, tattile, sonora, olfattiva) innesca la percezione di eventi sensoriali diversi e concomitanti. Le lettere possono evocare dei colori, i movimenti dei suoni, i numeri delle sensazioni tattili. Richard Feynman quando osservava una equazione diceva di vedere le lettere colorate. Shereshevskii presentava una sinestesia curiosa specialmente con i numeri (si ritiene che avesse sei tipi di sinestesie): il numero 1 è una persona orgogliosa, un self made man, il 2 è una donna molto spirituale, il 3 una persona tetra, il 6 un uomo con un piede gonfio, il 7 un uomo con i mustacchi (di fine Ottocento?), l’8 una donna grassa e via discorrendo. Sospetto che Pitagora con la sua predilezione mistica dei numeri magari proiettava in essi (1 principio unico, 2 principio femminile, 3 il maschio, 4 la giustizia…) una versatilità sinestesica di natura neuropsicologica.
Il nostro uomo russo di memoria stratosferica fu “studiato” da Alexander Luria, uno dei padri fondatori della neuropsicologia e insieme a Viygotskij e a Pavlov rappresenta la psicologia sovietica che noi psicologi abbiamo studiato ai primi anni universitari con conturbante estraneità. Dovete sapere che la psicologia sovietica sui libri universitari ha avuto l’effetto (almeno per me) di una esotica esperienza di studio. Insomma anche la scienza psicologica proveniente dall’altra parte della “cortina di ferro” era connotata dall’ispirazione del “socialismo reale”, che secondo l’ispirazione dottrinale avrebbe dovuto partecipare alla palingenesi rivoluzionaria innescata dalla rivoluzione bolscevica.
Luria (sopra potete vederne un ritratto) è stato uno scienziato straordinario. Ha studiato nella scuola di Lenin, ha avuto tra i suoi pazienti la nipote di Dostoevskij, ha studiato la follia della Seconda Guerra Mondiale direttamente nei soldati sovietici che tornavano dal fronte cerebrolesi. Soprattutto ha fornito una concettualizzazione avanzata delle funzioni cognitive superiori. Ha contribuito al dibattito sulla natura epistemologica della psicologia sui criteri di studio della mente dell’uomo tra il metodo nomotetico e quello ideografico. Nel primo caso si aderisce alla concezione della scienza classica di rilevare le leggi universali della mente comuni a tutti gli individui. Nel secondo caso la ricerca dello scienziato di psicologia si concentra sulla specificità della vita psichica del singolo individuo.
Questo dibattito ha attraversato la storia della psicologia al punto da generare iconografie teoriche sulla psicologia da far girare la testa. Dal canto mio, me ne tengo alla larga perché rischierei di consegnarvi l’immagine di uno scettico imperdonabile, pronto a dare ascolto anche alle più inverosimili storie della psicologia. Conviene soltanto chiudere con un suggerimento di lettura sulla matematica, più “carnale” rispetto al libro sulla matematica del Quattrocento, che riguarda un libro di George Lakoff che presenta una prospettiva ineffabile su quanto la matematica sia incarnata (embodied) nel corpo umano, ancorché a mio modo di vedere avvisi il lettore che quanto più ci sforziamo di stabilire l’oggettiva verità della nostra ricerca tanto meno ci accorgiamo di essere sempre allo stesso punto: in un mondo possibile costruito personalmente per rendere “vero” quanto affermiamo.
La Nascita della Psicologia come Scienza
La psicologia è una scienza? Se abbiamo in mente la concezione scientifica che prevede il metodo sperimentale, allora la psicologia è scienza. Infatti sin dagli inizi, nel primo laboratorio di psicologia di Lipsia fondato da Wilhelm Wundt nel 1879, fu messa in atto la rivoluzione “scientifica” della psicologia staccandola radicalmente dalla impronta razionale filosofica che [...]

La psicologia è una scienza? Se abbiamo in mente la concezione scientifica che prevede il metodo sperimentale, allora la psicologia è scienza. Infatti sin dagli inizi, nel primo laboratorio di psicologia di Lipsia fondato da Wilhelm Wundt nel 1879, fu messa in atto la rivoluzione “scientifica” della psicologia staccandola radicalmente dalla impronta razionale filosofica che sino ad allora tradizionalmente contrassegnava l’indagine della mente in Europa. Per Wundt il metodo sperimentale e l’osservazione costituivano i criteri essenziali per rendere la psicologia una scienza valida.
“Il metodo si basava sull’intervento volontario dell’osservatore che manipolava e controllava i processi psichici in esame. L’osservazione era invece adeguata per lo studio dei prodotti dello spirito (il linguaggio, le rappresentazioni mitologiche, i costumi, secondo l’esempio stesso di Wundt), che non possono essere manipolati a volontà dal ricercatore” Mecacci, Storia della psicologia del Novecento
I prodotti dello spirito erano studiati dalla psicologia sociale, mentre i processi psichici (percezione, sensazione, memoria) erano affrontati dal metodo sperimentale fondando “la psicologia individuale”.
Nella sfera individuale non era possibile applicare il metodo dell’osservazione perché “l’intenzione stessa dell’osservare”, scriveva Wundt, “altera sostanzialmente il principio e il decorso del processo psichico”. Il metodo sperimentale avrebbe consentito alla psicologia l’oggettività propria delle scienze naturali, nelle quali è notevolmente ridotto l’effetto perturbatore del soggetto che indaga sull’oggetto indagato.
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Wilhelm Wundt (1832-1920) |
In che modo allora analizzare i processi psichici? All’interno di un esperimento psicologico, questi potevano essere manipolati tenendo sotto controllo tutte le condizioni affinché le procedure e i risultati si potessero riprodurre e condividere nella comunità scientifica. Gli Elemente der Psychophysik (Elementi di Psicofisica, 1860) di Gustav Theodor Fechner (1801-87) fu l’opera sistematica che avrebbe delineato questo ambizioso progetto.
“Si variava l’intensità dello stimolo e si registravano le sensazioni del soggetto stesso in base al suo processo di introspezione. Attraverso l’introspezione sperimentale si sarebbe dovuto seguire il corso del percepire (“percezione interna”) degli eventi esterni, senza l’influenza di fattori soggettivi e di immagini derivate dalla memoria.” Mecacci, Storia della Psicologia del Novecento (1992)
Quindi sin dagli inizi la psicofisica e la fisiologia (Wundt fu assistente del fisiologo Hermann von Helmholtz) rappresentarono lo sfondo metodologico e paradigmatico alla neonata psicologia scientifica di stampo tedesco. Per Wundt la ricerca in psicologia per essere scientifica deve adottare il metodo sperimentale e l’osservazione, occupandosi dei fenomeni mentali quali la sensazione, la percezione, la memoria, il linguaggio ed escludendo la volontà, i pensieri, le emozioni. Gli stessi racconti introspettivi dei soggetti dovevano essere “puliti” e “addestrati” dallo sperimentatore affinché fornissero dati quantificabili sulle caratteristiche fisiche degli stimoli e delle elaborazioni mentali.
I primi laboratori europei e del nord America fondarono la propria ricerca sul metodo sperimentale all’interno di specifiche aree di ricerca, indicando stimoli e parametri manipolabili (ad esempio numero di sillabe da memorizzare, intensità dello stimolo) per verificarne gli effetti sul processo indagato, ricorrendo a misure oggettive quali i tempi di reazione o i resoconti soggettivi disciplinati dalla introspezione controllata dei soggetti.
Questi sono gli eventi a cavallo tra Ottocento e Novecento, la prima psicologia come disciplina scientifica radicata nel clima positivistico di quei tempi, che subito scatena uno stimolante dibattito tra diverse anime che tentano di stabilirne le aeree di interesse scientifico, gli strumenti di ricerca, le metodologie, le possibilità di previsione e generalizzazione, in altre parole il paradigma entro il quale fondare una disciplina scientifica alla pari delle scienze naturali.
Da tempo mi ero promesso di ricordare il padre fondatore del primo laboratorio di psicologia, Wilhelm Wundt, che scrisse oltre cinquantamila pagine tra libri e articoli e nacque vicino Mannheim. Non so perchè ma quasi non mi sorprende che sia la Germania la progenitrice della psicologia in quanto scienza (di allora), forse per la mia educazione sentimentale circondata da elettrodomestici tedeschi. Ma, sospetto, che l’anima filosofica tedesca non poteva che sfociare in questa faustiana ricerca con ordine e metodo nella psicologia robotica di fine Ottocento.
Nei prossimi post mi soffermerò su alcuni punti cruciali cui subito devono fare i conti i ricercatori di psicologia, cioè il problema dell’introspezione, la scelta dei campi di indagine, la generalizzazione e, soprattutto, il problema delle differenze individuali e della soggettività. Questi ultimi elementi scottanti furono presto disinnescati dalla introduzione della statistica, perfezionata dallo statistico inglese Karl Pearson e da Charles Spearman (gli studenti di psicologia del primo anno sanno di cosa sto parlando!).
Conta sapere che la nuova psicologia parte da laboratori, con procedure standardizzate e strumenti controllati, riviste che si stampano in Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Stati Uniti, Russia. Lo scopo è lo studio dei processi mentali nella loro struttura e nel loro funzionamento comuni in tutti gli esseri umani, mentre le differenze individuali sarebbero stati interpretati come “errori statistici” che si disperdono intorno ad un valore medio all’apice della campana standardizzata di Gauss, visualizzando didatticamente la prestazione tipica di un processo mentale umano.
Condizioni sperimentali rigorose, la metafora della mente come un prodotto meccanico (è il periodo del trionfo newtoniano e del positivismo) da smontare, etichettare ed analizzare modulo per modulo. Manipolando tutte le variabili che interessano in condizioni sperimentali riproducibili, all’interno di un paradigma matematico e statistico che consenta la generalizzazione a tutti gli esseri umani.
Esperimenti e Dissociazioni
Il guaio in ogni esperimento sul funzionamento dell’organismo umano è spesso di natura economica ed etica. Portare avanti un progetto di ricerca su come funziona un processo neuropsicologico ad esempio e quale terapia adottare eventualmente nella cura di un danno implica un notevole impegno di risorse umane ed economiche. Poi c’è il problema etico. Investigare [...]
Il guaio in ogni esperimento sul funzionamento dell’organismo umano è spesso di natura economica ed etica. Portare avanti un progetto di ricerca su come funziona un processo neuropsicologico ad esempio e quale terapia adottare eventualmente nella cura di un danno implica un notevole impegno di risorse umane ed economiche. Poi c’è il problema etico. Investigare le funzioni del corpo significa pure entrare dentro il corpo, prelevare, tagliare, amputare, dissezionare, iniettare, inoculare, inondare di onde elettromangetiche o radioattive, insomma mettere a rischio la salute della persona. Il rimedio principale a questo problema consiste nel rivolgersi a quei pazienti neurologici che presentano per diversi motivi particolari esperimenti all’interno del loro organismo, causati da fattori posteriori alla nascita come traumi o agenti tossici, oppure precedenti come problemi di gravidanza o elementi genetici infausti. Si lavora quindi su pazienti che presentano in negativo tutte quelle deviazioni rispetto a quanto si conosce che illuminino sinistramente uno scenario della conoscenza cinicamente utile per la medicina futura.
Ho scoperto stimolanti esempi di scienziati che disinvoltamente aggirarono le regole sociali mettendole in discussione o forse andandone alla ricerca, volgendo i loro arnesi di ricerca verso se stessi sani e in salute.
Il Dr. Head con il suo collaboratore WHR Rivers pubblicarono nel 1908 un articolo strano intitolato A Human Experiment in Nerve Division. In questo articolo riportarono un esperimento molto particolare nel quale si studiava i processi di guarigione della percezione somatoestesica dopo un danno a un nervo periferico. Accertato nella letteratura medica il recupero della percezione sensoriale dopo che un nervo sia stato danneggiato, si sapeva ben poco di cosa accadeva in dettaglio nella guarigione.
Questo dottore in sostanza non potendo permettersi di sezionare persone in salute per studiarne la ricostruzione nel tempo dei loro nervi, intervenne su se stesso tagliando alcuni nervi della mano e del suo braccio sinistro! Giorno dopo giorno, zona dopo zona anatomica, condusse queste indagini per afferrare i meccanismi di ricostruzione sensoriale dopo il taglio dei nervi relativi. Ottantasei giorni dopo la percezione del dolore era tornata in quasi tutta la regione. Nella figura qui sotto potete osservare le zone dove perdette la sensazione dopo l’intervento chirurgico.
L’esperimento è il cuore della ricerca da quando fu formalmente introdotto nel cuore della ricerca scientifica da Galileo a cui non poterono sottrarsi tutti i ricercatori empirici successivi. Curiosa l’etimologia di esperimento: ex, da, sperire, ricercare, tentare, provare, e mentum che indica il mezzo o l’atto. Provare da, quindi spostarsi da dove siamo e avviarci con strumenti speciali verso qualcosa che non conosciamo ma abbiamo immaginato o dedotto da ipotesi, immagini, congetture. Questo è il modo con cui affrontiamo gli oggetti esterni, il mondo naturale rispetto alle persone. La scienza in genere ci aiuta a conoscere il mondo come è organizzato per assumerne il controllo, che trova massima espressione nel potere sugli eventi, accanitamente perseguito in nome di una teleologia con risvolti casuali e superstiziosi.
I casi un po’ matti dei ricercatori nella storia della scienza non sono pochi. Ci imbattiamo squisitamente nelle stravaganze comportamentali e nella prosaica impudicità di caratteri poco avvezzi alla civiltà del buon costume e della buona creanza: sappiamo che Einstein fosse leggermente autistico o che Hoffman provò l’acido lisergico su se stesso e andasse a farsi un giro in bicicletta strippato. Freud d’altra parte fece uso di cocaina per un periodo prolungato, entusiasta delle proprietà psicofarmacologiche, sino a doverne interrompere l’uso per non danneggiare la sua salute mentale e quella dei suoi clienti, mentre Barry Marshall per dimostrare che l’ulcera peptidica non fosse causata dallo stress o da fattori comportamentali ma che avesse un’origine batterica, ingurgitò una pozione di Helicobacter pylori, batterio protagonista dell’insorgere dell’ulcera per dimostrare la sua ipotesi antagonista con il paradigma del suo tempo.
Non furono solo gli scienziati della natura ad operare interventi su se stesssi per dimostrare le loro ipotesi o le loro strampalate vedute. Arthur Rimbaud auspicò un “lento e prolungato sgregolamento di tuti i sensi” prendendo spunto dalla vocazione allucinatoria di William Blake, ed orchestrando suo malgrado lo spiegamento intellettuale dei simbolisti e dei decadenti. Nell’arte, nella pittura o nella poesia rivolgere la ricerca sperimentale su se stessi, a partire dal proprio corpo e in misura psicopatologica giungere nello spazio cartesiano della mente è stato un folgorante viaggio che ha condotto ad autentiche dissacrazioni di quanto per millenni era ritenuto inviolabile. Freud disse che la psicoanalisi aveva estromesso l’io dalla centralità dell’universo civile e teologico, confinandolo tra l’incudine e il martello dell’Inconscio e del Super Io. Prima di lui era stato Dostoevskij a scendere nello scantinato del sottosuolo della coscienza rimanendone stordito della ingloriosa bellezza di tutti i sani principi a cui siamo ben educati. Le citaizoni possono continuare anche senza di me. Chi legge avrà il suo aneddoto gustoso ai confini della ragione, proprio laddove il suo sonno produce mostri.
Accennavo al fatto che la ricerca può essere rivolta oltre che verso la natura che ci circonda anche nei confronti dell’uomo stesso per lo studio dell’organismo umano allo scopo di capirne i principi e poterne controllare difetti e usura. Poi c’è pure tutto il versante psicopatologico, quando la ricerca personale ha lo scopo di conoscere e regolare le emozioni che non si riconsoce più. Sono i casi dei disturbi borderline, dissociativi, schizofrenici, dove il mezzo può essere rappresentato da un arma, dalle droghe, dalla sociopatia. Sono casi distruttivi, dolorosi, incomprensibili, che mostrano una organizzazione ingegneristica della mente impressionante per la invincibile logica della conservazione a cui si ricollegano.
Gli stati alterati di coscienza sono esperienze senza dubbio penose, drammatiche e caotiche nei rapporti interpersonali, coinvolgendo amici, amanti, partner, figli, genitori, parenti, rapresentanti sociali, icone ideologiche.
Un po’ tutti abbiamo esperienza dell’alterazione di coscienza, in un continuum che va dalle occasionali situazioni sociali preordinate (la sbronza, la follia di un notte, un orgia promiscua) alle sistematiche alterazioni della coscienza cui coscienti o meno sottoponiamo con cura costante il proprio organismo. Forse sono anche le occasioni in cui inavvertitamente ci sorprendiamo ad osservare il lavoro artistico o anche scientifico di una persona che ci inquieta, oppure di un amico che abbiamo imparato a riconoscere come lui si aspetta evitando imbarazzanti conclusioni.
Il minaccioso senso di realtà a cui sono sottoposti i disturdi dissociativi sono rintracciabili in quei casi in cui la persona ha dovuto far fronte a situaizioni dolorose nella infanzia. Sono casi molto studiati e a loro modo affascinanti per un osservatore che continua a tirarsi indietro dalle adempienze etiche. Spesso si tratta di abusi subiti ripetutamente, incesti, maltrattamenti, oppure involontari ricettori delle sofferenze mentali della madre che dopo il parto può mettere in atto un legame distorto e disorganizzato verso il bambino. Ecco un esempio:
“una paziente adulta ricorda di essere stata violentata dal patrigno quando aveva sei anni. Ancora sanguinante e terrorizzata per la violenza subita, la bambina si rivolge per aiuto alla madre che reagisce con violenta collera, l’accusa di aver sedotto il proprio uomo e di volerglielo portar via, picchiandola selvaggiamente. Mentre ciò accade, narra la paziente, una nube scende dal cielo, la bambina non vede e non sente più nulla e subito dopo si trova fra le braccia di un vecchio signore molto buono, con la barba bianca e biancovestito, che la consola e le promette protezione” (Liotti, Dimensione interpersonale della coscienza, 1995).
L’emergere di un trauma dissociato dal crepuscolo della coscienza comporta una confusione emotiva in cui il controllo delle idee, della cognizione, delle memorie, va sfumandosi generando una coalizione vincente di esperienze precedentemente vissute che non sono mai state ricercate ma che hanno sempre perseguito mostruosamente i loro obiettivi. Questo fenomeno cruciale nella psicologia quotidiana mette a repentaglio la sequenza di comportamenti nei legami importanti con le persone significative, generando una caotica vita sentimentale, sociale, umana. Vi invito ad osservare con più curiosità le stranezze nella storia della scienza così come dell’arte.
Spesso quando osserviamo fenomeni autolesionistici che paiono alla stregua di insensati esperimenti su se stessi, immaginate controintuitivamente che la lama che affonda nella pelle non faccia altro che destare il sonno della ragione che stava producendo mostri.
La Storia Segreta della Psichiatria Psichedelica
Il 15 Agosto del 1951, attacchi di panico, allucinazioni ed episodi psicotici dilagarono nella città di Pont-Saint-Esprit nella Francia meridionale, mandando all’ospedale dozzine di abitanti e facendo 5 vittime. I dottori affermarono che la tragedia era accaduta a causa del pane comprato nei fornai della città perché era stato contaminato da un fungo [...]
Il 15 Agosto del 1951, attacchi di panico, allucinazioni ed episodi psicotici dilagarono nella città di Pont-Saint-Esprit nella Francia meridionale, mandando all’ospedale dozzine di abitanti e facendo 5 vittime. I dottori affermarono che la tragedia era accaduta a causa del pane comprato nei fornai della città perché era stato contaminato da un fungo tossico che cresce nella segale, l’ergot. Ma secondo l’indagine del giornalista investigativo Hank Albarelli, la CIA aveva somministrato l’acido lisergico dietilamide-25 (LSD), una droga molto potente che causa allucinazioni ed è prodotta dall’ergot, operazione riconducibile ad un progetto di ricerca sul controllo della mente.
Sebbene non potremo mai sapere tutta la verità dietro i fatti di Pont-Saint-Esprit, adesso sappiamo che l’esercito statunitense ha condotto esperimenti su civili e militari, sia volontari sia a persone che non ne sapevano nulla. Meno nota è la storia di un gruppo di psichiatri pionieri che lavorono nella provincia canadese di Saskatchewan e fecero uso di LSD per il trattamento dell’alcolismo, asserendo di aver raggiunto un tasso di guarigioni senza precedenti. Comunque i loro risultati furono dimenticati e la ricerca sulle potenzialità degli effetti terapeutici della droga psichedelica fu bruscamente bloccata sul finire degli anni Sessanta, lasciando questo percorso di ricerche inesplorato per quarant’anni.
La storia segreta della psichiatria psichedelica incomincia nei primi anni Cinquanta, circa 10 anni dopo la scoperta delle proprietà allucinogene del LSD fatta da Albert Hofmann e durò sino al 1970. Fu lo storico di medicina Erika Dyck a scoprirne l’esistenza esaminando gli archivi dei ricercatori canadesi nel campo della salute mentale e conducendo delle interviste con alcuni psichiatri, pazienti e infermiere coinvolti nei primi esperimenti con LSD. La ricerca di Dick mette in una nuova luce i primi esperimenti con l’acido lisergico, una branca fruttuosa nel circuito ufficiale della ricerca psichiatrica: l’alcolismo venne ridefinito come una malattia che poteva essere curata e la droga psichedelica giocò un ruolo importante nella rivoluzione psicofarmacologica trasformando radicalmente la psichiatria. Ma, malgrado questi primi passi promettenti, la ricerca fu subito abbandonata prematuramente.
All’avanguardia delle prime ricerche sulla psichedelia fu lo psichiatra inglese Humphry Osmond (1917-2004), uno specializzando nel St. George’s Hospital a sud di Londra, che iniziò indagando le proprietà chimiche della mescalina, l’ingrediente psicoattivo del cactus peyote veso la fine degli anni Quaranta. Dopo una serie di esperimenti con questa droga per due anni, Osmond e i suoi colleghi conclusero che “essa produce nelle persone normali sintomi analoghi a quelli che si riscontrano nella schizofrenia”. Studi successivi li portarono a credere che la struttura chimica della mescalina era molto simile all’adrenalina. Questa scoperta suggerì loro che la schizofrenia sia scatenata da una sovraproduzione di adrenalina. Questa fu la prima teoria biochimica della malattia mentale.
Nel 1951, Osmond si trasferì in Canada per fare il vicedirettore al Weyburn Mental Hospital in Saskatchewan e, con i fondi del governo e della fondazione Rockefeller, avviò un programma di ricerca biochimico. L’anno successivo incontrò lo psichiatra Abram Hoffer e di due incominciarono una lunga collaborazione. Osmond allargò il programma di ricerca, cominciò ad utilizzare LSD al posto della mescalina dal momento che era facilmente resa disponibile dalla filiale canadese di Toronto della Sandoz Pharmaceutical Company.
Essi esposero l’idea di trattare l’acolismo con LSD ad una conferenza a Ottawa nel 1953. (Arrivarono a questa ipotesi raccontando questo antefatto, ndt) Dopo essere arrivati all’hotel non riuscivano a dormire e stettero alzati sino a tarda notte a discutere sui problemi nella psichiatria. Nelle prime ore dell’alba la conversazione si spostò sulle similarità tra gli effetti del LSD e il delirium tremens spesso vissuto dagli alcolisti nei periodi di astinenza e cominciarono a domandarsi se LSD potesse essere efficace nel trattamento dell’alcolismo. Hoffer ricorda che l’idea “sembrò così bizzarra che essi si fecero una grossa risata. Ma quando la nostra risata si esaurì, la questione ci apparve meno comica e formulammo la nostra ipotesi: un delirium controllato e prodotto da LSD potrebbe aiutare gli alcolisti a rimanere sobri?”.
Al loro ritorno a Saskatchewan, Osmond e Hoffer decisero di testare la loro ipotesi e trattarono due alcolisti cronici che erano stati ammessi al Saskatchewan Mental Hospital con una dose di 200 mg di LSD. Osmond sapeva da precedenti esperienze personali che un piccolo quantitativo fosse già sufficiente da indurre profondi cambiamenti nella coscienza, ma usarono una dose alta per produrre effetti più potenti. L’idea consisteva nel provocare un serio delirium tremens che potesse spaventare il paziente facendogli cambiare sul suo comportamento di bere. Uno dei pazienti smise di bere immediatamente dopo il trattamento e rimase sobrio per il periodo di sei mesi del follow up (controllo, ndt). L’altro continuò a bere dopo l’esperimento, ma smise sei mesi dopo. Per Osmond e Hoffer questi risultati si rivelarono piuttosto confusi, tuttavia conclusero che l’uso di LSD avesse una chance del 50% nell’aiutare gli alcolisti.
Il successivo test su LSD a Saskatchewan fu condotto molti anni dopo da Colin Smith, che trattò 24 pazienti ottendendo un “miglioramento” per 12 di loro o “un netto miglioramento” subito dopo. Incoraggiati da questi risultati iniziali, altri ricercatori cominciarono ad utilizzare la droga per il trattamento degli alcolisti. Nel frattempo, Osmond e Hoffer stavano continuando le loro ricerche. Dal 1960 essi trattarono 2000 pazienti alcolisti con LSD, affermando che i loro risultati fossero simili a quelli ottenuti nel primo esperimento. Il loro trattamento fu appoggiato da Bill W., il cofondatore degli Alcolisti Anonimi che aveva già provato su se stesso una terapia a base di LSD, e fu sostenuto dal direttore del Dipartimento sull’Alcolismo di Saskatchewan, che riteneva fosse la cura migliore disponibile per l’alcolismo.
Osmond diede ad Aldous Huxley la sua prima dose di mescalina nel 1953, che lo ispirò a scrivere il classico The Doors of Perception. I due divennero amici ed Osmond chiese consiglio ad Huxley quando cercò una parola per descrivere gli effetti del LSD. Huxley suggerì il termine phanerothyme, dal greco “mostrare” e “spirito”, dicendo ad Osmond: Per rendere questo mondo sublime / Prendi mezzo grammo di phanerothyme”. Ma Osmond invece decise per il termine psichedelico, dalla parola greca psiche, che significa “mente”, e deloum, che significa “rivelarsi”, replicando alle rime di Huxley così: “Per scendere all’Inferno o salire in Paradiso / Prendi un pezzo psichedelico”. Il termine da lui coniato è stato pronunciato per la prima volta alla New York Academy of Sciences nel 1957.
La terapia a base di LSD ha raggiunto il picco negli anni Cinquanta durante i quali fu utilizzata perfino per trattare le star di Hollywood, ad esempio attori del calibro di Cary Grant. Dopo di che due terapie si erano sviluppate. La terapia psichedelica (“mind-manifesting”) che era praticata soprattuto nel Nord America prevedeva una psicoterapia intensiva seguita da una singola megadose di LSD. Si supponeva che l’esperienza trascendentale indotta da grosse quantità di dosi, scatenando un incremento della coscienza di sé, potesse rendere capace il paziente di riflettere sulla propria condizione con maggiore lucidità. La terapia psicolitica invece (“mind-loosening”), venne praticata prevalentemente in Europa e prevedeva regolari somministrazioni a bassi dosaggi della droga congiuntamente ad una terapia di psicoanalisi, con lo scopo di liberare quei ricordi passati perduti e rivelare la mente inconscia.
I primi studi sull’LSD furono seguiti da altri più recenti che svilupparono farmaci come l’antipsicotico chlorpromazine e l’antidepressivo triciclico imipramina. Tutte le ricerche su questi farmaci diedero l’avvio alla nuova disciplina della psicofarmacologia, permettendol’approdo verso il potente paradigma che rivoluzionò la psichiatria “traghettandola dentro il mondo moderno”. La scoperta che le sostanze psichedeliche inducessero sintomi paragonabili a quelli della schizofrenia rafforzò la nozione che le condizioni psichiatriche siano causate da squilibri chimici nel cervello. Gli psichiatri, di fronte ai nuovi fatti, che i disordini mentali potessero essere trattati con efficacia con i farmaci, cominciarono ad abbandonare l’approccio psicoanalitico a favore dei nuovi modelli sui disordini mentali basati sulla chimica del cervello.
LSD prese strada nei primi anni Sessanta, quando più di mille articoli di ricerche scientifiche sulle droghe avevano prodotto promettenti risultati su circa 40.000 pazienti. Poco tempo dopo, comunque, le ricerche su LSD come fattore terapeutico giunsero al termine per due ragioni. Primo, alcuni ricercatori puntarono il dito sulla poco corretta metodologia degli esperimenti. La maggiorparte non presentavano i controlli, cioè i pazienti reclutati non venivano assegnati casualmente in gruppi che ricevessero il vero trattamento o il placebo. Oggi, la ricerca a doppio cieco, randomizzata e con la somministrazione del placebo, è la regola d’oro dei trial clinici. I pazienti non sanno se sia stato somministrato loro il placebo o il medicinale. Nemmeno i ricercatori dovrebbero saperlo, affinché i risultati non siano distorti dalle loro aspettative (i bias metodologici). Prima, questa procedura sperimentale non era stata universalmente accettata come il metodo standard per verificare l’efficacia dei nuovi trattamenti farmaceutici.
La seconda e più importante ragione fu il clima culturale e politico di quei tempi. Dalla metà degli anni Sessanta, LSD diventa una droga molto diffusa e fu apertamente associata alla sottocultura hippie e a tutti i fenomeni sociali ad essa connessi – le proteste degli studenti e le dimostrazioni contro la guerra, la disobbedienza sociale e anticonformista. I mass media dipinsero con maggiore risalto i danni procurati dall’abuso dell’LSD e, tra le altre cose, parlarono di mutazioni genetiche e malformazioni fetali. La Sandos volontariamente bloccò la produzione della droga nel 1966, e i governi americani, inglese e canadese per la prima volta imposero severe restrizioni nell’uso di essa nelle ricerche, mettendola al bando definitivamente nel 1970. I documenti relativi ai test di Saskatchewan su LSD furono messi sotto chiave e sommersi dalla polvere sino a quando furono riscoperti dalla storica Erica Dyck 5 anni fa.
La metà degli anni Novanta videro la rinascita dell’interesse verso i potenziali benefici terapeutici delle droghe psichedeliche, grazie anche alla figura chiave di Franz Vollenweider che scriveva per il Nature Reviews Neuroscience. Come illustrato nella sua ricerca, i nuovi studi danno conferma dell’efficacia terapeutica delle droghe psichedeliche, almeno quando sono somministrate in combinazione con una terapia comportamentale, e possono alleviare i vari sintomi dei disordini mentali. Nuove tecniche sofisticate come la risonanza magnetica funzionale stanno fornendo nuovi squarci su come agiscono nel cervello, rivelando i meccanismi sottostanti ai loro effetti terapeutici.
Noi oggi sappiamo, ad esempio, che i classici allucinogeni (LSD, la psilocibina e la mescalina) procurano i loro effetti attivando i recettori serotoninergici sottotipo 5-HT2A che sono in funzione nei neuroni piramidali degli strati profondi della corteccia prefrontale. La serotonina è coinvolta in diversi circuiti neuronali implicati nei disturbi dell’umore e affettivi. L’attivazione dei recettori serotoninergici altera i segnali mediati dalla dopamina e il glutammato, con la possibilità di procurare una plasticità sinaptica, modificando la forza delle connessioni di ampio raggio tra le aree dei circuiti neuronali. Gli effetti terapeutici degli psichedelici possono quindi essere ricondotti alla loro capacità di modulare l’attività neuronale all’interno di questi circuiti.
Nuovi studi mostrano che la ketamina, un anestetico dissociativo con proprietà allucinogene che agisce primariamente nei sistemi di trasmissioni del glutammato, può effettivamente alleviare la depressione, persino riducendo la frequenza di pensieri suicidi nei pazienti depressi. Un recente test clinico mostra che l’ MDMA (“l’ Ecstasy“) ha effetti benefici su pazienti che soffrono di disturbo post traumatico da stress. E alcuni degli studi di Vollenwieder mostrano che la psilocibina può lenire l’ansia e il dolore dei malati terminali di cancro. Degno di nota, questo studio recente dimostra che alcuni psichedelici producono effettivi benefici subito dopo una sola dose offrendo indubbi vantaggi sugli altri trattamenti farmaceutici, che possono impiegare molti mesi se non anni. Ma, malgrado questi vantaggi, molto rimane da scoprire su come funzionino le droghe psichedeliche nel cervello e perché abbiano questo valore terapeutico.
La storia degli esperimenti con LSD potrebbe essere utile per coloro i quali prendono decisioni sulle politiche che riguardano le droghe. La criminalizzazoine dell’LDS nel 1970 fu evidentemente una istintiva reazione del governo alle notizie sensazionali riportate dai media sui danni causati dall’abuso delle droghe senza che vi fosse stato un dibattito appropriato in merito. Una situazione simile è stata sollevata nei primi mesi di quest’anno, quando il governo britannico ha vietato il mefedrone. L’analisi delle ragioni che hanno condotto allo stop dei primi test sul LSD in modo così brusco potrebbe fornire valide lezioni su come le droghe controverse possano essere efficacemente integrate nella medicina moderna.
(I would like give thanks Mo Costandi to allow me the translation of his post for the italian reader)
Che cosa è l’elettroencefalogramma (EGG)? Una parola che ci fa venire in mente uno scarabocchio infantile e misterioso. Tentativi di scrittura o il tracciato di un terremoto. Una spezzata che pare un graffito ma anche un’importante fonte di informazione a livello diagnostico e ottimo strumento nelle ricerche neuroscientifiche. Tramite Oscillatory Thoughts ho scoperto una bella [...]
Quale è la natura dei processi fisici dei fenomeni mentali/telepatici? Berger si rivolge al sistema circolatorio. Perchè mai? Bene, non essendo state inventate ancora le tecniche di indagine di neuroimaging (Tac, RMf, Pet) riflette che il cervello riceve più o meno il 20% del flusso sanguigno ad ogni battito cardiaco. Allora il cervello pulsa insieme al cuore. Ne sanno qualcosa i neogenitori che possono leggermente tastare sulla fontanella alla sommità del delicato cranio del neonato.
Ora, Berger chiaramente non potendo lavorare con i neonati si concentra sui soggetti che, sottoposti ad inteventi chirurgici, dovettero avere asportate parti della scatola cranica, misurandone la pressione delle pulsazioni. Quindi nel 1925 misurò la natura elettrica di tali pulsazioni su un ragazzo di 17 anni che aveva ricevuto una operazione chirurgica.
Questo tipo di pazienti avendo tali buchi nel teschio permisero a Berger di registrare dei segnali elettrici più puliti rispetto a soggetti privi di tali traumi. Ma Berger lavorava con tali pazienti per registrare l’attività circolatoria che poteva rivelare la natura fisica dell’energia psichica, per scovare l’attività cerebrale dei fenomeni mentali, mostrando che i pensieri hanno una base fisica (attraverso il cuore…), alfine di ricostruire una cornice teorica che desse una base scientifica alle trasmissioni telepatiche dei fenomeni mentali.
Questo tipo di percorso molti di noi lo troveranno piuttosto sgangherato e sfrontato nei riguardi della ricerca scientifica. Anzi, supponendo che quando si parla di scienza viene in mente il metodo scientifico, la storia dell’invenzione dell’EGG sembra una di quelle casuali combinazioni capitate ad eccentrici personaggi. Un’immagine che si contrappone alla visione patinata delle grandi scoperte scientifiche di leggi universali dalle quali sono sviluppate tecnologie efficienti e precise. Eppure rovistando nella storia delle scienze, non manchereste di scoprire quanto la scienza, interna allo scalpo dei ricercatori, sia così rattoppata e irrispettosamente fuori di testa.
Chi sono
Carmelo Di Mauro, psicologo, psicoterapeuta con formazione cognitiva costruttivista.
Collaboro con Dimagrire con gusto.
Mi potete trovare anche su Psychomer.
"Un neurone può arrivare pure così ;) http://t.co/DF36ua8rZ3""Manipolare la memoria http://t.co/QslPlgLscE""Manipolare la memoria http://t.co/0b1MVHL6uU""Sto scrivendo un articolo curioso su come studenti, ricercatori e neuroscienziati disegnano un neurone (basato su una ricerca). Se volete, …""A. 1899, B. 1973 http://t.co/bxLNwZfmNN"Tags
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