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Breve storia della psicoterapia (prima parte)

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Il celebre divano di Freud, ora al Freud Museum di Londra
(fonte: wikipedia)

Come tutte le brevi storie di una disciplina, questa storia è approssimativa, di parte, incompleta, e piena di storie.

Tutto cominciò (quasi) nel 1900, quando un certo Sigmund Freud pubblicò L’interpretazione dei sogni, un’opera che segnò vigorosamente una svolta nelle indagini sulla psiche umana. Fondatore della psicoanalisi, questo neuro-istologologo austriaco ritenne di essere insieme a Copernico e Darwin il terzo rompiscatole del Creato, posizionando la coscienza dell’uomo ai margini dell’Inconscio.

Prima di Freud però si puòtracciare un arco temporale che va dal 1775 (anno in cui c’è l’ultima esecuzione per stregoneria nel continte europeo, 11 aprile) al 1899, che potremmo definire sbrigativamente un periodo “presocratico” o, meglio, prima psichiatria dinamica (Ellenberger, 1970). Questo corso temporale è influenzato dapprincipio della cultura illuministica, successivamente dall’ambiente culturale romantico. Si tratta di una fase storica molto affascinante, che parte da un approccio di tipo spiritualistico, come le pratiche di esorcismo di Johann Joseph Gassner, per finire in quello “magnetico” di Franz Anton Mesmer. Nell’Ottocento, soprattutto una schiera di ricercatori brillanti, stravaganti, inquietanti, è impegnata ad approfondire e utilizzare come forma di guarigione i fenomeni del sonnanbulismo, del sonno magnetico, dell’ipnosi, della scrittura automatica, della trance mediatica. In questo filone di ricerca spiccano gli studi sull’isteria di Jean-Martin Charcot e sui disturbi dissociativi di Pierre Janet.

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Anton Mesmer (1734-1815)

Ma Sigmund Freud fu il primo a descrivere sistematicamente le basi teoriche e cliniche della pratica psicoterapeutica. Puntò tutto sull’inconscio, sui contenuti latenti, sui sogni, sui lapsus, sul complesso di Edipo, sulle pulsioni (Eros vs. Thanatos) e le rimozioni. Fu una vera e propria rivoluzione culturale che influenzò il primo cinquantennio della psicologia clinica del Novecento. L’analisi, come pratica clinica che scaturiva dalla fondazione di una “metapsicologia”, fu rappresentata felicemente dal divano, elemento d’arredo che perse la sua funzione di comodità domestica tramutandosi nell’interfaccia ineffabile dove rimozione, simboli, potenti energie inconfessabili sarebbero state canalizzate, trasformate, spostate, condensate, drammatizzate, proiettate, interpretate nella relazione transferale tra paziente e analista.

Il modello psicoanalitico è stato un vero e proprio paradigma secondo la definizione di Thomas Kuhn, un modello che racchiude principi di fondo che non possono essere messi in discussione. Condizione che rese subito complicati  i rapporti con gli allievi e i colleghi, tra cui Gustav Jung e Alfred Adler. A sottolineare l’istituzionalizzazione di questo primo modello di psicoterapia basti pensare che le generazioni successive di psicoanalisti sono sempre rimaste all’interno del paradigma freudiano, nonostante gli importanti sviluppi teorico/clinici successivi che a ben guardare accomodarono gli assunti psicoanalitici alle teorie di altri modelli. Per avere un quadro più articolato e sintetico vi rimando alla storia della psicoanalisi su wikipedia.

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I medici-pionieri che costituirono le prime avanguardie del movimento psicoanalitico internazionale al congresso del 1911. Freud e Jung al centro
(fonte: wikipedia)

Ma già nel 1913, in America, John B. Watson aveva pubblicato un articolo intitolato Psychology as the behaviorist views it: era nato insomma il comportamentismo, un potente modello teorico che avrebbe dominato la scena americana almeno fino agli anni Sessanta. Il punto principale del comportamentismo è costituito fondamentalmente da un presupposto metodologico di base: rifiutando l’introspezione, l’oggetto di studio sperimentale è il comportamento manifesto e non la psiche, proprietà quest’ultima che sfugge da ogni indagine empirica rigorosamente sperimentale (fissazione di ogni buon comportamentista). E’ un approccio che trova la migliore sede di sfogo nel laboratorio, in cui vengono studiati i processi di apprendimento, di associazione, di abituazione, di sensibilizzazione. I rappresentanti ideali di questo modello sono i topi, le gabbie e i labirinti (nelle ricerche di Skinner, Hull, Tolman e altri).

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Skinner box

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Viaggio di una lancia attraverso un cranio

Gage ex Iowa 300x300 Viaggio di una lancia attraverso un cranio

Il metodo d’elezione nella ricerca neuropsicologica per comprendere la correlazioni tra cervello e funzioni mentali fino a pochi anni fa si basava su una logica di “sottrazione”, cioè venivano studiati quei casi di danneggiamento o di rimozione chirurgica di parti del cervello (in laboratorio con gli animali, in neuropatologia per il trattamento di malattie neurologiche severe come i tumori o l’epilessia). Lo scopo era piuttosto semplice: osservare cosa accadeva a livello cognitivo e comportamentale senza quel pezzo di struttura cerebrale.

Phineas Gage (1823-1860) è stato un esempio da manuale in neuropsicologia, una vera celebrità negli annali della neurologia, così studiato in tutto il mondo che potete osservare il teschio di questo povero ragazzo insieme ad una lancia al Warren Anatomical Museum della Scuola di Medicina dell’Università di Harvard.

 Viaggio di una lancia attraverso un cranio

Gage era caposquadra di una ditta di costruzione impegnata nella costruzione di una ferrovia vicino Cavendish nel Vermont. Il lavoro prevedeva tra le altre cose l’utilizzo di cariche esplosive per distruggere le rocce che ostacolavano l’avanzata dei binari. Scavata una buca, la carica esplosiva veniva inserita e ricoperta con la sabbia che veniva pestata con un punteruolo, lungo circa un metro, con uno spessore di 3 centimetri e pesante 6 chilogrammi. Il 13 settembre del 1848, Gage ha 25 anni e sta preparando un’altra mini esplosione. E’ un ragazzo con una forte costituzione, intelligente, socievole e ritenuto dai suoi superiori un ottimo e affidabile lavoratore. Sta pigiando con l’asta il terreno che ricopre la dinamite, un compagno lo chiama da dietro e si volta verso destra mentre colpisce una parte del terreno non ancora insabbiata. La punta del punteruolo provoca una scintilla e fa deflagrare la carica esplosiva causando una propulsione all’asta che entra sotto la sua guancia sinistra ed esce dalla parte superiore del cranio sopra la fronte. 

 Viaggio di una lancia attraverso un cranio

Incredibilmente non muore sul colpo né perde conoscenza, anzi è in grado di camminare dopo pochi minuti l’incidente. Trasportato con una carrozza in una pensione a circa un chilometro di distanza, il dottor Harlow, medico della zona, gli applica le prime cure rimuovendo i residui ossei e alcuni frammenti di teschio che erano rimasti attaccati essendo stati spezzati dalla lancia di ferro. L’aiutante del dott. Harlow, racconta che “Gage parlava in modo così razionale ed era così disponibile a rispondere alle domande che preferii chiedere direttamente a lui cosa fosse successo piuttosto che agli uomini testimoni dell’incidente“. L’incredibile caso si guadagnò un trafiletto nel giornale locale.

 Viaggio di una lancia attraverso un cranio

Il dr. Harlow coprì la ferita con garze e nastri adesivi. Consapevole del rischio di infezioni utilizzò sostanze chimiche per pulire in modo efficace e con regolarità le ferite, disponendo il paziente in una posizione semi supina per rendere il drenaggio facile e naturale. Dopo pochi giorni si sviluppò un’infezione dovuta ad un fungo che lasciò Gage in uno stato semi comatoso. La sua famiglia preparò l’occorrente per il funerale, ma anziché morire dopo due settimane si riprese e dal primo gennaio del 1849 Gage fu totalmente guarito ritornando alla normale vita quotidiana. Harlow scrisse una articolo con il titolo “Passaggio di una barra di ferro attraverso la testa“, in cui descrisse dettagliatamente l’incidente, da un punto di vista neurologico, all’editore del Boston Medical and Surgical Journal:

[Il punteruolo di ferro] è entrato nel cranio e ha attraversato il lobo anteriore sinistro del cervello uscendo dalla linea mediale, nella giunzione delle suture coronali e sagittali, lacerando il seno longitudinale, fratturando vistosamente le ossa del cranio parietali e frontali, disintegrando grosse porzioni del cervello e facendo fuoriuscire dall’orbita il globo dell’occhio sinistro per più della metà del suo diametro [perdendo la vista da quest’occhio]. 

E aggiunse che non erano rimasti frammenti ossei all’interno dal momento che:

… per accettarmi che non fossero rimasti corpi estranei all’interno del buco, ho infilato il dito indice lungo tutto il foro nella sua lunghezza senza incontrare alcuna resistenza nella direzione della guancia, operazione ripetuta con l’altro dito dalla parte di quest’ultima…

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La scena che si presentava, per chi non fosse abituato alla chirurgia militare, era davvero terrificante…

Le condizioni fisiche di Gage erano incredibilmente buone rispetto al gravissimo trauma. Poteva parlare, camminare, non presentava alcuna paralisi agli arti né alla lingua, la sua memoria funzionava perfettamente ed era in grado di apprendere nuove informazioni. Insomma, le sue capacità intellettive erano rimaste intatte. Ebbe attacchi di febbre e un ascesso, ma la robusta costituzione e l’età giovane lo aiutarono a sopravvivere.

Gage fu visitato da altri dottori che confermarono la condizione eccezionale del caso, riferendo che il paziente “aveva recuperato le sue facoltà mentali e fisiche“. Harlow scrisse che Gage era “nel pieno possesso della ragione” dopo l’incidente, anche se subito dopo i familiari e gli amici si accorsero che qualcosa era cambiato. Nel 1868 Harlow riferì dei “cambiamenti mentali“, dovuti al trauma nel cervello di Gage, in un documento inviato al Bollettino della Società Medica del Massachusetts:

I suoi datori di lavoro, che lo consideravano il caposquadra più efficiente e competente della loro ditta prima dell’incidente, considerando i cambiamenti così marcati nel comportamento, non poterono più riprenderlo nella loro attività. Egli è incostante, irriverente, insolente, spesso esclama grossolane bestemmie (che precedentemente non erano nelle sue abitudini), manifestando poco rispetto verso i colleghi, insofferente alle restrizioni delle regole quando si oppongono ai suoi desideri, talvolta è perniciosamente ostinato, capriccioso e vacillante, concepisce molti progetti per il futuro che, non potendo realizzarli nell’immediato, li abbandona per  altri apparentemente più realizzabili. La sua mente è radicalmente cambiata così chiaramente che i suoi amici e conoscenti affermano che Gage “non è più lui”.

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Il trauma alla corteccia frontale di Gage corrispose quindi alla completa perdita di inibizioni sociali che spesso lo condusse a comportamenti non appropriati. L’esatta natura delle zone danneggiate non è mai stata chiarita del tutto dal momento che abbiamo soltanto il teschio di Phineas Gage ed è argomento di un ampio dibattito tra i ricercatori. Il danno infatti può essere ricostruito soltanto dai buchi del cranio causati dal passaggio del punteruolo di ferro.  

Il tragico incidente ha coinvolto tre parti del cranio di Phineas Gage: una piccola ferita sotto l’arco zigomatico sinistro (l’osso della guancia) dove è entrato il punteruolo, nell’osso orbitale alla base del cranio sotto l’orbita dell’occhio (una parte del lobo frontale di cui in seguito spiegherò l’importanza), una larga ferita sopra la testa sotto la quale ha sede la corteccia prefrontale (la zona del cervello correlata con attività cognitivi superiori) da dove è uscita la sbarra di ferro. Quest’ultima ferita risulta più ampia rispetto allo spessore del punteruolo da render complicato la possibilità di determinare con precisione la traiettoria e il punto esatto di uscita dell’asta dal cranio di Gage. 

Nel descrivere la nuova personalità di Gage, il dott. Harlow (che mantenne un legame epistolare con la famiglia del paziente) disse che “era stato distrutto l’equilibrio fra la sua facoltà intellettiva e le sue disposizioni animaliIl problema non è dovuto a deficit di tipo fisico o mentale, ma al suo nuovo carattere“. Dopo il licenziamento, Phineas intraprese diversi lavori: prima in un allevamento per cavalli, poi persino come attrazione da circo al Museo di Barnaum, a New York, mostrando le cicatrici e il punteruolo che portava gelosamente con sé. Ma fu sempre licenziato per mancanza di disciplina.

Infine, 4 anni dopo l’incidente, si trasferì nell’America del Sud lavorando in diverse fattorie per l’allevamento dei cavalli. Quando nel 1860 le sue condizioni di salute cominciarono a peggiorare, a causa di frequenti attacchi epilettici, tornò a San Francisco dove sua madre e sua sorella si erano trasferite. Non riuscì mai a lavorare regolarmente, non fu mai una persona totalmente indipendente ed autonoma, né riuscì a crearsi una vita più stabile. Dopo una violenta e prolungata crisi epilettica da cui non riprese coscienza, seguirono altre crisi più brevi e il 21 maggio nel 1860 morì all’età di 38 anni. Fu seppellito insieme alla sbarra di ferro dalla quale non si  separò più dopo l’incidente per il resto della sua vita. Il dott. Harlow, che tanto si era interessato a lui, seppe della sua morte soltanto 5 anni più tardi. Grazie alla collaborazione della famiglia riuscì comunque ad ottenere la riesumazione dello scheletro nel 1867, recuperando cranio e punteruolo, attualmente conservati al museo dell’università di Harvard.

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In un prossimo articolo spiegherò l’importanza di questo affascinante e tragico caso neurologico per le scienze cognitive, a partire dalle ipotesi frenologiche dell’epoca per giungere alla teoria del marcatore somatico del neuroscienziato Damasio, un processo neurobiologico che coinvolge principalmente le aree prefrontali (coinvolte nell’incidente di Gage) con il quale lo scienziato spiega come avvengano i processi decisionali dell’individuo. 


Riferimenti bibliografici:

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Ed. Adelphi, 1995

Boston Post newspaper report and Webster Wyman photo of skull and tamping iron reproduced with permission from An Odd Kind of Fame: Stories of Phineas Gage, by Malcolm Macmillan. MIT Press, 2000.

Massimo Piattelli Palmarini, Le scienze cognitive classiche: un panorama. Ed. Einaudi, 2008

Neurophilosophy, The incredible case of Phineas Gage. 2007

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L’Odore della Schizofrenia

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rb2 large gray LOdore della SchizofreniaNel 1960 fu pubblicata una ricerca in cui si affermava che chi soffriva di schizofrenia emanasse un odore particolare. Nella loro ricerca, gli autori raccolsero l’odore di 14 pazienti schizofrenici e di altri 14 pazienti con malattie organiche del sistema nervoso. Sia dei ratti addestrati, in grado di distinguere gli odori, sia una giuria di persone “annusatrici”, confermarono le differenze degli odori tra i due gruppi di pazienti. L’esperimento diede vita ad una serie di ricerche in cui vennero elaborati particolari strumenti per misurare le sostanze organiche volatili (volatile organic compounds, VOCs) dei pazienti schizofrenici nei reparti psichiatrici ospedalieri.

Nell 1962 alcuni ricercatori puntarono il dito su un batterioPseudomonas aeruginosa, che secondo le loro ricerche caratterizzava l’odore del disturbo psicotico. In realtà, successive verifiche inficiarono la loro ipotesi. Per di più questo batterio è stato trovato pure sulle attrezzature mediche (ad esempio nei cateteri) che possono essere causa di infezioni trasversali. A quel punto sorse un dubbio: non è che l’odore della schizofrenia fosse dovuto alla strumentazione medica o paramedica presente nei dipartimenti di salute mentale?

La svolta arriva nel 1969 quando Kathleen Smith, Geoffrey F. Thompson e Harry D. Koster in un articolo pubblicato su Science, annunciano che è stato trovato il composto chimico che distingue l’odore degli “schizzati”. Si tratta dell’acido trans-3-metil-2-exenoico (TMHA) identificato con la cromatografia delle sostanze volatili organiche secrete (VOCs). Fu una scoperta clamorosa per la psichiatria, avendo trovato un criterio diagnostico empirico attendibile. Ma quattro anni dopo e dopo una serie di verifiche sperimentali, lo stesso team di ricercatori pubblicò un articolo in cui ribaltava completamente i risultati del loro lavoro precedente, concludendo che non vi fosse nessuna relazione tra TMHA e schizofrenia. Poi il buio completo per decenni.

Di recente nel 1990, M. Phillips, M. Sabas e J. Greenberg hanno pubblicato un articolo in cui affermano che in un gruppo di 88 soggetti, 25 con schizofrenia acuta, 26 affetti da altri disturbi psicotici e 37 volontari, hanno riscontrato nei soggetti schizofrenici alte concentrazioni di pentano (una perossidazione lipidica) e di un solfuro di carbonio (carbon disulfide, CS2) rispetto ai gruppi di controllo. Però è difficile stabilire se il CS2 sia di origine endogena o ambientale, mentre per quanto riguarda l’ossidazione dovuta al pentano sembra che sia un processo chimico comune nel metabolismo cellulare inerente al sistema immunitario e ai processi di invecchiamento.

In uno studio del 2005, altri ricercatori hanno effettuato un ennesimo esperimento sempre alla ricerca della neurotossina che contraddistingua la schizofrenia. Hanno utilizzato la cromatografia e la spettrometria di massa  per “crakkare” olfattivamente una volta per tutte questa terribile malattia mentale. Ma pur avendone trovata una traccia significativa, ammettono che “l’odore esiste ma è così complesso da non essere riducibile ad un singolo composto, piuttosto ad una variazione globale dell’odore del corpo“. Nessuna replica o altre ricerche sono seguite.

Insomma la tossina endogena collegata alla schizofrenia, sinistra regina dei disturbi mentali, non è stata trovata. Scoprire  un marker biochimico è stata una delle principali ossessioni dei ricercatori nella storia della psichiatria. Una storia bizzarra che fa pensare alle origini psichedeliche dello studio psichiatrico dell’alcolismo, quando:

“Lo psichiatra inglese Humphry Osmond (1917-2004), uno specializzando nel St. George’s Hospital a sud di Londra, iniziò indagando le proprietà chimiche della mescalina, l’ingrediente psicoattivo del cactus peyote verso la fine degli anni Quaranta. Dopo una serie di esperimenti con questa droga per due anni, Osmond e i suoi colleghi conclusero che “essa produce nelle persone normali sintomi analoghi a quelli che si riscontrano nella schizofrenia”. Studi successivi li portarono a credere che la struttura chimica della mescalina era molto simile all’adrenalina. Questa scoperta suggerì loro che la schizofrenia sia scatenata da una sovraproduzione di adrenalina. Questa fu la prima teoria biochimica della malattia mentale”

L’idea di analizzare gli odori non è poi così strana. Ascoltare il corpo o annusare gli odori è buona prassi diagnostica per il medico. L’odore del respiro, della pelle, del sudore, dell’urina, del sangue, può essere fonte di informazione importante di patologie organiche che riguardano processi infiammatori, malattie come il colera, la tubercolosi, il vaiolo, la difterite o degli stadi avanzati di cancro. Dopotutto gli odori corporei risultano dalla combinazione di centinaia di secrezioni che hanno origine  nei processi metabolici dentro il corpo. Il nodo problematico, a mio parere, in questo tipo di ricerche consiste nel fatto che la correlazione tra due categorie di fenomeni (odori e neurotossine) sia ossessivamente ricondotto ad una logica causale e riduzionistica. Riscontrare un odore specifico in una malattia mentale non equivale alla effettiva presenza di una criminale neurotossina. Le ricerche esposte dimostrano che l’odore di una persona non può spiegare un disturbo mentale. Piuttosto può darci informazioni sulle condizioni igieniche di chi adopera il naso anziché il cervello per comprendere il disturbo mentale.

 

SMITH K, & SINES JO (1960). Demonstration of a peculiar odor in the sweat of schizophrenic patients. Archives of general psychiatry, 2, 184-8 PMID: 13832051

POSNER HS, CULPAN R, & STEWART A (1962). Cause of the odor of a schizophrenic patient. Archives of general psychiatry, 7, 108-13 PMID: 14488180

Smith, K., Thompson, G., & Koster, H. (1969). Sweat in Schizophrenic Patients: Identification of the Odorous Substance Science, 166 (3903), 398-399 DOI: 10.1126/science.166.3903.398

Gordon SG, Smith K, Rabinowitz JL, & Vagelos PR (1973). Studies of trans-3-methyl-2-hexenoic acid in normal and schizophrenic humans. Journal of lipid research, 14 (4), 495-503 PMID: 4715330

Phillips, M., Sabas, M., & Greenberg, J. (1993). Increased pentane and carbon disulfide in the breath of patients with schizophrenia. Journal of Clinical Pathology, 46 (9), 861-864 DOI: 10.1136/jcp.46.9.861

Di Natale C, Paolesse R, D’Arcangelo G, Comandini P, Pennazza G, Martinelli E, Rullo S, Roscioni MC, Roscioni C, Finazzi-Agrò A, & D’Amico A (2005). Identification of schizophrenic patients by examination of body odor using gas chromatography-mass spectrometry and a cross-selective gas sensor array. Medical science monitor : international medical journal of experimental and clinical research, 11 (8) PMID: 16049378

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Freud e la Gioventù Bruciata

Freud logo Freud e la Gioventù Bruciata

Non ho mai capito perché quando parliamo di Inconscio le sofferenze sono inguaribili e permanenti per l’intera esistenza. Che siano inconsce perché le conoscono tutti fuorché l’interessato? Una domanda che mi girava per la testa mentre leggevo qualche giorno fa un gustoso articolo di Silvia Vegetti Finzi sul ruolo che ha avuto la lettura di Freud nella propria vita. Come potete immaginare Freud per chi si iscrive nella facoltà di psicologia rappresenta il nume tutelare nella prospettiva di diventare (al più tardi) l’attraente analista abile decodificatore degli “enigmi della mente”.

Ora dal momento che ci sono passato pure io dall’innamoramento per i libri freudiani, dopo esserne uscito non troppo ammaccato da quelle letture impegnative, trovo particolarmente stimolante rilevare le differenze tra quel tipo di psicologia, legata ad un sapere ottocentesco, e la mia formazione influenzata dalla conoscenza del Novecento. Non che la psicoanalisi sia rimasta tale e quale dei tempi di Freud. Essa ha subito profondi cambiamenti sia teorici che di metodo che probabilmente lo stesso Freud non avrebbe ammesso. Ma come succede per alcune ideologie dure a morire, riescono a tenerle in vita coloro i quali non sono rimasti nella famiglia dell’ortodossia, ma volgendo l’attenzione sui lampanti contributi di altre discipline hanno apportato novità e scoperte scientifiche di rilievo, ricavandone spesso accuse di eresia.

Nondimeno Freud per sua iniziativa come pure grazie ai suoi epigoni ha fornito una immagine onnipotente della psicoanalisi come strumento che può introdurci nel mondo misterioso che si cela nella “quotidianità”, dove si aggira furtivamente l’Inconscio e su cui fonda una Psicopatologia:

Centrale in quel testo è il tema della memoria o meglio della dimenticanza, casuale per la coscienza, intenzionale per l’inconscio che, per sfuggire alla censura, si esprime indirettamente negli errori, negli scarti, nelle carenze dei nostri comportamenti”

Personalmente mi ha sempre divertito l’immagine dell’Inconscio come un prigioniero che tenta la fuga dal carcere in modo geniale (i sogni) e poi fa i pasticci in un lapsus mentre ad esempio stiamo “chiedendo un libro ad una amica”. Ma poi: perché i nostri comportamenti sono “scarti”, “errori”, “carenze”? Rispetto a cosa? Alla perfezione dei piani diabolici dell’Inconscio? Se l’inconscio è perfetto perché vuole muoversi dal suo posto?

“«Ogni atto mancato – dirà Lacan -, è un discorso riuscito». Anche la dimenticanza dei nomi propri acquista, al vaglio dell’analisi, un preciso significato. Poiché tutto viene conservato nella memoria, l’oblio non è evaporazione del ricordo ma rimozione delle sue rappresentazioni e blocco delle relative emozioni.”

Il tema delle emozioni da Freud in poi è stato un vero e proprio purgatorio. Potete immaginarle come “bloccate” in sala di attesa che disturbano, fanno schiamazzi, sono veramente infantili. Regressioni, ecco. Ma anche accumuli di energie che vanno prima o poi scaricati, sennò bloccati come sono, rischiano di far saltare i nervi… Insomma come spremere il tubetto del dentifricio col tappo chiuso sino a farlo scoppiare.

Seguendo l’autoanalisi, che Freud inizialmente applica a se stesso, interpretavo le mie esperienze fungendo al tempo stesso da paziente e analista. Uno scandaglio che inevitabilmente si interrompe di fronte alla strenua difesa dell’Io ideale.

Due punti salienti, comincio dal secondo: l’Io è sempre all’angolo, cerca di difendersi ma fino ad un certo punto perché con quel criminale dell’Inconscio è una lotta impari. L’Io la cui natura sostanziale è rappresentata dalla coscienza nell’immaginario freudiano è sempre stato un po’ trascurato o sottodimensionato rispetto all’illustre immagine del sottosuolo dell’Inconscio. Vedete, tutta la psicoanalisi è impregnata di una geometria espressionistica avvincente. L’altro punto che mi interessa è l’autoanalisi: non posso farci nulla, ma quando mi imbatto sul prefisso “auto” penso subito al paradosso, c’è qualcosa di intrinsecamente paradossale in un uomo che cerca di autoanalizzarsi: sia l’identità dell’osservatore, che coincide con l’osservato, che quella dell’osservato, coincidente con l’osservatore, non rimangono fermi. Immagino Freud che si autoanalizza mentre balla da solo davanti allo specchio.

Tuttavia la consapevolezza di costituire un enigma per se stessi, di non essere, come dice Freud, «padroni in casa propria» ci rende più accorti nei giudizi, più attenti alle ragioni degli altri, più capaci di cogliere i cambiamenti sociali. Se analizziamo il titolo Psicopatologia della vita quotidiana emerge l’insolito accostamento tra quotidianità, cioè normalità, familiarità, e patologia.

Quel “padroni in casa nostra” possiede retoricamente una efficacia letteraria incontestabile. Soltanto non aggiunge molti lumi sull’enigma di se stessi oltre al recupero del “nosce te ipsum” di delfina memoria, a parte un tocco di panico alla presunta depersonalizzazione in atto. Accidenti, dall’Inconscio impersonale alla depersonalizzazione della consapevolezza quando cerca di capire se stessa!

Un ossimoro che svela una scomoda verità: nessuno può dirsi completamente sano. I motivi si trovano ne Il disagio della civiltà, del 1930. La società stessa, sostiene Freud, ponendo limiti alla libera espressione delle pulsioni erotiche e aggressive, ci rende inevitabilmente nevrotici.

Eccoci giunti ad un altro tema scottante: “nessuno può dirsi completamente sano”, siamo tutti nevrotici. Già, ma rispetto a cosa? Deve esserci allora una realtà indipendente dove ci sono la “normalità” e la “sanità”, per lo meno linee regolative cui rifarci per sostenere una simile antinomia tra il mondo dei sintomi e quello della realtà priva di sintomi e di blocchi emozionali, pura e ideale quanto quella auspicata da Platone per gli uomini delle caverne…

Infine, nella riflessione su quello che è stato un percorso di formazione personale, trovo la conferma che i libri, i buoni libri, non soltanto aiutano a crescere ma forniscono una mappa per tracciare la rotta della nostra vita.

Nulla da eccepire, ciascuno di noi è libero di attribuire le più svariate funzioni taumaturgiche di letture e libri impareggiabili. Certo che Freud per me rimane un autore letterario affascinante (e un giorno o l’altro mi rimetto a studiarlo per criticarlo con più divertita benevolenza), una enorme fonte di spunti di riflessioni sui limiti della psicologia, un monito costante che illustra i limiti della speculazione senza verifiche sul campo (ma quanti pazienti ha avuto nella sua vita Freud?).

Io, d’altra parte commetto i miei lapsus scanzonati quando pensando ai libri di Freud, invece di immaginarmi lo sguardo romantico di Sigmund Freud indagatore dell’Inconscio del suo interlocutore, ricordo l’indimenticabile collana dei saggi della Newton Compton, che a 3900 lire un bel giorno irruppe nella mia piccola città portuale del sud, nell’unica cartolibreria che riservava qualche libro in più per chi si interessasse di libri extrascolastici.

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Il Bernoccolo della Scienza

Di recente ho letto un post interessante che pone un interrogativo legittimo sulle relazioni tra funzioni cognitive, cervello ed ereditarietà. Da qualche tempo poi seguo con un po’ di disagio MyGenomix, un blog che tratta di genetica e dei possibili intrecci con il versante del benessere e della prevenzione da malattie. Queste letture hanno finito per incontrarsi nel mio cervello e faticosamente vi dirò il motivo del loro strano incontro. Il post di D. Garofoli è davvero intrigante perché l’interrogativo finale riguarda il modo in cui dobbiamo concepire la costituzione del nostro cervello e come la mente si interfaccia con esso.

Abbiamo unità cerebrali circoscritte, scomponibili, sede di precise attività cognitive, ereditabili a scatola chiusa di generazione in generazione? Alcune ricerche, ad esempio, indicano che la memoria di lavoro (un particolare processo di memoria) fonda vari processi cognitivi superiori e sia ereditata come struttura neuronale definita. Se queste ricerche saranno confermate, si tratta di una scoperta eccezionale perché dimostrerebbe che un modulo cognitivo come la memoria di lavoro (più o meno all’altezza della fronte) è posizionata in un preciso luogo del cervello ed essendo selezionata dall’evoluzione è geneticamente trasmessa.

Il discorso genetico mi ha fatto pensare però al rischio di fornire un contributo causale e storicamente riduzionistico alla neofrenologia espressa dalle immagini prodotte delle tecniche di neuroimaging. In realtà la genetica non mi impensierisce solo per questo motivo. Piuttosto per l’inevitabile collusione con il mercato facendosi portavoce delle dinamiche prescrittive della cosiddetta “medicina della salute o del benessere”, raccogliendo una quantità enorme di dati che non sappiamo decifrare ancora in modo chiaro e prevedibile. Ad esempio accade che si possano prospettare diagnosi statistiche già prima della nascita grazie ai test genetici, indicando quindi con una percentuale di probabilità il rischio di disturbi fisiologici, neuropsicologici o psichiatrici da “prevenire” con farmaci o terapie preconfezionate da soggetti pronti ad approfittare dalla natura statistica e ancora poco definita di queste indagini.

401px Franz Joseph Gall 200x300 Il Bernoccolo della Scienza

Ora dal momento che il discorso può apparire quasi antiscientifico, che è poi la classica accusa rivolta contro coloro che hanno dei dubbi sui “progressi prescrittivi” della ricerca scientifica, voglio tornare sull’argomento del post di Garofoli. Possiamo mai pensare che abbia ragione la psicologia evoluzionistica e supporre che possano essere ereditate funzioni cognitive, geneticamente fondate, tra generazioni di individui come se ci si scambiasse un “arredamento neuronale”? Quale sarebbe allora la mappa biologica dell’attività mentale? Ok, queste domande sono affascinanti, soprattutto perché sono pensate a mio parere come al tempo della frenologia.

Questo filone di ricerche ha una lunga storia. Trovare la sede di funzioni cognitive elementari è stata un’ambizione già presente lungo tutto l’Ottocento, avviata dal lavoro di Franz Joseph Gall, medico tedesco e fondatore della frenologia. Questo approccio fonda il paradigma del localizzazionismo basato su tecniche di indagine quali l’ablazione di piccole strutture cerebrali, stimolazioni elettriche e la registrazione dell’attività elettrica della superficie nervosa, per risalire alla funzione cognitiva regionale. Lo scopo frenologico dal canto suo consisteva nel rintracciare la sede di tutta la costellazione psicologica della mente umana, dalle funzioni di base a quelle più complesse come il carattere e la personalità.

Nelle due immagini qui sotto, potete osservare la copia plastica direttamente ricavata dalla testa di Pierre Francois Lacenaire (1800-36), all’epoca un famoso killer francese, e di un criminale sconosciuto, Nobert. Esse appartenevano alla collezione di uno psichiatra, il dott. Gachet (1828-1909). Durante l’Ottocento la riproduzione plastica delle teste ghigliottinate era oggetto di particolare interesse per gli studi frenologici. I frenologi ritenevano che la forma, la dimensione delle aree del cervello e le sovrastanti formazioni ossee del cranio potessero fornire sufficienti indizi sulla personalità dell’individuo. In queste riproduzioni si possono ancora scorgere le aree della “introversione” e della “distruttività” cerchiate con le matite, “bernoccoli” prominenti di assassini e criminali. Non vorrei andare troppo oltre se accenno a cosa potevano portare tali studi sulle differenze etniche, psichiatriche, etiche. Più tardi l’italiano Cesare Lombroso in una serie di scritti di fisiognomica proporrà di mettere in relazione elementi morfologici del cranio e personalità deviante.

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Localizzare zone specifiche prima attraverso lo studio della superficie del cranio, come nel caso dei frenologi che studiavano e interrogavano i “bernoccoli” della testa, poi seriamente nei lavori di indagine sulla citoarchitettura della struttura nervosa attraverso l’analisi istologica, fa parte del processo storico che ha condotto all’individuazione di fondamentali strutture neuropsicologiche come l’area di Broca o l’area di Wernicke, entrambe coinvolte nella produzione e comprensione del linguaggio. Questa metodologia ha generato studi spettacolari di estrazione neuroanatomiche di centinaia di cervelli, dai più comuni individui ai grandi personaggi della storia. A Mosca esiste la più grande e importante collezione di cervelli al mondo nell’Istituto del Cervello che annovera tra gli altri le materie grige di Lenin, Majiakovskij, Pavlov. Ma il cervello più importante a mio parere è quello di Einstein, diviso in 240 parti per essere studiato dappertutto e su cui Roland Barthes nei sui Miti d’Oggi ha scritto un magnifico pezzo di semiologia.

Di recente, per tornare ai tempi nostri, una bellissima ricerca di neuroimaging, cioè che fa uso di tecniche di visualizzazione dell’attività dei circuiti del cervello, mostrano che questo tipo di indagini anticiparono sperimentalmente i tempi, nonostante le impareggiabili ipotesi dei frenologi che pensavano di comprendere le caratteristiche mentali di una persona indagando esteticamente i lineamenti del cranio. Potete vedere nelle due immagini sottostanti una bella prova di cosa succede nelle cellule di una zona del cervello (esattamente l’area visiva primaria, che si trova all’incirca sotto la nuca) quando una scimmia osserva una configurazione particolare (nella figura a sinistra) e solo alcune specifiche cellule nervose (nella figura a destra) si attivano, in corrispondenza topografica, quando lo stimolo del disegno osservato colpisce la retina.

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Allora? Questa lunga riflessione non mi porta molto lontano, apparentemente slittata su più scenari storici e tecnologici. Rimane sospesa, ironia antigravitazionale nel mio cervello. I cervelli rimangono come sempre al loro posto, pronti ad essere usati o estratti da cinici ricercatori. La psicologia non fornisce mai decisive spiegazioni, alle volte si dimentica di essere abitante del cervello. Bisogna saperlo usare il cervello con la giusta disincantata curiosità che sembra essere colta con inguaribile delicatezza da Van Gogh nel ritratto del suo amico dott. Gachet, collezionista di teste promettenti per la Scienza.

 

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