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escherstair I paradossi in psicologia

Il paradosso è un concetto speciale in psicologia e ha ricevuto molta attenzione soprattutto dagli psicologi che hanno studiato a fondo la comunicazione umana all’interno delle relazioni sociali. Il paradosso in greco indica una “contro opinione”, ovvero la conclusione contraddittoria di un ragionamento corretto basato su premesse sensate. In altre parole, partendo da affermazioni che hanno un senso, una volta messe a confronto ne scaturisce una conclusione contraddittoria. Da un punto di vista psicologico, l’aspetto rilevante riguarda i processi mentali attivi nella mente per trovare una risoluzione che non può esserci e che sono accompagnati da una particolare reazione emotiva.

Possiamo raggruppare i paradossi in tre grandi famiglie:

  1. i paradossi logico-matematici (le antinomie);
  2. le definizioni paradossali dovute a certe incoerenze nascoste a livello del pensiero e del linguaggio;
  3. i paradossi pragmatici (le ingiunzioni paradossali).

Un esempio di antinomia è rappresentato dal paradosso “la classe di tutte le classi che non sono membri di se stesse”, tradotto in un esempio: c’è un insieme cui appartengono tutti i libri, oggetti che hanno una proprietà in comune per essere raggruppati, quindi esiste un altro insieme cui appartengono tutti quegli oggetti che hanno in comune la proprietà di non essere libri. Ebbene, se un’asserzione affermasse che un oggetto appartiene ad entrambi i due gruppi sarebbe contraddittoria perché non può esserci un libro che sia un libro e un non libro nello stesso tempo.

Le definizioni paradossali appartengono al regno della semantica, cioè quelle contraddizioni dovute alle stranezze del linguaggio piuttosto che alla logica. Un celebre esempio è costituito dall’asserzione: “Io sto mentendo”. Se provaste a seguirne lo sviluppo interpretativo arrivereste alla conclusione che io sto mentendo quando non sto mentendo, cioè l’affermazione è vera quando non lo è (e viceversa). Un modo per chiarire la confusione consiste nello “smontare” la frase in due livelli: in uno c’è il linguaggio oggetto, “io sto mentendo”, cioè dico una cosa non vera, in un secondo metalivello diciamo qualcosa su questa asserzione, cioè che è vero che sto dicendo una falsità. Proseguendo il ragionamento possiamo trasformare il precedente metalivello in un nuovo livello-oggetto e capovolgere i significati di verità e falsità, in una catena regredente teoricamente infinita…

I paradossi pragmatici sono quelli che manifestano la loro insostenibile realtà nelle relazioni umane e che possono sfociare in condotte psicotiche. Una categoria tipica di paradossi pragmatici è rappresentata dalle ingiunzioni paradossali, ricorrenti generalmente in una forte relazione complementare (madre -figlio, terapeuta-paziente, ufficiale-subordinato). Lo schema tipico prevede un’ingiunzione che deve essere eseguita, ma deve essere disobbedita per essere obbedita. In questa dimensione paradossale rientrano tutte quelle richieste di comportamenti specifici che per loro natura non possono essere richiesti, cioè quelli spontaneii, ad esempio: sii spontaneo, dovresti fare come desideri, non essere così ubbidiente, puoi fare quello che vuoi, dovresti aiutarmi [per un approfondimento del paradosso in terapia puoi dare un'occhiata qui]. In un’ottica più politica ed ideologica, i sistemi totalitari fanno un uso sistematico dei paradossi pragmatici e Orwell (1984) e Koestler (Buio a mezzogiorno), a mio parere, sono i due scrittori più significativi che hanno saputo rendere sapientemente questa tortura psicologica.

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Nel 1956, Bateson e collaboratori pubblicarono un articolo in cui proponevano un’ipotesi di lavoro sull’insorgenza della schizofrenia (Per una teoria della schizofrenia) basata su un paradosso pragmatico. Il loro presupposto consisteva nel fatto che il comportamento del paziente psicotico, per quanto bizzarro e contraddittorio, ha un senso all’interno di un preciso contesto relazionale in cui le sequenze interattive di comunicazione in definitiva lo generano. A questo proposito coniarono il termine doppio legame (double bind) col quale viene designata una relazione tra due o più persone coinvolte in modo intenso da un punto di vista della sopravvivenza fisica e/o psicologica. Nel doppio legame si presenta una tipica modalità comunicativa: viene comunicato un messaggio in un modo tale che si dà ad intendere un altro messaggio che lo contraddice.

Sono due messaggi, in genere uno di contenuto (ad esempio, sei stato bravo) e uno di relazione (espressione facciale o tono della voce che sembrano dire: potevi fare molto di più…) che si escludono a vicenda [puoi trovare un approfondimento qui]. Chi riceve un messaggio di questo genere si trova in difficoltà a trovare una via di fuga, nonostante il fatto che sia evidente la contraddizione logica. Ma non si tratta di un problema logico-matematico o filosofico, bensì di una realtà pragmatica. Il ricevente non può non reagire, ma come si può reagire ad un paradosso se non in modo paradossale [con la malattia]?

Questa condizione diventa più evidente nei suoi effetti problematici in psicologia clinica quando viene proibito, in modo più o meno esplicito, di mostrare consapevolezza della contraddizione percepita nell’ingiunzione. Ad esempio, quando il genitore insiste a dire che non è deluso (nonostante il tono disprezzante o desolato) del comportamento del figlio, il quale infine non sa a cosa affidarsi se alla versione del genitore (garantendosi la vicinanza discutibile) o a quella fornita dalla propria percezione (contraddittoria alla versione genitoriale). Ronald Laing denomina questo meccanismo con il termine “mistificazione”.

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L’ipotesi di Bateson sulla schizofrenia ha suscitato un importante dibattito e ormai appartiene ai manuali di storia della psicologia. Nonostante le revisioni e il ridimensionamento del valore eziopatogentico, ha avuto l’indubitabile valore di mettere in luce la dimensione relazionale del disagio psico-emotivo. Il paradosso nella sua qualità pragmatica, che più interessa, manifesta le sue criptiche e sofisticate conseguenze in funzione dell’altro. Al contrario di una visione intrapsichica, individualistica e lineare del comportamento umano cui spesso ricorre la logica medico-organicistica del tipo “infezione–>infiammazione–>malattia”.

In sostanza, quando si vuole etichettare un paziente come malato, anziché attribuirgli un’etichetta (malato) indipendentemente dal mondo sociale in cui vive, si rivela più appropriato spiegare il suo comportamento in funzione di un contesto familiare ben preciso. Non è facile uscire da una logica lineare che applica una qualità intrinseca e univoca alla persona, che induce a sottovalutare l’interconnessione sociale della mente umana. In modo più rigoroso e brillante questo errore di prospettiva lo hanno descritto circa cento anni fa Russell e Whitehead nei Principia Mathematica:

“La logica tradizionale sbagliò completamente, perché credeva che esistesse una sola forma di proposizione semplice e precisamente una forma che attribuisce un predicato ad un soggetto. E’ questa la forma adatta per assegnare le qualità ad una data cosa. Possiamo dire: questa cosa è rotonda, rossa e così via. Se diciamo però: questa cosa è più grande di quella, non assegniamo soltanto una qualità a questa ma una relazione tra questa e quella. Perciò proposizioni che stabiliscono una certa relazione tra fra due cose hanno forma differente dalle proposizioni di tipo soggetto-predicato. Il non essere riusciti a capire questa differenza, o il non averne tenuto conto, ha dato origine a molti errori nella metafisica tradizionale. Il fatto di credere, come convinzione inconscia, che tutte le proposizioni sono della forma soggetto-predicato, in altre parole, che ogni fatto consiste di qualcosa che ha qualche proprietà, ha fatto sì che gran parte dei filosofi non fosse capace di dare una spiegazione del mondo della scienza e della vita quotidiana”.

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All’approccio sistemico precedentemente esposto, non meno importante è quello temporale, cioè il ruolo del paradosso della memoria e le conseguenze psicopatologiche. Le ricerche mostrano che la natura della memoria è ben diversa dall’idea comune che la ritrae come un hard disk [puoi farti un'idea leggendo questo articolo]. In un articolo del 1972, lo psicologo e ricercatore Endel Tulving  introdusse un’importante distinzione tra la memoria semantica che ha lo scopo di archiviare i fatti in base a criteri astratti e generali (ad esempio, quale è la capitale d’Italia, chi è il presidente degli Stati Uniti, qual è la somma dei quadrati costruiti sui cateti di un triangolo) e la memoria episodica che si riferisce a specifici momenti del passato personale, come quando hai dato il primo bacio o cosa hai mangiato ieri sera a cena.

Può succedere che certe esperienze traumatiche possano generare una contraddizione tra quanto è dichiarato e interpretato in forma narrativa nella memoria semantica e le tracce degli eventi nella memoria episodica. Ad esempio, in caso di un abuso sessuale o di maltrattamenti ripetuti, soprattutto in relazioni particolarmente significative e prolungate nel tempo (come genitore-figlio), la vittima si trova a dover gestire una copresenza di memorie dal significato emotivo paradossale ed irrisolvibile. Questa situazione può essere provocata dalla sistematica manipolazione del carnefice che deforma la percezione e il senso della realtà del bambino. Ad ogni modo, il carnefice può oscurare il ricordo episodico inflitto rinarrando il fatto in modo tale che il piccolo vi attribuisca dei significati accettabili.

Col tempo le tracce episodiche rimangono fuori dalla coscienza (cioè rimangono implicite), mentre la memoria semantica fornisce una versione del rapporto e degli eventi in generale positivi. Tuttavia, possono esserci degli episodi che riattivano le emozioni dei drammatici episodi subiti in passato, generando stati dissociati della coscienza in cui c’è una multipla e contraddittoria rappresentazione della relazione in atto.

Si assiste ad una vera e propria disorganizzazione dello stato della coscienza, che perde la caratteristica forma lineare e flussiforme così che la mente slitta verso stati crepuscolari della coscienza. I numerosi bug impliciti della memoria episodica disintegrano la coerenza del racconto (memoria semantica e autobiografica), la continuità del tempo e dello spazio (derealizzazione), procurando uno stato dissociato in cui l’integrità dell’io si dissolve col prevalere di più versioni della realtà di se stessi, dell’altro e del mondo con esiti psicopatologici.

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Non tutti i paradossi conducono a dissociazioni o psicosi familiari. I paradossi sono presenti nel linguaggio, nelle aspettative, nei giudizi, nei comportamenti, nelle battute di spirito, nella quotidianità. Nella maggioranza dei casi o non ce ne accorgiamo o ci meravigliano per la loro stranezza. Per la potente propensione umana nel produrre previsioni, essi sono degli imprevisti inevitabili. Le previsioni ci procurano l’illusione del controllo e i paradossi non solo le smentiscono ma “si integrano” nella nostra mente, nelle nostre relazioni e nella nostra cultura, insomma i paradossi funzionano! Ciò che conta è l’uso che se ne fa nei diversi momenti e ambiti, e bisogna maneggiarli comunque con cura.

 

Letture consigliate:

L’io diviso di Robert Laing, ed. Einaudi

Paradosso e controparadosso di Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata, ed. Feltrinelli

Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, J. H. Beavin e Don D. Jackson, ed. Astrolabio

Sviluppi traumatici di Giovanni Liotti e Benedetto Farina, ed. Raffaello Cortina

Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson, ed. Adelphi.

The Truman show 300x297 Il Delirio di Truman

rb2 large gray Il Delirio di TrumanIl signor A. quando fu ricoverato dichiarò che tutta la sua vita era come il film The Truman Show, che gli attacchi alle Torri Gemelle non erano mai avvenuti bensì erano parte della “sceneggiatura” della sua storia. Infatti aveva viaggiato attraverso diversi Stati per vedere con i suoi occhi il World Trade Center e quando non le trovò al loro posto chiese di incontrare il regista. Per il signor A. tutte le persone nella sua vita erano parte di una cospirazione. Addirittura pensava che ci fossero delle telecamere all’interno dei suoi occhi.

Il signor B. fu ricoverato perché pensava di essere continuamente ripreso per una trasmissione di uno show nazionale. “C’è un piano che una donna deve rivelarmi a New York, in cima alla Statua della Libertà, in cui mi dirà tutto sulla rete di individui che mi seguono per riprendermi con una telecamera e mandarmi in onda… come nel film del Truman Show!”

Il signor C. è un giornalista ricoverato perché pensava che tutte le notizie fossero state prefabbricate per lui. Credeva che la redazione, i colleghi, i dottori e i pazienti dell’ospedale, i familiari non fossero sinceri e che tutta la realtà fosse una burla costruita dalle agenzie di stampa con cui lavorava. Durante la sua permanenza ospedaliera il signor C. ha provato a fuggire per scoprire la differenza fra le notizie “false” che ha ricevevuto e la reale situazione esterna al complotto.

Il signor D. stava lavorando a un reality show televisivo quando fu ricoverato perché riteneva di essere lui stesso parte delle riprese televisive. Egli credeva di esser segretamente ripreso da una squadra di teleoperatori pagati dalla sua famiglia.

Il signor E. affermava che il Servizio Segreto lo stesse seguendo per proteggerlo perché lui aveva “decifrato il codice”. “C’è uno schema simile a quello del Truman Show”. Egli credeva che le notizie fossero false e che la radio fosse registrata per lui. “Voglio ritornare alla mia vita reale e voglio scoprire cosa stia realmente succedendo nel mondo lì fuori!”.

Questi pazienti sono stati intervistati in una ricerca su una speciale categoria di disturbi psicotici che alcune persone possono sperimentare prendendo spunto da specifiche fonti culturali, quali i reality televisivi e il film The Truman Show. I ricercatori Joel Gold e Ian Gold hanno cercato di analizzare il ruolo del fattore culturale su questo disturbo fondato sul delirio (delusion). Alcuni di questi pazienti sono stati diagnosticati con gravi sindromi psicopatologiche, dalla schizofrenia al disturbo bipolare, hanno avuto precedenti ricoveri, hanno fatto uso di droghe, hanno tentato di suicidarsi, ma altri non hanno mai manifestato alcun sintomo sino allo scompenso psicotico e al successivo ricovero.

truman show 300x187 Il Delirio di Truman

Tema ricorrente nelle convinzioni dei pazienti consiste nel fatto che essi vivono in un mondo popolato da persone che stanno interpretando una parte. Gi Autori dell’articolo pongono alcune ipotesi sulla formazione di questo genere di paranoia (da qui in poi farò uso di entrambi i termini paranoia e delirio, sebbene non siano in senso stretto la stessa cosa). La prima ipotesi fa riferimento alla sindrome di Capgras in cui il paziente ritiene che le persone a lui più vicine siano state sostituite da dei sosia e quindi siano degli impostori. Si tratta di un grave disturbo neurologico che rientra nella categoria delle sindromi di disconoscimento dell’identità altrui (misidentification syndromes). Tuttavia i pazienti del “Truman Show” non pensano che le persone intorno a loro siano dei sosia di qualcuno a loro caro che si trova in un altro posto, bensì mettono in discussione il ruolo delle persone che le circondano, non la loro identità (i colleghi di lavoro ad esempio non sono sostituiti da sosia, ma fingono di essere colleghi di lavoro).

20120623 223230 Il Delirio di Truman

Un’altra intessante ipotesi, secondo i ricercatori Gold, potrebbe essere racchiusa nel fenomeno della depersonalizzazione, una condizione inedita di percezione della realtà in cui ogni cosa è vissuta come irreale o falsa. Ma i casi su esposti parlano di “un generale inganno organizzato” piuttosto che di una sensazione irreale della realtà tipica della depersonalizzazione.

20120623 223833 Il Delirio di Truman

Una terza ipotesi fa riferimento al senso di irrealtà che caratterizza lo stadio iniziale della schizofrenia. È quella fase prodromica dell’emergere di una distorta sensazione in cui ogni cosa è sottoposta ad un sottile e onnicomprensivo cambiamento. Un mondo che appare man mano radicalmente alieno. Uno stato d’animo che richiama la paranoia del mondo irreale del Truman Show, anche se in questo caso dai pazienti viene riferita “una irrealtà controllata” rispetto alla esperienza psicopatologica della schizofrenia.

corrente surrealista 236x300 Il Delirio di Truman

Ma un fenomeno culturale come il formato di un reality o lo scenario descritto da un film come il Truman Show quanto può influire nella manifestazione di una psicosi? Reiss e Wiltz (2004)  hanno effettuato una ricerca per analizzare quali tratti di personalità caratterizzassero gli spettatori che seguono i reality. Hanno riscontrato una potente correlazione tra reality e la dimensione dello “status sociale”, che comporta una preoccupazione sopra la media nel “sentirsi importanti”. Maggiore è il tempo dedicato ad osservare un reality, tanto maggiore è il senso di autostima sociale. In una spiegazione di questo tipo mi viene subito da aggiungere che queste dinamiche sono connesse con una speciale ansia legata alla gerarchia sociale. La facilità di un “anonimo” protagonista di poter attrarre un enorme attenzione dalla comunità dei telespettatori, impossibile fino a pochi anni fa, si concilia con un stringente bisogno di riconoscimento sociale. Chi è particolarmente ansioso del proprio status sociale quindi potrebbe sperimentare nel reality una potenziale possibilità di successo personale.

Reality e Truman Show ci dicono quanto sia interessante l’interazione della tecnologia (cioè dell’ambiente culturale) con la malattia mentale. Ho già scritto sulla psichiatria culturale e quanto il concetto di malattia mentale sia vincolato dalla geografia e dalla storia del luogo. In questo caso, l’innovazione tecnologica come l’invenzione di transistor, microchip e reti informatiche possono rivelarsi potenti veicoli per la costituzione di scenari deliranti e paranoici. Tuttavia gli autori dell’articolo sottolineano il fatto che, malgrado la variabilità delle credenze deliranti, esse probabilmente poggiano su poche e universali credenze (distorte) di base. A questo punto, prendono spunto dall’analisi del delirio data da Jaspers che distingueva il contenuto del delirio dalla sua forma. I contenuti dei vari deliri hanno degli invarianti che ricorrono ripetutamente costituendosi in una forma generale.

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Quindi i ricercatori scrivono che la specifica idea delirante è il contenuto del delirio, il tipo o la categoria del delirio costituisce la forma. Ad esempio, la credenza del paziente che le sue telefonate siano registrate dal servizio segreto è il contenuto delirante che rientra nella più generale forma del delirio di persecuzione; la credenza in cui ci si ritiene la star di un reality televisivo o di un film globale quotidianamente trasmesso è il contenuto specifico della forma più generale della mania di grandezza. Ora, che sia la Cia o il kgb o il Grande Fratello concepito da Orwell a controllare la vita del cittadino, nel contenuto può variare ma la forma delirante di persecuzione rimane la stessa. Sarebbe fantastico continuare la ricerca nella direzione di una indagine epidemiologica tra le nazioni e le culture per articolare in modo più sofisticato la comprensione del delirio psicotico.

big+brother+orwell+rally+privacy+loss 300x162 Il Delirio di Truman

In sostanza, i Gold sostengono che vi sia una plasticità culturale nei contenuti deliranti dei pazienti e secondo le ricerche la frequenza delle forme deliranti sembra mostrare una variabilità nel tempo. Ad esempio, in una indagine effettuata in 4 nazioni (Austria, Germania, Italia e Svizzera) i deliri religiosi tra il 1856 e il 1975 sono aumentati mentre quelli di colpevolezza sono diminuiti. La distribuzione delle forme di delirio varia inoltre tra le culture. La paranoia della gelosia sembra che sia più comune a Tubinga che a Tokio. Il sesso e la classe sociale sono fattori rilevanti. In Pakistan, un uomo benestante  è più probabile che manifesti manie di grandezza, mentre una donna povera è più probabile che esibisca manie di controllo e deliri erotomanici (Suhail, 2003).

Una ricerca dimostra che il numero delle forme di delirio è relativamente piccolo. Stompe e altri ricercatori (2003) hanno trovato nella loro ricerca una lista di sette idee che possono essere centrali nel delirio: la persecuzione, la grandezza, la colpa, la religione, l’ipocondria, la gelosia e l’amore. A queste categorie i ricercatori Gold e Gold aggiungono: l’allusione o il rinvio ad altro (reference) , il controllo, il pensiero, il nichilismo e l’errata identificazione (misidentification).

rete 300x225 Il Delirio di Truman

C’è una ricerca (2004) che conferma l’ipotesi dell’emergere di specifici deliri in risposta a cambiamenti culturali, descrivendo ad esempio una paziente la quale credeva che le sue percezioni fossero trasmesse agli altri attraverso internet (perception broadcast). Ad ogni modo, i ricercatori concludono che nuovi deliri non siano altro che nuove manifestazioni psicotiche di forme del delirio che non mutano nel tempo e tra le culture. I cambiamenti di contenuto del delirio, a detta dei ricercatori, non sono altro che “il vino vecchio in nuove botti”. La cultura è “patoplastica” nei confronti del delirio, può dar forma ai deliri ma non è patogenetica. Non crea nuove categorie di deliri.

Una conclusione che mi trova sostanzialmente d’accordo. Non penso che leggere Kafka, Orwell e Pynchon, oppure vedere A Beautiful Mind o Quarto Potere possa farci diventare paranoici o megalomani. Storie di spionaggio o di conquiste intergalattiche danno forma a ricerche personali, il cui confine d’esplorazione tra normalità e delirio è difficile stabilirlo. A me interessa di più l’interessante dicotomia dentro-fuori, l’immagine che ci possa essere altro fuori dal nostro mondo, dalla nostra percezione, dai nostri pensieri. In questa prospettiva le ricerche sull’embodiment suggeriscono che il corpo più che la cultura determina certe metafore, ad esempio l’idea del nostro corpo (la testa, il cervello, le reti sinaptiche, la cellula neuronale, il dna…) come un contenitore di qualcosa. Curiosamente, nella psicosi del delirio ciò che assume rilievo non è il dentro ma il fuori, ciò che sta al di là.

TheMatrixWallpaper1024 300x225 Il Delirio di Truman

Sarebbe interessante indagare se particolari culture o periodi storici siano caratterizzati da peculiari ideazioni deliranti rispetto ad altri sintomi, come le allucinazioni. Mi sembra particolarmente importante questa ipotesi, specie quando un Paese o una etnia sono sottoposti a rapidi cambiamenti culturali, in un mondo sempre più connesso che facilita impressionanti flussi migratori. Sotto questo aspetto mi sembra plausibile che gli stress di questo cambiamento possano produrre una certa profusione di idee deliranti soprattutto in coloro che soffrono di disturbi psicotici. Addirittura potrebbe essere illuminante una ricerca che cerchi di capire se certi periodi storici o particolari culture siano più predisposti a sviluppare psicosi.

Joel Gold & Ian Gold (2012). The “Truman Show” delusion:
Psychosis in the global village Cognitive Neuropsychiatry : 10.1080/13546805.2012.666113

asperger o kanner 300x249 La scoperta dellAutismorb2 large gray La scoperta dellAutismoC’è un intrigante giallo su chi abbia scoperto per primo l’autismo. Lo psichiatra Fitzgerald (2008) sostiene che uno dei due pionieri dell’autismo – Leo Kanner – possa aver plagiato il neurologo austriaco Asperger, primo ad aver fornito una descrizione esauriente della sindrome omonima. Ufficialmente Leo Kanner ha pubblicato nel 1943 l’articolo sull’autismo e Asperger l’anno dopo, nel 1944. Però Kanner non avrebbe fatto riferimento ad un antecedente articolo di Asperger del 1938, Das psychisch abnorme kind, nel quale è fornita una prima descrizione completa del disturbo autistico. I ricercatori sospettano che Kanner abbia avuto modo di leggere l’articolo e se ne sia servito per individuare e definire le caratteristiche descrittive della sindrome che da lui prende il nome.

Ma partiamo dagli inizi. Per prima cosa c’è l’insolita pubblicazione ravvicinata degli articoli in cui entrambi i dottori descrivono sistematicamente la sindrome autistica (Asperger 1944; Kanner 1943), senza che apparentemente l’uno sapesse dell’altro. Inizialmente gli storici hanno constatato che Asperger credesse che il primo a descrivere “l’autismo infantile” fosse stato Kanner. Ma Fitzgerald in ‘History and First Descriptions’ (In J.L. Rausch, M.E. Johnson, M.F. Casanova, Asperger’s disorder, 2008) afferma che “a causa della Seconda Guerra Mondiale non era possibile che Asperger fosse consapevole del lavoro di Kanner”. Poi è stato scoperto che già nel 1938 Asperger ha pubblicato un primo articolo in cui descriveva la sindrome.

Attenzione, Morgan ci ricorda che entrambe le descrizioni, la psicopatia autistica nella fanciullezza in Asperger e i disturbi autistici innati del contatto affettivo in Kanner, non siano in fondo del tutto originali perché:

“[probabilmente] nessuno di loro era consapevole della ricerca dell’altro e del fatto che usassero lo stesso termine per descrivere la sindrome autistica. Termine comunque fu in realtà coniato per la prima volta da Bleuler [a lui si deve l'attualissima descrizione nosografica della schizofrenia] nel 1911 per descrivere con la scarsa relazione tra il paziente e il mondo esterno e il ritiro in se stesso la sindrome della schizofrenia. Il termine è stato ricavato dalla parola greca autos che indica il sé”

Argomentazione che può spiegare l’uso contemporaneo di “autistico”, ma non assolve del tutto Kanner. Allora, se Asperger pubblicò il suo articolo nel 1938 siamo sicuri che Kanner non sapesse nulla del lavoro del collega europeo? Fitzgerald prende in considerazione l’ipotesi che Kanner avesse avuto contatto con un medico che, per mettersi in salvo dai pericoli della guerra, si era rifugiato negli States e aveva portato con sé una copia dell’articolo di Asperger. Si calcola che oltre 200 furono i medici che approdarono in America! Senonché non bisogna dimenticare che Kanner, essendo nato e vissuto in Austria, sapesse parlare il tedesco, lingua del collega austriaco. Feinstein (A history of autism: Conversations with the pioneers. London: Blackwell. 2010) giunge alla conclusione che in base a questi fatti “Asperger possa aver preceduto la descrizione di Kanner”.

Fitzgerald afferma che Kanner dovette essere consapevole del lavoro di Asperger perché nel suo articolo inizia con la frase: “Sin dal 1938 fu sottoposta alla nostra attenzione una categoria di bambini…” (Fitzgerald, 2008). Nel 1938 Asperger ha pubblicato un primo articolo sull’autismo. Tuttavia, Fitzgerald aggiunge che Kanner vide il suo primo caso di autismo nel 1938 e quindi potrebbe essersi riferito al paziente piuttosto che alla pubblicazione di Asperger. Rimane il dubbio se Kanner sia stato in grado di poter osservare il caso di autismo grazie ad una lettura anticipatrice di Asperger, così sapeva cosa cercare… Ma non finisce qui: ci sarebbe un altro ragazzino che Kanner vide nel novembre del 1935 di cui descrisse i sintomi autistici (Kanner, 1943). Ma Feinstein sottolinea che probabilmente Kanner si riferì all’autismo nel senso datogli da Bleuler, cioè come caratteristica diagnostica della schizofrenia.

Infine il colpo di scena: la figlia di Asperger, Dr. Maria Asperger Felder, intervistata da Feinstein ha dichiarato che suo padre abbia utilizzato il termine “autistico” nel 1934 in alcuni lettere ai colleghi nei viaggi a Leipzig e Postdam in Germania (presumibilmente nel senso moderno e non schizofrenico). Ella cita infatti una lettera datata il 14 aprile del 1934 nella quale il padre scrive delle difficoltà sulle definizioni diagnostiche suggerendo la possibilità di utilizzare il termine “autistico”. Feinstein inoltre ricorda che Kanner, essendo nato nello Stato austro-ungarico, conoscesse bene il tedesco, la lingua con la quale Asperger scrisse unicamente i suoi articoli…

La questione rimane aperta. Apparentemente sembra che, in base ad alcuni elementi, Kanner non sia stato del tutto originale. Ma esiste nella storia della scienza una scoperta del tutto originale? Ho i miei dubbi. Entrambi i dottori dettero un fondamentale contributo nella loro disciplina. Successivamente, le ricerche hanno differenziato le sindromi da loro descritte, per cui la sindrome di Asperger presenta caratteristiche neuropsicologiche differenti da quella delineata da Kanner, sciogliendo i nodi storici della questione. In fondo lo stesso Darwin ebbe un concorrente in Wallace. E poi, una scoperta spesso può avvenire anche a grandi distanze tra individui, concentrati nella loro ricerca senza sapere della coincidenza. Mi affascina e sgomenta il fatto che migliaia di individui, affetti da questa drammatica e ineffabile sindrome neuropsicologica, siano stati nell’ombra per tanto tempo. Non tanto perché nessuno fino al quel momento indagò. Piuttosto per il fatto che in fondo gli stessi soggetti autistici hanno contribuito a tale trascuratezza con il loro insondabile modo di vivere in una meccanica solitudine.

Chown, N. (2012). ‘History and First Descriptions’ of Autism: A response to Michael Fitzgerald Journal of Autism and Developmental Disorders DOI: 10.1007/s10803-012-1529-5

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van gogh 268x300 LUltima Opzione

rb2 large gray LUltima OpzioneCirca un milione di persone si uccide ogni anno nel mondo secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, più del 90% può essere ricondotto a sintomi depressivi dei disturbi bipolari, alla schizofrenia, alla depressione maggiore e a vari altri disturbi della personalità. Nei soli Stati Uniti, più di 36.000 persone si sono suicidate nel 2009 al punto che il suicidio rappresenta la decima causa di morte nel complesso e la terza causa tra coloro che sono sotto i 45 anni di età, dietro soltanto agli incidenti e al cancro.

Sono numeri impressionanti, eppure i ricercatori hanno spesso evitato di affrontare di petto il problema, perché gli studi sulle persone che tentano di suicidarsi sono difficili da progettare e portare avanti sino in fondo. In effetti, la ricerca sui pazienti che hanno problematiche neuropsicologiche risolve i problemi testando un farmaco. Ma questo non è possibile con la tipologia di individui che vogliono porre fine deliberatamente alla loro vita . Non si può somministrare un farmaco ed attendere se l’effetto “antisuicidio” sia positivo o negativo!

Maria Oquendo, una psichiatra al Columbia University Medical Center e al New York State Psychiatric Institute (NYSPI),
afferma: “noi non abbiamo essenzialmente nessuna utile informazione su un affidabile piano di trattamento che possa prevenire il comportamento suicidario“. Le stesse aziende farmaceutiche al momento escludono dai loro piani l’idea di un trattamento farmacologico del suicidio, sia per motivi etici che pratici: per i medici è improponibile portare sull’orlo del suicidio un paziente per somministrargli un farmaco sperimentale o il solo placebo, oltre al fatto che ci vorrebbero innumerevoli precauzioni di sicurezza per indagare su questa popolazione così vulnerabile.

Marjan Holloway,una psicologa clinica che sta lavorando in progetti di ricerca su personale militare che ha tentato il suicidio, nel Maryland, dichiara che “per avere l’approvazione di un progetto di ricerca sulla prevenzione del suicidio occorrono tempi troppo lunghi ed è incredibilmente frustrante“. Persino le ricerche in atto indirizzano l’attenzione non direttamente sul problema, piuttosto su obiettivi sostitutivi, ad esempio “l’ideazione  suicidaria” – una terminologia tecnica per indicare i pensieri di suicidio –  ma che non predicono in modo affidabile chi tenterà veramente di attentare alla propria vita.”Ci sono più o meno una trentina di sistemi differenti di misura per valutare il rischio di suicidio, nota lo psichiatra Roger Meyer, ma nessuna di queste scale predice il suicidio, nessuna“.

Forse uno dei principali problemi che intralcia la ricerca per la prevenzione del suicidio è dovuto alla comune concezione errata che il suicidio sia puramente un sintomo di altri altri disturbi psichiatrici, per cui il dottore può prevenire il comportamento suicidario semplicemente trattando il disturbo sottostante. “Un’opinione molto diffusa, asserisce la psicologa Marsha Linehan, esperta nel trattamento dei disturbi borderline e pioniera nei trattamenti non farmaceutici contro il suicidio, ma non c’è nessuna prova che trattando il disturbo mentale si riduca il rischio di suicidio“. E conclude: “La prova è che soltanto intervenendo direttamente sull comportamento suicidario è possibile bloccare il suicidio”.

Negli USA sono stati spesi dall’Istituto Nazionale per la Salute soltanto 17 milioni di dollari, cioè lo 0,06% del budget, per la prevenzione e la ricerca sul suicidio nel 2011. Per farci un’idea, la ricerca per l’HIV ha ricevuto il 10% dei fondi, sebbene 4 volte di più muoiono le persone per suicidio che per mano dell’AIDS. Non sorprende che sono stati pubblicati appena 47 articoli di ricerca in questo settore, secondo l’ultima verifica della Linehan. Solo 6 hanno puntato sul farmaco, 2 dei quali hanno dato buoni risultati rispetto al gruppo di controllo. Il resto ha coinvolto varie psicoterapie o interventi non farmaceutici come “lettere assistenziali” di sostegno.

Il primo tentativo di ricerca somministrando il flupenthixol, un antipsicotico di prima generazione, è stato effettuato dallo psichiatra Stuart Montgomery nel 1970 ad un gruppo di 30 partecipanti, con storie di tentati suicidi. Dopo aver completato un periodo di prova di sei mesi, 12 di 16 individui che avevano ricevuto il placebo ritentarono il suicidio rispetto ai 3 dei 14 che avevano ricevuto il farmaco. “Fu un esperimento molto importante, nonostante l’esiguo numero dei partecipanti, afferma Montgomery, attualmente professore emerito all’ Imperial college di Londra, nonostante il fatto che il flupenthixol non fosse disponibile negli USA mi è stato riferito da molti colleghi americani che essi passarono immediatamente all’uso di antipsicotici per prevenire il suicidio dei loro pazienti“.

Nel 1998 è stato avviato un imponente esperimento, il Test Internazionale di Prevenzione del Suicidio, noto come InterSePT, uno studio applicato su 980 persone che analizzava il rischio di suicidio tra individui con schizofrenia o disturbo schizoaffettivo trattati o con la clozapina, un antipsicotico atipico che, in base agli studi epidemiologici, si pensava potesse ridurre la probabilità al comportamento suicidario, o con l’olanzapina, un farmaco con analoga struttura. I risultati dopo due anni mostrarono che la clozapina riduceva rispetto all’olanzapina del 25% il rischio di suicidio, limitando i tentativi di suicidio, ospedalizzazioni o trattamenti aggiuntivi di altri farmaci psichiatrici. Nel 2002, la FDA ha dato il via libera per l’uso della clozapina per il trattamento del comportamento ricorrente al suicidio.

grafica sul suicidio LUltima Opzione

Ma l’approvazione della FDA all’antipsicotico è ristretto ai soggetti con schizofrenia o con disturbi schizoffettivo. Il progetto è costato 45 milioni di dollari e non si vede nell’immediato futuro un analogo sforzo di ricerca. Alcuni psichiatri stanno facendo pressione sull’FDA per ricevere almeno informazioni epidemiologiche aggiornate. Ci sono stati nel frattempo dei buoni passi avanti. Nel 2005, ad esempio, lo psichiatra Frederick Goodwin della George Washington University a Washington con Ross Baldessarini del McLean Hospital nei sobborghi di Boston ha presentato una petizione all’FDA per chiedere l’approvazione del litio per il trattamento del suicidio nelle persone con disturbo bipolare. La loro “petizione dei cittadini” ha fornito un’analisi di 31 studi d’osservazione sull’uso del litio che mostra come “questo farmaco può ridurre il rischio di suicidio in persone bipolari o con disturbi maggiori dell’umore per circa l’80%“. Ma i soli dati osservazionali non sono stati sufficienti per conseguire il via libera all’uso.

In realtà questo episodio mostra un altro significativo problema quando si tratta di fare ricerca: i fondi. L’FDA, per dare il consenso legale all’utilizzo del farmaco, ha chiesto disegni sperimentali randomizzati con 5000 pazienti sottoposti per un periodo di test di almeno due anni. Vale a dire un progetto di almeno 100 milioni di dollari. Simili indagini sul litio o altri farmaci sono andati incontro ad insormontabili problemi economici, spesso veri e propri scogli che hanno infranto le procedure di allestimento ed esecuzione degli esperimenti, riuscendo a reclutare piccoli campioni di pazienti. Nella maggioranza dei casi l’effetto del litio si è dimostrato al di sotto delle speranze rispetto alle metanalisi di Goodwin e Baldessarini, il che non significa che non abbia alcun effetto, ma che non ha quell’ampio effetto che si pensava.

Ho fatto una piccola ricerca tra i dati dell’Istat sui suicidi nel 2010. La regione Lombardia è stata al primo posto con 496 suicidi e 584 tentativi, seguita dal Veneto con 320 suicidi e 301 tentativi, al terzo di questa sinistra classifica  troviamo l’Emilia Romagna con 278 suicidi e 335 tentativi, al quarto il Lazio con 266 e al quinto il Piemonte con 236 suicidi, per un totale complessivo nazionale tra province e comuni di 3048 suicidi e 3101 tentativi. Tra i suicidi sono gli uomini la maggioranza, 2399, mentre le donne sono 649. Ben 1242 sono coniugati e più di un migliaio sono persone con oltre 65 anni di età, 242 sono studenti e 1013 persone si erano ritirate dal lavoro. L’impiccagione è il metodo più utilizzato (1305), seguito dalla “precipitazione” (688) e dall’arma da fuoco (362). Per 1100 persone è indicato come movente la malattia psichica. Il mese con più frequenza è stato giungo (289), il maggior numero (834) è avvenuto tra le 8.00 e le 11.00 del mattino.

Una delle esperienze più drammatiche per un professionista della salute mentale è la perdita di un paziente per via del suicidio. Gli oncologi, i cardiologi e altri specialisti anche loro hanno a che fare con il rischio della morte. Ma perdere un paziente in psicoterapia fa sentire inevitabilmente responsabili. C’era qualcosa che poteva essere fatto e che non si è riusciti a compiere?

Barbara Stanley, direttrice del NYSPI Suicide Intervention Center, sta portando avanti dei trial per diagnosticare ideatori di suicidio bipolari e borderline, confrontando trattamenti farmaceutici con la terapia comportamentale dialettica, una forma di terapia che sembra essere promettente per la riduzione del rischio suicidio, per capire quale possa essere più efficace nella prevenzione del comportamento persistente al suicidio. Sono dei progetti che danno comunque la possibilità a quei pazienti che ne hanno bisogno di poter trovare un’alternativa.

Perché in fondo si giunge all’estrema soluzione quando non si hanno più opzioni. Il farmaco e la psicoterapia possono essere dei mezzi straordinari. Ma ci vogliono strutture, professionisti, strategie e piani a lungo termine, investimenti, campagne mediatiche, l’impiego non solo di infrastrutture fisiche ma anche e soprattutto digitali. Prendere consapevolezza che il problema non è solo individuale ma anche sociale, perché quando una persona si uccide vuol dire che è rimasta sola.

Dolgin, E. (2012). The Ultimate Endpoint Nature Medicine, 18 (2), 190-193 DOI: 10.1038/nm0212-190

pinocchio LOdore della Schizofrenia

rb2 large gray LOdore della SchizofreniaNel 1960 è stata pubblicata una ricerca in cui si afferma che chi soffre di schizofrenia emana un odore particolare. Nella loro ricerca, gli autori raccolsero l’odore di 14 pazienti schizofrenici e di altri 14 pazienti con malattie organiche del sistema nervoso. Sia dei ratti addestrati, in grado di distinguere gli odori, sia una giuria di persone “annusatrici”, confermarono le differenze degli odori tra i due gruppi di pazienti. Questo esperimento diede vita ad una serie di ricerche in cui vennero elaborati particolari strumenti per misurare le sostanze organiche volatili (volatile organic compounds, VOCs) dei pazienti schizofrenici nei reparti psichiatrici ospedalieri.

Nell 1962 alcuni ricercatori puntarono il dito su un batterio, Pseudomonas aeruginosa, che secondo le loro ricerche caratterizzava l’odore del disturbo psicotico. In realtà successive verifiche inficiarono la loro ipotesi. Per di più questo batterio è stato trovato pure sulle attrezzature mediche (ad esempio nei cateteri) che possono essere causa di infezioni trasversali. A questo punto sorge un dubbio: non è che l’odore della schizofrenia riflette quello dei medici o paramedici presenti nei dipartimenti di salute mentale?

La svolta arriva nel 1969 quando Kathleen Smith, Geoffrey F. Thompson e Harry D. Koster, in un articolo pubblicato su Science, annunciano che è stato trovato il composto chimico che distingue l’odore degli “schizzati”. Si tratta dell’acido trans-3-metil-2-exenoico (TMHA) identificato con la cromatografia delle sostanze volatili organiche secrete (VOCs). Fu una scoperta clamorosa per la psichiatria, avendo trovato un criterio diagnostico empirico e attendibile. Ma quattro anni dopo, dopo una serie di verifiche sperimentali, lo stesso team di ricercatori pubblicò un articolo in cui ribaltava completamente i risultati del loro lavoro precedente, concludendo che non vi fosse nessuna relazione tra TMHA e schizofrenia. Poi il buio completo per decenni.

Di recente nel 1990, M. Phillips, M. Sabas e J. Greenberg hanno pubblicato un articolo in cui affermano che in un gruppo di 88 soggetti, 25 con schizofrenia acuta, 26 affetti da altri disturbi psicotici e 37 volontari, hanno riscontrato nei soggetti schizofrenici alte concentrazioni di pentano (una perossidazione lipidica) e di un solfuro di carbonio (carbon disulfide, CS2) rispetto ai gruppi di controllo. Però è difficile stabilire se il CS2 sia di origine endogena o ambientale, mentre, per quanto riguarda l’ossidazione, sembra essere un processo chimico comune nel metabolismo cellulare inerente al sistema immunitario e ai processi di invecchiamento.

In uno studio del 2005, altri ricercatori hanno effettuato un altro esperimento sempre alla ricerca della neurotossina che contraddistingua la schizofrenia. Hanno utilizzato la cromatografia e la spettrometria di massa  per “crakkare” una volta per tutte questa terribile malattia mentale. Ma pur avendone trovata una traccia significativa, ammettono che “l’odore esiste ma è così complesso da non essere riducibile ad un singolo composto, piuttosto ad una variazione globale dell’odore del corpo“. Nessuna replica o altre ricerche sono seguite.

Insomma la tossina endogena collegata alla schizofrenia, sinistra regina dei disturbi mentali, non è stata trovata. Scoprire  un marker biochimico è stata una delle principali ossessioni dei ricercatori nella storia della psichiatria. Una storia bizzarra che fa pensare alle origini psichedeliche dello studio psichiatrico dell’alcolismo, quando:

“Lo psichiatra inglese Humphry Osmond (1917-2004), uno specializzando nel St. George’s Hospital a sud di Londra, iniziò indagando le proprietà chimiche della mescalina, l’ingrediente psicoattivo del cactus peyote verso la fine degli anni Quaranta. Dopo una serie di esperimenti con questa droga per due anni, Osmond e i suoi colleghi conclusero che “essa produce nelle persone normali sintomi analoghi a quelli che si riscontrano nella schizofrenia”. Studi successivi li portarono a credere che la struttura chimica della mescalina era molto simile all’adrenalina. Questa scoperta suggerì loro che la schizofrenia sia scatenata da una sovraproduzione di adrenalina. Questa fu la prima teoria biochimica della malattia mentale”

L’idea di analizzare gli odori non è poi così strana. Ascoltare il corpo o annusare gli odori è buona prassi diagnostica per il medico. L’odore del respiro, della pelle, del sudore, dell’urina, del sangue, può essere fonte di informazione importante di patologie organiche che riguardano processi infiammatori, malattie come il colera, la tubercolosi, il vaiolo, la difterite o degli stadi avanzati di cancro. Dopotutto gli odori corporei risultano dalla combinazione di centinaia di secrezioni che hanno origine  nei processi metabolici dentro il corpo. Il nodo problematico, a mio parere, in questo tipo di ricerche consiste nel fatto che la correlazione tra due categorie di fenomeni (odori e neurotossine) sia ossessivamente ricondotto ad una logica causale e riduzionistica. Riscontrare un odore specifico in una malattia mentale non equivale alla effettiva presenza di una criminale neurotossina. Le ricerche esposte dimostrano che l’odore di una persona non può spiegare un disturbo mentale. Piuttosto può darci informazioni sulle condizioni igieniche di chi adopera il naso anziché il cervello per comprendere il disturbo mentale.

 

SMITH K, & SINES JO (1960). Demonstration of a peculiar odor in the sweat of schizophrenic patients. Archives of general psychiatry, 2, 184-8 PMID: 13832051

POSNER HS, CULPAN R, & STEWART A (1962). Cause of the odor of a schizophrenic patient. Archives of general psychiatry, 7, 108-13 PMID: 14488180

Smith, K., Thompson, G., & Koster, H. (1969). Sweat in Schizophrenic Patients: Identification of the Odorous Substance Science, 166 (3903), 398-399 DOI: 10.1126/science.166.3903.398

Gordon SG, Smith K, Rabinowitz JL, & Vagelos PR (1973). Studies of trans-3-methyl-2-hexenoic acid in normal and schizophrenic humans. Journal of lipid research, 14 (4), 495-503 PMID: 4715330

Phillips, M., Sabas, M., & Greenberg, J. (1993). Increased pentane and carbon disulfide in the breath of patients with schizophrenia. Journal of Clinical Pathology, 46 (9), 861-864 DOI: 10.1136/jcp.46.9.861

Di Natale C, Paolesse R, D’Arcangelo G, Comandini P, Pennazza G, Martinelli E, Rullo S, Roscioni MC, Roscioni C, Finazzi-Agrò A, & D’Amico A (2005). Identification of schizophrenic patients by examination of body odor using gas chromatography-mass spectrometry and a cross-selective gas sensor array. Medical science monitor : international medical journal of experimental and clinical research, 11 (8) PMID: 16049378

Doug Gentry 300x199 Terremoti Psicotici

rb2 large gray Terremoti PsicoticiLe indagini epidemiologiche hanno evidenziato che laddove avviene un disastro naturale e c’è bisogno di  interventi immediati per lo stress psicologico vi è un incremento di prescrizioni di psicofarmaci. Il livello di diffusione di sostanze psicotrope permette di valutare il grado di disturbi emotivi all’interno del contesto globale dei problemi da affrontare all’indomani dei disastri naturali. Alessandro Rossi e i suoi colleghi hanno effettuato uno studio interessante pubblicato sul Journal of Traumatic Stress sugli psicofarmaci prescritti alla popolazione de l’Aquila subito dopo il terremoto del 6 Aprile 2009.

La loro ricerca è stata condotta sulla prescrizione di farmaci antipsicotici e antidepressivi perché essendo mutuati dall’Asl sono stati registrati sul database ogni volta prescritti e quindi era facilmente misurabile la loro diffusione. Nella procedura di raccolta dei dati hanno compreso inoltre la prescrizione di un farmaco antidiabetico e di uno per il colesterolo come farmaci di controllo per fare i confronti di prescrizioni tra psicofarmaci e altri farmaci non psichiatrici. Inoltre hanno considerato due periodi, uno antecedente di un anno il terremoto (non sei mesi perché il dosaggio di uno psicofarmaco e la sua azione è più compiuto nell’arco di un anno) e il periodo di sei mesi successivo al sisma.

Una prima nota interessante riguarda il periodo che va da Aprile a Settembre 2008 in cui si registra a sorpresa un incremento di prescrizioni di antidepressivi (AD) rispetto agli antipsicotici (AP), in linea con l’andamento in generale sul territorio nazionale nel periodo dal 2000 al 2008 con un aumento del 17% di prescrizioni di AD. Al contrario, dopo il terremoto sono gli AP ad essere prescritti di più rispetto agli AD con un aumento pari al 130%! In particolare emerge un dato inaspettato: gli AP sono stati prescritti soprattutto agli anziani (soprai 65 anni) e specificatamente a donne anziane. Questi farmaci probabilmnte sono stati prescritti a basso dosaggio per il trattamento dei problemi d’ansia, dei sintomi legati ai disturbi post traumatici o per l’insonnia. Sfortunatamente non è stato possibile registrare la prescrizione di benzodiazepine (ansiolitici). Curiosamente alcune ricerche confermano la prevalenza di disturbi mentali nelle donne dopo un cataclisma naturale.

Nelle conclusioni della ricerca si scorge una certa incredulità per il trattamento di disturbi d’ansia con antipsicotici (in genere usati per le schizofrenie e altri disturbi della personalità). Probabilmente in situaizoni di questo genere di emergenza si assiste a disturbi dell’umore che richiedono prescrizioni che trattano psicosi che depressioni. Ma c’è da aggiungere che i disturbi di personalità emergono soprattutto molto prima della vecchiaia (quindi le differenze di prescrizioni tra prima e dopo il terremoto non dovrebbero essere così marcate). Soprattutto la maggior parte delle prescrizioni sono state effettuate da medici di base i quali non hanno le competenze pertinenti per il trattamento dei disturbi emotivi.

Faccio notare che sarebbe stato meglio confrontare i dati del capoluogo abruzzese con i dati di un altra città come gruppo di controllo, per poter valutare con una metodologia appropriata la variabile indipendente che si studia. Gli autori della ricerca si affrettano a ricordare che si tratta di uno studio preliminare cui conviene non esternare frettolose inferenze anche perché non si conoscono le indicazioni temporali dell’uso degli psicofarmaci prescritti, ma i dati parziali quanto meno suggeriscono l’opportunità di promuovere una appropriata politica di prescrizione di farmaci psicotropi alfine di evitare problemi iatrogeni a lungo andare, vale a dire creare quei disturbi che si sta curando quando prima in realtà non c’erano provocando maggiori guai delle catastrofi stesse.

Rossi, A., Maggio, R., Riccardi, I., Allegrini, F., & Stratta, P. (2011). A quantitative analysis of antidepressant and antipsychotic prescriptions following an earthquake in Italy Journal of Traumatic Stress, 24 (1), 129-132 DOI: 10.1002/jts.20607

ok La Storia Segreta della Psichiatria Psichedelica

 

 

Il 15 Agosto del 1951, attacchi di panico, allucinazioni ed episodi psicotici dilagarono nella città di Pont-Saint-Esprit nella Francia meridionale, mandando all’ospedale dozzine di abitanti e facendo 5 vittime. I dottori affermarono che la tragedia era accaduta a causa del pane comprato nei fornai della città perché era stato contaminato da un fungo tossico che cresce nella segale, l’ergot. Ma secondo l’indagine del giornalista investigativo Hank Albarelli, la CIA aveva somministrato l’acido lisergico dietilamide-25  (LSD), una droga molto potente che causa allucinazioni ed è prodotta dall’ergot, operazione riconducibile ad un progetto di ricerca sul controllo della mente.

Sebbene non potremo mai sapere tutta la verità dietro i fatti di Pont-Saint-Esprit, adesso sappiamo che l’esercito statunitense ha condotto esperimenti su civili e militari, sia volontari sia a persone che non ne sapevano nulla. Meno nota è la storia di un gruppo di psichiatri pionieri che lavorono nella provincia canadese di Saskatchewan e fecero uso di LSD per il trattamento dell’alcolismo, asserendo di aver raggiunto un tasso di guarigioni senza precedenti. Comunque i loro risultati furono dimenticati e la ricerca sulle potenzialità degli effetti terapeutici della droga psichedelica fu bruscamente bloccata sul finire degli anni Sessanta, lasciando questo percorso di ricerche inesplorato per quarant’anni.

La storia segreta della psichiatria psichedelica incomincia nei primi anni Cinquanta, circa 10 anni dopo la scoperta delle proprietà allucinogene del LSD fatta da Albert Hofmann e durò sino al 1970. Fu lo storico di medicina Erika Dyck a scoprirne l’esistenza esaminando gli archivi dei ricercatori canadesi nel campo della salute mentale e conducendo delle interviste con alcuni psichiatri, pazienti e infermiere coinvolti nei primi esperimenti con LSD. La ricerca di Dick mette in una nuova luce i primi esperimenti con l’acido lisergico, una branca fruttuosa nel circuito ufficiale della ricerca psichiatrica: l’alcolismo venne ridefinito come una malattia che poteva essere curata e la droga psichedelica giocò un ruolo importante nella rivoluzione psicofarmacologica trasformando radicalmente la psichiatria. Ma, malgrado questi primi passi promettenti, la ricerca fu subito abbandonata prematuramente.

All’avanguardia delle prime ricerche sulla psichedelia fu lo psichiatra inglese Humphry Osmond (1917-2004), uno specializzando nel St. George’s Hospital a sud di Londra, che iniziò indagando le proprietà chimiche della mescalina, l’ingrediente psicoattivo del cactus peyote veso la fine degli anni Quaranta. Dopo una serie di esperimenti con questa droga per due anni, Osmond e i suoi colleghi conclusero che “essa produce nelle persone normali sintomi analoghi a quelli che si riscontrano nella schizofrenia”. Studi successivi li portarono a credere che la struttura chimica della mescalina era molto simile all’adrenalina. Questa scoperta suggerì loro che la schizofrenia sia scatenata da una sovraproduzione di adrenalina. Questa fu la prima teoria biochimica della malattia mentale.

Nel 1951, Osmond si trasferì in Canada per fare il vicedirettore al Weyburn Mental Hospital in Saskatchewan e, con i fondi del governo e della fondazione Rockefeller,  avviò un programma di ricerca biochimico. L’anno successivo incontrò lo psichiatra Abram Hoffer e di due incominciarono una lunga collaborazione. Osmond allargò il programma di ricerca, cominciò ad utilizzare LSD al posto della mescalina dal momento che era facilmente resa disponibile dalla filiale canadese di Toronto della Sandoz Pharmaceutical Company.
Essi esposero l’idea di trattare l’acolismo con LSD ad una conferenza a Ottawa nel 1953. (Arrivarono a questa ipotesi raccontando questo antefatto, ndt) Dopo essere arrivati all’hotel non riuscivano a dormire e stettero alzati sino a tarda notte a discutere sui problemi nella psichiatria. Nelle prime ore dell’alba la conversazione si spostò sulle similarità tra gli effetti del LSD e il delirium tremens spesso vissuto dagli alcolisti nei periodi di astinenza e cominciarono a domandarsi se LSD potesse essere efficace nel trattamento dell’alcolismo. Hoffer ricorda che l’idea “sembrò così bizzarra che essi si fecero una grossa risata. Ma quando la nostra risata si esaurì, la questione ci apparve meno comica e formulammo la nostra ipotesi: un delirium controllato e prodotto da LSD potrebbe aiutare gli alcolisti a rimanere sobri?”.

Al loro ritorno a  Saskatchewan, Osmond e Hoffer decisero di testare la loro ipotesi e trattarono due alcolisti cronici che erano stati ammessi al Saskatchewan Mental Hospital con una dose di 200 mg di LSD. Osmond sapeva da precedenti esperienze personali che un piccolo quantitativo fosse già sufficiente da indurre profondi cambiamenti nella coscienza, ma usarono una dose alta per produrre effetti più potenti. L’idea consisteva nel provocare un serio delirium tremens che potesse spaventare il paziente facendogli cambiare sul suo comportamento di bere. Uno dei pazienti smise di bere immediatamente dopo il trattamento e rimase sobrio per il periodo di sei mesi del follow up (controllo, ndt). L’altro continuò a bere dopo l’esperimento, ma smise sei mesi dopo. Per Osmond e Hoffer questi risultati si rivelarono piuttosto confusi, tuttavia conclusero che l’uso di LSD avesse una chance del 50% nell’aiutare gli alcolisti.

Il successivo test su LSD a Saskatchewan fu condotto molti anni dopo da Colin Smith, che trattò 24 pazienti ottendendo un “miglioramento” per 12 di loro o “un netto miglioramento” subito dopo. Incoraggiati da questi risultati iniziali, altri ricercatori cominciarono ad utilizzare la droga per il trattamento degli alcolisti. Nel frattempo, Osmond e Hoffer stavano continuando le loro ricerche. Dal 1960 essi trattarono 2000 pazienti alcolisti con LSD, affermando che i loro risultati fossero simili a quelli ottenuti nel primo esperimento. Il loro trattamento fu appoggiato da Bill W., il cofondatore degli Alcolisti Anonimi che aveva già provato su se stesso una terapia a base di LSD, e fu sostenuto dal direttore del Dipartimento sull’Alcolismo di Saskatchewan, che riteneva fosse la cura migliore disponibile per l’alcolismo.

Osmond diede ad Aldous Huxley la sua prima dose di mescalina nel 1953, che lo ispirò a scrivere il classico The Doors of Perception. I due divennero amici ed Osmond chiese consiglio ad Huxley quando cercò una parola per descrivere gli effetti del LSD. Huxley suggerì il termine phanerothyme, dal greco “mostrare” e “spirito”, dicendo ad Osmond: Per rendere questo mondo sublime / Prendi mezzo grammo di phanerothyme”. Ma Osmond invece decise per il termine psichedelico, dalla parola greca psiche, che significa “mente”, e deloum, che significa “rivelarsi”, replicando alle rime di Huxley così: “Per scendere all’Inferno o salire in Paradiso / Prendi un pezzo psichedelico”. Il termine da lui coniato è stato pronunciato per la prima volta alla New York Academy of Sciences nel 1957.

La terapia a base di LSD ha raggiunto il picco negli anni Cinquanta durante i quali fu utilizzata perfino per trattare le star di Hollywood, ad esempio attori del calibro di Cary Grant. Dopo di che due terapie si erano sviluppate. La terapia psichedelica (“mind-manifesting”) che era praticata soprattuto nel Nord America prevedeva una psicoterapia intensiva seguita da una singola megadose di LSD. Si supponeva che l’esperienza trascendentale indotta da grosse quantità di dosi, scatenando un incremento della coscienza di sé, potesse rendere capace il paziente di riflettere sulla propria condizione con maggiore lucidità. La terapia psicolitica invece (“mind-loosening”), venne praticata prevalentemente in Europa e prevedeva regolari somministrazioni a bassi dosaggi della droga congiuntamente ad una terapia di psicoanalisi, con lo scopo di liberare quei ricordi passati perduti e rivelare la mente inconscia.

I primi studi sull’LSD furono seguiti da altri più recenti che svilupparono farmaci come l’antipsicotico chlorpromazine e l’antidepressivo triciclico imipramina. Tutte le ricerche su questi farmaci diedero l’avvio alla nuova disciplina della psicofarmacologia, permettendol’approdo verso il potente paradigma che rivoluzionò la psichiatria “traghettandola dentro il mondo moderno”. La scoperta che le sostanze psichedeliche inducessero sintomi paragonabili a quelli della schizofrenia rafforzò la nozione che le condizioni psichiatriche siano causate da squilibri chimici nel cervello. Gli psichiatri, di fronte ai nuovi fatti, che i disordini mentali potessero essere trattati con efficacia con i farmaci, cominciarono ad abbandonare l’approccio psicoanalitico a favore dei nuovi modelli sui disordini mentali basati sulla chimica del cervello.

LSD prese strada nei primi anni Sessanta, quando più di mille articoli di ricerche scientifiche sulle droghe avevano prodotto promettenti risultati su circa 40.000 pazienti. Poco tempo dopo, comunque, le ricerche su LSD come fattore terapeutico giunsero al termine per due ragioni. Primo, alcuni ricercatori puntarono il dito sulla poco corretta metodologia degli esperimenti. La maggiorparte non presentavano i controlli, cioè i pazienti reclutati non venivano assegnati casualmente in gruppi che ricevessero il vero trattamento o il placebo. Oggi, la ricerca a doppio cieco, randomizzata e con la somministrazione del placebo, è la regola d’oro dei trial clinici. I pazienti non sanno se sia stato somministrato loro il placebo o il medicinale. Nemmeno i ricercatori dovrebbero saperlo, affinché i risultati non siano distorti dalle loro aspettative (i bias metodologici). Prima, questa procedura sperimentale non era stata universalmente accettata come il metodo standard per verificare l’efficacia dei nuovi trattamenti farmaceutici.

La seconda e più importante ragione fu il clima culturale e politico di quei tempi. Dalla metà degli anni Sessanta, LSD diventa una droga molto diffusa e fu apertamente associata alla sottocultura hippie e a tutti i fenomeni sociali ad essa connessi – le proteste degli studenti e le dimostrazioni contro la guerra, la disobbedienza sociale e anticonformista. I mass media dipinsero con maggiore risalto i danni procurati dall’abuso dell’LSD e, tra le altre cose, parlarono di mutazioni genetiche e malformazioni fetali. La Sandos volontariamente bloccò la produzione della droga nel 1966, e i governi americani, inglese e canadese per la prima volta imposero severe restrizioni nell’uso di essa nelle ricerche, mettendola al bando definitivamente nel 1970. I documenti relativi ai test di Saskatchewan su LSD furono messi sotto chiave e sommersi dalla polvere sino a quando furono riscoperti dalla storica Erica Dyck 5 anni fa.

La metà degli anni Novanta videro la rinascita dell’interesse verso i potenziali benefici terapeutici delle droghe psichedeliche, grazie anche alla figura chiave di  Franz Vollenweider che scriveva per il Nature Reviews Neuroscience. Come illustrato nella sua ricerca, i nuovi studi danno conferma dell’efficacia terapeutica delle droghe psichedeliche, almeno quando sono somministrate in combinazione con una terapia comportamentale, e possono alleviare i vari sintomi dei disordini mentali. Nuove tecniche sofisticate come la risonanza magnetica funzionale stanno fornendo nuovi squarci su come agiscono nel cervello, rivelando i meccanismi sottostanti ai loro effetti terapeutici.

Noi oggi sappiamo, ad esempio, che i classici allucinogeni (LSD, la psilocibina e la mescalina) procurano i loro effetti attivando i recettori serotoninergici sottotipo 5-HT2A che sono in funzione nei neuroni piramidali degli strati profondi della corteccia prefrontale. La serotonina è coinvolta in diversi circuiti neuronali implicati nei disturbi dell’umore e affettivi. L’attivazione dei recettori serotoninergici altera i segnali mediati dalla dopamina e il glutammato, con la possibilità di procurare una plasticità sinaptica, modificando la forza delle connessioni di ampio raggio tra le aree dei circuiti neuronali. Gli effetti terapeutici degli psichedelici possono quindi essere ricondotti alla loro capacità di modulare l’attività neuronale all’interno di questi circuiti.

Nuovi studi mostrano che la ketamina, un anestetico dissociativo con proprietà allucinogene che agisce primariamente nei sistemi di trasmissioni del glutammato, può effettivamente alleviare la depressione, persino riducendo la frequenza di pensieri suicidi nei pazienti depressi. Un recente test clinico mostra che l’ MDMA (“l’ Ecstasy“) ha effetti benefici su pazienti che soffrono di disturbo post traumatico da stress. E alcuni degli studi di Vollenwieder mostrano che la psilocibina può lenire l’ansia e il dolore dei malati terminali di cancro. Degno di nota, questo studio recente dimostra che alcuni psichedelici producono effettivi benefici subito dopo una sola dose offrendo indubbi vantaggi sugli altri trattamenti farmaceutici, che possono impiegare molti mesi se non anni. Ma, malgrado questi vantaggi, molto rimane da scoprire su come funzionino le droghe psichedeliche nel cervello e perché abbiano questo valore terapeutico.

La storia degli esperimenti con LSD potrebbe essere utile per coloro i quali prendono decisioni sulle politiche che riguardano le droghe. La criminalizzazoine dell’LDS nel 1970 fu evidentemente una istintiva reazione del governo alle notizie sensazionali riportate dai media sui danni causati dall’abuso delle droghe senza che vi fosse stato un dibattito appropriato in merito. Una situazione simile è stata sollevata nei primi mesi di quest’anno, quando il governo britannico ha vietato il mefedrone. L’analisi delle ragioni che hanno condotto allo stop dei  primi test sul LSD in modo così brusco potrebbe fornire valide lezioni su come le droghe controverse possano essere efficacemente integrate nella medicina moderna.


(I would like give thanks Mo Costandi to allow me the translation of his post  for the italian reader)