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Cervelli famosi: Albert Einstein.

albert einstein1948 NJ 300x300 Cervelli famosi: Albert Einstein.

C’è un cervello nella letteratura scientifica che ha ricevuto un’attenzione ricca di significati particolari. Il cervello in questione è quello di Einstein, una specie di Santo Grall per molti scienziati. Il cervello di un morto che ancora parla. Terence Hines ha effettuato un’analisi accurata delle ricerche compiute in questi ultimi anni e ha pubblicato un articolo in cui smonta tutte le mitologie formulate sul cervello del grande fisico tedesco, intitolandolo significativamente: Neuromythology of Einstein’s brain.

Andiamo per ordine. Einstein morì il 16 aprile del 1955 all’età di 76 anni. Il suo desiderio fu che fosse cremato ma Thomas Harvey, il patologo che condusse l’autopsia, riuscì a convincere i familiari a conservare il cervello dell’illustre fisico per il potenziale valore scientifico. Tuttavia, bisognerà aspettare 30 anni prima che fosse pubblicato il primo articolo di ricerca sul cervello di Einstein. Dopo di che ne seguirono altri che possono essere suddivisi in due categorie: gli studi istologici (che riguardono la microstruttura) e gli studi morfologici concernenti l’analisi di circonvoluzioni e solchi (la macrostruttura).

Nel 1985, Diamond, Scheibel, Murphy e Harvey pubblicano il primo fondamentale articolo scientifico in cui dichiarano di aver trovato nei tessuti cerebrali dell’area 9* (zona frontale superiore) e dell’area 39 (parietale e giro angolare) di Einstein una quantità maggiore di cellule glia (vedi qui per informazioni su queste particolari cellule del cervello) rispetto al gruppo di controllo. In realtà, la differenza rispetto al controllo era significativa soltanto per una singola striscia di tessuto cerebrale dell’area parietale sinistra. In effetti, non è solo questo il problema, cioè di una sola differenza statisticamente significativa. Secondo, Hines (1998) ci sono dei problemi sia statistici sia in termini di differenze di età e socio-economiche tra il cervello di Einstein e quello del gruppo di controllo.

In poche parole, è stato messo a confronto il cervello di Einstein (da qui in poi E.) che morì a 76 anni con i cervelli del gruppo di controllo la cui data di morte variava tra i 47 e gli 80 anni. Inoltre, i cervelli del gruppo di controllo provenivano da strutture pubbliche nelle quali generalmente risiedono pazienti con uno status socio-economico molto basso, fattore che può avere un significativo impatto nel differenziare i tessuti cerebrali.

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Come se non bastasse, Diamond e colleghi scrivono sul loro articolo di aver eseguito delle analisi statistiche prendendo in considerazione 7 variabili dipendenti. Nel complesso hanno eseguito 28 comparazioni di cui soltanto una, che riguarda le cellule glia, ha rivelato una differenza al livello di significatività .05 differenza che, ricordiamo, riguarda soltanto una striscia di tessuto nella regione sinistra del lobo parietale. Un’altra questione che Hines solleva concerne l’aspetto più metodologico della “cecità” dell’osservatore. I ricercatori, in sostanza, analizzavano i tessuti sapendo da quale cervello provenivano, condizione che ha potuto pregiudicare il loro giudizio (vedi qui per approfondire il bias dell’osservatore in assenza del doppio cieco). Esempio: se ha sotto il microscopio tessuto proveniente dal cervello di E. lo sperimentatore tende ad aspettarsi anomalie laddove non ci sono.

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In un articolo del 1996, Harvey e Anderson spiegano che la corteccia prefrontale destra di E. in effetti è più sottile e che il numero di neuroni per millimetro quadrato sulla superficie corticale è maggiore rispetto al controllo. In questa regione, il cervello di E. non contiene propriamente più cellule cerebrali, ma c’è una maggiore densità perché probabilmente i neuroni sono decisamente impacchettati in piccole aree. Gli Autori concludono che la maggiore densità in cui sono impacchettati i neuroni consentiva al cervello del fisico tedesco di elaborare più velocemente le informazioni.

Ma questi risultati non vengono confermati in verifiche successive. Anzi, altri ricercatori sostengono che, nelle indagini autoptiche, anche nel cervello degli schizofrenici è stata riscontrata una maggiore densità neuronale nelle aree prefrontali. E poi, il cervello di E. probabilmente era molto diverso alla morte rispetto a quando era un giovane ricercatore all’apice delle sue capacità intellettive. Non è tutto. Harvey, autore insieme ad Anderson dell’articolo a favore della densità neuronale, è il patologo che ha estratto e conservato il cervello di Einstein e, secondo quanto scrive nell’articolo del 1996, “le prime indagini sui tessuti cerebrali dopo la morte del padre della relatività sono state di natura qualitativa e mai pubblicate“. Una specie di bias selettivo verso la pubblicazione (cioè si decide di pubblicare arbitrariamente ciò che serve).

Riepilogando, dagli studi istologici del cervello di Einstein, malgrado gli slogan mediatici, non ci sono conferme univoche di sostanziali differenze con i cervelli del gruppo di controllo. Non siate troppo sorpresi: il cervello è una struttura estremamente complicata e ormai è accertato che le abilità cognitive più avanzate siano distribuite in multipli network corticali. Contano i circuiti che le microstrutture. Supporre che analizzare piccole strisce di tessuto di poche singole regioni di un solo cervello possa rivelarci speciali informazioni sulla genialità di uno scienziato è ingenuo.

Fig02 300x235 Cervelli famosi: Albert Einstein.

Passiamo alle analisi degli studi morfologici che riguardano la conformazione delle circonvoluzioni e dei solchi del cervello di E. L’articolo di Witelson, Kigar e Harvey (1999) è il primo a parlare di “un cervello eccezionale che presenta un’ampia espansione del lobulo parietale inferiore e l’intero giro sopramarginale situato dietro la scissura di Silvio non è suddiviso da un grosso solco“. Questa anomalia non è stata riscontrata nei 91 cervelli del gruppo di controllo. Inoltre, i lobi parietali sono stati trovati simmetrici quando invece un “cervello normale” mostra un’asimmetria tra il lobo destro più grande rispetto a quello sinistro. Ma subito ci sono le smentite in cui si ribatte che “il pattern del lobo parietale sinistro di Einstein è decisamente simile alla struttura prototipica delle aree già classicamente illustrate ne I lobi parietali di Critchley (il cui testo in realtà è un po’ vecchiotto ma, insomma, l’anatomia nell’arco di 40 anni non risente delle intemperie evolutive)”. 

Dall’articolo di Witelson in poi si apre questo batti e ribatti tra neuroscienziati. Quella ricerca non è corretta perché ha sbagliato “nell’etichettare l’opercolo, che non è proprio l’opercolo parietale sinistro ma il giro postcentrale“, e via dicendo. E c’è poi un’altra differenza che Witelson e colleghi hanno trovato. Si tratta di un “ammasso” (knob) insolito nel giro postcentrale dell’emisfero destro che in effetti potrebbe essere collegato alla famosa abilità di E. di saper suonare il violino (con tanto di ricerche che danno conforto a questa possibilità). Falk (2009) sostiene le conclusioni di Witelson a proposito delle caratteristiche peculiari dei lobi parietali di E. suggerendo, tuttavia, che queste siano connesse alle “alte prestazioni del fisico nelle operazioni matematiche e visuospaziali“.

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Einstein’s brain. Image: Falk et al./The Lancet

Nel 2012 Falk e collaboratori hanno pubblicato un nuovo articolo sull’analisi dettagliata della morfologia di superficie del cervello di E. basandosi sulla scoperta di nuove foto, donate dal dr. Harvey al Museo Nazionale della Medicina e della Salute di Silver Spring, nel Maryland. C’è persino un app per iPhone, Einstein Brain Atlas, che consente di esaminare nel dettaglio le nuove slide. Questo nuovo studio segnala innumerevoli differenze anatomiche, “un po’ più spesso qui, insolitamente più sottile lì dietro quel solco, quello strano angolo giro che dovrebbe essere normalemnte diverso“, etc. etc. E’ un po’ una storia vecchia, l’ingenua tentazione frenologica di cercare nell’anatomia il meccanismo di una funzione mentale, scoprire per ogni bernoccolo un significato preciso.

Dopotutto, Falk e coll. (2012) non trovano conferma delle anomale sfericità e simmetria dei lobi parietali riscontrate nell’indagine di Witelson (1999). “Però, proseguono, abbiamo trovato una straordinaria espansione della parte laterale della corteccia somatosensoriale primaria sinistra e delle cortecce motorie primarie sinistre. In questo contesto è interessante ricordare le parole famose di E. quando sosteneva che pensare implica un’associazione di immagini e sentimenti e che, secondo E., gli elementi del pensiero fossero non solo visivi ma anche muscolari“.

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Ok, la spiegazione è suggestiva. Ma quanti ricercatori in passato hanno preso la dichiarazione di Einstein su come descrisse il suo pensiero e ne hanno formulato un’ipotesi che prevedesse il fatto che, data la “muscolarità” del pensiero di E. Ne derivava che le cortecce motorie e sensoriali dell’emisfero sinistro fossero “straordinariamente espanse”? Questo è un classico esempio di bias cognitivo in cui si collegano causalmente due eventi che hanno in comune solo una vicinanza temporale, post hoc ergo propter hoc.

Un attimo. Potreste obiettare che secondo alcune ricerche entrambi i lobi parietali destro e sinistro abbiano un ruolo importante nelle capacità matematiche. Dopo aver visto che ci sono interessanti indizi sulle anomalie dei suddetti lobi, sarebbe lecito generare l’ipotesi che il genio matematico di E. possa avere un fondamento anatomico nelle strutture parietali destra e sinistra. Falk risponde (ad esempio anche qui):

Questa ipotesi è basata sulla errata credenza che Einstein avesse una straordinaria intelligenza matematica. Ma egli non era una grande matematico. Le sue capacità matematiche erano tali che chiese un aiuto significativo ad alcuni matematici più competenti di lui.

Sembra di discutere sul sesso degli angeli. Semplicisticamente si tenta di associare una dimensione soggettiva forzatamente standardizzata (la capacità matematica) con una regione cerebrale. Coma se si voglia attaccare un post-it sul bernoccolo più prominente e dichiararne il record cognitivo. Ma allora c’è o non c’è qualche anomalia? Può esserci nella misura in cui tutti i cervelli mediamente s’assomigliano, ma la loro unicità in fondo si trova nella loro varianza statistica. Tutti i cervelli sono diversi, anomali per un occhio statistico.

Infine, c’è la questione del corpo calloso, il fascio nervoso centrale che tiene uniti i due emisferi. Il gruppo di Men (2012) ha analizzato alcune proprietà del corpo calloso basandosi sullo stesso gruppo di foto su cui hanno lavorato Falk e colleghi (2012). Essi hanno confrontato il corpo calloso di E. con quello di cervelli giovani e anziani esaminando 10 differenti caratteristiche (lo spessore, la linea mediale, il perimetro, etc.). Rispetto ai cervelli anziani (età media di 74.2 anni), il corpo calloso di E. (76 anni l’età in cui è morto) era nettamente diverso soprattutto per le maggiori dimensioni. Anche rispetto al gruppo di cervelli giovani, il cervello di E. risultava più grande su 6 proprietà. L’estesa connessione tra alcune parti degli emisferi spinge i ricercatori alla conclusione che siamo di fronte alla base neuroanatomica non tanto dell’intera intelligenza dell’insigne scienziato, ma “della sua straordinaria imagery [la capacità di manipolare immagini mentali, nda] e del suo genio matematico“.

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Il complesso di questi dati sul corpo callosum è impressionante. Ma come suggerisce Hines (2014) le 10 misure non sono indipendenti. Cosa significa? Che se “una parte del corpo calloso è più grande (o piccola) è molto probabile che le altre parti ne saranno condizionate allo stesso modo“. Men (2012) non ha condotto alcuna analisi statistica sulle intercorrelazioni tra le 10 variabili dipendenti. Peraltro, come per il discorso sulle mitiche capacità matematiche di E., non abbiamo alcun dato empirico (Einstein non è stato sottoposto ad alcun test psicometrico durante la sua vita) sulle sue presunte prodezze visuospaziali.

In conclusione, malgrado le affermazioni sensazionalistiche sulla natura del cervello di Albert Einstein sia dal punto di vista istologico che morfologico, Terence Hines, attraverso una puntigliosa revisione della letteratura scientifica, non ha trovato nulla di speciale che distinguesse il cervello di Einstein dai cervelli che esprimevano una intelligenza meno geniale. Il problema è sempre quello che accomuna tante ricerche di neuroscienze: il tentativo di trovare connessioni tra proprietà fisiche (forma, dimensione o struttura interna) con proprietà estremamente soggettive (il genio). Se le proprietà fisico anatomiche hanno un senso dal punto di vista scientifico (perché quantificabili), non lo hanno le seconde soprattutto perché basate in fondo sul solo cervello di Einstein.

Anche se trovassimo una presunta spiegazione nella sola nozione anatomica, sarebbe vera soltanto per il cervello di Einstein. Soltanto un numero sufficiente di cervelli di geni della fisica, comparabili al genio di Einstein, potrebbe consentire di approfondire statisticamente le correlazioni e costruire teorie generali. Il secondo aspetto è connesso “all’attitudine narrativa” di ogni cervello, pardon, mente umana: euristiche, bias e fallacie spingono ad attribuire causalità e storie coerenti e convincenti laddove i dati o non ci sono o sono manipolati in base alle aspettative di conferma. Analisi statistiche e una maggiore cura metodologica sono necessarie per le future ricerche sulle peculiarità del cervello di questo gigante della fisica, soprattuto anche come atto di rispetto verso la scienza che egli incarna con tale fascino e rigorosità.

Hines, T. (2014). Neuromythology of Einstein’s brain Brain and Cognition, 88, 21-25 DOI: 10.1016/j.bandc.2014.04.004

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I demoni della schizofrenia.

Nel nuovo numero di giugno 2014 del Journal of Religion and Health, il dr. Kemal Irmak ha pubblicato un articolo sulle cause demoniache della schizofrenia:

Alcuni dei sintomi schizofrenici, come le allucinazioni e i deliri, producono una notevole sofferenza psicologica. “I miei sentimenti e le mie azioni sono controllati da qualcun altro” o “mi hanno messo in testa pensieri che non sono miei”, sono i deliri più comuni e diffusi. Le esperienze allucinatorie sono costituite dalle voci che parlano al paziente o tra loro. Esse sono i principali sintomi positivi  della schizofrenia che richiedono uno studio accurato nella speranza di ricavare maggiore informazione sulla patofisiologia del disturbo. Pensiamo che molte delle cosidette allucinazioni siano realmente illusioni connesse ad un stimolo ambientale.  Un approccio al problema dell’allucinazione consiste nel considerare la possibilità di un mondo demoniaco. Le maggiori religioni credono ai demoni, considerati come creature invisibili che hanno il potere di possedere gli uomini e controllarne i loro corpi. La possessione demoniaca può manifestarsi un in un’ampia gamma di modi bizzarri che possono essere interpretati come espressione di differenti disturbi psicotici con deliri e allucinazioni. L’allucinazione quindi può essere un’illusione – una falsa interpretazione di un’immagine sensoriale vera formata dai demoni. Un guaritore religioso locale è di aiuto al paziente schizofrenico. Il suo metodo di trattamento sembra essere efficace perché i suoi pazienti si liberano dei sintomi dopo 3 mesi. In concusione, sarebbe utile per i professioniti della salute lavorare insieme con i guaritori religiosi per definire al meglio il percorso terapeutico della schizofrenia.

Il Journal of Religion and Health si definisce come “una rivista che pubblica articoli originali e revisionati (peer-review) che si occupano di salute fisica e mentale in relazione a tutte le forme di religione e spiritualità“. L’articolo proposto del dott. Kemal Irmak dell’Alta Corte della Scienza in un accademia militare di Ankara, richiama un po’ quello che sostiene in questo articolo padre Cesare Truqui.

Quando si tratta di comprendere i meccanismi attraverso cui si sviluppano deliri e paranoie un approccio scientifico consente una cauta apertura anche a prospettive decisamente alternative. L’enorme senso di umiltà nel conoscere senza intolleranze gli uomini è l’incanto del metodo scientifico. Mi chiedo se questa lezione sia un tratto distintivo anche per la visione prospettiva religiosa.

link all’articolo del dr. Kemal Irmak

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L’odore della malattia

nose neuromancer 300x225 Lodore della malattia

E’ possibile sentire l’odore della malattia? Una ricerca pubblicata su Psychological Science dimostra come ci sia la possibilità di sentire l’odore di un problema organico a causa dell’azione difensiva del sistema immunitario.

Secondo il ricercatore Mats Olsson del Karolinska Institutet in Svezia ci sono prove scientifiche che confermano ciò che si sa da tempo su questa associazione tra malattia e odore. Olsson sostiene che il mutamento organico dovuto alla malattia determini un adattamento delle secrezioni volatili e quindi sentiamo odori particolari.

Nelle sue ricerche Olsson ha cercato di capire se l’adattamento negli odori fosse riscontrabile già nei primi stadi della malattia. Lo scopo è stato quello di trovare un modo per diagnosticare anticipatamente l’insorgere di una patologia grazie alle sostanze volatili provenienti dal corpo che segnalano l’arrivo dell’infiammazione organica.

Nell’esperimento, ad una parte dei soggetti è stato iniettato un polisaccaride, mentre una soluzione fisiologica (placebo) è stata somministrata ad altri soggetti. I partecipanti indossavano una felpa che assorbiva l’odore corporeo nelle successive 4 ore. Il polisaccaride mette in azione il sistema immunitario, aumenta la temperatura corporea e le cellule immunitarie come le citochine. Un terzo gruppo di partecipanti ha esaminato le felpe sentendone l’odore e, come ci si aspettava, quelle appartenenti al gruppo sperimentale emanavano un intenso odore poco gradevole all’olfatto, da loro etichettato “poco salubre”. Ad un’elevata azione del sistema immunitario corrisponde un odore poco piacevole.

Sebbene non tutti i composti chimici degli indumenti siano stati identificati, il fatto che alcuni siano direttamente connessi con il sistema immunitario alterato dalla neurotossina è un risultato interessante. Questo dato aiuta a capire i lati sociali della malattia, l’associazione non campata in aria tra odore e situazione patologica, il valore adattivo della secrezione volatile come segnale dell’instabilità biochimica dovuta ad una malattia e le “fisiologiche” contromosse sociali per non essere infettati.

E’ anche evidente che questa spiegazione “naturalistica” non esclude quei processi cognitivi che sistematicamente conducono ad errori di giudizio e a comportamenti sociali per lo più scorretti e dannosi per la salute mentale (vedi ad esempio le ricerche condotte sull’odore della schizofrenia). La spiegazione scientifica sui processi biochimici dell’odore della pelle dell’individuo ammalato aiuta a migliorare gli strumenti diagnostici e terapeutici e a spazzar via qualsiasi uso improprio per interpretazioni discriminatorie.

link all’articolo di ricerca su Psychological Science

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La sede del libero arbitrio?

Secondo uno studio eseguito su due pazienti epilettici ci sarebbe un circuito del cervello che si attiva quando decidiamo di agire. I ricercatori hanno stimolato la corteccia cingolata mediale anteriore direttamente con microelettrodi e il paziente riferiva di sentire “un intenso calore nel petto accompagnato da un sentimento di determinazione ad agire”. Lo studio, guidato dal neurologo Michael Greicius della Standord University, porta alla luce una sorprendente fitta rete di connessioni tra la corteccia cingolata e le strutture adiacenti che sono coinvolte in quei compiti in cui è necessario attivarsi ed essere pronti all’azione.

Gli studiosi hanno scoperto [clicca qui per i dettagli] che la zona mediale della corteccia cingolata anteriore ha fitte interconnessioni con specifiche strutture frontali e sotto corticali. In base alla loro ricerca, questo circuito si attiverebbe nei momenti in cui affrontiamo una situazione nuova ed è necessario preparare il
cervello per agire, come quando sei in macchina e un pedone attraversa
improvvisamente la strada, te ne accorgi e devi preparare un’immediata azione per affrontare la novità.
Secondo i ricercatori si tratterebbe di un particolare circuito connesso su due fronti, da un lato a strutture che si attivano quando noi siamo un po’ fra le nuvole (daydreaming) e ritiriamo la nostra attenzione dal mondo esterno, dall’altro ad un circuito operativo (executive-control network) quando rivolgiamo l’attenzione verso un compito esterno, come quando intercettiamo uno stimolo importante e dobbiamo agire di conseguenza.

Nel primo caso stiamo parlando del default mode network (dmn, ne ho parlato diffusamente qui) e nel secondo caso ci riferiamo al collegamento tra corteccia cingolare mediale anteriore e le cortecce frontoinsulari che si attivano soprattutto durante l’esecuzione di un compito esterno. Secondo i ricercatori, il quadro che emerge confrontando le ricerche prevede tre circuiti particolarmente interconnessi che lavorano ritmicamente: uno riguarda l’attività cognitiva quando ci “estraniamo” dal mondo esterno (il dmn), l’altro che si “accende” al momento in cui viene attribuita importanza ad uno stimolo nuovo (salience networkun circuito di rilievo) e le strutture attive al momento di intervenire verso la situazione ambientale rilevata.

20131218 133443 La sede del libero arbitrio?

In sostanza diverse ricerche convergono nell’individuazione di tre sistemi autonomi con funzioni specifiche:

  1. Il salience network (vedi questa ricerca ricerca) si attiva quando è necessario rispondere ad un cambiamento ambientale cui è attribuito un rilievo importante. Una specie di sistema di attacco-difesa che in ambito psicologico equivale ad esempio alla sfida competitiva per il rango in una scala gerarchica. Conferme sperimentali di questo quadro neuropsicologico provengono anche dai dati clinici di alcune condizioni neurologiche come l’Alzheimer o la demenza fronto-temporale, malattie neurodegenerative che riguardano le strutture prefrontali e temporali del cervello e in cui i pazienti mostrano gravi deficit nel pianificare i compiti.
  2. Il default mode network sembra giocare un ruolo cruciale in attività mentali introspettive, quando ci assentiamo dalla realtà e vaghiamo nei nostri pensieri (mind-wandering). Secondo alcune ricerche gioca un importante ruolo nei disturbi autistici, dissociativi, schizofrenici e da stress post traumatici (puoi farti un’idea <a qui, qui  e qui).

  3. Per quanto riguarda il sistema esecutivo e di controllo dei lobi frontali un classico esempio da manuale è quello del caso Phineas Gage (ampiamente descritto qui).

Il salience network rappresenterebbe l’interfaccia neurobiologica attraverso cui decidi di spostare l’attenzione dai tuoi pensieri agli stimoli esterni. I ricercatori sperano di poter sfruttare questi dati per comprendere i meccanismi di importanti patologie e disturbi psichici. Ma meglio aspettare altri approfondimenti sperimentali prima di giungere troppo in fretta a conclusioni generali. È poco credibile che esista un luogo preciso, un circuito anatomico (cortecce angolari, frontali e limbiche), dove “risiede” il libero arbitrio.

Del resto quest’ultima definizione circa la “libera volontà” sfugge da ogni proposta sperimentale ed è meglio rinviarla a speculazioni filosofiche più che psicologiche. E il titolo di questo articolo per quanto artificioso è stato un espediente per dimostrarti come la tua attenzione sia stata attratta, nella moltitudine di stimoli ambientali, su un messaggio degno di essere preso in considerazione.

Ma c’è un’altro aspetto che mi piace sottolineare. Le ricerche preliminari sui processi paralleli che riguardano l’attenzione, il daydreaming (stare fra le nuvole), il pensiero rivolto verso l’esterno, dimostrano quanto siano importanti i contributi neuroscientifici per lo psicologo in teoria e in pratica. La ricerca può confermare quanto già teorizzato dai modelli psicopatologici oppure fornire nuovi approcci sperimentali per mettere in discussione modelli psicologici e rinnovarli. In entrambi i casi, il dialogo tra ricerca e clinica guadagna maggiore terreno verso la sofisticata e misteriosa zona di confine tra malessere e benessere psicofisico.

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La paranoia e la tecnologia

Giuseppe Arcimboldo   Summer   WGA00818 249x300 La paranoia e la tecnologiaQuale è la relazione tra la tecnologia e la paranoia? Avete la sensazione alle volte di essere controllati da oscuri agenti del web? Sospettate che la realtà che vi circonda sia un’illusione e non siete altro che al centro di un immenso reality show?

Mike Jay ne parla diffusamente sulla rivista online Aeon in un brillante articolo. Vi segnalo alcuni brani davvero densi di significati e proviamo a osservare la questione da vari punti di vista.

L’articolo parte con un chiaro riferimento al delirio del Truman Show, descritto in un bell’articolo dai fratelli Joel e Jan Gold  di cui già ho scritto abbondantemente in un precedente post (clicca qui). Riporta la storia di alcuni individui che pensano di vivere letteralmente dentro un reality show, “spiati” da telecamere nascoste dietro cespugli e specchi unidirezionali. 

Questi esempi sembrano catturare perfettamente lo spirito dei tempi: racconti rivelatori di un periodo storico in cui l’esperienza della realtà è curata e fatta su misura in modi sottili e insidiosi, per cui tutto quanto dalla mail alle ricerche online ci incoraggia discretamente a credere di essere il centro del mondo.

Queste storie ovviamente echeggiano il nostro momento storico saturo di tecnologia. Ciò che è poco chiaro è il motivo per cui [i pazienti] adottano rapidamente una prospettiva che, almeno fino a poco tempo fa, era segno caratteristico di un’alienazione dalla realtà. Questo significa che le tecnologie mediatiche ci rendano tutti quanti paranoici? O che i deliri paranoici improvvisamente hanno più senso di quanto si pensasse?

Arcimboldo 10 234x300 La paranoia e la tecnologiaA questo punto Mike Jay scrive che la prima persona ad analizzare seriamente la relazione tra le tecnologie e i sintomi psicotici fu Victor Tausk, uno dei primi allievi di Freud. Nel 1919 pubblicò un volume, The influencing machine in cui descrive la parnoia di molti pazienti, diagnosticati schizofrenici, convinti che la loro mente e il loro corpo fossero controllati da tecnologie sofisticate, invisibili a tutti eccetto che a loro. Le tecnologie spesso citate da loro corrispondevano ai nuovissimi macchinari del telefono, del fonografo, del cinema. Tausk vede una logica nella loro paranoia: il riflettersi di sogni e incubi di un mondo rapidamente in evoluzione. Le dinamo elettriche, i primi disegni delle anatomie dei network cerebrali, i nuovi apparati al radio per i raggi-x che rivelano un mondo fino al quel momento invisibile e sconosciuto. 

Secondo Tausk, tutte queste novità non stavano creando nuove forme di malattie mentali. Piuttosto, gli sviluppi tecnologici moderni stavano procurando ai pazienti un nuovo linguaggio per descrivere la loro condizione.

Il nucleo centrale della schizofrenia consisteva secondo Tausk nella perdita dei “confini dell’Io” da rendere impossibile al soggetto la possibilità di controllare la realtà e di formarsi un’immagine corerente del sè. E quindi l’emergere delle allucinazioni visive e uditive, la paranoia di essere preda di intrusioni dentro il cervello e di essere manipolati come marionette. C’è una proposta interpretativa degna di attenzione: questi pazienti sono soggetti a ciò che Tausk chiama “il bisogno di causalità che è inerente alla natura umana”.

Incapaci di imporre un significato al mondo, essi diventano vuoti recipienti per prodotti e credenze culturali che ruotano intorno a loro. Dal Ventesimo secolo, molti trovano se stessi aggrappati alla convinzione di essere tormentati da operatori occulti con tecnologie avanzate.

E se in passato le esperienze paranoiche a carattere delirante avevano avuto un carattere essenzialmente religioso (spiriti malvagi, messaggeri divini, stregonerie o trappole diaboliche), nell’età moderna sono disponibili spiegazioni alternative. Ad esempio, le allucinazioni non sono viste più nelle tre dimensioni ma come proiettate su un piano, sulla parete o viste dalla finestra. E’ la logica proiettiva della tecnologia cinematografica, che per molti versi fornisce una spiegazione razionale dell’esperienza percettiva nonostante il fatto fosse in-esistente.

Arcimboldo Rudolf II 631 300x142 La paranoia e la tecnologia

Come sottolineato dai fratelli Gold, la nuova cultura fornisce nuovi contenuti a certe forme di paranoia. Distinguendo la forma dal contenuto possiamo comprendere il ruolo delle nuove paranoie alla Truman Show all’interno di poche forme narrative del delirio. Ad esempio, il delirio di persecuzione lo possiamo trovare lungo tutta la storia della psicopatologia e in varie culture, ma se prima il controllo occulto era attribuito ad uno spirito del demonio o al maleficio di una strega, adesso è possibile sentire storie di manipolazione mentale dovuta a dispositivi impiantati nel cervello, chip sottocutanei o droghe cibernetiche assorbite inconsapevolmente.

E’ facile concludere che la spiegazione [di esperienze deliranti] siano piani premeditati dalla tv o dai social media: che, per qualche oscura ragione, l’attenzione del mondo si è improvvisamente rivolta su di noi e un pubblico invisibile sta guardando affascinato come ci comportiamo. Il delirio del Truman Show, quindi, non implica che sia la causa o il sintomo di malattia mentale; semplicemente può significare che la pervasiva presenza del reality televisivo nella nostra cultura offra una spiegazione plausibile per eventi e sensazioni altrimenti inspiegabili.

Giuseppe Arcimboldo   Spring   WGA00817 253x300 La paranoia e la tecnologiaSia chiaro: la formazione del delirio è una questione innanzitutto psicopatologica e spesso strettamente legata ad un profondo sviluppo infantile traumatico. L’articolo in questione propone un’ipotesi interpretativa stimolante: il bisogno di costruire scenari plausibili crea il terreno per un flusso interscambiabile tra cultura e paranoia. La science fiction ne è un esempio emblematico. Ci sono scrittori e romanzi che nella storia della letteratura hanno dato forma a contenuti immaginifici di potente forza narrativa in questo senso. Hanno letteralmente strapazzato i confini dell’io e del mondo mettendo in discussione l’integrità della coscienza, dell’identità, della stabilità lineare della realtà quotidiana. Philip Dick e Matrix sono prodigiosi esempi.

Insomma, l’articolo di Mike Jay è intrigante per come osserva l’associazione tra paranoia e tecnologia. Sembra che oggi questo rapporto sia meno alienante rispetto al passato. In un certo senso dà credito ad una visione del cervello umano che si è sviluppato sostanzialmente per gestire menti umane molto più che per raggiungere scopi strumentali. Supporre altre menti, supporre altre realtà e multiformi connessioni sembra che oggi faciliti l’integrazione sociale dell’utente. Prima era un miscuglio di stranezza, follia, emarginazione, visionarietà, misticismo e per certi periodi si rischiava il rogo. Oggi sono contenuti con cui quotidianamente abbiamo a che fare a casa, a lavoro, nei posti pubblici tradizionali.

Chattiamo con persone che non abbiamo mai visto e non sappiamo dove si trovano, scambiamo dati con nick e avatar, facilmente possiamo cambiare sesso, identità, tematiche personali. Ci sono game online giocati contemporanemanete da centinaia di giocatori, la cui identità non è più umana e il mondo virtuale ha perso ogni sembianza terrestre. Allo stesso tempo è possibile creare una realtà fotografica di quella che conosciamo, interagirci senza accorgerci che sia una registrazione (leggi ad esempio questo articolo). Ci stiamo evolvendo verso un decisivo decentramento dalla realtà percettiva?

1000533 246x300 La paranoia e la tecnologiaImpossibile trarne scenari conclusivi ma azzardo due sviluppi neurotecnologici: uno ormai presente e in fase di inarrestabile sviluppo tecnico rappresentato dalla tecnologia BCI (brain computer interface). Una cuffia di elettrodi il cui costo è ormai alla portata di tutti (intorno ai 200 dollari) registra le onde cerebrali che vengono tradotte in comandi che ci permettono di agire sul mondo senza muovere un dito. Il secondo più fantascientifico (ma ormai non deve lasciarci sereni quest’aggettivo): l’uso di droghe necessarie per innescare processi di pensiero idonei alla paranoia “autorizzata” dalla cultura sociale.

L’influsso della macchina (the influencing machine) non è più un oggetto non identificato nella mente di un paziente all’interno di un ospedale psichiatrico o la drammatica visione di un fanatico. Ma è uno strumento narrativo che può aiutare a capire le instabili sfaccettature tra l’esterno e l’interno della nostra coscienza diffusa socialmente.Il decentramento dalla gravità e dal senso del tempo assoluto, dalla fisica classica, dalla cultura dei nostri genitori, è un futuro incomprensibile ma ampiamente sperimentato da miliardi di persone a contatto con la tecnologia. Forse un giorno, la mattina ci sveglieremo e non saremo in arresto (Il processo), ma trasformati in un insetto (La metamorfosi).

update: Mike Jay è autore di un libro, The influencing machine, che vi consiglio di comprare immediatamente perché è uno splendido racconto su uno dei primissimi casi documentati di paziente paranoico, convinto che la sua mente fosse controllata da una macchina, The Air Loom (Il telaio aereo).

link all’articolo di Mike Jay

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