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L’odore della malattia

nose neuromancer 300x225 Lodore della malattia

E’ possibile sentire l’odore della malattia? Una ricerca pubblicata su Psychological Science dimostra come ci sia la possibilità di sentire l’odore di un problema organico a causa dell’azione difensiva del sistema immunitario.

Secondo il ricercatore Mats Olsson del Karolinska Institutet in Svezia ci sono prove scientifiche che confermano ciò che si sa da tempo su questa associazione tra malattia e odore. Olsson sostiene che il mutamento organico dovuto alla malattia determini un adattamento delle secrezioni volatili e quindi sentiamo odori particolari.

Nelle sue ricerche Olsson ha cercato di capire se l’adattamento negli odori fosse riscontrabile già nei primi stadi della malattia. Lo scopo è stato quello di trovare un modo per diagnosticare anticipatamente l’insorgere di una patologia grazie alle sostanze volatili provenienti dal corpo che segnalano l’arrivo dell’infiammazione organica.

Nell’esperimento, ad una parte dei soggetti è stato iniettato un polisaccaride, mentre una soluzione fisiologica (placebo) è stata somministrata ad altri soggetti. I partecipanti indossavano una felpa che assorbiva l’odore corporeo nelle successive 4 ore. Il polisaccaride mette in azione il sistema immunitario, aumenta la temperatura corporea e le cellule immunitarie come le citochine. Un terzo gruppo di partecipanti ha esaminato le felpe sentendone l’odore e, come ci si aspettava, quelle appartenenti al gruppo sperimentale emanavano un intenso odore poco gradevole all’olfatto, da loro etichettato “poco salubre”. Ad un’elevata azione del sistema immunitario corrisponde un odore poco piacevole.

Sebbene non tutti i composti chimici degli indumenti siano stati identificati, il fatto che alcuni siano direttamente connessi con il sistema immunitario alterato dalla neurotossina è un risultato interessante. Questo dato aiuta a capire i lati sociali della malattia, l’associazione non campata in aria tra odore e situazione patologica, il valore adattivo della secrezione volatile come segnale dell’instabilità biochimica dovuta ad una malattia e le “fisiologiche” contromosse sociali per non essere infettati.

E’ anche evidente che questa spiegazione “naturalistica” non esclude quei processi cognitivi che sistematicamente conducono ad errori di giudizio e a comportamenti sociali per lo più scorretti e dannosi per la salute mentale (vedi ad esempio le ricerche condotte sull’odore della schizofrenia). La spiegazione scientifica sui processi biochimici dell’odore della pelle dell’individuo ammalato aiuta a migliorare gli strumenti diagnostici e terapeutici e a spazzar via qualsiasi uso improprio per interpretazioni discriminatorie.

link all’articolo di ricerca su Psychological Science

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La sede del libero arbitrio?

Secondo uno studio eseguito su due pazienti epilettici ci sarebbe un circuito del cervello che si attiva quando decidiamo di agire. I ricercatori hanno stimolato la corteccia cingolata mediale anteriore direttamente con microelettrodi e il paziente riferiva di sentire “un intenso calore nel petto accompagnato da un sentimento di determinazione ad agire”. Lo studio, guidato dal neurologo Michael Greicius della Standord University, porta alla luce una sorprendente fitta rete di connessioni tra la corteccia cingolata e le strutture adiacenti che sono coinvolte in quei compiti in cui è necessario attivarsi ed essere pronti all’azione.

Gli studiosi hanno scoperto [clicca qui per i dettagli] che la zona mediale della corteccia cingolata anteriore ha fitte interconnessioni con specifiche strutture frontali e sotto corticali. In base alla loro ricerca, questo circuito si attiverebbe nei momenti in cui affrontiamo una situazione nuova ed è necessario preparare il
cervello per agire, come quando sei in macchina e un pedone attraversa
improvvisamente la strada, te ne accorgi e devi preparare un’immediata azione per affrontare la novità.
Secondo i ricercatori si tratterebbe di un particolare circuito connesso su due fronti, da un lato a strutture che si attivano quando noi siamo un po’ fra le nuvole (daydreaming) e ritiriamo la nostra attenzione dal mondo esterno, dall’altro ad un circuito operativo (executive-control network) quando rivolgiamo l’attenzione verso un compito esterno, come quando intercettiamo uno stimolo importante e dobbiamo agire di conseguenza.

Nel primo caso stiamo parlando del default mode network (dmn, ne ho parlato diffusamente qui) e nel secondo caso ci riferiamo al collegamento tra corteccia cingolare mediale anteriore e le cortecce frontoinsulari che si attivano soprattutto durante l’esecuzione di un compito esterno. Secondo i ricercatori, il quadro che emerge confrontando le ricerche prevede tre circuiti particolarmente interconnessi che lavorano ritmicamente: uno riguarda l’attività cognitiva quando ci ”estraniamo” dal mondo esterno (il dmn), l’altro che si “accende” al momento in cui viene attribuita importanza ad uno stimolo nuovo (salience networkun circuito di rilievo) e le strutture attive al momento di intervenire verso la situazione ambientale rilevata.

20131218 133443 La sede del libero arbitrio?

In sostanza diverse ricerche convergono nell’individuazione di tre sistemi autonomi con funzioni specifiche:

  1. Il salience network (vedi questa ricerca ricerca) si attiva quando è necessario rispondere ad un cambiamento ambientale cui è attribuito un rilievo importante. Una specie di sistema di attacco-difesa che in ambito psicologico equivale ad esempio alla sfida competitiva per il rango in una scala gerarchica. Conferme sperimentali di questo quadro neuropsicologico provengono anche dai dati clinici di alcune condizioni neurologiche come l’Alzheimer o la demenza fronto-temporale, malattie neurodegenerative che riguardano le strutture prefrontali e temporali del cervello e in cui i pazienti mostrano gravi deficit nel pianificare i compiti.
  2. Il default mode network sembra giocare un ruolo cruciale in attività mentali introspettive, quando ci assentiamo dalla realtà e vaghiamo nei nostri pensieri (mind-wandering). Secondo alcune ricerche gioca un importante ruolo nei disturbi autistici, dissociativi, schizofrenici e da stress post traumatici (puoi farti un’idea <a qui, qui  e qui).

  3. Per quanto riguarda il sistema esecutivo e di controllo dei lobi frontali un classico esempio da manuale è quello del caso Phineas Gage (ampiamente descritto qui).

Il salience network rappresenterebbe l’interfaccia neurobiologica attraverso cui decidi di spostare l’attenzione dai tuoi pensieri agli stimoli esterni. I ricercatori sperano di poter sfruttare questi dati per comprendere i meccanismi di importanti patologie e disturbi psichici. Ma meglio aspettare altri approfondimenti sperimentali prima di giungere troppo in fretta a conclusioni generali. È poco credibile che esista un luogo preciso, un circuito anatomico (cortecce angolari, frontali e limbiche), dove “risiede” il libero arbitrio.

Del resto quest’ultima definizione circa la “libera volontà” sfugge da ogni proposta sperimentale ed è meglio rinviarla a speculazioni filosofiche più che psicologiche. E il titolo di questo articolo per quanto artificioso è stato un espediente per dimostrarti come la tua attenzione sia stata attratta, nella moltitudine di stimoli ambientali, su un messaggio degno di essere preso in considerazione.

Ma c’è un’altro aspetto che mi piace sottolineare. Le ricerche preliminari sui processi paralleli che riguardano l’attenzione, il daydreaming (stare fra le nuvole), il pensiero rivolto verso l’esterno, dimostrano quanto siano importanti i contributi neuroscientifici per lo psicologo in teoria e in pratica. La ricerca può confermare quanto già teorizzato dai modelli psicopatologici oppure fornire nuovi approcci sperimentali per mettere in discussione modelli psicologici e rinnovarli. In entrambi i casi, il dialogo tra ricerca e clinica guadagna maggiore terreno verso la sofisticata e misteriosa zona di confine tra malessere e benessere psicofisico.

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La paranoia e la tecnologia

Giuseppe Arcimboldo   Summer   WGA00818 249x300 La paranoia e la tecnologiaQuale è la relazione tra la tecnologia e la paranoia? Avete la sensazione alle volte di essere controllati da oscuri agenti del web? Sospettate che la realtà che vi circonda sia un’illusione e non siete altro che al centro di un immenso reality show?

Mike Jay ne parla diffusamente sulla rivista online Aeon in un brillante articolo. Vi segnalo alcuni brani davvero densi di significati e proviamo a osservare la questione da vari punti di vista.

L’articolo parte con un chiaro riferimento al delirio del Truman Show, descritto in un bell’articolo dai fratelli Joel e Jan Gold  di cui già ho scritto abbondantemente in un precedente post (clicca qui). Riporta la storia di alcuni individui che pensano di vivere letteralmente dentro un reality show, “spiati” da telecamere nascoste dietro cespugli e specchi unidirezionali. 

Questi esempi sembrano catturare perfettamente lo spirito dei tempi: racconti rivelatori di un periodo storico in cui l’esperienza della realtà è curata e fatta su misura in modi sottili e insidiosi, per cui tutto quanto dalla mail alle ricerche online ci incoraggia discretamente a credere di essere il centro del mondo.

Queste storie ovviamente echeggiano il nostro momento storico saturo di tecnologia. Ciò che è poco chiaro è il motivo per cui [i pazienti] adottano rapidamente una prospettiva che, almeno fino a poco tempo fa, era segno caratteristico di un’alienazione dalla realtà. Questo significa che le tecnologie mediatiche ci rendano tutti quanti paranoici? O che i deliri paranoici improvvisamente hanno più senso di quanto si pensasse?

Arcimboldo 10 234x300 La paranoia e la tecnologiaA questo punto Mike Jay scrive che la prima persona ad analizzare seriamente la relazione tra le tecnologie e i sintomi psicotici fu Victor Tausk, uno dei primi allievi di Freud. Nel 1919 pubblicò un volume, The influencing machine in cui descrive la parnoia di molti pazienti, diagnosticati schizofrenici, convinti che la loro mente e il loro corpo fossero controllati da tecnologie sofisticate, invisibili a tutti eccetto che a loro. Le tecnologie spesso citate da loro corrispondevano ai nuovissimi macchinari del telefono, del fonografo, del cinema. Tausk vede una logica nella loro paranoia: il riflettersi di sogni e incubi di un mondo rapidamente in evoluzione. Le dinamo elettriche, i primi disegni delle anatomie dei network cerebrali, i nuovi apparati al radio per i raggi-x che rivelano un mondo fino al quel momento invisibile e sconosciuto. 

Secondo Tausk, tutte queste novità non stavano creando nuove forme di malattie mentali. Piuttosto, gli sviluppi tecnologici moderni stavano procurando ai pazienti un nuovo linguaggio per descrivere la loro condizione.

Il nucleo centrale della schizofrenia consisteva secondo Tausk nella perdita dei “confini dell’Io” da rendere impossibile al soggetto la possibilità di controllare la realtà e di formarsi un’immagine corerente del sè. E quindi l’emergere delle allucinazioni visive e uditive, la paranoia di essere preda di intrusioni dentro il cervello e di essere manipolati come marionette. C’è una proposta interpretativa degna di attenzione: questi pazienti sono soggetti a ciò che Tausk chiama “il bisogno di causalità che è inerente alla natura umana”.

Incapaci di imporre un significato al mondo, essi diventano vuoti recipienti per prodotti e credenze culturali che ruotano intorno a loro. Dal Ventesimo secolo, molti trovano se stessi aggrappati alla convinzione di essere tormentati da operatori occulti con tecnologie avanzate.

E se in passato le esperienze paranoiche a carattere delirante avevano avuto un carattere essenzialmente religioso (spiriti malvagi, messaggeri divini, stregonerie o trappole diaboliche), nell’età moderna sono disponibili spiegazioni alternative. Ad esempio, le allucinazioni non sono viste più nelle tre dimensioni ma come proiettate su un piano, sulla parete o viste dalla finestra. E’ la logica proiettiva della tecnologia cinematografica, che per molti versi fornisce una spiegazione razionale dell’esperienza percettiva nonostante il fatto fosse in-esistente.

Arcimboldo Rudolf II 631 300x142 La paranoia e la tecnologia

Come sottolineato dai fratelli Gold, la nuova cultura fornisce nuovi contenuti a certe forme di paranoia. Distinguendo la forma dal contenuto possiamo comprendere il ruolo delle nuove paranoie alla Truman Show all’interno di poche forme narrative del delirio. Ad esempio, il delirio di persecuzione lo possiamo trovare lungo tutta la storia della psicopatologia e in varie culture, ma se prima il controllo occulto era attribuito ad uno spirito del demonio o al maleficio di una strega, adesso è possibile sentire storie di manipolazione mentale dovuta a dispositivi impiantati nel cervello, chip sottocutanei o droghe cibernetiche assorbite inconsapevolmente.

E’ facile concludere che la spiegazione [di esperienze deliranti] siano piani premeditati dalla tv o dai social media: che, per qualche oscura ragione, l’attenzione del mondo si è improvvisamente rivolta su di noi e un pubblico invisibile sta guardando affascinato come ci comportiamo. Il delirio del Truman Show, quindi, non implica che sia la causa o il sintomo di malattia mentale; semplicemente può significare che la pervasiva presenza del reality televisivo nella nostra cultura offra una spiegazione plausibile per eventi e sensazioni altrimenti inspiegabili.

Giuseppe Arcimboldo   Spring   WGA00817 253x300 La paranoia e la tecnologiaSia chiaro: la formazione del delirio è una questione innanzitutto psicopatologica e spesso strettamente legata ad un profondo sviluppo infantile traumatico. L’articolo in questione propone un’ipotesi interpretativa stimolante: il bisogno di costruire scenari plausibili crea il terreno per un flusso interscambiabile tra cultura e paranoia. La science fiction ne è un esempio emblematico. Ci sono scrittori e romanzi che nella storia della letteratura hanno dato forma a contenuti immaginifici di potente forza narrativa in questo senso. Hanno letteralmente strapazzato i confini dell’io e del mondo mettendo in discussione l’integrità della coscienza, dell’identità, della stabilità lineare della realtà quotidiana. Philip Dick e Matrix sono prodigiosi esempi.

Insomma, l’articolo di Mike Jay è intrigante per come osserva l’associazione tra paranoia e tecnologia. Sembra che oggi questo rapporto sia meno alienante rispetto al passato. In un certo senso dà credito ad una visione del cervello umano che si è sviluppato sostanzialmente per gestire menti umane molto più che per raggiungere scopi strumentali. Supporre altre menti, supporre altre realtà e multiformi connessioni sembra che oggi faciliti l’integrazione sociale dell’utente. Prima era un miscuglio di stranezza, follia, emarginazione, visionarietà, misticismo e per certi periodi si rischiava il rogo. Oggi sono contenuti con cui quotidianamente abbiamo a che fare a casa, a lavoro, nei posti pubblici tradizionali.

Chattiamo con persone che non abbiamo mai visto e non sappiamo dove si trovano, scambiamo dati con nick e avatar, facilmente possiamo cambiare sesso, identità, tematiche personali. Ci sono game online giocati contemporanemanete da centinaia di giocatori, la cui identità non è più umana e il mondo virtuale ha perso ogni sembianza terrestre. Allo stesso tempo è possibile creare una realtà fotografica di quella che conosciamo, interagirci senza accorgerci che sia una registrazione (leggi ad esempio questo articolo). Ci stiamo evolvendo verso un decisivo decentramento dalla realtà percettiva?

1000533 246x300 La paranoia e la tecnologiaImpossibile trarne scenari conclusivi ma azzardo due sviluppi neurotecnologici: uno ormai presente e in fase di inarrestabile sviluppo tecnico rappresentato dalla tecnologia BCI (brain computer interface). Una cuffia di elettrodi il cui costo è ormai alla portata di tutti (intorno ai 200 dollari) registra le onde cerebrali che vengono tradotte in comandi che ci permettono di agire sul mondo senza muovere un dito. Il secondo più fantascientifico (ma ormai non deve lasciarci sereni quest’aggettivo): l’uso di droghe necessarie per innescare processi di pensiero idonei alla paranoia “autorizzata” dalla cultura sociale.

L’influsso della macchina (the influencing machine) non è più un oggetto non identificato nella mente di un paziente all’interno di un ospedale psichiatrico o la drammatica visione di un fanatico. Ma è uno strumento narrativo che può aiutare a capire le instabili sfaccettature tra l’esterno e l’interno della nostra coscienza diffusa socialmente.Il decentramento dalla gravità e dal senso del tempo assoluto, dalla fisica classica, dalla cultura dei nostri genitori, è un futuro incomprensibile ma ampiamente sperimentato da miliardi di persone a contatto con la tecnologia. Forse un giorno, la mattina ci sveglieremo e non saremo in arresto (Il processo), ma trasformati in un insetto (La metamorfosi).

update: Mike Jay è autore di un libro, The influencing machine, che vi consiglio di comprare immediatamente perché è uno splendido racconto su uno dei primissimi casi documentati di paziente paranoico, convinto che la sua mente fosse controllata da una macchina, The Air Loom (Il telaio aereo).

link all’articolo di Mike Jay

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Le voci appaiono sullo schermo

Di Mauro avatar1 1024x341 Le voci appaiono sullo schermo

E’ arrivata l’ora di poter vedere negli occhi quella voce che ripete sempre le stesse frasi abusive e stereotipate che tormentano alcune persone con disturbi psicotici.

Vi spiego tutto. Ci sono dei disturbi mentali come la schizofrenia che presentano le allucinazioni uditive tra i loro sintomi.  Le cosiddette “voci” sono intrusive e senza controllo commentano, criticano o comandano e soltanto il paziente le sente. Ora, secondo i ricercatori poter mettere “faccia a faccia” il paziente con un personaggio (l’avatar) che emette tali voci potrebbe instaurare un benefico dialogo al fine di portare sollievo a chi soffre di questo problema. 

Gli autori della ricerca hanno costruito un avatar con un programma commerciale (Facegen Modeller versione 3.5.1) e hanno sviluppato un software per produrre un set di “voci” modificabili. Nel test, il paziente aveva 15 minuti per scegliere un avatar e 25 minuti per selezionare la “voce”. Al paziente che non riusciva di visualizzare un volto veniva chiesto di selezionarne uno col quale si sentisse a suo agio parlare. Ai partecipanti che sentissero più voci si chiedeva di scegliere quella dominante o quella di cui avrebbero desiderato liberarsene.

Il paziente ascoltava e parlava  con l’avatar che appariva su uno schermo gestito dal terapeuta che si trovava in una stanza accanto. Il terapeuta riproduceva la voce allucinatoria sotto forma di istruzioni o commenti e nel frattempo, se era il caso, incoraggiava il paziente con la sua voce attraverso un canale audio parallelo. Il paziente era quindi sollecitato dal terapeuta a dialogare e affrontare la “personificazione” della “voce”. L’avatar (istruito dal terapeuta) progressivamente transitava verso il controllo del paziente.

L’ipotesi dei ricercatori era costituita dal fatto che i pazienti, aiutati dal terapeuta, fossero in grado di trasferire l’acquisizione di capacità di controllo sull’avatar all’esperienza psichica allucinatoria che li disturba. La trasformazione della voce da un’entità ostile ad un elemento ben intenzionato potrebbe aiutare il paziente a reintegrare beneficamente nella psiche quella parte estranea e allucinata costituita dalle voci. Inoltre le sessioni venivano registrate in mp3 così che il paziente potesse ascoltarle fuori il laboratorio per rinforzare il controllo verso il loro persecutore. 

Le sei sessioni, una a settimana, sono durate ciscuna 30 minuti seguite dal controllo tre mesi dopo (follow-up). Al disegno sperimentale partecipavano due gruppi, uno che dialogava con l’avatar l’altro che seguiva la classica terapia farmacologica. I sintomi dei soggetti venivano valutati con tre questionari che misurano la natura, la frequenza e le credenze dei pazienti sui sintomi psicotici (specificatamente le allucinazioni) e il grado di depressione che spesso è associato alla schizofrenia.

I risultati sono stati inconraggianti. Il gruppo avatar ha mostrato una significativa riduzione dei sintomi legati alle allucinazioni, non per quanto riguarda la depressione. Anche tre mesi dopo, il miglioramento delle condzioni si era mantenuto, anzi erano migliorati persino i punteggi della scala della depressione. La riduzione media complessiva delle allucinazioni dall’inizio alla fine della terapia era del 29%  e dopo i tre mesi, nel complesso, la terapia aveva determinato una riduzione del 37,9% dei sintomi. 

Un esperimento affascinante che fa parte, tra le altre cose, della seconda fase del processo di convalidazione clinica, cioè non è un esperimento isolato e non replicato come avviene per gran parte degli esperimenti in questo settore. Alcuni pazienti non sono riusciti a completare l’esperimento. Non tutti sono stati in grado di sostenere l’esperienza di trovarsi davanti alla faccia virtuale che rappresentava la voce di chi li aveva violentati in passato. Altri non riuscivano a sostenere la concentrazione perché disturbati dalla proprie voci. Limiti sperimentali su cui i ricercatori stanno lavorando e che aumentano il potenziale empirico del disegno sperimentale.

Ma il risultato è impressionante: tre pazienti hanno cessato di udire voci che li tormentavano da anni, due non le hanno più sentite dalla seconda sesssione in poi e un paziente che era tormentato dalla voce del “diavolo” da 16 anni non l’ha più udita. Una partecipante da tre anni e mezzo era svegliata ogni mattina dalla voce di una donna, che si faceva sentire anche durante il giorno, ha dichiarato: è come se avesse lasciato la stanza.

Ma perché sembra funzionare questa terapia? Un po’ ricorda il formato terapeutico utilizzato dai comportamentisti nella desensibilizzazione sistematica dello stimolo “nocivo”. Questo protocollo prevede un’esposizione graduale allo stimolo negativo (ad esempio la fobia dei ragni) dopo aver preparato il paziente ad affrontarlo con una serie di tecniche. Lo scopo è quello di estinguere l’associazione negativa tra lo stimolo e la risposta emotiva di sofferenza.

L’aiuto del terapeuta diventa cruciale per guidare, incoraggiare e affrontare la virtuale realizzazione grafica della voce interna. E’ come se dando un volto a quella voce il paziente potesse affrontare finalmente un tema personale la cui dolorosa esperienza impediva di reintegrarlo beneficametne nella memoria e nella coscienza.

In effetti, l’avatar non essendo una persona reale non può danneggiare il paziente, il quale acquisisce una maggiore consapevolezza di poter gestire e controllare il delirio persecutorio. L’avatar non a caso durante la terapia cambia gradualmetne comportamento, un feddback interattivo importante, perché mostra la reale possibilità di svuotarlo del contenuto emotivamente pericoloso e permette al paziente di osservare una parte della propria storia non come qualcosa di estraneo, persecutorio e onnipotente, ma come un capitolo personale che può sostanzialmente chiudere una volta per tutte con l’aiuto della psicoterapia.

Il formato in mp3 è una geniale possibilità di poter riascoltare e sperimentare la performance qualora le voci si ripresentassero negativamente. Sembra fantascienza? Può esserlo perché i disagi psichici spesso sono ai limiti della stranezza e del consueto.

Infine, la realtà virtuale sta progressivamente rivoluzionando tanta parte della vecchiotta psicologia accademica e da studio privato (aggrappata ad un glorioso passato intellettualistico), sia per quanto riguarda la preparazione del professionista della salute mentale sia per i trattamenti terapeuticiNon è possibile poter prevedere gli sviluppi, ma cominciano a farsi avanti i risultati di tante ricerche serie, empiriche e aperte al dialogo scientifico che non hanno nulla da invidiare alle altre discipline scientifiche.

rb2 large gray Le voci appaiono sullo schermoJulian Leff, Geoffrey Williams, Mark A. Huckvale, Maurice Arbuthnot, and Alex P. Leff (2013). Computer-assisted therapy for medication-resistant auditory hallucinations: proof-of-concept study BJPsych DOI: 10.1192/bjp.bp.112.124883

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I paradossi in psicologia

escherstair I paradossi in psicologia

Il paradosso è un concetto speciale in psicologia e ha ricevuto molta attenzione soprattutto dagli psicologi che hanno studiato a fondo la comunicazione umana all’interno delle relazioni sociali. Il paradosso in greco indica una “contro opinione”, ovvero la conclusione contraddittoria di un ragionamento corretto basato su premesse sensate. In altre parole, partendo da affermazioni che hanno un senso, una volta messe a confronto ne scaturisce una conclusione contraddittoria. Da un punto di vista psicologico, l’aspetto rilevante riguarda i processi mentali attivi nella mente per trovare una risoluzione che non può esserci e che sono accompagnati da una particolare reazione emotiva.

Possiamo raggruppare i paradossi in tre grandi famiglie:

  1. i paradossi logico-matematici (le antinomie);
  2. le definizioni paradossali dovute a certe incoerenze nascoste a livello del pensiero e del linguaggio;
  3. i paradossi pragmatici (le ingiunzioni paradossali).

Un esempio di antinomia è rappresentato dal paradosso “la classe di tutte le classi che non sono membri di se stesse”, tradotto in un esempio: c’è un insieme cui appartengono tutti i libri, oggetti che hanno una proprietà in comune per essere raggruppati, quindi esiste un altro insieme cui appartengono tutti quegli oggetti che hanno in comune la proprietà di non essere libri. Ebbene, se un’asserzione affermasse che un oggetto appartiene ad entrambi i due gruppi sarebbe contraddittoria perché non può esserci un libro che sia un libro e un non libro nello stesso tempo.

Le definizioni paradossali appartengono al regno della semantica, cioè quelle contraddizioni dovute alle stranezze del linguaggio piuttosto che alla logica. Un celebre esempio è costituito dall’asserzione: “Io sto mentendo”. Se provaste a seguirne lo sviluppo interpretativo arrivereste alla conclusione che io sto mentendo quando non sto mentendo, cioè l’affermazione è vera quando non lo è (e viceversa). Un modo per chiarire la confusione consiste nello “smontare” la frase in due livelli: in uno c’è il linguaggio oggetto, “io sto mentendo”, cioè dico una cosa non vera, in un secondo metalivello diciamo qualcosa su questa asserzione, cioè che è vero che sto dicendo una falsità. Proseguendo il ragionamento possiamo trasformare il precedente metalivello in un nuovo livello-oggetto e capovolgere i significati di verità e falsità, in una catena regredente teoricamente infinita…

I paradossi pragmatici sono quelli che manifestano la loro insostenibile realtà nelle relazioni umane e che possono sfociare in condotte psicotiche. Una categoria tipica di paradossi pragmatici è rappresentata dalle ingiunzioni paradossali, ricorrenti generalmente in una forte relazione complementare (madre -figlio, terapeuta-paziente, ufficiale-subordinato). Lo schema tipico prevede un’ingiunzione che deve essere eseguita, ma deve essere disobbedita per essere obbedita. In questa dimensione paradossale rientrano tutte quelle richieste di comportamenti specifici che per loro natura non possono essere richiesti, cioè quelli spontaneii, ad esempio: sii spontaneo, dovresti fare come desideri, non essere così ubbidiente, puoi fare quello che vuoi, dovresti aiutarmi [per un approfondimento del paradosso in terapia puoi dare un'occhiata qui]. In un’ottica più politica ed ideologica, i sistemi totalitari fanno un uso sistematico dei paradossi pragmatici e Orwell (1984) e Koestler (Buio a mezzogiorno), a mio parere, sono i due scrittori più significativi che hanno saputo rendere sapientemente questa tortura psicologica.

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Nel 1956, Bateson e collaboratori pubblicarono un articolo in cui proponevano un’ipotesi di lavoro sull’insorgenza della schizofrenia (Per una teoria della schizofrenia) basata su un paradosso pragmatico. Il loro presupposto consisteva nel fatto che il comportamento del paziente psicotico, per quanto bizzarro e contraddittorio, ha un senso all’interno di un preciso contesto relazionale in cui le sequenze interattive di comunicazione in definitiva lo generano. A questo proposito coniarono il termine doppio legame (double bind) col quale viene designata una relazione tra due o più persone coinvolte in modo intenso da un punto di vista della sopravvivenza fisica e/o psicologica. Nel doppio legame si presenta una tipica modalità comunicativa: viene comunicato un messaggio in un modo tale che si dà ad intendere un altro messaggio che lo contraddice.

Sono due messaggi, in genere uno di contenuto (ad esempio, sei stato bravo) e uno di relazione (espressione facciale o tono della voce che sembrano dire: potevi fare molto di più…) che si escludono a vicenda [puoi trovare un approfondimento qui]. Chi riceve un messaggio di questo genere si trova in difficoltà a trovare una via di fuga, nonostante il fatto che sia evidente la contraddizione logica. Ma non si tratta di un problema logico-matematico o filosofico, bensì di una realtà pragmatica. Il ricevente non può non reagire, ma come si può reagire ad un paradosso se non in modo paradossale [con la malattia]?

Questa condizione diventa più evidente nei suoi effetti problematici in psicologia clinica quando viene proibito, in modo più o meno esplicito, di mostrare consapevolezza della contraddizione percepita nell’ingiunzione. Ad esempio, quando il genitore insiste a dire che non è deluso (nonostante il tono disprezzante o desolato) del comportamento del figlio, il quale infine non sa a cosa affidarsi se alla versione del genitore (garantendosi la vicinanza discutibile) o a quella fornita dalla propria percezione (contraddittoria alla versione genitoriale). Ronald Laing denomina questo meccanismo con il termine “mistificazione”.

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L’ipotesi di Bateson sulla schizofrenia ha suscitato un importante dibattito e ormai appartiene ai manuali di storia della psicologia. Nonostante le revisioni e il ridimensionamento del valore eziopatogentico, ha avuto l’indubitabile valore di mettere in luce la dimensione relazionale del disagio psico-emotivo. Il paradosso nella sua qualità pragmatica, che più interessa, manifesta le sue criptiche e sofisticate conseguenze in funzione dell’altro. Al contrario di una visione intrapsichica, individualistica e lineare del comportamento umano cui spesso ricorre la logica medico-organicistica del tipo “infezione–>infiammazione–>malattia”.

In sostanza, quando si vuole etichettare un paziente come malato, anziché attribuirgli un’etichetta (malato) indipendentemente dal mondo sociale in cui vive, si rivela più appropriato spiegare il suo comportamento in funzione di un contesto familiare ben preciso. Non è facile uscire da una logica lineare che applica una qualità intrinseca e univoca alla persona, che induce a sottovalutare l’interconnessione sociale della mente umana. In modo più rigoroso e brillante questo errore di prospettiva lo hanno descritto circa cento anni fa Russell e Whitehead nei Principia Mathematica:

“La logica tradizionale sbagliò completamente, perché credeva che esistesse una sola forma di proposizione semplice e precisamente una forma che attribuisce un predicato ad un soggetto. E’ questa la forma adatta per assegnare le qualità ad una data cosa. Possiamo dire: questa cosa è rotonda, rossa e così via. Se diciamo però: questa cosa è più grande di quella, non assegniamo soltanto una qualità a questa ma una relazione tra questa e quella. Perciò proposizioni che stabiliscono una certa relazione tra fra due cose hanno forma differente dalle proposizioni di tipo soggetto-predicato. Il non essere riusciti a capire questa differenza, o il non averne tenuto conto, ha dato origine a molti errori nella metafisica tradizionale. Il fatto di credere, come convinzione inconscia, che tutte le proposizioni sono della forma soggetto-predicato, in altre parole, che ogni fatto consiste di qualcosa che ha qualche proprietà, ha fatto sì che gran parte dei filosofi non fosse capace di dare una spiegazione del mondo della scienza e della vita quotidiana”.

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All’approccio sistemico precedentemente esposto, non meno importante è quello temporale, cioè il ruolo del paradosso della memoria e le conseguenze psicopatologiche. Le ricerche mostrano che la natura della memoria è ben diversa dall’idea comune che la ritrae come un hard disk [puoi farti un'idea leggendo questo articolo]. In un articolo del 1972, lo psicologo e ricercatore Endel Tulving  introdusse un’importante distinzione tra la memoria semantica che ha lo scopo di archiviare i fatti in base a criteri astratti e generali (ad esempio, quale è la capitale d’Italia, chi è il presidente degli Stati Uniti, qual è la somma dei quadrati costruiti sui cateti di un triangolo) e la memoria episodica che si riferisce a specifici momenti del passato personale, come quando hai dato il primo bacio o cosa hai mangiato ieri sera a cena.

Può succedere che certe esperienze traumatiche possano generare una contraddizione tra quanto è dichiarato e interpretato in forma narrativa nella memoria semantica e le tracce degli eventi nella memoria episodica. Ad esempio, in caso di un abuso sessuale o di maltrattamenti ripetuti, soprattutto in relazioni particolarmente significative e prolungate nel tempo (come genitore-figlio), la vittima si trova a dover gestire una copresenza di memorie dal significato emotivo paradossale ed irrisolvibile. Questa situazione può essere provocata dalla sistematica manipolazione del carnefice che deforma la percezione e il senso della realtà del bambino. Ad ogni modo, il carnefice può oscurare il ricordo episodico inflitto rinarrando il fatto in modo tale che il piccolo vi attribuisca dei significati accettabili.

Col tempo le tracce episodiche rimangono fuori dalla coscienza (cioè rimangono implicite), mentre la memoria semantica fornisce una versione del rapporto e degli eventi in generale positivi. Tuttavia, possono esserci degli episodi che riattivano le emozioni dei drammatici episodi subiti in passato, generando stati dissociati della coscienza in cui c’è una multipla e contraddittoria rappresentazione della relazione in atto.

Si assiste ad una vera e propria disorganizzazione dello stato della coscienza, che perde la caratteristica forma lineare e flussiforme così che la mente slitta verso stati crepuscolari della coscienza. I numerosi bug impliciti della memoria episodica disintegrano la coerenza del racconto (memoria semantica e autobiografica), la continuità del tempo e dello spazio (derealizzazione), procurando uno stato dissociato in cui l’integrità dell’io si dissolve col prevalere di più versioni della realtà di se stessi, dell’altro e del mondo con esiti psicopatologici.

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Non tutti i paradossi conducono a dissociazioni o psicosi familiari. I paradossi sono presenti nel linguaggio, nelle aspettative, nei giudizi, nei comportamenti, nelle battute di spirito, nella quotidianità. Nella maggioranza dei casi o non ce ne accorgiamo o ci meravigliano per la loro stranezza. Per la potente propensione umana nel produrre previsioni, essi sono degli imprevisti inevitabili. Le previsioni ci procurano l’illusione del controllo e i paradossi non solo le smentiscono ma “si integrano” nella nostra mente, nelle nostre relazioni e nella nostra cultura, insomma i paradossi funzionano! Ciò che conta è l’uso che se ne fa nei diversi momenti e ambiti, e bisogna maneggiarli comunque con cura.

 

Letture consigliate:

L’io diviso di Robert Laing, ed. Einaudi

Paradosso e controparadosso di Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata, ed. Feltrinelli

Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, J. H. Beavin e Don D. Jackson, ed. Astrolabio

Sviluppi traumatici di Giovanni Liotti e Benedetto Farina, ed. Raffaello Cortina

Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson, ed. Adelphi.

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