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Il destino morale della mente

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Chiunque di noi dà per scontato che dentro il cranio delle persone ci sia qualcosa che pensa, ragiona, percepisce, ricorda, prova emozioni e sente dolore. In poche parole, attribuisce una mente all’altro. Siamo iperspecializzati ad attribuire tutte queste caratteristiche e gli psicologi chiamano tale processo “metacognizione“.

In una serie di esperimenti di Adrian Ward, Andrew Olsen e Daniel Wegner, ricercatori all’Università di Harvard, scopriamo che le persone attribuiscono le proprietà di una mente attiva anche a soggetti che non hanno alcuna apparente attività mentale e cosciente.

C’è una particolarità: nel loro disegno sperimentale, cositutito da 5 esperimenti, i casi di soggetti non coscienti come un paziente in stato vegetativo, un robot o una persona deceduta erano vittime di azioni inaccettabili moralmente, intenzionalmente dannose da parte di qualcuno.

Ai partecipanti di ciascun epserimento veniva fornita una storia su come veniva trattato un soggetto e poi doveva compilare alcuni test di valutazione dell’esperienza cosciente del dolore e delle capacità mentali del protagonista della storia che riceveva un danno.

Ad esempio, nel primo esperimento la storia descritta tramite delle vignette diceva che l’infermiera di un paziente in stato vegetativo, che dipendeva completamente dagli addeetti ospedalieri, non rispondeva ad alcuno stimolo anche a livello corticale e con una prognosi irreversibile, ogni sera non somministrava la razione di nutrimento fisiologico necessario, allo scopo di causarne la fine e ricevere una somma di denaro da un parente del paziente nominato nel suo testamento.

Ebbene, il danno procurato aumentava l’attribuzione di dolore al paziente in stato vegetativo, considerato dai partecipanti come un soggetto con una mente a una buona capacità di percepire dolore.

Il secondo esperimento esplorava il ruolo dell’intenzione di chi commetteva l’atto incriminato. Nella condizione sperimentale, quasi identica alla prima, un secondo gruppo di soggetti leggeva che la mancata somministrazione di nutrimento era dovuta ad un guasto non visto nella macchina deputata alla somministrazione.

Anche in questo caso, i soggetti nella prima condizione reputavano che il paziente avesse una mente attiva e la capacità di sentire coscientemente dolore per l’atto immorale dell’infermiera. Ma nella condizione del guasto della macchina non scaturiva alcuna  attribuzione metacognitiva al paziente. In sostanza, sapere che fosse stato un atto intenzionale a causare il danno correlava con la convinzione che il paziente non cosciente provasse dolore e avesse una mente attiva.

Questi risultati ci dicono che osservare qualcuno causare un danno intenzionalmente a chi è privo di coscienza determina “un accoppiamento morale” tra vittima e carnefice, “catallizzato” dall’attribuzione di una mente a chi riceve il danno intenzionale. Anche quando non ci può essere una mente in un contenitore di metallo o in un corpo privo di vita. Come i ricercatori hanno dimostrato in altri due esperimenti.

Infatti, nel terzo esperimento il paziente era rappresentato da un robot, il qualche subiva dei colpi intenzionali nei suoi sensori da un ricercatore.  (Nel gruppo di controllo ciò non accadeva). Mentre nel quarto esperimento, un impresario di pompe funebri infieriva sul corpo di una persona deceduta. In entrambi i casi, l’azione intenzionalmente lesiva verso i soggetti privi di mente accresceva la possibilità di attribuzione di una mente cosciente anche se nella realtà fosse innegabilmente escluso. 

I ricercatori scrivono nel loro articolo che è come se la morale creasse una mente laddove non ci si aspetterebbe di trovarla. In effetti, quando pensiamo alla mente di una persona e alla sua coscienza, ci immaginiamo un’entità autonoma, privata e autodeterminata. Questi esperimenti suggeriscono che si tratti anche di un processo di attribuzione condizionato dai valori morali, strettamente connessi al contesto culturale in cui viviamo.

I 4 esperimenti ci dicono che un rapporto sociale e morale richiede due menti e non solo due corpi: quando una persona intenzionalmente arrecca un danno fisico ad un essere privo di coscienza e di attività mentale, le persone tendono spesso a “completare” il rapporto morale creando una mente in un potenziale paziente o essere non vivente, una mente che percepisce dolore.

E’ anche vero, che i partecipanti giudicano da una posizione esterna, ad esempio senza essere coinvolti personalmente come lo sarebbe un parente della vittima, e leggendo una storia strutturata in alcune vignette. Non sappiamo ad esempio come giudicherebbero al cospetto di una storia reale, o dalla parte di un parente con certe convinzioni sul trattamento di fine vita, etc. Come non è scontato per alcune persone ritenere del tutto privo di coscienza chi è in uno stato vegetativo, solo in base a misure corticali.

Intanto, quando pensiamo in termini morali, sembra che attribuiamo più mente laddove non dovrebbe esserci. Riflessione che potrebbe aiutarci a capire in una prospettiva diversa gli accesissimi dibatti intorno a temi come l’aborto, il suicidio assistito o i diritti degli animali dentro un laboratorio.

Nel quinto e ultimo esperimento, i ricercatori hanno invertito le variabili. Cosa succede quando il danno moralmente inaccettabile viene commesso verso chi ha senza alcun dubbio una mente e una coscienza intatte? Nella storia somministrata ai partecipanti, una donna adulta in pieno possesso delle sue facoltà mentali subisce un abuso dal suo datore di lavoro che infine l’accoltella.

Incredibile, i soggetti attribuiscono meno attività mentale e coscienza alla donna, una specie di processo inverso a quello osservato nei 4 esperimenti precedenti di umanizzazione di soggetti privi di coscienza. A cosa può essere dovuta questo processo di deumanizzazione? I ricercatori non lo spiegano, ma io penso ad un’operazione sofisticata della nostra mente per proteggerci dal “supposto” dolore  che può provare quella donna.

Nel caso di umanizzazione proteggiamo il paziente, vittimizzandolo. Nel caso di deumanizzazione, proteggiamo noi stessi non riconoscendo la percezione cosciente del dolore subito dalla vittima.

Ma il quinto esperimento inquieta in particolar modo perché sembra complementare agli esperimenti di Stanley Milgram (ne ho parlato qui), i cui soggetti somministravano scosse elettriche a persone reali (sebbene collaboratori di Milgram che fingevano di subirle) sino a mettere in pericolo la loro vita, “proteggendosi” o autogiustificandosi invocando l’immancabile obbedienza all’autorità sperimentale. Forse è ciò che succede pure ai personaggi narrativi che danneggino i pazienti non coscienti nei 4 esperimenti precedenti.

I ricercatori hanno ottenuto dei risultati importanti, che aprono scenari ricchi per approfondimenti sperimentali e intellettuali. Ma, alla fine della lettura del loro articolo di ricerca, rimaniamo con qualche brivido, non ci sentiamo in fondo più così sicuri sull’imprevedibile natura sociale della coscienza privata.

rb2 large gray Il destino morale della menteWard AF, Olsen AS, & Wegner DM (2013). The Harm-Made Mind: Observing Victimization Augments Attribution of Minds to Vegetative Patients, Robots, and the Dead. Psychological science PMID: 23749051

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Pazienti virtuali

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Le tecnologie di realtà virtuale hanno raggiunto uno sviluppo incredibile al punto da poter creare pazienti virtuali che riproducono i sintomi di disturbi psichici e sono capaci di interagire con uno pscicoterapeuta attraverso uno schermo da computer.

Lo psicologo ed esperto in tecnologie di realtà virtuale Albert “Skip” Rizzo ha mostrato un video in cui degli studenti specializzandi in psichiatria si interfacciano con Justin e Justina, due pazienti virtuali. Justin dell’età di 16 anni ha un disturbo della condotta, “la sua famiglia ha insistito affinché partecipasse alla terapia”. Justina è stata vittima di un abuso sessuale e presenta sintomi del disturbo post-traumatico da stress. Nel video gli studenti svolgono un primo colloquio ponendo una serie di domande per la raccolta di informazioni sulla storia familiare dei due pazienti virtuali, i quali sono programmati per il riconoscimento verbale. Alla fine del colloquio riescono a formulare una diagnosi preliminare.

Il lavoro di laboratorio, reso noto dal sito dell’APA, di Rizzo riceve fondi dal Dipartimento della Difesa. Il progetto è ideato per far fronte ai disturbi psichici dei veterani di guerra e attualmente il team di ricercatori sta lavorando ad una generazione di pazienti virtuali che soffrono di depressione e hanno pensieri suicidari. Lo scopo è quello di addestrare il personale clinico militare ad individuare la possibilità di suicidio o potenziali comportamenti violenti nei reduci di guerra. Rizzo sostiene che:

Questa tecnologia continua a migliorare e avrà un profondo impatto sulla formazione clinica di psicologi e medici. Spero di creare in futuro una procedura completa di addestramento clinico basata su una variegata libreria di pazienti virtuali con numerose diagnosi per essere utilizzata da educatori, psicologi e psichiatri nella loro formazione.

Dopo la laurea in psicologia, la specializzazione in psicoterapia qui in Italia ha una durata di 4/5 anni e prevede un tirocinio annuale di 150/200 ore. Alcune scuole di psicoterapia “obbligano” gli allievi a svolgere una terapia personale, altre invece lasciano che sia una libera scelta (salvo il suggerimento di effettuarla dei trainer al singolo allievo). Generalmente, la didattica prevede un paio di incontri al mese per il training e un fine settimana mensile di didattica teorica. Gli specializzandi in psicoterapia nelle sessioni di training simulano tra di loro situazioni cliniche, spesso raccontando la propria storia personale. Si tratta di “interviste” riprese da una videocamera mentre il gruppo classe assiste e prende nota. Alla fine del colloquio di circa un’ora si parla dei contenuti e della forma dell’intervista integrati da inserti didattici in riferimento al modello teorico della scuola.

Gli specializzandi svolgono un tirocinio che prevede la possibilità di effettuare con i pazienti soltanto un primo colloquio oppure affiancare il terapeuta nella sessione clinica. Può svolgere altre mansioni congruentemente con la natura clinica della struttura scelta. Ad esempio, può compilare cartelle cliniche dopo l’osservazione di sedute psicoterapeutiche o in altri frustranti casi rispondere al telefono e prendere appuntamenti. Formalmente non può svolgere psicoterapia durante il tirocinio fin quando non avrà conseguito la specializzazione. Una condizione aggirata effettuando “primi colloqui” in veste di semplice psicologo attraverso una serie di colloqui settimanali che possono durare anche un anno. Una psicoterapia camuffata, “controllata” da una supervisione settimanale (si spera).

Ecco, la difficoltà burocratica degli specializzandi di poter subito affrontare esperienza clinica su pazienti con supervisioni, a mio parere, trova un interessante arricchimento in questo genere di alternative virtuali, creando un profilo clinico virtuale basato su storie cliniche reali opportunamente rese anonime. Inoltre, il training virtuale potrebbe costituire un prototipo standardizzato su cui poter confrontare i vari stili di conduzione delle diverse scuole di psicologia clinica per poter indagare i punti in comune e le differenze nella prassi e nella teoria dei modelli psicoterapeutici.

Alla fine dell’apprendistato virtuale, i neo psicoterapeuti possono intraprendere terapie con reali pazienti e potrebbero far uso della tecnologia virtuale “caricando” la cartella clinica nell’avatar del paziente per condividere e verificare le analisi interpretative con i supervisori.

Sfortunatamente, non abbiamo il lusso di poter far pratica con attori che interpretano il ruolo di pazienti, che invece sono comunemente impiegati nei programmi medici, pertanto pensiamo che questa tecnologia possa rappresentare una credibile opzione nei training di psicologia clinica, dichiara Rizzo. I clinici novizi possono usufruire della possibilità di osservare un’ampia varietà di condizioni cliniche in un ambiente protetto ed efficace prima di interagire con pazienti reali. Inoltre, i pazienti virtuali sono più versatili e possono essere disponibili in qualsiasi momento. Serve solo un computer.

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Tagliarsi

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rb2 large gray TagliarsiL’autolesionismo è un comportamento con il quale si procura un danno alla proprio corpo e le ricerche mettono in luce quanto stia diventando frequente tra gli adolescenti.

Sebbene alcuni studiosi includano atti parasuicidari all’interno di questa categoria, in senso stretto l’autolesionismo descrive episodi con intenti esclusivamente non suicidari (Klonsky, 2007). Spesso al comportamento autolesionista sono associati altri problemi seri, come la dipendenza da stupefacenti, disordini alimentari, il rischio di commettere il suicidio. C’è da constatare che questo fenomeno sia ancora ben lontano dall’essere compreso appieno. Le spiegazioni comunemente date dagli adolescenti stessi che si tagliano fanno riferimento al sollievo che tale atto procura loro da opprimenti emozioni negative.

Questo comportamento è stato collegato alla scarsa capacità di coping (fronteggiare efficacemente situazioni di stress) e alla difficoltà di riconoscere e esprimere chiaramente le proprie emozioni (Gratz & Roemer, 2008). In sostanza queste ipotesi ci dicono che “tagliarsi” sia una strategia alternativa per regolare le emozioni. Nella generalità dei casi, le persone ci riescono con processi cognitivi adeguati esprimendo le emozioni negative con un simbolismo e un linguaggio efficace.

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Comunque è molto difficile comprendere in pieno il processo attraverso cui infliggersi tagli nella propria carne possa arrecare “sollievo”. Sono state proposte ipotesi neurobiologiche tirando in ballo l’effetto analgesico delle endorfine endogene (Sher & Stanley, 2008), ma non sono del tutto soddisfacenti. La maggior parte delle persone non si tagliano per alleviare il dolore tramite gli oppiodi prodotti naturalmente dal cervello. E poi molti autolesionisti provano sollievo anche alla sola vista del sangue (Glenn & Klonsky, 2010; Whitlock e altri, 2006).

L’articolo di Georgian Mustata e Robert Gregory, Magical thinking in narratives of adolescent cutters,  si basa su una differente impostazione. Infatti analizzano il linguaggio spontaneo dei cutter (“ragazzi che si tagliano”) cercando di destrutturare i loro resoconti trascritti su un sito internet, un’inaspettata finestra sul loro mondo emotivo. Potenzialmente si tratta di una preziosa risorsa che può fornire valide intuizioni non facilmente conseguibili con una metodologia standard strutturata. Essi hanno letto le storie raccontate sul sito e sono stati sorpresi dall’uso tipico di un certo linguaggio, da ricorrenti temi riguardanti traumi, difficoltà relazionali e dal pensiero magico nel comportamento lesionistico.

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I ricercatori si sono concentrati in particolare sul pensiero magico riferendosi teoricamente a quella fase cognitiva descritta nel modello di Piaget che emerge nelle prime fasi dello sviluppo cognitivo del bambino. In poche parole, nel periodo sensomotorio infantile il pensiero è in un formato pre-simbolico, cioè la mente non riesce a differenziare del tutto il reale dall’immaginario (Piaget, 1962) e costruisce relazioni più magiche che empiriche. Il pensiero magico può essere definito come un modo particolare di utilizzare il linguaggio, dove simile diventa identico, il significante non può essere separato dal significato e, metaforicamente parlando, il “come se” (as if) diventa temporaneamente un fatto dato (as is).

La difficoltà di differenziare il reale dal simbolico è stato l’aspetto rilevante del pensiero magico degli utenti facenti parte del campione studiato dai ricercatori Mustata e Gregory. Ad esempio, nei soggetti il sangue non solo rappresentava le emozioni negative ma era descritto come se le sostituisse magicamente, così che alla fuoriuscita di sangue corrispondesse un conforto dallo stress emotivo. Sono state selezionate 100 storie su circa 2500 del sito online www.psyke.org, dove sono appunto raccontate esperienze di autolesionismo.

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Ciascuna storia estratta era anonima e oltre all’età dell’utente erano descritti gli atti di autolesionismo sin dagli inizi. Inoltre sono stati inclusi i racconti in cui vengono descritte le relazioni sentimentali storiche, i comportamenti relativi, gli umori, l’immagine di se stessi nel rapporto affettivo. I ricercatori sono stati particolarmente interessati nelle storie di abuso, di perdita, di tentativi di suicidio e le spiegazioni fornite dei comportamenti autolesionisti. L’analisi qualitativa delle storie era incentrata sulle espressioni che facessero riferimento al piacere fisico, all’euforia, al sollievo dalla sofferenza o dalle emozioni negative, all’autopunizione, all’osservare il sangue, al tentativo di riprendere il controllo (mastery), o al sentirsi reali o vivi e all’utilizzo metaforico dei termini e dei concetti.

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Prendendo le mosse dagli ultimi sviluppi della linguistica cognitiva, i ricercatori non hanno inteso la metafora come uno strumento retorico del linguaggio oratorio o poetico, bensì come una struttura fondamentale del pensiero in cui un dominio concettuale viene concettualizzato nei termini di un altro, ad esempio parlare del mondo emotivo in termini corporei (Lakoff). In sostanza, la dimensione “magica” del pensiero di chi si autoinfligge dei tagli con una lama richiama alcuni studi antropologici dove il magico non è tanto una forma del pensiero quanto “un atto performativo attraverso cui una proprietà è trasferita perentoriamente, su base analogica, in una persona o in un oggetto come se fossero dei recipienti” (Tambiah, 1979).

Nell’analisi dei racconti estratti online i ricercatori hanno adottato come criteri di valutazione 6 categorie del pensiero magico:

  1. La sostituzione magica, cioè la credenza nella trasformazione di una classe di fenomeni in un’altra (la sofferenza emotiva in quella fisica, ad esempio: “non posso controllare il dolore mentale, così da rivoglermi a qualcosa che posso trattare, cioè il dolore fisico”).
  2. L’animazione degli oggetti, cioè il sangue, il corpo o a lama non sono oggetti inanimati ma entità attive e indipendenti dal sè (ad esempio, ” la lama è sempre così gentile, infatti ogni taglio fa uscire fuori il dolore”).
  3. L’animazione dei processi, cioè un comportamento o un fenomeno è percepito come se avesse una attività autonoma (ad esempio, “io mi taglio perché è il mio solo vero amico”)
  4. L’autoreferenzialità, cioè il narratore parla di se stesso come una persona separata o scarsamente integrata.
  5. La separazione netta tra il fuori e il dentro, cioè il narratore descrive una differenza metafisica tra il fuori e il dentro del corpo.
  6. La memoria e la comunicazione delle cicatrici, cioè i tagli o le cicatrici comunicano con il narratore o gli rievocano ricordi.

Probabilmente, secondo alcuni indizi, la maggior parte degli utenti sono donne. Dei cento estratti, 34 descrivono qualche forma di abuso: fisico, sessuale o emotivo; 24 riportano una perdita significativa; 38 menzionano ideazioni o tentativi di suicidio. Le spiegazioni fornite per l’autolesionismo sono elaborate in 72 racconti e sono sintetizzate nella tabella 1.

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Come potete leggere, il sollievo dallo stress o dalle emozioni negative sembra essere la ragione principale proposta dai narratori, suggerendo che la maggior parte degli adolescenti si siano sfregiati come unico meccanismo di adattamento (coping). Inoltre nelle analisi statistiche tagliarsi per trovare conforto è significativamente correlato alla vista del sangue che sgorga. Ben 66 racconti mostrano termini o concetti che rientrano in almeno una delle categorie del pensiero magico (tabella 2).

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Questa ricerca, in linea con altri importanti indagini psichiatriche su adolescenti ricoverati per autolesionismo, dimostra che gli adolescenti che si tagliano le braccia o in altre parti del corpo mostrano uno stile cognitivo “magico”. Inoltre, il pensiero magico è associato al taglio allo scopo di vedere il sangue, sentire il dolore e alleviare lo stress. Il tagliarsi aiuta i ragazzi a conseguire un certo sollievo dalle emozioni dolorose o negative, come la vergogna o la rabbia, sostituendoli magicamente con il sangue e il dolore fisico (“Nella mia mente, tagliarmi mi permette di liberarmi dal sangue sporco che c’è dentro di me”, “esce fuori il dolore, non proprio il sangue”, “tagliandomi faccio uscire fuori il dolore all’esterno, così posso vederlo e capire cosa mi opprime”). Nei cutter i processi mentali e corporei sembrano essere confusi e indifferenziati e il sangue praticamente sostituisce l’emozione stressante. Il significante (il sangue) e il significato (l’emozione stressante) sembrano indistinguibili (Piaget).

Gli autori dell’articolo ipotizzano che gli adolescenti entrino in uno stato mentale pre-simbolico quando attuano comportamenti autolesionisti. Hanno difficoltà a identificare, etichettare ed esprimere verbalmente le loro emozioni. In questo stato mentale, la funzione simbolica del linguaggio come organizzatore (organizer) ed elaboratore dell’esperienza emotiva è sostituita da immagini schema. Questi sono profondamnete radicati nel corpo (embodied), come ho avuto modo di approfondire in altri articoli precedentemente, fornendo un’elaborazione dell’esperienza emotiva con concetti e termini appartenenti al corpo e alle sue dinamiche strutturali in cui l’immagine corporea è la sorgente e le emozioni sono il target (Lakoff).  Organizzate secondo questi schemi e queste trasposizioni metaforiche, le emozioni non sono facili da decodificare ma vengono traslate in un altro codice (fisico) e conseguentemente riconcettualizate in modo psicotico (pensieri magici, dissociazioni, autolesionismo).

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Per concludere, al di là dell’insolita procedura metodologica, il disegno sperimentale sebbene poco ortodosso dimostra tutto il valore euristico dello studio diretto sui racconti forniti spontaneamente dai protagonisti online. Non è possibile fare generalizzazioni, sono troppo pochi i dati riguardo ad elementi base (sesso, etnicità, lavoro, cultura, storia personale e familiare), ma l’analisi qualitativa delle narrazioni consente di estrarre intuizioni ed ipotesi per ricerche sistematiche e sicuramente importanti.

Gregory RJ, & Mustata GT (2012). Magical thinking in narratives of adolescent cutters. Journal of adolescence PMID: 22464283

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L’Ultima Opzione

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rb2 large gray LUltima OpzioneCirca un milione di persone si uccide ogni anno nel mondo secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, più del 90% può essere ricondotto a sintomi depressivi dei disturbi bipolari, alla schizofrenia, alla depressione maggiore e a vari altri disturbi della personalità. Nei soli Stati Uniti, più di 36.000 persone si sono suicidate nel 2009 al punto che il suicidio rappresenta la decima causa di morte nel complesso e la terza causa tra coloro che sono sotto i 45 anni di età, dietro soltanto agli incidenti e al cancro.

Sono numeri impressionanti, eppure i ricercatori hanno spesso evitato di affrontare di petto il problema, perché gli studi sulle persone che tentano di suicidarsi sono difficili da progettare e portare avanti sino in fondo. In effetti, la ricerca sui pazienti che hanno problematiche neuropsicologiche risolve i problemi testando un farmaco. Ma questo non è possibile con la tipologia di individui che vogliono porre fine deliberatamente alla loro vita . Non si può somministrare un farmaco ed attendere se l’effetto “antisuicidio” sia positivo o negativo!

Maria Oquendo, una psichiatra al Columbia University Medical Center e al New York State Psychiatric Institute (NYSPI),
afferma: “noi non abbiamo essenzialmente nessuna utile informazione su un affidabile piano di trattamento che possa prevenire il comportamento suicidario“. Le stesse aziende farmaceutiche al momento escludono dai loro piani l’idea di un trattamento farmacologico del suicidio, sia per motivi etici che pratici: per i medici è improponibile portare sull’orlo del suicidio un paziente per somministrargli un farmaco sperimentale o il solo placebo, oltre al fatto che ci vorrebbero innumerevoli precauzioni di sicurezza per indagare su questa popolazione così vulnerabile.

Marjan Holloway,una psicologa clinica che sta lavorando in progetti di ricerca su personale militare che ha tentato il suicidio, nel Maryland, dichiara che “per avere l’approvazione di un progetto di ricerca sulla prevenzione del suicidio occorrono tempi troppo lunghi ed è incredibilmente frustrante“. Persino le ricerche in atto indirizzano l’attenzione non direttamente sul problema, piuttosto su obiettivi sostitutivi, ad esempio “l’ideazione  suicidaria” – una terminologia tecnica per indicare i pensieri di suicidio –  ma che non predicono in modo affidabile chi tenterà veramente di attentare alla propria vita.”Ci sono più o meno una trentina di sistemi differenti di misura per valutare il rischio di suicidio, nota lo psichiatra Roger Meyer, ma nessuna di queste scale predice il suicidio, nessuna“.

Forse uno dei principali problemi che intralcia la ricerca per la prevenzione del suicidio è dovuto alla comune concezione errata che il suicidio sia puramente un sintomo di altri altri disturbi psichiatrici, per cui il dottore può prevenire il comportamento suicidario semplicemente trattando il disturbo sottostante. “Un’opinione molto diffusa, asserisce la psicologa Marsha Linehan, esperta nel trattamento dei disturbi borderline e pioniera nei trattamenti non farmaceutici contro il suicidio, ma non c’è nessuna prova che trattando il disturbo mentale si riduca il rischio di suicidio“. E conclude: “La prova è che soltanto intervenendo direttamente sull comportamento suicidario è possibile bloccare il suicidio”.

Negli USA sono stati spesi dall’Istituto Nazionale per la Salute soltanto 17 milioni di dollari, cioè lo 0,06% del budget, per la prevenzione e la ricerca sul suicidio nel 2011. Per farci un’idea, la ricerca per l’HIV ha ricevuto il 10% dei fondi, sebbene 4 volte di più muoiono le persone per suicidio che per mano dell’AIDS. Non sorprende che sono stati pubblicati appena 47 articoli di ricerca in questo settore, secondo l’ultima verifica della Linehan. Solo 6 hanno puntato sul farmaco, 2 dei quali hanno dato buoni risultati rispetto al gruppo di controllo. Il resto ha coinvolto varie psicoterapie o interventi non farmaceutici come “lettere assistenziali” di sostegno.

Il primo tentativo di ricerca somministrando il flupenthixol, un antipsicotico di prima generazione, è stato effettuato dallo psichiatra Stuart Montgomery nel 1970 ad un gruppo di 30 partecipanti, con storie di tentati suicidi. Dopo aver completato un periodo di prova di sei mesi, 12 di 16 individui che avevano ricevuto il placebo ritentarono il suicidio rispetto ai 3 dei 14 che avevano ricevuto il farmaco. “Fu un esperimento molto importante, nonostante l’esiguo numero dei partecipanti, afferma Montgomery, attualmente professore emerito all’ Imperial college di Londra, nonostante il fatto che il flupenthixol non fosse disponibile negli USA mi è stato riferito da molti colleghi americani che essi passarono immediatamente all’uso di antipsicotici per prevenire il suicidio dei loro pazienti“.

Nel 1998 è stato avviato un imponente esperimento, il Test Internazionale di Prevenzione del Suicidio, noto come InterSePT, uno studio applicato su 980 persone che analizzava il rischio di suicidio tra individui con schizofrenia o disturbo schizoaffettivo trattati o con la clozapina, un antipsicotico atipico che, in base agli studi epidemiologici, si pensava potesse ridurre la probabilità al comportamento suicidario, o con l’olanzapina, un farmaco con analoga struttura. I risultati dopo due anni mostrarono che la clozapina riduceva rispetto all’olanzapina del 25% il rischio di suicidio, limitando i tentativi di suicidio, ospedalizzazioni o trattamenti aggiuntivi di altri farmaci psichiatrici. Nel 2002, la FDA ha dato il via libera per l’uso della clozapina per il trattamento del comportamento ricorrente al suicidio.

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Ma l’approvazione della FDA all’antipsicotico è ristretto ai soggetti con schizofrenia o con disturbi schizoffettivo. Il progetto è costato 45 milioni di dollari e non si vede nell’immediato futuro un analogo sforzo di ricerca. Alcuni psichiatri stanno facendo pressione sull’FDA per ricevere almeno informazioni epidemiologiche aggiornate. Ci sono stati nel frattempo dei buoni passi avanti. Nel 2005, ad esempio, lo psichiatra Frederick Goodwin della George Washington University a Washington con Ross Baldessarini del McLean Hospital nei sobborghi di Boston ha presentato una petizione all’FDA per chiedere l’approvazione del litio per il trattamento del suicidio nelle persone con disturbo bipolare. La loro “petizione dei cittadini” ha fornito un’analisi di 31 studi d’osservazione sull’uso del litio che mostra come “questo farmaco può ridurre il rischio di suicidio in persone bipolari o con disturbi maggiori dell’umore per circa l’80%“. Ma i soli dati osservazionali non sono stati sufficienti per conseguire il via libera all’uso.

In realtà questo episodio mostra un altro significativo problema quando si tratta di fare ricerca: i fondi. L’FDA, per dare il consenso legale all’utilizzo del farmaco, ha chiesto disegni sperimentali randomizzati con 5000 pazienti sottoposti per un periodo di test di almeno due anni. Vale a dire un progetto di almeno 100 milioni di dollari. Simili indagini sul litio o altri farmaci sono andati incontro ad insormontabili problemi economici, spesso veri e propri scogli che hanno infranto le procedure di allestimento ed esecuzione degli esperimenti, riuscendo a reclutare piccoli campioni di pazienti. Nella maggioranza dei casi l’effetto del litio si è dimostrato al di sotto delle speranze rispetto alle metanalisi di Goodwin e Baldessarini, il che non significa che non abbia alcun effetto, ma che non ha quell’ampio effetto che si pensava.

Ho fatto una piccola ricerca tra i dati dell’Istat sui suicidi nel 2010. La regione Lombardia è stata al primo posto con 496 suicidi e 584 tentativi, seguita dal Veneto con 320 suicidi e 301 tentativi, al terzo di questa sinistra classifica  troviamo l’Emilia Romagna con 278 suicidi e 335 tentativi, al quarto il Lazio con 266 e al quinto il Piemonte con 236 suicidi, per un totale complessivo nazionale tra province e comuni di 3048 suicidi e 3101 tentativi. Tra i suicidi sono gli uomini la maggioranza, 2399, mentre le donne sono 649. Ben 1242 sono coniugati e più di un migliaio sono persone con oltre 65 anni di età, 242 sono studenti e 1013 persone si erano ritirate dal lavoro. L’impiccagione è il metodo più utilizzato (1305), seguito dalla “precipitazione” (688) e dall’arma da fuoco (362). Per 1100 persone è indicato come movente la malattia psichica. Il mese con più frequenza è stato giungo (289), il maggior numero (834) è avvenuto tra le 8.00 e le 11.00 del mattino.

Una delle esperienze più drammatiche per un professionista della salute mentale è la perdita di un paziente per via del suicidio. Gli oncologi, i cardiologi e altri specialisti anche loro hanno a che fare con il rischio della morte. Ma perdere un paziente in psicoterapia fa sentire inevitabilmente responsabili. C’era qualcosa che poteva essere fatto e che non si è riusciti a compiere?

Barbara Stanley, direttrice del NYSPI Suicide Intervention Center, sta portando avanti dei trial per diagnosticare ideatori di suicidio bipolari e borderline, confrontando trattamenti farmaceutici con la terapia comportamentale dialettica, una forma di terapia che sembra essere promettente per la riduzione del rischio suicidio, per capire quale possa essere più efficace nella prevenzione del comportamento persistente al suicidio. Sono dei progetti che danno comunque la possibilità a quei pazienti che ne hanno bisogno di poter trovare un’alternativa.

Perché in fondo si giunge all’estrema soluzione quando non si hanno più opzioni. Il farmaco e la psicoterapia possono essere dei mezzi straordinari. Ma ci vogliono strutture, professionisti, strategie e piani a lungo termine, investimenti, campagne mediatiche, l’impiego non solo di infrastrutture fisiche ma anche e soprattutto digitali. Prendere consapevolezza che il problema non è solo individuale ma anche sociale, perché quando una persona si uccide vuol dire che è rimasta sola.

Dolgin, E. (2012). The Ultimate Endpoint Nature Medicine, 18 (2), 190-193 DOI: 10.1038/nm0212-190

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La solitudine è fuorimoda

brainstorm 300x230 La solitudine è fuorimoda

La solitudine è fuori moda.  Ci avete fatto caso? “Quel bambino è solo, si isola”. E’ una tipica affermazione che si ascolta talvolta tra colleghi a scuola o fra genitori al parco. Il gruppo è positivo, il solitario sospetto. Qualcosa di analogo succede negli ambienti di lavoro. Gruppi industriali importanti  investono enormi risorse per coltivare questa urgente weltanschauung di promozione del lavoro di gruppo, per ricreare il migliore ambiente professionale e ottimizzare (sperano) costi e benefici. Condividendo idee, progetti, osservazioni, applicazioni, creando un gruppo di lavoro si ottiene di più. Le persone geniali e solitarie sono out!

In un recente articolo sul New York Times, Susan Cain ha etichettato questo costume con il termine New Groupthink. Il dogma del pensiero di gruppo sostiene che la creatività e il successo derivano dal lavoro in team, in uffici senza pareti, in quei posti dove i manager premiano chi ha qualità sociali e cooperative. Analogamente un insegnante sembra preferire i piccoli gruppi, la personalità sociale che produce comunicazione, empatia. Lo scambio di informazioni e conoscenze permette di superare rapidamente le difficoltà e di raggiungere mete più suggestive.

A scuola persino la posizione dei banchi è curata per incoraggiare l’apprendimento di gruppo. Addirittura materie come la matematica o la scrittura di un tema sono spesso pensati come progetti in comunità. In classe il ragazzino che durante la ricreazione preferisce mantenere un profilo riservato, dedicandosi al disegno piuttosto che alla “socializzazione” ricreativa, è fonte di remota preoccupazione. Lavorare in gruppo è un modo particolare di arricchire la propria ricerca della soluzione corretta e in fondo fa divertire, mentre da soli si rischia alle volte di bruciarsi il cervello (burnout).

La Cain nel suo articolo non la pensa però così. Afferma infatti che gli studi di Mihaly Csikszentmihalyi e Gregory Feist ad esempio mettono in luce che le persone sono più creative quando godono della loro privacy e sono liberate dalle interruzioni inutili. In molti ambiti le persone che danno il meglio di sé creativamente sono introverse, vedono se stesse profondamente indipendenti e con un profondo senso di autonomia. L’autorevole psicologo Hans Eysenck, studioso della struttura della personalità, osservava che l’introversione promuove la creatività “concentrando la mente sul compito in atto e prevenendo la dissipazione dell’energia sulle variabili sociali e sessuali non correlate al lavoro da svolgere” (il corsivo è mio).

Dopotutto la solitudine è stata sempre associata alla creatività e alla trascendenza. Senza una grande solitudine nessun lavoro serio è stato mai possibile, affermava Picasso. Un tema centrale di molte storie religiose è incentrato su una figura speciale che sperimenta una profonda solitudine, un ritiro, un esilio, un eremitaggio personale, da cui tornare nella comunità di origine per portare le loro illuminazioni – Mosè, Gesù, Buddha. Anche Gustav Jung ha scritto molto sull’affascinante dinamica che sta dietro alla scoperta e la creazione di un’opera artistica nasconde spesso una storia di solitudine.

L’autrice dell’articolo scrive che il pensiero di gruppo è penetrato in ogni posto di lavoro, nelle scuole, persino nelle istituzioni religiose. Sostiene che virtualmente i lavoratori americani trascorrono più tempo con una squadra e circa il 70 per cento lavora in uffici senza pareti divisorie dove nessuno ha una stanza tutta sua. Ci sono delle mega-chiese che hanno messo a punto gruppi di lavoro per occuparsi di innumerevoli aspetti sociali della vita quotidiana dei fedeli (e dei loro portafogli?). Incentivano uno stile teatrale di culto: amare Gesù ad alta voce. “Spesso il ruolo di un pastore sembra più vicino a quella del comandante di crociera rispetto ai ruoli tradizionali di amico e consigliere spirituale”, ha detto Adam McHugh, un pastore evangelico e autore di “Introversi nella Chiesa.”

Nell’interessante ricerca Coding War Games di Tom DeMarco e Timothy Lister è stato analizzato il lavoro di oltre 600 programmatori informatici in 92 compagnie, scoprendo che ciò che distingueva i programmatori di alto livello non era tanto il fatto che lavorassero di più o che fossero meglio pagati, piuttosto dipendeva dalla privacy, dallo spazio personale di lavoro e dalla libertà di prendersi una pausa di lavoro. Il 62 per cento dei migliori lavoratori sostenevano che il loro spazio di lavoro personale fosse sufficientemente privato rispetto al 19 per cento degli addetti di scarso rendimento. Il 76 per cento dei peggiori programmatori, rispetto al 38 per cento dei migliori, riferiva di essere interrotti inutilmente durante il lavoro.

Il rumore di fondo o lo sguardo del collega spesso non sono vantaggiosi per concentrarsi. Le ricerche mostrano che gli uffici senza pannelli divisori rendono i lavoratori aggressivi, insicuri e distratti. Oltre tutto hanno più probabilità di soffrire di alta pressione, stress, esaurimento e di influenza. Le persone che sono interrotte arbitrariamente commettono il 50 per cento errori in più e impiegano il doppio di tempo per finire il proprio lavoro.

Pensate al seducente modello per la soluzione dei problemi del brainstorming: in poche parole risolvere un problema tramite l’apporto libero di idee di ciascun componente di un gruppo. E tuttavia le ricerche degli ultimi anni hanno messo in luce che le persone lavorano meglio da sole che in gruppo, specialmente quando il gruppo cresce di unità. Lo psicologo delle organizzazioni Adrian Furnham taglia corto: “se vuoi motivare le persone o stimolarne il talento, incoraggia il lavoro solitario quando le priorità maggiori sono la creatività o l’efficienza”. Se ci pensate, in una sessione di gruppo di lavoro può succedere che c’è sempre chi siede dietro qualcuno o lascia che siano gli altri a lavorare per loro. Spesso sono condiscendenti, accettano le opinioni dell’altro senza esporre la propria.

Forse un’eccezione è rappresentata dal brainstorming elettronico che permette ad estesi gruppi di ottenere prestazioni migliori del singolo, anzi più grandi sono tanto meglio. La protezione di uno schermo mitiga una serie di problemi rispetto ai gruppi tradizionali a lavoro. Forse è questo il motivo per cui internet funziona dando vita a congregazioni sociali e professionali che producono opere straordinarie. Il web è probabilmente il posto che simbolicamente si situa oltre la concezione del Newthink, mettendo tutti insieme e lasciandoci simultaneamente soli. Precisamente ciò infonde potenza (di calcolo) creativa, secondo le ricerche.

Nel complesso, la lettura dell’articolo che ho cercato di sintetizzare e commentare, tratteggia vagamente il significato complicato di solitudine, di creatività, di condivisione, dato che sono strettamente connessi con le culture e i luoghi corrispettivi. Gli ambiti dove possono essere applicati infatti differiscono parecchio, anzi rendono più sfaccettati questi significati smorzando le conclusioni a favore della solitudine a lavoro. La scuola, il posto di lavoro, la mega chiesa, sono enormi costruzioni culturali, non è poi così semplice individuare differenze nette tra l’artefatto tecnologico e la realizzazione artistica di uno schizofrenico.

Certo nel risolvere alcuni problemi scientifici, oggi di crescente complessità, spesso cooperano differenti team che lavorano di concerto sullo stesso progetto. Ma si tratta sovente di una collaborazione a distanza, di strutture di ricerca separate anche migliaia di chilometri. C’è molta solitudine, cioè assenza di una persona accanto, quando vogliamo creare o eseguire un lavoro con cura. Forse quando siamo soli nel nostro lavoro, concentrati, in fondo la nostra mente è affollata di persone speciali che intratteniamo per i nostri scopi personali (spesso indicibili). Forse è proprio questo il motivo della speciale cura di un lavoro solitario.

 

 

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