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Neuroscienze per bambini

Come ogni giornale scientifico Frontiers in Neuroscience for Young Minds prevede una peer review, cioè una revisione paritaria in cui gli articoli di ricerca, prima di essere pubblicati, siano letti e corretti da parte di specialisti del settore. In altre parole, se fai una ricerca non puoi aspettarti che venga immediatamente pubblicata dalla rivista scientifica cui la proponi, ma è necessario che qualcuno competente del tuo settore legga l’articolo e dopo attenta analisi dica se hai scritto una cavolata o qualcosa di valido da essere pubblicato.

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Frontiers in Neuroscience for Young Minds fa qualcosa di speciale. Accoglie articoli di tanti neuroscienziati anche famosi e li fa leggere a giovani e giovanissimi ragazzi (dai 5 ai 18 anni) col compito di revisionarli. I fanciulli revisori hanno un mentore (in genere uno scienziato adulto) che li guida durante il lavoro di review. Lo scopo dell’iniziativa è quella di attirare i più giovani nel mondo della ricerca e nello stesso tempo offrire una piattaforma alternativa ai ricercatori per pubblicare i loro articoli di ricerca.

La proposta è aperta a tutti coloro che desiderino occuparsi di neuroscienze, che sia un ricercatore, uno scienziato o il tuo piccolo figlio che va alle elementari ed è curioso di scienze umane. Come autore di ricerca, spedisci un riassunto del tuo lavoro e indichi l’area specifica entro cui inserire il tuo contributo. L’Editore ti contatterà per organizzare il piano di revisione o per valutare tuo figlio e accoglierlo nel suo team di revisori. E in più, nella seconda parte del 2014, Frontiers in Neuroscience for Young Minds accetterà articoli di ricerca anche di giovanissimi ricercatori e non solo degli scienziati adulti.

Che ne pensi, un progetto un po’ troppo sofisticato per ragazzi di così giovane età? Se fossi in te, un genitore o un insegnante, ci penserei un po’. Dopotutto l’educazione, soprattutto scolastica, è concepita come un “mucchio” di nozioni da “versare” dentro la testa del ragazzo. Un progetto come quello di Frontiers capovolge l’immagine: fai uscire dalla testa del ragazzo ipotesi di lavoro, metodo di osservazione, esperimenti mentali, prove concrete da capire e soppesare.

Per un bambino sin dai primi anni di età è più interessante “mettersi nei panni” dell’adulto, capire come ragiona e cosa prova (processi metacognitivi). Sono prove mentali che comunemente sperimenta durante il gioco o nella conversazione con un adulto. Mettersi nei panni di uno scienziato, leggere le intenzioni del ricercatore e immaginare gli scenari sperimentali sono una sfida eccitante che facilita l’apprendimento senza escludere il divertimento. Invece di aspettare anni, imparerebbe ad acquisire e utilizzare con familiarità il metodo sperimentale, come è composto un articolo di ricerca, come scrivere con chiarezza e quasi banale semplicità fatti organizzati in una cornice teorica e puntellati dalla verifica sperimentale.

Infine: è una mia supposizione e ne possiamo parlare, ma sarebbe molto più utile che, sin da piccoli, gli alunni frequentassero più i laboratori che i libri. Nel progetto di peer-review per “Giovani Menti” addirittura li aiuteremmo ad adottare un metodo collaudato per comprendere, scoprire e mettersi nella testa di un ricercatore. Imparerebbero la pazienza e l’umiltà necessarie per affrontare gli imprevisti, le difficoltà e le incertezze della scoperta e anche il perché gli adulti spesso sembrano così ostinati a non divertirsi anche quando sbagliano.

A proposito del progetto di revisione:

  1. Un articolo di ricerca dovrebbe essere pubblicato soltanto dopo revisione paritaria (peer-review)
  2. Il controllo della ricerca può essere condotto anche da un ragazzo di giovane età
  3. Il metodo scientifico consente di orientarsi in un mondo in cui i fatti sono spesso sostituiti dalle opinioni
  4. Per un bambino è più facile diventare un adulto maestro, è più raro il contrario
  5. La scoperta è una cosa seria se fatta con curiosità e pazienza

link a Frontiers for Young Minds

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Conferme scientifiche in psicologia

Un progetto di ricerca internazionale è stato realizzato da numerosi team sparsi nel mondo per replicare alcuni esperimenti di psicologia allo scopo di verificarne l’attendibilità.

La replica è uno dei prerequisiti fondamentali cui deve ottemperare una disciplina per essere ritenuta scientifica. In poche parole, la ricerca dopo essere stata eseguita, viene resa nota attraverso la pubblicazione in una rivista riconosciuta dalla comunità scientifica. Da questo punto in poi, un qualsiasi gruppo di ricercatori può replicarla per testare la validità del lavoro. Funziona così la scienza.

E la ricerca in psicologia sembra, nonostante alcuni incidenti di percorso, collocarsi accanto alle principali branche scientifiche.
Infatti sono stati riprodotti 13 esperimenti importanti (eseguiti in passato) e ben 10 di essi hanno dato lo stesso risultato, cioè è stata confermata l’ipotesi originaria.

ricerche replicate neuromancer Conferme scientifiche in psicologia

È innegabile, la psicologia “soffre” del problema sulla riproducibilità degli esperimenti. Il fatto è che il problema non consiste tanto nella debolezza sperimentale dell’ipotesi psicologica, quanto per il fatto che pochi si occupano del “noioso” lavoro della verifica. Sia chiaro, è una grana che pesa anche in altri settori scientifici. Spesso la scoperta viene trasformata troppo in fretta in notizia senza passare prima dal controllo della comunità scientifica.

C’è da aggiungere che è più facile riprodurre esperimenti di laboratorio rispetto a quelli realizzati in ambiente naturale. Nella ricerca psicologica è inevitabile coinvolgere centinaia di persone e richiede più risorse, soprattutto economiche.
In questo caso l’impegno di replica è stato assunto da 36 gruppi di ricerca che hanno formato il Many Labs Replication Project per controllare 13 studi psicologici, alcuni di vecchia data altri più recenti, somministrando i test a più di 6.000 soggetti di 12 Paesi.

Solo tre esperimenti sono stati falsificati: in uno l’ipotesi è risultata più debole, negli altri due l’effetto sperimentale non è stato riscontrato. Questi ultimi rientravano nella sfera del social priming, cioè l’influenza di stimoli sociali nella formazione di un giudizio e, precisamente, non sono stati conferma gli esperimenti sull’effetto del denaro nell’aumentare il consenso verso il sistema sociale e sull’effetto percettivo della bandiera americana ad incentivare valori ideologicamente più conservatori.

La replica di questi esperimenti, coordinata da Richard Klein e Kate Ratliff dell’Università della Florida e dall’italiano Michelangelo Vianello dell’Università di Padova, garantisce una ragionevole sicurezza nella generalizzazione dei risultati, cioè quell’importante momento metodologico in cui è lecito affermare che l’effetto sperimentale, osservato tra i soggetti del campione, “esiste” anche nella popolazione generale e non è frutto di speculazioni infondate o di errori sperimentali.

Sono rimasto sorpreso della selezione degli esperimenti, quasi tutti connessi con i processi decisionali e di giudizio (più facili da standardizzare?). Tra i quali spiccano inevitabilmente i brillanti esperimenti sulla formazione del giudizio e dei processi decisionali in condizioni di incertezza di Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002. I suoi esperimenti replicati si sono dimostrati più “veri” di prima, soprattutto per quanto riguarda l’effetto di ancoraggio ovvero quando, in condizioni di incertezza, per formulare un giudizio ti appoggi in modo arbitrario su un indizio (l’ancora) che in realtà ha poco contenuto informativo.

Kahneman, tra le altre cose, lo scorso anno ha scritto una lettera aperta ai ricercatori per sollecitare una “catena internazionale” di repliche degli esperimenti sugli effetti di priming. Come dire: verificate il mio lavoro! Che ne dite? Possiamo importare nel nostro piccolo mondo professionale questa esortazione? Mi chiedo se persino in una psicoterapia non sia così utopistico creare i presupposti per una verifica empirica esterna del proprio lavoro terapeutico.

link all’articolo del Many Labs Replication Project

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Gli insegnanti e le neuroscienze

brain study children education Gli insegnanti e le neuroscienze

Un’interessante ricerca dimostra che le idee degli insegnanti sul funzionamento del cervello spesso non sono corrette e mette in guardia sull’uso superficiale delle scoperte neuroscientifiche nella didattica scolastica 

Un gruppo di ricercatori inglesi e olandesi ha indagato la crescente diffusione dei neuromiti, cioè “quelle credenze sbagliate basate su un fraintendimento, una lettura errata o su citazioni inappropriate di fatti scientificamente provati, tali da avere ripercussioni negative nella sfera educativa come in altri contesti” (definizione ufficiale della Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, 2002). Nello specifico, i ricercatori hanno cercato di capire quanto i neuromiti potessero essere diffusi tra gli insegnanti attratti dalle neuroscienze dell’apprendimento (neuroeducation).

Per questa ragione, gli autori della studio hanno inviato un questionario, compilabile in 15 minuti, via mail a 242 insegnanti delle scuole primarie e secondarie d’Inghilterra (137) e Olanda (105), che avevano un’età media di 43 anni. Tra le varie domande, il questionario era cosstituito da 32 affermazioni sul cervello e la sua influenza sull’apprendimento, 15 delle quali erano dei neuromiti, ad esempio: “usiamo solo il 10% del nostro cervello”, “esistono intelligenze multiple”, “alcuni cibi influenzano il funzionamento cerebrale”, etc. In molti paesi, queste asserzioni prive di conferma scientifica sono alla base di progetti didattici “avanzati” (Brain Gym, VAK approach). Inoltre era richiesto quale fosse il ruolo dell’ambiente e dei geni sulla capacità di apprendimento, se avessero seguito un corso di formazione basato sulle ricerche di neuroscienze e se in qualche modo applicassero un protocollo neuroeducativo nella loro scuola.

Dai risultati è emerso che gli insegnanti credono alla metà dei neuromiti (il 49%), 7 delle 15 affermazioni infondate sono ritenute valide da oltre il 50% degli insegnanti (di un campione di 242 soggetti). I miti più diffusi sono: 1) le persone imparano meglio se ricevono informazione nel loro stile di apprendimento preferito (visivo, uditivo etc.), 2) esistono differenze essenziali nella dominanza emisferica (il cervello sinistro è analitico, quello destro è
creativo,
ndr.) e 3) brevi turni di esercizi di coordinazione possono migliorare l’integrazione di informazione tra i due emisferi. Oltre l’80% degli insegnanti crede in questi miti.

I  risultati della ricerca mostrano che la credenza nei neuromiti è positivamente correlata con gli approfondimenti personali dell’insegnante. Inaspettatamente, le credenze sui neuromiti sono sono più diffuse tra gli insegnanti che hanno un alto punteggio di conoscenza generale sulle neuroscienze (oltre il 70% del totale legge riviste popolari di scienza, pubblicazioni scientifiche o ha svolto training specialistici). Questo fenomeno può rivelarsi rischioso quando questi insegnanti tentano di applicare nel lavoro scolastico le loro concezioni di neuroscienza.

In sostanza, è come se la voglia di incrementare le proprie conoscenze per sviluppare approcci didattici più avanzati sia un arma a doppio taglio. Leggere riviste specializzate o fare attenzione alle notizie sui media non ha un effetto protettivo per saper distinguere ciò che è scientifico da ciò che non lo è. Per non parlare degli ingenti finanziamenti pubblici per i programmi educativi negli istituti scolastici basati proprio su errate concezioni del funzionamento del cervello.

In effetti, non è la prima volta che gli esperti sollevano la questione su come vengano recepiti e applicati i risultati neuroscientifici. L’avviso è sempre lo stesso: data la ipersemplificazione delle notizie neuroscientifiche, per approfondire seriamente l’argomento trattato e andare oltre la sensazionalità mediatica è meglio chiedere il parere a chi è specializzato e fa ricerca nel settore delle neuroscienze.

I miti sono dappertutto, anche in psicologia, come puoi leggere nell’illuminante libro di Scott Lilienfeld, I grandi miti della psicologia popolare. In questa lettura scorrevole potete scoprire come tante certezze propagandate a tambur battente non siano altro che sonore bufale. Per rimanere in tema, le ricerche dimostrano il fatto che la gente crede con più probabilità alle interpretazioni infondate sul cervello se le notizie sono accompagnate da immagini di risonanza magnetica.

Anche gli scienziati, d’altra parte, devono rivedere il loro modo di comunicare verso il pubblico. Il cortocircuito tra neuroscienze, media e sfera pubblica è ormai accertato e le conseguenze purtroppo non sono prive di guai (puoi fartene un’idea leggendo una sintesi qui). Le informazioni digitali sono volatili e una volta superati i confini di laboratorio e delle riviste scientifiche specializzate sono facile preda della logica mediatica e di interpretazioni quanto meno discutibili. In pratica, i ricercatori dovrebbero rivedere il loro modo di comunicare e soprattutto con chi comunicare, perché molta gente aspetta di ricevere una ragionevole guida per incrementare la propria preparazione neuroscientifica (neuroscientific literacy).

Da un lato preferisco la curiosità sulle neuroscienze degli insegnanti piuttosto che le sedentarie pratiche didattiche, dall’altro trovo irrinunciabile rivolgersi al parere esperto di chi lavora sul campo che possa fornire un’appropriato significato tecnico e scientifico su come funzionino il cervello e la mente dentro un corpo in un ambiente culturale. Che possa in sostanza aiutare a distinguere la scienza dalla pseudoscienza.

In effetti, non si può sbagliare: è tutto in quella capacità di saper distinguere ciò che è scientifico da ciò che non lo è. Non è facile, ma è bello apprenderla.

Link su neuroscienze e giornalismo
Link su I grandi miti della psicologia popolare

rb2 large gray Gli insegnanti e le neuroscienzeDekker, S., Lee, N., Howard-Jones, P., & Jolles, J. (2012). Neuromyths in Education: Prevalence and Predictors of Misconceptions among Teachers Frontiers in Psychology, 3 DOI: 10.3389/fpsyg.2012.00429

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Neuroauguri e buon 2013

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Chiudo l’ultimo dell’anno di nuovo con la gif
estratta dal neuromitologico film di Kubrick e ringraziando in particolare Vincenzo Romei (ricercatore e professore universitario a Londra), Duilio Garofoli (ricercatore di neuroantropologia a Tubinga), Peppe Liberti (fisico e intelligente divulgatore di scienza su Rangle), Massimiliano Aceti (ricercatore in neuroscienze), Moreno Colaiacovo (ricercatore e biologo), Mauro (ricercatore), e tutti coloro che pazientemente hanno sopportato le mie richieste di articoli di ricerca integrali, pubblicati nelle più importanti riviste scientifiche. Grazie anche ai blogger (il cui elenco non è possibile realizzare adesso) che scrivono storie di scienza, di ricerca e di insaziabile curiosità per il mio cervello e il mio cuore. Infine grazie a te Gaia, per la tua pazienza di sopportare i miei “ritiri” tra libri, pdf e device. E per avermi fatto diventare papà di Leonardo.

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