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Allucinazioni in fondo al mare.

Ho ricevuto molti messaggi contraddittori a proposito dell’annuncio dell’APA sulla interruzione definitiva delle ricerche in psicologia. Sui social network tra incredulità e diffidenza, la notizia ha reso tutti gli psicologi incerti, arrabbiati e più motivati a perpetuare gli errori.

Un po’ col fiato sospeso andiamo in vacanza. E in attesa degli eventi, speriamo che gli scenari possibili abbiano la bellezza delle allucinazioni nel video Narcose.

NARCOSE from Les films engloutis on Vimeo.

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Gli psicologi online: un progetto italiano.

rapporto 2014 sipo 222x300 Gli psicologi online: un progetto italiano.

È stato pubblicato il rapporto dell’anno 2013 sul servizio di richiesta di aiuto via facebook e skype offerta dal SIPO (servizio italiano di psicologia online). Ho ricevuto il pdf direttamente da Davide Algeri, fondatore del SIPO insieme a Luca Mazzucchelli, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Si tratta di una sintesi descrittiva dell’esperienza compiuta durante lo scorso anno tra gli operatori del servizio online e gli utenti che hanno chiesto un colloquio.

In questo rapporto, dunque, a differenza dei precedenti saranno confrontati i dati raccolti attraverso il servizio via chat con quelli raccolti mediante il servizio di video consulenza, al fine di provare a delineare i differenti profili di utenza che chiedono aiuto allo psicologo nell’uno e nell’altro caso. Dal confronto tra i dati sono ovviamente emersi degli elementi comuni alla scelta di entrambi i canali, e altri che sembrano essere peculiari dell’uno rispetto all’altro. Ad esempio a muovere gli utenti a chiedere aiuto sembrano esserci sia via chat sia via webcam la necessità di comprendere il proprio vissuto e il desiderio di intervenire sul problema.

Invece una differenza interessante è data dal setting dell’eventuale proseguo della consultazione psicologica: nel caso della chat sembra esserci più motivazione a rivolgersi ad un servizio dal vivo, nel caso delle video consulenze la preferenza è a proseguire utilizzando il canale della consulenza online, probabilmente a conferma dell’utilità del supporto ricevuto.

Lo scopo principale del colloquio per entrambi i canali facebook o skype è quello di indicare un riferimento professionale sul territorio per un primo colloquio faccia a faccia.

Alcuni numeri sul canale Facebook: su 38 chat (ogni martedì sera dalle ore 20.30 alle ore 22.30, durata 30 minuti per colloquio) l’utenza aveva un’età compresa tra i 18 e i 25 anni e il 91% erano donne. Il 60% dei partecipanti ha ha una licenza delle medie superiori e il 31% una laurea.  Il 41% è costituito da studenti e subito dopo ci sono gli insegnanti e i disoccupati (23%). La motivazione principale della richiesta di aiuto è stata: “non sapevo a chi rivolgermi” e un disturbo d’ansia (il 31%) è stato il disagio predominante.
Comprendere e risolvere (subito) la richiesta sono le aspettative dell’utente. Infine per il 57% c’è la ferma intenzione di rivoglersi ad uno psicologo dopo il colloquio su facebook. Insomma, il contatto virtuale può essere un utile check-up per rivolgersi fisicamente ad uno psicologo (confermato per il 58% degli utenti nel questionario di follow-up, anche se ha risposto appena la metà degli utenti).

rapporto 2014 sipo grafici 300x289 Gli psicologi online: un progetto italiano.

Vediamo ora alcune statistiche sul canale video di Skype: 45 utenti hanno accettato un colloquio via webcam su 123 richieste, principalmente nelle fasce di età tra 18-26 e 32-41 anni (circa il 60% del totale) e una leggera prevalenza di sesso maschile (57%). Per quanto riguarda l’istruzione, oltre la metà ha dichiarato di possedere una licenza media superiore, mentre sono soprattutto gli impiegati (il 38%) che richiedono il servizio. Per più della metà si tratta della prima volta con uno psicologo ed un buon 50% ha già avuto precedenti colloqui faccia a faccia (quindi ritengono valido anche il servizio di consulenza a distanza).
La comodità e l’immediatezza del servizio sono i motivi principali di scelta del canale skype (per il 62%). I problemi d’ansia, di coppia e depressivi coprono circa il 70% dei disagi riportati. Le aspettative sono ancora una volta incentrate sulla comprensione del problema e una risoluzione immediata.

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Al contrario di quanto avviene con facebook, la maggioranza degli utenti skype (l’85%) ha intenzione di proseguire la consulenza online anziché gli incontri faccia a faccia.

Nel 2013 il SIPO ha fornito orientamento psicologico gratuito a 83 utenti, alcuni via chat, altri via webcam.
Dall’analisi dei dati emerge che via chat l’utenza sia prevalentemente femminile e giovane (tra i 18 e i 25) con problemi d’ansia, familiari e dell’umore. Per quanto riguarda invece il servizio via Skype, l’utenza è equidistribuita tra uomini e donne, di età complessivamente maggiore rispetto alla chat e per problematiche ansiose, depressive e di coppia.
La scelta del canale online, nel servizio via chat, assume il senso di un primo approccio al problema in quanto dettata spesso dal non conoscere a chi affidarsi (nel 31% dei casi).

Di fatto questo è un problema presente in chi sceglie Skype con una frequenza sostanzialmente dimezzata (17%). La motivazione a continuare un percorso psicologico più strutturato dopo il primo
incontro non cambia a seconda del mezzo utilizzato (chat o webcam). Però chi inizia via Skype è molto più motivato a continuare un percorso online rispetto a chi inizia via chat, che preferisce invece un contatto dal vivo per proseguire il percorso.

Le premesse sperimentali a livello internazionale per questo genere di progetti online ci sono tutte (ad esempio vedi quest’articolo ) e le possibilità di intervento sono innumerevoli (pensate a chi ha pensieri suicidari, a chi subisce maltrattamenti, ai pazienti oncologici, agli anziani o ai giovanissimi che ormai utilizzano facebook come un motore di ricerca).

Il progetto lombardo del SIPO è da tener d’occhio. Mi sembra ammirevole per l’impegno tecnico, l’attenzione alla preparazione degli esperti (spicca su tutto l’impiego costante di supervisione), la chiarezza, la trasparenza, la semplicità delle istruzioni e infine, ma non ultimo, per l’approccio non sensazionalistico. Non si vendono terapie che garantiscono la guarigione per ogni malessere. E, d’altro canto, non si pubblicizza una filosofia della salute come se fosse un centro di benessere.

Sarebbe consigliabile una corposa finestra dedicata alla sperimentazione attuale e consolidare l’approccio procedurale nell’analisi della domanda (pubblicandone una review su riviste specializzate), affinché la pratica di intervento sia aperta ad un controllo esterno. Sia chiaro, le statistiche sono basate su un gruppo di utenti sostanzialmente scarso (appena 83). Il valore delle analisi è solo di tipo descrittivo. Ma è ragionevole. In un’epoca di sviluppo tecnologico impressionante in cui ancora non si capisce molto dove si andrà a parare, la cautela è d’obbligo. Tuttavia, il gruppo AlgeriMazzucchelli sembra avere adottato le contromisure necessarie per non scivolare in una sconfortante ansia da prestazione virtuale.

link al rapporto del SIPO

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È la scienza bellezza… e questo è terapeutico.

peerreview 300x242 È la scienza bellezza... e questo è terapeutico.

E le repliche continuano nonostante le lamentele. È la scienza, bellezza. Il Many Labs Replication Project non si è fermato qui. Anzi, un articolo su Science ci informa che altri 100 ricercatori si sono aggiunti al progetto per riprodurre e verificare la correttezza di 27 esperimenti di psicologia noti in letteratura. Più della metà hanno ricevuto un parziale o completo insuccesso. E molti si chiedono: si tratta di un Rinascimento della psicologia in veste scientifica o di Inquisizione?

Mi sento come un presunto criminale che non ha diritto di difesa e non c’è modo di aver giustizia, afferma Simone Schnall della University of Cambridge U.K. studioso dell’embodied cognition. Si sente sotto accusa dopo l’esito negativo della replica di una ricerca del 2008 che metteva in evidenza come il senso morale potesse essere manipolato lavandoci la mani. Sette su otto esperimenti che riguardano l’embodiment e il priming non sono andati a buon fine (per un riepilogo leggi qui).

I revisori hanno utilizzato un protocollo per compiere le verifiche, preregistrando il disegno sperimentale, tutti i dati e le analisi statistiche che avrebbero adottato nel processo di replica degli esperimenti originali. Insomma, si sono comportati nel migliore dei modi (cioè quello scientifico). Ma alcuni ricercatori come la Schnall parlano di “replication bullying”. Anche perché sembra che, prima della pubblicazione dei risultati delle repliche, su alcuni siti sia trapelata qualche notizia dei primi risultati negativi.

Sia chiaro: è una situazione inedita nel mondo della psicologia. Sta crecendo la tendenza a servirsi di criteri più rigorosi, metodologie empiriche e ricerche basate su dati (data-driven), piuttosto che rimanere nel campo delle speculazioni e delle verifiche autoreferenziali. Ne deriva un dibattito che come in questo caso sfocia in reciproche accuse tra gli autori delle ricerche e gli scettici che dubitano della loro attendibilità. Secondo me, è un dibattito che non nuoce. Fa parte di un tratto tipico della mentalità scientifica: il dubbio a cui corrisponde automaticamente il controllo.

Per evitare che il dibattito possa rovinarsi ostacolando lo straordinario percorso intrapreso, lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman suggerisce di adottare una “replication etiquette”:

… dovrebbe essere un prerequisito obbligatorio per la pubblicazione delle repliche ottenere la collaborazione degli autori originari degli esperimenti, i quali dovrebbero essere coinvolti nei processi di replica per dimostrarne la loro buona fedeIn fondo, [anziché parlare di bullismo metodologico], gli psicologi dovrebbero affrontare il problema replicando da sé il proprio lavoro.

Mi sembrano delle osservazioni molto sagge. Dopotutto, che qualcuno in un’altra parte del mondo riproduca la tua ricerca e, se accade, ne dimostri le falle non è bullismo. È la scienza bellezza, e questo è terapeutico.

link all’articolo su Science
link all’articolo dove parlo del Many Labs Replication Project

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Le sfide della Psicologia nel 2014

open road1 300x199 Le sfide della Psicologia nel 2014

Un articolo molto importante di Chris Chambers è apparso sul Guardian e riguarda il futuro della psicologia. L’Autore, ricercatore di neuroscienze cognitive, stila 5 punti in cui intravvede importanti passi in avanti per una maggiore credibilità della ricerca in psicologia.

Chambers inizia l’articolo menzionando una ricerca del 1959 di Ted Sterling quando analizzò 294 articoli di ricerca pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche di psicologia. Sterling scoprì che il 97% delle ricerche riportavano risultati positivi, cioè confermavano le ipotesi. E formulò alcune domande: che fine hanno fatto le ricerche con risultati negativi? Perché vengono pubblicate solo ricerche che confermano le ipotesi e mai quelle che provano a confutarle? La ricerca in psicologia è sempre vera, corretta, così inarrestabile? No e da quel momento ci si aspettò che questa pratica poco scientifica fosse risolta.

Invece, quando nel 1995 Sterling ripeté la ricerca trovò gli stessi numeri e lo stesso problema della “censura” dei risultati negativi e non è stato il solo a imbattersi in questa scorretta prassi metodologica. I bias nella ricerca sono difficili da sradicare. Però qualcosa sta cambiando grazie soprattutto ad una nuova generazione di psicologi più giovani. Vengono messe da parte ricerche che non possono essere replicate, si evitano le riviste che danno valore solo ad aspetti interpretativi e non quantitativi della ricerca ed è in declino la vecchia cultura accademica che gestiva i dati di ricerca come proprietà personale.

Ma vediamo i 5 punti chiave dove sono in corso dei cambiamenti significativi in psicologia:

 

1) La replica

Un classico problema in psicologia. La regola dice che ogni ricerca deve essere riprodotta da ricercatori indipendenti, soprattutto se si tratta di una nuova scoperta. Se così non fosse, regnerebbe la libertà di sostenere qualsiasi teoria senza alcun fondamento oppure di rivelare scoperte i cui risultati però sono sbagliati (vi ricordate la storia dei neutrini?). Non ci sarebbe alcun progresso scientifico. In psicologia purtroppo siamo piuttosto indietro. Spesso vengono pubblicate ricerche che rivelano risultati sorprendenti e che generano titoli accattivanti sui giornali. Eppure, raramente vengono replicate da altri ricercatori. Perché sprecare altre risorse che già sono poche? Persino le riviste scientifiche spesso incoraggiano la pubblicazione di queste ricerche e tendono a evitare le ricerche che “deludono” le aspettative di ricerca.

Cambiamento: i nuovi psicologi hanno capito l’importanza della replica. Ho già scritto ad esempio in questo articolo del Many Labs project costituito da un gruppo di oltre 50 ricercatori in 36 laboratori sparsi nel mondo che hanno replicato 13 grossi esperimenti di psicologia (10 dei quali hanno ricevuto conferma), coinvolgendo oltre seimila partecipanti. Perspectives on Psychological Science ha lanciato di recente l’iniziativa di pubblicare le repliche di ricerche passate e giornali come  BMC Psychology o PLOS ONE danno la precedenza a ricerche che verificano i risultati di altri esperimenti.

 

2. L’accessibilità

Ecco un altro problema serio. Se volete scaricare un articolo di ricerca da una rivista online nella maggior parte delle volte dovrete sborsare in media 35 dollari. Anche gli enti di ricerca pagano per mettere a disposizione gratuitamente gli articoli ai ricercatori. Ora, se lo Stato paga perché siano resi disponibili a studenti e ricercatori questi articoli, perché noi liberi cittadini non abbiamo gli stessi diritti di accesso dato che i soldi dello Stato (attraverso cui finanziamo la ricerca) sono quelli delle nostre tasse? 

Cambiamento: il movimento open access sta crescendo e aumentando la sua influenza. Le spinte verso l’apertura dei paperi (in gergo viene chiamato papero l’articolo di ricerca che in inglese è denominato “paper”) stanno ottenendo importanti successi affinché possano essere scaricati liberamente, grazie anche all’intervento di istituzioni e fondazioni che pagano un extra per l’open access. Certo, una strana soluzione pagare due volte un articolo per renderlo aperto al pubblico.

 

3. L’apertura scientifica

In psicologia non c’è condivisione dei dati. I dati raccolti durante gli esperimenti spesso non vengono pubblicati rendendo impossibile gli studi di metanalisi e nascondendo le false analisi di ricercatori poco onesti (vedi il caso di Diederik Stapel, psicologo sociale che ha inventato e manipolato i dati nei suoi 55 articoli di ricerca).

Cambiamento: oggi i ricercatori tendono ad introdurre in appendice tutti i dati. Ci sono prove confortanti che dimostrano come la condivisione dei dati aumenti la qualità della ricerca e diminuisca gli errori statistici. Psychological Science premia con un Open Data badge i ricercatori che inseriscono i loro dati, i quali usufruiscono di vari benefici tra cui l’accesso agli archivi di ricerca per metanalisi o altre ricerche.

 

4. I grandi numeri

Uno dei problemi che affligge il mondo della ricerca in psicologia è collegato alle dimensioni dei campioni, spesso di piccole dimensioni sia per la difficoltà di reclutamento sia per la povertà di risorse economiche. Un campione di pochi soggetti è improbabile che rappresenti la popolazione in generale, sicché le scoperte che potrei trovarci non sarebbero applicabili al di fuori di esso (validità esterna nulla).

Cambiamento: ci sono strumenti innovativi impensabili fino a qualche anno fache superano gli ostacoli del reclutamento ed internet rappresenta davvero la svolta. Ad esempio, l’Amazon Mechanical Turk (AMT) è un servizio di reclutamento online che con piccole somme di denaro consente di raccogliere dati da migliaia di partecipanti. Un altro esempio è costituito dall’unione delle forze tra diversi operatori che mettono a disposizione i loro dati per altre ricerche, come nello straordinario disegno di ricerca di Tom Stafford che ha raccolto i dati di oltre 850.000 persone.

 

5. Limitare i “gradi di libertà”

In psicologia lo strumento di analisi più utilizzato è la statistica. Ma facciamo un passo indietro. Per scoprire se l’ipotesi è vera lo psicologo manipola nell’esperimento la variabile indipendente che secondo ipotesi causa un effetto (variabile dipendente). Per essere sicuro di questa relazione causale è necessario una controprova non somministrando la variabile indipendente in un altro campione (detto di controllo). Faccio un esempio: al campione sperimentale si chiede di giocare mezz’ora al giorno a tetris (variabile indipendente) perché secondo ipotesi aumenta le prestazioni visuospaziali (variabile dipendente) dell’utente; viceversa, il campione di controllo non viene sottoposto al gioco del tetris (non somministro la variabile indipendente). Il ricercatore effettua analisi statistiche sui dati raccolti per verificare che esista la relazione causale nel campione sperimentale (il tetris migliora le prestazioni cognitive) e che ci sia una differenza significativa con il gruppo di controllo (se non c’è il tetris non c’è in effetti un miglioramento).

La preoccupazione dello sperimentatore è quello di tenere a bada le variabili che non interessano (variabili intervenienti) anche attraverso le analisi statistiche per garantirsi un certo livello di certezza qualora venga confermata l’ipotesi. Il problema è evidente, rispetto alle altre discipline in cui l’ipotesi è vera o falsa senza troppe “sfumature”, lo psicologo si muove all’interno di un ambiente statistico dove l’ipotesi ha un valore di certezza di natura probabilistica.

Il ricercatore può a questo punto utilizzare diversi modelli statistici pur di ottenere i risultati desiderabili, rimuovendo tutti quelli che non vanno nella direzione attesa e riportando nell’articolo solo l’analisi statistica che ha funzionato per il suo scopo facendo di tutto per tenere il valore atteso sotto il 5% di significatività (p<.05). E’ un po’ come comprare tutti i biglietti alla lotteria. Ecco perché Sterling nel 1959 e cinquant’anni dopo ha trovato solo ricerche con risultati positivi senza alcuna menzione di tutte le (probabili) operazioni statistiche effettuate.

Cambiamento: la soluzione che sta ormai adottando un crescente numero di ricercatori psicologi è quella della pre-registrazione del disegno sperimentale, cioè registrare anticipatamente la ricerca su un sito riconosciuto dalla comunità scientifica, dichiarando le analisi che verranno utilizzate e i risultati attesi. Un approccio standard in medicina per prevenire i problemi legati al bias dell’aspettativa dello sperimentatore. Le riviste scientifiche CortexAttention Perception & PsychophysicsAIMS Neuroscience e Experimental Psychology offrono la possibilità di pre-regitrare gli articoli prima della realizzazione delle ricerche. Questa possibilità consente al giornale di selezionare gli articoli non più badando solo ai risultati ma anche alla qualità scientifica del lavoro sperimentale. Nel 2013 in occasione della Dichiarazione di Helsinski sono stati dettati i principi etici per la ricerca medica tra cui è richiesta la pre-registrazione pubblica prima del reclutamento di soggetti umani per l’esperimento.

Ci sarebbero però altri punti che mi piacerebbe aggiungere, avremo modo di ritornarci durante il corso dell’anno per aggiornarci su questi 5 che ho riportato. Due su tutti: 1) il rapporto tra ricercatori e clinici che sembra mostrare promettenti sviluppi (vedi qui ad esempio), 2) il rapporto tra psicologia e tecnologia in chiave terapeutica (vedi qui). Sarebbe molto interessante sapere cosa ne pensino i principali attori istituzionali (Ordine degli Psicologi, Ministero della Salute, Istituto Superiore della Sanità, accademici, i colleghi psicologi e psicoterapeuti, psichiatri e riabilitatori, etc.) del panorama italiano. Sarebbe un buon risveglio dal lungo sonno della psicologia italiana del Novecento.

link all’articolo sul The Guardian

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Psicoblog italiani, neuroauguri e buon 2014

tumblr le9ae6KluS1qe0eclo1 r5 500 Psicoblog italiani, neuroauguri e buon 2014

Eccoci alla fine dell’anno per farci gli auguri. In questo periodo scrivo poco purtroppo per motivi di lavoro e perché mio figlio Leonardo, quasi duenne, appena mi vede al computer sembra perdere ogni interesse verso i suoi milioni di giocattoli e mi salta addosso per scrivere al posto mio. Fatto sta che scrivere è una gioia intellettuale e divulgativa e quando non scrivo mi mancano gli esperimenti mentali, le riflessioni caute e spregiudicate galleggianti sul display e i commenti che ricevo sul blog e nei vari network sociali.

Ma il vero tasto dolente non è quello colpito con il martello-giocattolo da Leonardo, quanto lo stato in cui versa il mondo della psicologia e degli psicologi. Un mondo in fermento e sotto assedio sia per le nuove proposte cliniche che la tecnologia informatica promette (su cui mi sono soffermato più volte in questi ultimi mesi), sia per le nuove figure parapsicologiche che rendono tutto più competitivo (meno male!), sia per la sempre più discutibile preparazione formativa dei nuovi laureati in psicologia, sia per lo stato culturale del nostro Paese che sembra più attratto dalla Controriforma che dall’Illumismo inglese (vedi i casi Stamina, le barbare incursioni degli animalisti nei laboratori di ricerca o le leggi che pongono limiti ancora più restrittivi sulla sperimentazione animale).

Come ogni anno trovate sopra, in evidenza, la solita gif tratta dal film di Kubrick e, alla fine dell’articolo, la lista aggiornata di siti e blog italiani di psicologia e dintorni. E’ la terza volta che ripropongo questa lista e ogni volta i link sono più o meno gli stessi, non tanto per un rigido criterio di selezione quanto piuttosto per la scelta di non inserire siti smaccatamente autopromozionali (intitolando il proprio blog con nome e cognome con tanto di prefisso “dottore” o “psicologo”…) o dispensatori di pacchiana informazione psicologica.

Prima di chiudere, alcuni ringraziamenti speciali all’amico e collega ricercatore Vincenzo Romei (anche per gli articoli di ricerca che mi procura), all’amico donchisciottesco Andres Reys (anche per la sua passione picaresca tra chip e reti neurali) e al collega Chistian Giordano, persona di ammirevole passione intellettuale (che quest’anno si candida per le elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Psicologi del Lazio e a cui va il mio in bocca a lupo!).

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