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Le sfide della Psicologia nel 2014

open road1 300x199 Le sfide della Psicologia nel 2014

Un articolo molto importante di Chris Chambers è apparso sul Guardian e riguarda il futuro della psicologia. L’Autore, ricercatore di neuroscienze cognitive, stila 5 punti in cui intravvede importanti passi in avanti per una maggiore credibilità della ricerca in psicologia.

Chambers inizia l’articolo menzionando una ricerca del 1959 di Ted Sterling quando analizzò 294 articoli di ricerca pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche di psicologia. Sterling scoprì che il 97% delle ricerche riportavano risultati positivi, cioè confermavano le ipotesi. E formulò alcune domande: che fine hanno fatto le ricerche con risultati negativi? Perché vengono pubblicate solo ricerche che confermano le ipotesi e mai quelle che provano a confutarle? La ricerca in psicologia è sempre vera, corretta, così inarrestabile? No e da quel momento ci si aspettò che questa pratica poco scientifica fosse risolta.

Invece, quando nel 1995 Sterling ripeté la ricerca trovò gli stessi numeri e lo stesso problema della “censura” dei risultati negativi e non è stato il solo a imbattersi in questa scorretta prassi metodologica. I bias nella ricerca sono difficili da sradicare. Però qualcosa sta cambiando grazie soprattutto ad una nuova generazione di psicologi più giovani. Vengono messe da parte ricerche che non possono essere replicate, si evitano le riviste che danno valore solo ad aspetti interpretativi e non quantitativi della ricerca ed è in declino la vecchia cultura accademica che gestiva i dati di ricerca come proprietà personale.

Ma vediamo i 5 punti chiave dove sono in corso dei cambiamenti significativi in psicologia:

 

1) La replica

Un classico problema in psicologia. La regola dice che ogni ricerca deve essere riprodotta da ricercatori indipendenti, soprattutto se si tratta di una nuova scoperta. Se così non fosse, regnerebbe la libertà di sostenere qualsiasi teoria senza alcun fondamento oppure di rivelare scoperte i cui risultati però sono sbagliati (vi ricordate la storia dei neutrini?). Non ci sarebbe alcun progresso scientifico. In psicologia purtroppo siamo piuttosto indietro. Spesso vengono pubblicate ricerche che rivelano risultati sorprendenti e che generano titoli accattivanti sui giornali. Eppure, raramente vengono replicate da altri ricercatori. Perché sprecare altre risorse che già sono poche? Persino le riviste scientifiche spesso incoraggiano la pubblicazione di queste ricerche e tendono a evitare le ricerche che “deludono” le aspettative di ricerca.

Cambiamento: i nuovi psicologi hanno capito l’importanza della replica. Ho già scritto ad esempio in questo articolo del Many Labs project costituito da un gruppo di oltre 50 ricercatori in 36 laboratori sparsi nel mondo che hanno replicato 13 grossi esperimenti di psicologia (10 dei quali hanno ricevuto conferma), coinvolgendo oltre seimila partecipanti. Perspectives on Psychological Science ha lanciato di recente l’iniziativa di pubblicare le repliche di ricerche passate e giornali come  BMC Psychology o PLOS ONE danno la precedenza a ricerche che verificano i risultati di altri esperimenti.

 

2. L’accessibilità

Ecco un altro problema serio. Se volete scaricare un articolo di ricerca da una rivista online nella maggior parte delle volte dovrete sborsare in media 35 dollari. Anche gli enti di ricerca pagano per mettere a disposizione gratuitamente gli articoli ai ricercatori. Ora, se lo Stato paga perché siano resi disponibili a studenti e ricercatori questi articoli, perché noi liberi cittadini non abbiamo gli stessi diritti di accesso dato che i soldi dello Stato (attraverso cui finanziamo la ricerca) sono quelli delle nostre tasse? 

Cambiamento: il movimento open access sta crescendo e aumentando la sua influenza. Le spinte verso l’apertura dei paperi (in gergo viene chiamato papero l’articolo di ricerca che in inglese è denominato “paper”) stanno ottenendo importanti successi affinché possano essere scaricati liberamente, grazie anche all’intervento di istituzioni e fondazioni che pagano un extra per l’open access. Certo, una strana soluzione pagare due volte un articolo per renderlo aperto al pubblico.

 

3. L’apertura scientifica

In psicologia non c’è condivisione dei dati. I dati raccolti durante gli esperimenti spesso non vengono pubblicati rendendo impossibile gli studi di metanalisi e nascondendo le false analisi di ricercatori poco onesti (vedi il caso di Diederik Stapel, psicologo sociale che ha inventato e manipolato i dati nei suoi 55 articoli di ricerca).

Cambiamento: oggi i ricercatori tendono ad introdurre in appendice tutti i dati. Ci sono prove confortanti che dimostrano come la condivisione dei dati aumenti la qualità della ricerca e diminuisca gli errori statistici. Psychological Science premia con un Open Data badge i ricercatori che inseriscono i loro dati, i quali usufruiscono di vari benefici tra cui l’accesso agli archivi di ricerca per metanalisi o altre ricerche.

 

4. I grandi numeri

Uno dei problemi che affligge il mondo della ricerca in psicologia è collegato alle dimensioni dei campioni, spesso di piccole dimensioni sia per la difficoltà di reclutamento sia per la povertà di risorse economiche. Un campione di pochi soggetti è improbabile che rappresenti la popolazione in generale, sicché le scoperte che potrei trovarci non sarebbero applicabili al di fuori di esso (validità esterna nulla).

Cambiamento: ci sono strumenti innovativi impensabili fino a qualche anno fache superano gli ostacoli del reclutamento ed internet rappresenta davvero la svolta. Ad esempio, l’Amazon Mechanical Turk (AMT) è un servizio di reclutamento online che con piccole somme di denaro consente di raccogliere dati da migliaia di partecipanti. Un altro esempio è costituito dall’unione delle forze tra diversi operatori che mettono a disposizione i loro dati per altre ricerche, come nello straordinario disegno di ricerca di Tom Stafford che ha raccolto i dati di oltre 850.000 persone.

 

5. Limitare i “gradi di libertà”

In psicologia lo strumento di analisi più utilizzato è la statistica. Ma facciamo un passo indietro. Per scoprire se l’ipotesi è vera lo psicologo manipola nell’esperimento la variabile indipendente che secondo ipotesi causa un effetto (variabile dipendente). Per essere sicuro di questa relazione causale è necessario una controprova non somministrando la variabile indipendente in un altro campione (detto di controllo). Faccio un esempio: al campione sperimentale si chiede di giocare mezz’ora al giorno a tetris (variabile indipendente) perché secondo ipotesi aumenta le prestazioni visuospaziali (variabile dipendente) dell’utente; viceversa, il campione di controllo non viene sottoposto al gioco del tetris (non somministro la variabile indipendente). Il ricercatore effettua analisi statistiche sui dati raccolti per verificare che esista la relazione causale nel campione sperimentale (il tetris migliora le prestazioni cognitive) e che ci sia una differenza significativa con il gruppo di controllo (se non c’è il tetris non c’è in effetti un miglioramento).

La preoccupazione dello sperimentatore è quello di tenere a bada le variabili che non interessano (variabili intervenienti) anche attraverso le analisi statistiche per garantirsi un certo livello di certezza qualora venga confermata l’ipotesi. Il problema è evidente, rispetto alle altre discipline in cui l’ipotesi è vera o falsa senza troppe “sfumature”, lo psicologo si muove all’interno di un ambiente statistico dove l’ipotesi ha un valore di certezza di natura probabilistica.

Il ricercatore può a questo punto utilizzare diversi modelli statistici pur di ottenere i risultati desiderabili, rimuovendo tutti quelli che non vanno nella direzione attesa e riportando nell’articolo solo l’analisi statistica che ha funzionato per il suo scopo facendo di tutto per tenere il valore atteso sotto il 5% di significatività (p<.05). E’ un po’ come comprare tutti i biglietti alla lotteria. Ecco perché Sterling nel 1959 e cinquant’anni dopo ha trovato solo ricerche con risultati positivi senza alcuna menzione di tutte le (probabili) operazioni statistiche effettuate.

Cambiamento: la soluzione che sta ormai adottando un crescente numero di ricercatori psicologi è quella della pre-registrazione del disegno sperimentale, cioè registrare anticipatamente la ricerca su un sito riconosciuto dalla comunità scientifica, dichiarando le analisi che verranno utilizzate e i risultati attesi. Un approccio standard in medicina per prevenire i problemi legati al bias dell’aspettativa dello sperimentatore. Le riviste scientifiche CortexAttention Perception & PsychophysicsAIMS Neuroscience e Experimental Psychology offrono la possibilità di pre-regitrare gli articoli prima della realizzazione delle ricerche. Questa possibilità consente al giornale di selezionare gli articoli non più badando solo ai risultati ma anche alla qualità scientifica del lavoro sperimentale. Nel 2013 in occasione della Dichiarazione di Helsinski sono stati dettati i principi etici per la ricerca medica tra cui è richiesta la pre-registrazione pubblica prima del reclutamento di soggetti umani per l’esperimento.

Ci sarebbero però altri punti che mi piacerebbe aggiungere, avremo modo di ritornarci durante il corso dell’anno per aggiornarci su questi 5 che ho riportato. Due su tutti: 1) il rapporto tra ricercatori e clinici che sembra mostrare promettenti sviluppi (vedi qui ad esempio), 2) il rapporto tra psicologia e tecnologia in chiave terapeutica (vedi qui). Sarebbe molto interessante sapere cosa ne pensino i principali attori istituzionali (Ordine degli Psicologi, Ministero della Salute, Istituto Superiore della Sanità, accademici, i colleghi psicologi e psicoterapeuti, psichiatri e riabilitatori, etc.) del panorama italiano. Sarebbe un buon risveglio dal lungo sonno della psicologia italiana del Novecento.

link all’articolo sul The Guardian

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Psicoblog italiani, neuroauguri e buon 2014

tumblr le9ae6KluS1qe0eclo1 r5 500 Psicoblog italiani, neuroauguri e buon 2014

Eccoci alla fine dell’anno per farci gli auguri. In questo periodo scrivo poco purtroppo per motivi di lavoro e perché mio figlio Leonardo, quasi duenne, appena mi vede al computer sembra perdere ogni interesse verso i suoi milioni di giocattoli e mi salta addosso per scrivere al posto mio. Fatto sta che scrivere è una gioia intellettuale e divulgativa e quando non scrivo mi mancano gli esperimenti mentali, le riflessioni caute e spregiudicate galleggianti sul display e i commenti che ricevo sul blog e nei vari network sociali.

Ma il vero tasto dolente non è quello colpito con il martello-giocattolo da Leonardo, quanto lo stato in cui versa il mondo della psicologia e degli psicologi. Un mondo in fermento e sotto assedio sia per le nuove proposte cliniche che la tecnologia informatica promette (su cui mi sono soffermato più volte in questi ultimi mesi), sia per le nuove figure parapsicologiche che rendono tutto più competitivo (meno male!), sia per la sempre più discutibile preparazione formativa dei nuovi laureati in psicologia, sia per lo stato culturale del nostro Paese che sembra più attratto dalla Controriforma che dall’Illumismo inglese (vedi i casi Stamina, le barbare incursioni degli animalisti nei laboratori di ricerca o le leggi che pongono limiti ancora più restrittivi sulla sperimentazione animale).

Come ogni anno trovate sopra, in evidenza, la solita gif tratta dal film di Kubrick e, alla fine dell’articolo, la lista aggiornata di siti e blog italiani di psicologia e dintorni. E’ la terza volta che ripropongo questa lista e ogni volta i link sono più o meno gli stessi, non tanto per un rigido criterio di selezione quanto piuttosto per la scelta di non inserire siti smaccatamente autopromozionali (intitolando il proprio blog con nome e cognome con tanto di prefisso “dottore” o “psicologo”…) o dispensatori di pacchiana informazione psicologica.

Prima di chiudere, alcuni ringraziamenti speciali all’amico e collega ricercatore Vincenzo Romei (anche per gli articoli di ricerca che mi procura), all’amico donchisciottesco Andres Reys (anche per la sua passione picaresca tra chip e reti neurali) e al collega Chistian Giordano, persona di ammirevole passione intellettuale (che quest’anno si candida per le elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Psicologi del Lazio e a cui va il mio in bocca a lupo!).

Altra Psicologia, Informazione, Promozione e Tutela della Psicologia
Brain Factor, Cervello e neuroscienze
Cognitilist: appunti e segnalazioni dal mondo cognitivista
Il blog di Florinda Barbuto, (perché non metterci un titolo diverso dal proprio nome?)
Il Setting Quotidiano, la raccolta dei migliori contenuti di Psicologia in italiano, di Edoardo Pessina
La stanza dello psicologo: si tratta di un progetto declinato al femminile con la finalità di promuovere il benessere della donna nella sua unità bio-psico-spirituale
Mente e psiche, di Daniela Ovadia che cura un interessante spazio informativo ma ahimè solo un articolo al mese!
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Neuroscienze per bambini

Come ogni giornale scientifico Frontiers in Neuroscience for Young Minds prevede una peer review, cioè una revisione paritaria in cui gli articoli di ricerca, prima di essere pubblicati, siano letti e corretti da parte di specialisti del settore. In altre parole, se fai una ricerca non puoi aspettarti che venga immediatamente pubblicata dalla rivista scientifica cui la proponi, ma è necessario che qualcuno competente del tuo settore legga l’articolo e dopo attenta analisi dica se hai scritto una cavolata o qualcosa di valido da essere pubblicato.

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Frontiers in Neuroscience for Young Minds fa qualcosa di speciale. Accoglie articoli di tanti neuroscienziati anche famosi e li fa leggere a giovani e giovanissimi ragazzi (dai 5 ai 18 anni) col compito di revisionarli. I fanciulli revisori hanno un mentore (in genere uno scienziato adulto) che li guida durante il lavoro di review. Lo scopo dell’iniziativa è quella di attirare i più giovani nel mondo della ricerca e nello stesso tempo offrire una piattaforma alternativa ai ricercatori per pubblicare i loro articoli di ricerca.

La proposta è aperta a tutti coloro che desiderino occuparsi di neuroscienze, che sia un ricercatore, uno scienziato o il tuo piccolo figlio che va alle elementari ed è curioso di scienze umane. Come autore di ricerca, spedisci un riassunto del tuo lavoro e indichi l’area specifica entro cui inserire il tuo contributo. L’Editore ti contatterà per organizzare il piano di revisione o per valutare tuo figlio e accoglierlo nel suo team di revisori. E in più, nella seconda parte del 2014, Frontiers in Neuroscience for Young Minds accetterà articoli di ricerca anche di giovanissimi ricercatori e non solo degli scienziati adulti.

Che ne pensi, un progetto un po’ troppo sofisticato per ragazzi di così giovane età? Se fossi in te, un genitore o un insegnante, ci penserei un po’. Dopotutto l’educazione, soprattutto scolastica, è concepita come un “mucchio” di nozioni da “versare” dentro la testa del ragazzo. Un progetto come quello di Frontiers capovolge l’immagine: fai uscire dalla testa del ragazzo ipotesi di lavoro, metodo di osservazione, esperimenti mentali, prove concrete da capire e soppesare.

Per un bambino sin dai primi anni di età è più interessante “mettersi nei panni” dell’adulto, capire come ragiona e cosa prova (processi metacognitivi). Sono prove mentali che comunemente sperimenta durante il gioco o nella conversazione con un adulto. Mettersi nei panni di uno scienziato, leggere le intenzioni del ricercatore e immaginare gli scenari sperimentali sono una sfida eccitante che facilita l’apprendimento senza escludere il divertimento. Invece di aspettare anni, imparerebbe ad acquisire e utilizzare con familiarità il metodo sperimentale, come è composto un articolo di ricerca, come scrivere con chiarezza e quasi banale semplicità fatti organizzati in una cornice teorica e puntellati dalla verifica sperimentale.

Infine: è una mia supposizione e ne possiamo parlare, ma sarebbe molto più utile che, sin da piccoli, gli alunni frequentassero più i laboratori che i libri. Nel progetto di peer-review per “Giovani Menti” addirittura li aiuteremmo ad adottare un metodo collaudato per comprendere, scoprire e mettersi nella testa di un ricercatore. Imparerebbero la pazienza e l’umiltà necessarie per affrontare gli imprevisti, le difficoltà e le incertezze della scoperta e anche il perché gli adulti spesso sembrano così ostinati a non divertirsi anche quando sbagliano.

A proposito del progetto di revisione:

  1. Un articolo di ricerca dovrebbe essere pubblicato soltanto dopo revisione paritaria (peer-review)
  2. Il controllo della ricerca può essere condotto anche da un ragazzo di giovane età
  3. Il metodo scientifico consente di orientarsi in un mondo in cui i fatti sono spesso sostituiti dalle opinioni
  4. Per un bambino è più facile diventare un adulto maestro, è più raro il contrario
  5. La scoperta è una cosa seria se fatta con curiosità e pazienza

link a Frontiers for Young Minds

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Conferme scientifiche in psicologia

Un progetto di ricerca internazionale è stato realizzato da numerosi team sparsi nel mondo per replicare alcuni esperimenti di psicologia allo scopo di verificarne l’attendibilità.

La replica è uno dei prerequisiti fondamentali cui deve ottemperare una disciplina per essere ritenuta scientifica. In poche parole, la ricerca dopo essere stata eseguita, viene resa nota attraverso la pubblicazione in una rivista riconosciuta dalla comunità scientifica. Da questo punto in poi, un qualsiasi gruppo di ricercatori può replicarla per testare la validità del lavoro. Funziona così la scienza.

E la ricerca in psicologia sembra, nonostante alcuni incidenti di percorso, collocarsi accanto alle principali branche scientifiche.
Infatti sono stati riprodotti 13 esperimenti importanti (eseguiti in passato) e ben 10 di essi hanno dato lo stesso risultato, cioè è stata confermata l’ipotesi originaria.

ricerche replicate neuromancer Conferme scientifiche in psicologia

È innegabile, la psicologia “soffre” del problema sulla riproducibilità degli esperimenti. Il fatto è che il problema non consiste tanto nella debolezza sperimentale dell’ipotesi psicologica, quanto per il fatto che pochi si occupano del “noioso” lavoro della verifica. Sia chiaro, è una grana che pesa anche in altri settori scientifici. Spesso la scoperta viene trasformata troppo in fretta in notizia senza passare prima dal controllo della comunità scientifica.

C’è da aggiungere che è più facile riprodurre esperimenti di laboratorio rispetto a quelli realizzati in ambiente naturale. Nella ricerca psicologica è inevitabile coinvolgere centinaia di persone e richiede più risorse, soprattutto economiche.
In questo caso l’impegno di replica è stato assunto da 36 gruppi di ricerca che hanno formato il Many Labs Replication Project per controllare 13 studi psicologici, alcuni di vecchia data altri più recenti, somministrando i test a più di 6.000 soggetti di 12 Paesi.

Solo tre esperimenti sono stati falsificati: in uno l’ipotesi è risultata più debole, negli altri due l’effetto sperimentale non è stato riscontrato. Questi ultimi rientravano nella sfera del social priming, cioè l’influenza di stimoli sociali nella formazione di un giudizio e, precisamente, non sono stati conferma gli esperimenti sull’effetto del denaro nell’aumentare il consenso verso il sistema sociale e sull’effetto percettivo della bandiera americana ad incentivare valori ideologicamente più conservatori.

La replica di questi esperimenti, coordinata da Richard Klein e Kate Ratliff dell’Università della Florida e dall’italiano Michelangelo Vianello dell’Università di Padova, garantisce una ragionevole sicurezza nella generalizzazione dei risultati, cioè quell’importante momento metodologico in cui è lecito affermare che l’effetto sperimentale, osservato tra i soggetti del campione, “esiste” anche nella popolazione generale e non è frutto di speculazioni infondate o di errori sperimentali.

Sono rimasto sorpreso della selezione degli esperimenti, quasi tutti connessi con i processi decisionali e di giudizio (più facili da standardizzare?). Tra i quali spiccano inevitabilmente i brillanti esperimenti sulla formazione del giudizio e dei processi decisionali in condizioni di incertezza di Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002. I suoi esperimenti replicati si sono dimostrati più “veri” di prima, soprattutto per quanto riguarda l’effetto di ancoraggio ovvero quando, in condizioni di incertezza, per formulare un giudizio ti appoggi in modo arbitrario su un indizio (l’ancora) che in realtà ha poco contenuto informativo.

Kahneman, tra le altre cose, lo scorso anno ha scritto una lettera aperta ai ricercatori per sollecitare una “catena internazionale” di repliche degli esperimenti sugli effetti di priming. Come dire: verificate il mio lavoro! Che ne dite? Possiamo importare nel nostro piccolo mondo professionale questa esortazione? Mi chiedo se persino in una psicoterapia non sia così utopistico creare i presupposti per una verifica empirica esterna del proprio lavoro terapeutico.

link all’articolo del Many Labs Replication Project

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Gli insegnanti e le neuroscienze

brain study children education Gli insegnanti e le neuroscienze

Un’interessante ricerca dimostra che le idee degli insegnanti sul funzionamento del cervello spesso non sono corrette e mette in guardia sull’uso superficiale delle scoperte neuroscientifiche nella didattica scolastica 

Un gruppo di ricercatori inglesi e olandesi ha indagato la crescente diffusione dei neuromiti, cioè “quelle credenze sbagliate basate su un fraintendimento, una lettura errata o su citazioni inappropriate di fatti scientificamente provati, tali da avere ripercussioni negative nella sfera educativa come in altri contesti” (definizione ufficiale della Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, 2002). Nello specifico, i ricercatori hanno cercato di capire quanto i neuromiti potessero essere diffusi tra gli insegnanti attratti dalle neuroscienze dell’apprendimento (neuroeducation).

Per questa ragione, gli autori della studio hanno inviato un questionario, compilabile in 15 minuti, via mail a 242 insegnanti delle scuole primarie e secondarie d’Inghilterra (137) e Olanda (105), che avevano un’età media di 43 anni. Tra le varie domande, il questionario era cosstituito da 32 affermazioni sul cervello e la sua influenza sull’apprendimento, 15 delle quali erano dei neuromiti, ad esempio: “usiamo solo il 10% del nostro cervello”, ”esistono intelligenze multiple”, “alcuni cibi influenzano il funzionamento cerebrale”, etc. In molti paesi, queste asserzioni prive di conferma scientifica sono alla base di progetti didattici ”avanzati” (Brain Gym, VAK approach). Inoltre era richiesto quale fosse il ruolo dell’ambiente e dei geni sulla capacità di apprendimento, se avessero seguito un corso di formazione basato sulle ricerche di neuroscienze e se in qualche modo applicassero un protocollo neuroeducativo nella loro scuola.

Dai risultati è emerso che gli insegnanti credono alla metà dei neuromiti (il 49%), 7 delle 15 affermazioni infondate sono ritenute valide da oltre il 50% degli insegnanti (di un campione di 242 soggetti). I miti più diffusi sono: 1) le persone imparano meglio se ricevono informazione nel loro stile di apprendimento preferito (visivo, uditivo etc.), 2) esistono differenze essenziali nella dominanza emisferica (il cervello sinistro è analitico, quello destro è
creativo,
ndr.) e 3) brevi turni di esercizi di coordinazione possono migliorare l’integrazione di informazione tra i due emisferi. Oltre l’80% degli insegnanti crede in questi miti.

I  risultati della ricerca mostrano che la credenza nei neuromiti è positivamente correlata con gli approfondimenti personali dell’insegnante. Inaspettatamente, le credenze sui neuromiti sono sono più diffuse tra gli insegnanti che hanno un alto punteggio di conoscenza generale sulle neuroscienze (oltre il 70% del totale legge riviste popolari di scienza, pubblicazioni scientifiche o ha svolto training specialistici). Questo fenomeno può rivelarsi rischioso quando questi insegnanti tentano di applicare nel lavoro scolastico le loro concezioni di neuroscienza.

In sostanza, è come se la voglia di incrementare le proprie conoscenze per sviluppare approcci didattici più avanzati sia un arma a doppio taglio. Leggere riviste specializzate o fare attenzione alle notizie sui media non ha un effetto protettivo per saper distinguere ciò che è scientifico da ciò che non lo è. Per non parlare degli ingenti finanziamenti pubblici per i programmi educativi negli istituti scolastici basati proprio su errate concezioni del funzionamento del cervello.

In effetti, non è la prima volta che gli esperti sollevano la questione su come vengano recepiti e applicati i risultati neuroscientifici. L’avviso è sempre lo stesso: data la ipersemplificazione delle notizie neuroscientifiche, per approfondire seriamente l’argomento trattato e andare oltre la sensazionalità mediatica è meglio chiedere il parere a chi è specializzato e fa ricerca nel settore delle neuroscienze.

I miti sono dappertutto, anche in psicologia, come puoi leggere nell’illuminante libro di Scott Lilienfeld, I grandi miti della psicologia popolare. In questa lettura scorrevole potete scoprire come tante certezze propagandate a tambur battente non siano altro che sonore bufale. Per rimanere in tema, le ricerche dimostrano il fatto che la gente crede con più probabilità alle interpretazioni infondate sul cervello se le notizie sono accompagnate da immagini di risonanza magnetica.

Anche gli scienziati, d’altra parte, devono rivedere il loro modo di comunicare verso il pubblico. Il cortocircuito tra neuroscienze, media e sfera pubblica è ormai accertato e le conseguenze purtroppo non sono prive di guai (puoi fartene un’idea leggendo una sintesi qui). Le informazioni digitali sono volatili e una volta superati i confini di laboratorio e delle riviste scientifiche specializzate sono facile preda della logica mediatica e di interpretazioni quanto meno discutibili. In pratica, i ricercatori dovrebbero rivedere il loro modo di comunicare e soprattutto con chi comunicare, perché molta gente aspetta di ricevere una ragionevole guida per incrementare la propria preparazione neuroscientifica (neuroscientific literacy).

Da un lato preferisco la curiosità sulle neuroscienze degli insegnanti piuttosto che le sedentarie pratiche didattiche, dall’altro trovo irrinunciabile rivolgersi al parere esperto di chi lavora sul campo che possa fornire un’appropriato significato tecnico e scientifico su come funzionino il cervello e la mente dentro un corpo in un ambiente culturale. Che possa in sostanza aiutare a distinguere la scienza dalla pseudoscienza.

In effetti, non si può sbagliare: è tutto in quella capacità di saper distinguere ciò che è scientifico da ciò che non lo è. Non è facile, ma è bello apprenderla.

Link su neuroscienze e giornalismo
Link su I grandi miti della psicologia popolare

rb2 large gray Gli insegnanti e le neuroscienzeDekker, S., Lee, N., Howard-Jones, P., & Jolles, J. (2012). Neuromyths in Education: Prevalence and Predictors of Misconceptions among Teachers Frontiers in Psychology, 3 DOI: 10.3389/fpsyg.2012.00429

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