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La psichiatria italiana prima del Fascismo

freniatria 207x300 La psichiatria italiana prima del Fascismo

Un gruppo di psichiatri italiani, Piazzi, Testa, Del Missier, Dario, Stocco (2011) ha pubblicato un intrigante articolo su History of Psychiatry in cui analizzano l’influenza del regime fascista sullo sviluppo della scienza psichiatrica italiana nella prima metà del Novecento.

In questo primo post sintetizzo l’analisi di Piazzi e colleghi sullo stato della psichiatria prima dell’avvento del Fascismo. In un articolo successivo vi descriverò lo stato della psichiatria italiana durante il periodo fascista e in particolar modo l’atteggiamento del regime fascista verso i malati mentali, gli ospedali psichiatrici, le cliniche, l’università e, in generale, la cultura psichiatrica.

Come saprete, il Ventennio fascista si svolse dal 1922 sino al luglio del 1943, sopravvivendo per altri due anni nel nord d’Italia come appendice del nazismo. Il Fascismo fu assecondato dalle principali forze economiche dell’epoca (industriali e proprietari terrieri) e da quelle politiche (la Monarchia). Inoltre ottenne l’appoggio diplomatico del Vaticano sancito dal Concordato del 1929.

In pochi anni guadagnò una tale potenza politico-costrittiva da sovvertire le regole democratiche faticosamente conquistate dal vecchio regime liberale. Nel 1938 promulgò le infami leggi razziali,  si alleò con la Germania Nazista ed entrò in guerra nel 1940 trascinando l’Italia nella catastrofe della guerra mondiale. Non fu un regime essenzialmente razzista, nichilista e misticheggiante come quello della Germania di Hitler, ma ebbe tutte le proprietà tipiche e inaccettabili di una dittatura dispotica, antidemocratica, nazionalista, repressiva, demagogica e illiberale.

Ma qual era lo stato della psichiatria italiana prima dell’avvento del Fascismo? Nel 1873 gli psichiatri avevano fondato una società scientifica degli psichiatri italiani, La Società Italiana di Freniatria (vedi nota n°1). Non si usò il termine “psichiatria” allo scopo di sottolineare il sostanziale atteggiamento positivistico verso la scienza psichiatrica in quanto medicina organica che non si occupa di “psiche”, concetto considerato ingannevole e connesso con quelli di anima, spirito e fede. Sono passati pochi anni dall’Unificazione del Regno d’Italia e gli scienziati difendono la natura secolare e laica della loro scienza in opposizione alla Chiesa Cattolica estromessa faticosamente dal potere temporale.

Ci sono due leggi importanti che vengono approvate  dal parlamento prima dello scoppio della Grande Guerra: nel 1904, la n°36 contiene 11 articoli che organizzano il piano di cura per i malati mentali che denota un’impronta prevalentemente repressiva e culturalmente arretrata rispetto alle posizioni avanzate della ricerca scientifica psichiatrica; la disposizione applicativa n°615 del 1909 costituita da 93 provvedimenti mitiga l’aspetto repressivo della legge precedente, auspicando nella prassi clinica una forma più umana del trattamento psichiatrico, puntando in particolare sul fattore sociale del disturbo psichico, allargando l’offerta curativa oltre la struttura manicomiale, ad esempio con le cliniche private, le comunità agricole e le colonie familiari.

In questo periodo c’è un notevole incremento del numero di ospedalizzazioni perché non si ammette una netta distinzione tra patologie neurologiche, psichiatriche e patologie psicofisiche. I manicomi in questo periodo sono pieni di dementi, pazienti malati di pellagra, tubercolosi, sifilide, gozzo, alcolismo, malaria, grave ritardo mentale o encefalite. Solo il 30% dei pazienti sono presenti esclusivamente per disturbi psichiatrici.

La nuova regolamentazione consente il ricovero volontario e fornisce un’opportunità di sostegno sociale ed economico alle famiglie. Viene pure abolito l’uso di metodi costrittivi e comunque ridotti ai casi eccezionali nei manicomi, vietandoli del tutto nelle cliniche private.

Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente psichiatrico, è interessante notare che la classificazione di Kraepelin non è ancora stata accettata. Il riferimento diagnostico largamente utilizzato è costituito dal Trattato delle malattie mentali di Eugenio Tanzi ed Ernesto Lugaro (il Tanzi-Lugaro, in due volumi pubblicato nel 1905). Se all’estero la ricerca è orientata verso la scoperta delle cause organiche dei disturbi psichiatrici, nel primo Novecento la psichiatria italiana è più concentrata sulle cause ambientali della malattia mentale, in una prospettiva più sociologica che psicologica.

In Italia, infatti, è prevalente un approccio più sociogenetico del disturbo mentale in cui confluiscono cause ambientali, fattori sociali e genetici, supportato dalla convinzione che, ad esempio, ambienti promiscui o ambienti malsani di lavoro siano causa di malattia mentale. Si tratta di una medicina sociale adottata dalla maggioranza dei dottori che puntano soprattutto sulla prevenzione e l’intervento sociale. Un approccio in cui si condensano spirito positivistico ed esperienza socialista, ideologie che ricevono un notevole consenso tra i medici italiani dell’epoca. Nel 1907 infine c’è una scissione tra freniatri e neurologi. Questi ultimi fondano La Società Italiana di Neurologia.

Durante la Prima Guerra Mondiale la società italiana è profondamente colpita dalla partenza di 5 milioni di uomini per il fronte, dall’enorme sforzo organizzativo e le ripercussioni degli effetti della guerra. Psicologicamente la guerra compromette l’equilibrio esistenziale delle famiglie, dei soldati, dei reduci. La perdita dei cari, l’annullamento per il soldato della propria identità, la sistematica repressione gerarchica del superiore, sono alcune dinamiche destabilizzanti che mettono a dura prova gli uomini. Si calcola che circa 40.000 soldati furono internati per disturbi mentali negli ospedali psichiatrici.

La guerra fu un momento di profonda crisi per il mondo psichiatrico internazionale. L’idea organica della eziologia del disturbo mentale fu tralasciata in favore di un approccio più psicologico e facendo attenzione alla natura reattiva di certi disordini psichici. Si cominciò a parlare di psicosi reattiva e di neurosi da guerra. In Italia tuttavia gli psichiatri continuarono a sostenere la causa organicistica del disturbo mentale e il dibattito scientifico non ebbe alcun sviluppo ulteriore degno di nota. Non a caso con la fine della guerra, gli psichiatri furono soprattutto occupati ad affrontare la difficile gestione dei manicomi dove la maggioranza dei pazienti era affetta da malattie organiche con sintomi psichici, piuttosto che rivedere i modelli psichiatrici allora vigenti.

Solo nel Dopoguerra la nosografia kraepeliana cominciò in parte a diffondersi tra gli psichiatri italiani, ma con molte resistenze e non sempre fino in fondo. Nonostante si fossero creati dei legami importanti con la psichiatria tedesca che con quella anglosassone, la psichiatria italiana ignorò quasi del tutto i fondamentali testi psichiatrici di Bleuler, Dementia Praecox oder Gruppe der Schiizophrein (1911) e il notevole testo di Psicopatologia generale di Jaspers (1913), ambedue tradotti in italiano soltanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo la guerra, lo scontento degli psichiatri ialiani per l’inadeguata legislazione sul trattamento delle malattie mentali si fece sentire soprattutto grazie al parlamentare Leonardo Bianchi, psichiatra, professore universitario e ministro, che denunciò il fallimento dell’apparato manicomiale nel fornire cure adeguate. A lui si unì lo psichiatra e antropologo Enrico Morselli il quale dichiarò che il manicomio avrebbe dovuto abbandonare il suo ruolo di “custode” e “neutralizzatore” del “matto” per diventare un luogo con uno scopo medico e sociale. Ancora una volta, le preoccupazioni, seppure legittime, furono concentrate soprattutto sull’aspetto logistico e gestionale (il management diremmo oggi) del settore psichiatrico, piuttosto che in un aperto dibattito sperimentale sulla disciplina psichiatrica.

(continua)

1. A proposito di freniatria, il suffisso “fren” mi ricorda sia la frenologia di Franz Joseph Gall sia tutti i termini medici che riguardano le malattie psichiatriche (ologofrenia, schizofrenia etc.). Phren dal greco si riferisce a mente.

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