I paradossi in psicologia
Il paradosso è un concetto speciale in psicologia e ha ricevuto molta attenzione soprattutto dagli psicologi che hanno studiato a fondo la comunicazione umana all’interno delle relazioni sociali. Il paradosso in greco indica una “contro opinione”, ovvero la conclusione contraddittoria di un ragionamento corretto basato su premesse sensate. In altre parole, partendo da affermazioni che hanno un senso, [...]
Il paradosso è un concetto speciale in psicologia e ha ricevuto molta attenzione soprattutto dagli psicologi che hanno studiato a fondo la comunicazione umana all’interno delle relazioni sociali. Il paradosso in greco indica una “contro opinione”, ovvero la conclusione contraddittoria di un ragionamento corretto basato su premesse sensate. In altre parole, partendo da affermazioni che hanno un senso, una volta messe a confronto ne scaturisce una conclusione contraddittoria. Da un punto di vista psicologico, l’aspetto rilevante riguarda i processi mentali attivi nella mente per trovare una risoluzione che non può esserci e che sono accompagnati da una particolare reazione emotiva.
Possiamo raggruppare i paradossi in tre grandi famiglie:
- i paradossi logico-matematici (le antinomie);
- le definizioni paradossali dovute a certe incoerenze nascoste a livello del pensiero e del linguaggio;
- i paradossi pragmatici (le ingiunzioni paradossali).
Un esempio di antinomia è rappresentato dal paradosso “la classe di tutte le classi che non sono membri di se stesse”, tradotto in un esempio: c’è un insieme cui appartengono tutti i libri, oggetti che hanno una proprietà in comune per essere raggruppati, quindi esiste un altro insieme cui appartengono tutti quegli oggetti che hanno in comune la proprietà di non essere libri. Ebbene, se un’asserzione affermasse che un oggetto appartiene ad entrambi i due gruppi sarebbe contraddittoria perché non può esserci un libro che sia un libro e un non libro nello stesso tempo.
Le definizioni paradossali appartengono al regno della semantica, cioè quelle contraddizioni dovute alle stranezze del linguaggio piuttosto che alla logica. Un celebre esempio è costituito dall’asserzione: “Io sto mentendo”. Se provaste a seguirne lo sviluppo interpretativo arrivereste alla conclusione che io sto mentendo quando non sto mentendo, cioè l’affermazione è vera quando non lo è (e viceversa). Un modo per chiarire la confusione consiste nello “smontare” la frase in due livelli: in uno c’è il linguaggio oggetto, “io sto mentendo”, cioè dico una cosa non vera, in un secondo metalivello diciamo qualcosa su questa asserzione, cioè che è vero che sto dicendo una falsità. Proseguendo il ragionamento possiamo trasformare il precedente metalivello in un nuovo livello-oggetto e capovolgere i significati di verità e falsità, in una catena regredente teoricamente infinita…
I paradossi pragmatici sono quelli che manifestano la loro insostenibile realtà nelle relazioni umane e che possono sfociare in condotte psicotiche. Una categoria tipica di paradossi pragmatici è rappresentata dalle ingiunzioni paradossali, ricorrenti generalmente in una forte relazione complementare (madre -figlio, terapeuta-paziente, ufficiale-subordinato). Lo schema tipico prevede un’ingiunzione che deve essere eseguita, ma deve essere disobbedita per essere obbedita. In questa dimensione paradossale rientrano tutte quelle richieste di comportamenti specifici che per loro natura non possono essere richiesti, cioè quelli spontaneii, ad esempio: sii spontaneo, dovresti fare come desideri, non essere così ubbidiente, puoi fare quello che vuoi, dovresti aiutarmi [per un approfondimento del paradosso in terapia puoi dare un'occhiata qui]. In un’ottica più politica ed ideologica, i sistemi totalitari fanno un uso sistematico dei paradossi pragmatici e Orwell (1984) e Koestler (Buio a mezzogiorno), a mio parere, sono i due scrittori più significativi che hanno saputo rendere sapientemente questa tortura psicologica.
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Nel 1956, Bateson e collaboratori pubblicarono un articolo in cui proponevano un’ipotesi di lavoro sull’insorgenza della schizofrenia (Per una teoria della schizofrenia) basata su un paradosso pragmatico. Il loro presupposto consisteva nel fatto che il comportamento del paziente psicotico, per quanto bizzarro e contraddittorio, ha un senso all’interno di un preciso contesto relazionale in cui le sequenze interattive di comunicazione in definitiva lo generano. A questo proposito coniarono il termine doppio legame (double bind) col quale viene designata una relazione tra due o più persone coinvolte in modo intenso da un punto di vista della sopravvivenza fisica e/o psicologica. Nel doppio legame si presenta una tipica modalità comunicativa: viene comunicato un messaggio in un modo tale che si dà ad intendere un altro messaggio che lo contraddice.
Sono due messaggi, in genere uno di contenuto (ad esempio, sei stato bravo) e uno di relazione (espressione facciale o tono della voce che sembrano dire: potevi fare molto di più…) che si escludono a vicenda [puoi trovare un approfondimento qui]. Chi riceve un messaggio di questo genere si trova in difficoltà a trovare una via di fuga, nonostante il fatto che sia evidente la contraddizione logica. Ma non si tratta di un problema logico-matematico o filosofico, bensì di una realtà pragmatica. Il ricevente non può non reagire, ma come si può reagire ad un paradosso se non in modo paradossale [con la malattia]?
Questa condizione diventa più evidente nei suoi effetti problematici in psicologia clinica quando viene proibito, in modo più o meno esplicito, di mostrare consapevolezza della contraddizione percepita nell’ingiunzione. Ad esempio, quando il genitore insiste a dire che non è deluso (nonostante il tono disprezzante o desolato) del comportamento del figlio, il quale infine non sa a cosa affidarsi se alla versione del genitore (garantendosi la vicinanza discutibile) o a quella fornita dalla propria percezione (contraddittoria alla versione genitoriale). Ronald Laing denomina questo meccanismo con il termine “mistificazione”.
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L’ipotesi di Bateson sulla schizofrenia ha suscitato un importante dibattito e ormai appartiene ai manuali di storia della psicologia. Nonostante le revisioni e il ridimensionamento del valore eziopatogentico, ha avuto l’indubitabile valore di mettere in luce la dimensione relazionale del disagio psico-emotivo. Il paradosso nella sua qualità pragmatica, che più interessa, manifesta le sue criptiche e sofisticate conseguenze in funzione dell’altro. Al contrario di una visione intrapsichica, individualistica e lineare del comportamento umano cui spesso ricorre la logica medico-organicistica del tipo “infezione–>infiammazione–>malattia”.
In sostanza, quando si vuole etichettare un paziente come malato, anziché attribuirgli un’etichetta (malato) indipendentemente dal mondo sociale in cui vive, si rivela più appropriato spiegare il suo comportamento in funzione di un contesto familiare ben preciso. Non è facile uscire da una logica lineare che applica una qualità intrinseca e univoca alla persona, che induce a sottovalutare l’interconnessione sociale della mente umana. In modo più rigoroso e brillante questo errore di prospettiva lo hanno descritto circa cento anni fa Russell e Whitehead nei Principia Mathematica:
“La logica tradizionale sbagliò completamente, perché credeva che esistesse una sola forma di proposizione semplice e precisamente una forma che attribuisce un predicato ad un soggetto. E’ questa la forma adatta per assegnare le qualità ad una data cosa. Possiamo dire: questa cosa è rotonda, rossa e così via. Se diciamo però: questa cosa è più grande di quella, non assegniamo soltanto una qualità a questa ma una relazione tra questa e quella. Perciò proposizioni che stabiliscono una certa relazione tra fra due cose hanno forma differente dalle proposizioni di tipo soggetto-predicato. Il non essere riusciti a capire questa differenza, o il non averne tenuto conto, ha dato origine a molti errori nella metafisica tradizionale. Il fatto di credere, come convinzione inconscia, che tutte le proposizioni sono della forma soggetto-predicato, in altre parole, che ogni fatto consiste di qualcosa che ha qualche proprietà, ha fatto sì che gran parte dei filosofi non fosse capace di dare una spiegazione del mondo della scienza e della vita quotidiana”.
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All’approccio sistemico precedentemente esposto, non meno importante è quello temporale, cioè il ruolo del paradosso della memoria e le conseguenze psicopatologiche. Le ricerche mostrano che la natura della memoria è ben diversa dall’idea comune che la ritrae come un hard disk [puoi farti un'idea leggendo questo articolo]. In un articolo del 1972, lo psicologo e ricercatore Endel Tulving introdusse un’importante distinzione tra la memoria semantica che ha lo scopo di archiviare i fatti in base a criteri astratti e generali (ad esempio, quale è la capitale d’Italia, chi è il presidente degli Stati Uniti, qual è la somma dei quadrati costruiti sui cateti di un triangolo) e la memoria episodica che si riferisce a specifici momenti del passato personale, come quando hai dato il primo bacio o cosa hai mangiato ieri sera a cena.
Può succedere che certe esperienze traumatiche possano generare una contraddizione tra quanto è dichiarato e interpretato in forma narrativa nella memoria semantica e le tracce degli eventi nella memoria episodica. Ad esempio, in caso di un abuso sessuale o di maltrattamenti ripetuti, soprattutto in relazioni particolarmente significative e prolungate nel tempo (come genitore-figlio), la vittima si trova a dover gestire una copresenza di memorie dal significato emotivo paradossale ed irrisolvibile. Questa situazione può essere provocata dalla sistematica manipolazione del carnefice che deforma la percezione e il senso della realtà del bambino. Ad ogni modo, il carnefice può oscurare il ricordo episodico inflitto rinarrando il fatto in modo tale che il piccolo vi attribuisca dei significati accettabili.
Col tempo le tracce episodiche rimangono fuori dalla coscienza (cioè rimangono implicite), mentre la memoria semantica fornisce una versione del rapporto e degli eventi in generale positivi. Tuttavia, possono esserci degli episodi che riattivano le emozioni dei drammatici episodi subiti in passato, generando stati dissociati della coscienza in cui c’è una multipla e contraddittoria rappresentazione della relazione in atto.
Si assiste ad una vera e propria disorganizzazione dello stato della coscienza, che perde la caratteristica forma lineare e flussiforme così che la mente slitta verso stati crepuscolari della coscienza. I numerosi bug impliciti della memoria episodica disintegrano la coerenza del racconto (memoria semantica e autobiografica), la continuità del tempo e dello spazio (derealizzazione), procurando uno stato dissociato in cui l’integrità dell’io si dissolve col prevalere di più versioni della realtà di se stessi, dell’altro e del mondo con esiti psicopatologici.
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Non tutti i paradossi conducono a dissociazioni o psicosi familiari. I paradossi sono presenti nel linguaggio, nelle aspettative, nei giudizi, nei comportamenti, nelle battute di spirito, nella quotidianità. Nella maggioranza dei casi o non ce ne accorgiamo o ci meravigliano per la loro stranezza. Per la potente propensione umana nel produrre previsioni, essi sono degli imprevisti inevitabili. Le previsioni ci procurano l’illusione del controllo e i paradossi non solo le smentiscono ma “si integrano” nella nostra mente, nelle nostre relazioni e nella nostra cultura, insomma i paradossi funzionano! Ciò che conta è l’uso che se ne fa nei diversi momenti e ambiti, e bisogna maneggiarli comunque con cura.
Letture consigliate:
L’io diviso di Robert Laing, ed. Einaudi
Paradosso e controparadosso di Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata, ed. Feltrinelli
Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, J. H. Beavin e Don D. Jackson, ed. Astrolabio
Sviluppi traumatici di Giovanni Liotti e Benedetto Farina, ed. Raffaello Cortina
Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson, ed. Adelphi.
Nello scorso luglio alcuni scienziati hanno sottoscritto un documento, chiamato La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza (qui trovate il pdf) dove si dichiara esplicitamente che “gli animali non-umani hanno substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati di coscienza insieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali“. Ne avevo dato notizia in un articolo in cui esprimevo una cauta [...]
Nello scorso luglio alcuni scienziati hanno sottoscritto un documento, chiamato La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza (qui trovate il pdf) dove si dichiara esplicitamente che “gli animali non-umani hanno substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati di coscienza insieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali“. Ne avevo dato notizia in un articolo in cui esprimevo una cauta accoglienza per questo evento. Voglio aggiungere alcune considerazioni dopo aver letto su Il Fatto Quotidiano un articolo (di pessima fattura) che dà alla Dichiarazione un’interpretazione decisamente orientata ad un uso ideologico in favore degli animali, in cui “si definisce la posizione di chi ritiene che vada accresciuta la tutela giuridica ed etica nei confronti delle specie animali differenti dall’uomo” (definizione tratta da wikipedia).
Perché una Dichiarazione? Come mai non è stato scritto un articolo scientifico (anche di meta-analisi) in cui elencare le prove sperimentali per le asserzioni contenute nella dichiarazione sulla presunta contiguità tra coscienza animale e umana? Perché le argomentazioni sono esposte sul filo di una vaghezza e ambivalenza che lascia spazio ad interpretazioni (sebbene di poco spessore) come quelle del giornale italiano? Perché affidarsi ai concetti di omologia e analogia presi in prestito dagli studi sull’evoluzione delle specie per speculare sulla coscienza tra le specie? E soprattutto, perché non fornire una chiara ed esplicita definizione di coscienza? Mi sembra che questa dichiarazione retorica abbia avuto una latente intenzione politica per sostenere la campagna ideologica animalista. Un fatto è certo: da un punto di vista scientifico nessuna ricerca rigorosa ed empiricamente valida ha dato conferma sperimentale del contenuto della dichiarazione.
Inoltre, gli scienziati tirano fuori il termine “qualia” col quale ci si riferisce al lato soggettivo e personale della coscienza umana. Ma è già complicato poter simulare un confronto dei qualia tra gli uomini (io e te lettore, abbiamo gli stessi qualia? cioè percezioni coscienti equivalenti di uno stesso stimolo?). Figuriamoci un tale confronto tra uomini e animali! Situazione resa più confusa dalla nostra visione autereferenziale e antropocentrica del mondo, che ci porta ad attribuire agli animali uno stato mentale o un’entità cosciente grazie alla nostra innata tendenza empatica ed intenzionale di creare perennemente una relazione, una sintonizzazione o affinità con l’altro. E sappiamo bene quante implicazioni morali e politicamente corrette contenga questo processo psicologico.
Non si tratta di difendere una posizione solipsistica e privilegiata per dare il via alle sperimentazioni di laboratorio sugli animali. Non siamo degli esseri privilegiati, perché dopotutto nasciamo in uno stato minimo di coscienza non paragonabile a quello che sviluppiamo nell’età adulta. Siamo indifesi, deboli, incapaci di provvedere a noi stessi. Ma il ruolo svolto dalla cultura nella trasmissione sociale, familiare ed educativa trasforma la coscienza da una versione prototipica ad una versione specializzata ad apprendere, a connettersi con la memoria e sviluppare un senso del tempo, a produrre artefatti culturali che estendono le capacità umane, a prevedere e risolvere problemi, a narrare e fondare un’autobiografia di se stessi.
Un altro punto importante consiste nel fatto che il riconoscimento dei diritti dell’animale implica una serie di leggi che lo proteggano dagli abusi e dai maltrattamenti (sperimentazioni inaccettabili, abbandoni indecenti, etc). Ma questa applicazione pone il problema se essi abbiano quei prerequisiti cognitivi, intenzionali ed empatici che permettano loro di esercitare tali diritti (e doveri). Chiedo: che tipo di status etico/legale viene evocato a difesa dei diritti degli animali? Forse qualcosa di simile ai bambini piccoli e ai pazienti in stato minimo di coscienza. C’è in questo caso specifico tuttavia un’importante differenza: ci occupiamo di questi ultimi perché si collocano nello stesso gioco relazionale, psicologico e culturale da cui emerge il valore della complessa qualità della autocoscienza umana. Questo fattore fa scattare un interruttore psicologico e morale che ci porta ad invocare persino negli animali un riconoscimento e un legame simile a quello manifestato tra gli uomini e che gli animali stessi in definitiva non si sognano di corrispondere.
Infine, la presenza o assenza dei processi di coscienza superiore (tra cui la riflessione sulla coscienza e l’attribuzione di una mente nell’altro, basi di partenza dello sviluppo della cultura, della tecnologia e di ogni forma di sapere) è determinante nel demarcare la qualità di un’emozione sentita dall’uomo rispetto a quella manifestata dall’animale. Questo per rivelarvi i dubbi che emergono quando si paragona la sofferenza dell’animale a quella dell’uomo. Per ribadire insomma che la capacità autoriflessiva, simbolica, narrativa dell’uomo permette di costruire un mondo in cui gli animali non sono più soltanto dei nostri predatori o viceversa alla mercè dei nostri bisogni, ma organismi riconosciuti, studiati e (si auspica) rispettati in varia misura nelle diverse culture.
La prima conferenza annuale in memoria di Francis Crick che si è tenuta a Cambridge il 7 luglio 2012, ha avuto come tema di discussione la “Coscienza negli Uomini e negli Animali Non-Umani”, con lo scopo di presentare una prospettiva empirica sui correlati neuronali della coscienza. Le ricerche che sono state presentate sono state effettuate su una vasta gamma di specie, [...]
La prima conferenza annuale in memoria di Francis Crick che si è tenuta a Cambridge il 7 luglio 2012, ha avuto come tema di discussione la “Coscienza negli Uomini e negli Animali Non-Umani”, con lo scopo di presentare una prospettiva empirica sui correlati neuronali della coscienza.
Le ricerche che sono state presentate sono state effettuate su una vasta gamma di specie, dalle mosche ai roditori, dagli uomini agli uccelli, dagli elefanti ai delfini, secondo un approccio basato su tre rami della biologia: l’anatomia, la fisiologia e il comportamento.
Alla fine della conferenza, un gruppo di eminenti scienziati, tra cui il premio Nobel Gerald Edelman e il neuroscienziato Jaak Panksepp (che ha svolto un lavoro eccezionale sulle basi neuronali delle emozioni culminanti nel volume Affective Neuroscience), è stata sottoscritta la Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza, The Cambridge Declaration on Consciousness, che dopo una serie di osservazioni preliminari afferma:
L’assenza di neocorteccia non sembra che impedisca ad un organismo di esperire stati affettivi. Prove convergenti indicano che gli animali non-umani hanno substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati di coscienza insieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali. Di conseguenza, il peso delle prove indica che gli esseri umani non sono gli unici a possedere le strutture neurologiche che generano coscienza. Gli animali non-umani, cioè tutti i mammiferi e gli uccelli, e molte altre creature, inclusi i
polipipolpi, posseggono quindi queste basi neurologiche
Una serie di asserzioni che meriterebbero una profonda analisi punto per punto. Sottolineo solo il passaggio in cui si legge “comportamenti intenzionali”, una risorsa cognitiva che si è sempre ritenuto fino a poco tempo fa esclusivo appannaggio dell’uomo. In sostanza, la capacità di formare una teoria della mente dell’altro per scopi sociali sembra non essere più soltanto un privilegio dell’uomo ma ad esempio anche di scimpanzé e bonobo (ma c’è un dibattito acceso sui limiti di questa teoria). Inoltre merita di essere riportato questo paragrafo:
Negli esseri umani, ci sono prove indicanti che la coscienza è correlata con l’attività corticale che tuttavia non esclude il possibile contributo dell’elaborazione subcorticale [...] La dimostrazione che le emozioni negli uomini e negli animali emergano da network cerebrali subcorticali omologhi fornisce una prova irrefutabile della condivisione dei qualia delle emozioni primarie.
Si tratta di una visione riduzionistica della coscienza a livello neurologico/biologico che malgrado ciò non è banale ma rivela illuminanti ragioni quando ci si imbatte nel riferimento alle strutture omologhe (qui trovate una semplice e bella spiegazione della differenza tra omologia e analogia) in comune tra umani e animali non umani, per ribadire la matrice evolutiva della coscienza e la continuità ontologica fra uomini e animali. Faccio notare il riferimento ai qualia, un termine che in sostanza rimanda all’aspetto soggettivo dell’esperienza cosciente, cioè alla qualità personale, privata, immediata della percezione cosciente di uno stimolo.
Infine, al momento in cui è stata firmata la Dichiarazione davanti ai partecipanti della conferenza, merita una menzione particolare la presenza tra il pubblico del celebre astrofisico Stephen Hawking.
Qui potete scaricare il pdf della Dichiarazione.
Allucinazioni ad ogni costo
Le allucinazioni visive complesse (CVH) sono causate da diversi fattori, si presentano ben definite e con brillanti colori quando si è svegli. Possono essere popolate da adulti e bambini, immagini lillipuziane, facce deformi, animali e scene complesse, spesso prodotte in situazioni di poca luce o in condizioni di isolamento sociale. In genere possono presentarsi nella [...]
Le allucinazioni visive complesse (CVH) sono causate da diversi fattori, si presentano ben definite e con brillanti colori quando si è svegli. Possono essere popolate da adulti e bambini, immagini lillipuziane, facce deformi, animali e scene complesse, spesso prodotte in situazioni di poca luce o in condizioni di isolamento sociale. In genere possono presentarsi nella sindrome narcolettica, nelle allucinazioni peduncolari (lesioni nel mesencefalo), nel trattamento del morbo di Parkinson, nella demenza da corpi di Lewy, in certi tipi di emicranie, nella sindrome di Charles Bonnet, nella schizofrenia, nel’epilessia e negli stadi alterati casuati da allucinogeni.
Nell’articolo di Rocha, Caramelli e Oliveira, viene presentato un caso di delirio per infestazione (DI), una condizione inconsueta in cui i pazienti credono che insetti o piccoli vermi vivono e prosperano sulla pelle o dentro il corpo. I ricercatori riportano un caso di una donna di 95 anni che manifesta i sintomi tipici di DI da 7 anni. L’indagine ha la forma di una esposizione ideografica tipica della letteratura neurologica, cioè focalizzata a descrivere il caso specifico. Il caso delirante è stato trattato con l’aripiprazole, un antipsicotico atipico di terza generazione.
“Agli inizi, ci sono stati sensazioni di prurito e formicolio sulle braccia e la testa. Successivamente, sentiva piccoli vermi, con forme e colori diversi, che strisciavano sulla sua pelle o svolazzanti attorno al suo corpo. Dopo due anni, ha cominciato a vedere piccole zucche e fiori spuntare dal suo corpo e della lattuga muoversi sul tavolo. Si lamentava di vedere acqua che gocciolava dalle mura e per le pozzanghere che si formavano sul pavimento. Di tanto in tanto, vedeva bambini piccoli camminare sulle pareti e anche vermi sul pavimento e i muri. A volte, parassiti davano fuoco a piccoli oggetti. I rapporti con la sua famiglia divennero difficili e i medici non la credevano”
Nei vari test cui fu sottoposta furono proposte due diagnosi: allucinazioni visive complesse dovute a degenerazione maculare della retina e delirio per infestazione. L’aripiprazole sembra aver ridotto i sintomi allucinatori. “Un mese dopo il trattamento, alcune volte, la lattuga si muove sul tavolo, ma i parassiti sono scomparsi anche se, la paziente aggiunge, so che sono in casa”. Il trattamento farmacologico pare aver avuto successo senza effetti collaterali, eccetto per una lieve forma parkinsoniana. Tuttavia, la donna ha manifestato deficit visivi, ipoacusia e fluenza verbale deficitaria, elementi che fanno ipotizzare una diagnosi di demenza.
Sono soprattutto gli anziani, in genere donne, che hanno problemi di DI. Il disturbo ideativo e l’interpretazione delirante sono connessi con le sensazioni anomale di origine dermatologica, neurologica o metabolica, probabili meccanismi coinvolti nel DI. Un caso drammatico e affascinante, esempio di potenti processi di ordinamento, di equilibrio, di continuità percettiva soprattutto quando la cognizione è influenzata dallo scorrere del tempo ed è esposta alle inevitabili sindromi neurologiche dell’età avanzata. Le visioni sembrano riempire possibili buchi della coscienza, della memoria, dell’orientamento. Un amico suggerisce che il flusso percettivo deve essere continuo, a costo di fare a meno della percezione in senso stretto. Io aggiungo che il costo è ripagato dalla sopravvivenza del cervello e della coscienza in un confronto senza precedenti con il tempo.
Fábio Lopes RochaI; Paulo CaramelliII; Laura C.Oliveira (2012). Complex visual hallucinations and delusional infestation comorbidity Arq. Neuro-Psiquiatr. vol.70 no.7 São Paulo July 2012 DOI: 10.1590/S0004-282X2012000700017
Tipi di Coscienza
Dove va a finire la vostra coscienza quando andate a dormire la sera, chiudete gli occhi e vi risvegliate l’indomani mattina ritrovandovi puntualmente coscienti? Che strana domana, vero? Eppure sintetizza perfettamente l’enorme sforzo speculativo e sperimentale delle ricerche di una moltitudine di neuroscienziati, psicologi, filosofi e ricercatori da ogni angolo del sapere. La coscienza è [...]
Dove va a finire la vostra coscienza quando andate a dormire la sera, chiudete gli occhi e vi risvegliate l’indomani mattina ritrovandovi puntualmente coscienti? Che strana domana, vero? Eppure sintetizza perfettamente l’enorme sforzo speculativo e sperimentale delle ricerche di una moltitudine di neuroscienziati, psicologi, filosofi e ricercatori da ogni angolo del sapere. La coscienza è un brutto affare!
Di recente, su Psychomer sono apparsi due articoli in cui il dott. Maurizio Mazzani ha esaminato velocemente alcune questioni. Mi ha colpito particolarmente la conclusione e la citazione del neuroscienziato Berlucchi:
In conclusione si può affermare che la coscienza costituisce un epifenomeno dell’attività elettrico-chimica cerebrale, e che in assenza di attività cerebrale non può esserci coscienza.
Berlucchi G. (neuroscienziato): “può esistere un cervello funzionalmente attivo senza coscienza, ma non può esistere una coscienza senza un cervello funzionalmente attivo, sfido chiunque a smentirmi”.
Questa affermazione si riallaccia ad un paradigma di ricerca ostinatamente basato sulla prova neurobiologica. In questo caso però sarebbe opportuno che venisse chiarito con precisione cosa si voglia intendere con “cervello” o con “attività elettrico-chimica cerebrale“. Alcuni si riferiscono in genere a specifiche regioni cerebrali; altri, al passo coi tempi, a network neuronali. Ma anche se alla regione fisica sostituiamo quella funzionale di rete, la logica di fondo rimane la stessa, cioè quella della corrispondenza: ad un programma cognitivo (la coscienza) corrisponderebbe una configurazione di strutture cerebrali che innescano i processi di coscienza.
Tutto più chiaro? Niente affatto. Intanto perché nel cervello non ci sono soltanto strutture fisiche organiche (la massa cerebrale), ma anche oscillazioni di onde elettromaghetiche (ad esempio illustrate dal tracciato di un EEG), ci sono decine di classi di neurotrasmettitori (proteine e altri tipi di molecole che mettono in comunicazione i neuroni attraverso le loro sinapsi), c’è il flusso ematico influenzato da pressione e battito cardiaco, c’è una irregolare distribuzione di ossigeno e glucosio. Insomma ci sono molti elementi che costituiscono parte integrante del funzionamento cerebrale.
Inoltre, l’ipotesi neurobiologica si basa fondamentalmente sulle immagini della risonanza magnetica. Però, quando si effettuano delle ricerche con risonanza magnetica per individuare le regioni cerebrali responsabili dell’attività cognitiva studiata, molti ricercatori dimenticano che queste tecniche si basano su indizi indiretti dell’attività sotto esame, cioè il flusso sanguigno e il consumo di glucosio (il segnale BOLD). Ci sono diverse ricerche che attualmente mettono in discussione la validità metodologica delle tecniche di neuroimaging. Persino la struttura delle vene e delle arterie può influenzare il segnale BOLD.
Ci sarebbe poi da aprire un enorme discorso su cosa si intenda per coscienza. In effetti ho provato a discuterne in un piccolo social network, ma con esiti incerti. I primi pareri spaziavano da una visione estremamente individualistica ad una panspiritualistica che andava oltre la dimensione dell’individuo. In effetti c’è una sostanziale difficoltà a definire il termine “coscienza”. Nella discussione tuttavia è emersa una distinzione più o meno chiara tra l’immediatezza della coscienza (l’esperienza cosciente) e una coscienza più concettuale, astratta e “riassuntiva” della propria persona. Mi viene in mente la proposta di Edelman che distingue una coscienza primaria, l’immagine mentale episodica che si ha del mondo che ci circonda nel presente, e una coscienza di ordine superiore, che indica un riconoscimento più approfondito della persona e della sua identità, dei suoi atti e dei suoi sentimenti, del passato e del futuro (insomma, siamo coscienti di essere coscienti).
Da un certo punto di vista, non credo che ci sia una condizione discreta fra le due forme di coscienza, ma una continuità sia qualitativa che quantitativa. Mi viene da pensare infatti ai drammatici quadri neurologici degli stati vegetativi, di minima coscienza o di locked-in (in questo articolo trovate un’interessante intervista al neurologo Marco Sarà). Probabilmente nel corso degli eventi evolutivi non sono apparse contemporaneamente: la prima ha preceduto la seconda. Eppure, la distinzione di Edelman è davvero interessante perché collega la coscienza al tempo. La capacità di saper organizzare gli eventi, gli episodi contingenti in unità concettuali più astratte ci ha permesso di poter distinguere il presente dagli eventi passati e dal futuro. Possiamo prevedere il futuro e controllarlo.
Ecco, se l’esperienza immediata di coscienza è legata all’attività presente, ad immagini mentali che durano pochi secondi, a sensazioni enterocettive e ad emozioni primarie, la capacità ci concettualizzare la percezione online in gestalt mentali astratte, consente di costruire una coscienza semantica ovvero abbiamo significati generali applicabili in assenza degli oggetti, episodi o eventi originali. Non solo, la possibilità di ricostruire cronologicamente l’esperienza cosciente e di concettualizzarla in temi personali nel tempo, mette in luce l’esistenza soltanto nell’uomo di una coscienza autobiografica.
Il tempo allora richiama un’altra protagonista essenziale della formazione della coscienza: la memoria. Essa ci garantisce la continuità di tutti gli infiniti istanti dell’esperienza cosciente. Forse quando si parla di coscienza dovremmmo sempre aggiungere uno slash (/) e il termine “memoria”. Non basta soltanto un dispositivo in grado di mettere online i fatti coscienti, nè che siano selezionati per confermare la coscienza semantica e autobiografica, ma è necessario registrarli in classi specifiche, costruirne una sintassi mnestica che assicuri una consitnuità delle esperienze coscienti che gravitano intorno ad un senso di sè (la piattaforma dell’Io) in modo continuo. Lacune, deficit, discontinuità della coscienza sono elementi critici che possono condurre a stati alterati della coscienza, ad esempio nei fenomeni dissociativi.
Insomma, non è possibile esporre teorie, ricerche e speculazioni in un singolo articolo e le concettualizzazioni che vi ho dato è sempre meglio prenderle con cautela. Ma possiedono almeno un enorme valore euristico e descrittivo e trovano promettenti riscontri clinici e sperimentali. Ci sono altri aspetti che ho dovuto tralasciare (tra i quali il linguaggio, l’attenzione, la metacognizione, le relazioni sociali, la cultura) che sono altrettanto necessari in una seria descrizione e spiegazione della coscienza. Ritengo infine che sia un’impresa titanica cercare di studiare sperimentalmente un modello di coscienza che parte dall’autocoscienza del ricercatore e va verso le fondamenta della coscienza: un vero e proprio percorso inverso ai tempi evolutivi!
(La coscienza è un argomento così stimolante da dedicarvi un blog specifico su cui sto lavorando per la sua nascita… Per chi volesse partecipare può contattarmi alla mail carmelo.dimauro@yahoo.it, fornendo in poche righe una breve descrizione delproprio percorso professionale. Infine, una “comunicazione di servizio”: nel mese di agosto ridurrò notevolmente la pubblicazione di articoli fornendo saltuariamente brevi notizie di psicologie e dintorni della blogosfera nazionale ed estera nella rubrica specifica delle “Neuronews”. Non mi resta che salutarvi augurando un buon proseguimento estivo alle vostre coscienze e ai vostri cervelli
)
Tagliarsi
L’autolesionismo è un comportamento con il quale si procura un danno alla proprio corpo e le ricerche mettono in luce quanto stia diventando frequente tra gli adolescenti. Sebbene alcuni studiosi includano atti parasuicidari all’interno di questa categoria, in senso stretto l’autolesionismo descrive episodi con intenti esclusivamente non suicidari (Klonsky, 2007). Spesso al comportamento autolesionista sono [...]
L’autolesionismo è un comportamento con il quale si procura un danno alla proprio corpo e le ricerche mettono in luce quanto stia diventando frequente tra gli adolescenti.
Sebbene alcuni studiosi includano atti parasuicidari all’interno di questa categoria, in senso stretto l’autolesionismo descrive episodi con intenti esclusivamente non suicidari (Klonsky, 2007). Spesso al comportamento autolesionista sono associati altri problemi seri, come la dipendenza da stupefacenti, disordini alimentari, il rischio di commettere il suicidio. C’è da constatare che questo fenomeno sia ancora ben lontano dall’essere compreso appieno. Le spiegazioni comunemente date dagli adolescenti stessi che si tagliano fanno riferimento al sollievo che tale atto procura loro da opprimenti emozioni negative.
Questo comportamento è stato collegato alla scarsa capacità di coping (fronteggiare efficacemente situazioni di stress) e alla difficoltà di riconoscere e esprimere chiaramente le proprie emozioni (Gratz & Roemer, 2008). In sostanza queste ipotesi ci dicono che “tagliarsi” sia una strategia alternativa per regolare le emozioni. Nella generalità dei casi, le persone ci riescono con processi cognitivi adeguati esprimendo le emozioni negative con un simbolismo e un linguaggio efficace.
Comunque è molto difficile comprendere in pieno il processo attraverso cui infliggersi tagli nella propria carne possa arrecare “sollievo”. Sono state proposte ipotesi neurobiologiche tirando in ballo l’effetto analgesico delle endorfine endogene (Sher & Stanley, 2008), ma non sono del tutto soddisfacenti. La maggior parte delle persone non si tagliano per alleviare il dolore tramite gli oppiodi prodotti naturalmente dal cervello. E poi molti autolesionisti provano sollievo anche alla sola vista del sangue (Glenn & Klonsky, 2010; Whitlock e altri, 2006).
L’articolo di Georgian Mustata e Robert Gregory, Magical thinking in narratives of adolescent cutters, si basa su una differente impostazione. Infatti analizzano il linguaggio spontaneo dei cutter (“ragazzi che si tagliano”) cercando di destrutturare i loro resoconti trascritti su un sito internet, un’inaspettata finestra sul loro mondo emotivo. Potenzialmente si tratta di una preziosa risorsa che può fornire valide intuizioni non facilmente conseguibili con una metodologia standard strutturata. Essi hanno letto le storie raccontate sul sito e sono stati sorpresi dall’uso tipico di un certo linguaggio, da ricorrenti temi riguardanti traumi, difficoltà relazionali e dal pensiero magico nel comportamento lesionistico.
I ricercatori si sono concentrati in particolare sul pensiero magico riferendosi teoricamente a quella fase cognitiva descritta nel modello di Piaget che emerge nelle prime fasi dello sviluppo cognitivo del bambino. In poche parole, nel periodo sensomotorio infantile il pensiero è in un formato pre-simbolico, cioè la mente non riesce a differenziare del tutto il reale dall’immaginario (Piaget, 1962) e costruisce relazioni più magiche che empiriche. Il pensiero magico può essere definito come un modo particolare di utilizzare il linguaggio, dove simile diventa identico, il significante non può essere separato dal significato e, metaforicamente parlando, il “come se” (as if) diventa temporaneamente un fatto dato (as is).
La difficoltà di differenziare il reale dal simbolico è stato l’aspetto rilevante del pensiero magico degli utenti facenti parte del campione studiato dai ricercatori Mustata e Gregory. Ad esempio, nei soggetti il sangue non solo rappresentava le emozioni negative ma era descritto come se le sostituisse magicamente, così che alla fuoriuscita di sangue corrispondesse un conforto dallo stress emotivo. Sono state selezionate 100 storie su circa 2500 del sito online www.psyke.org, dove sono appunto raccontate esperienze di autolesionismo.
Ciascuna storia estratta era anonima e oltre all’età dell’utente erano descritti gli atti di autolesionismo sin dagli inizi. Inoltre sono stati inclusi i racconti in cui vengono descritte le relazioni sentimentali storiche, i comportamenti relativi, gli umori, l’immagine di se stessi nel rapporto affettivo. I ricercatori sono stati particolarmente interessati nelle storie di abuso, di perdita, di tentativi di suicidio e le spiegazioni fornite dei comportamenti autolesionisti. L’analisi qualitativa delle storie era incentrata sulle espressioni che facessero riferimento al piacere fisico, all’euforia, al sollievo dalla sofferenza o dalle emozioni negative, all’autopunizione, all’osservare il sangue, al tentativo di riprendere il controllo (mastery), o al sentirsi reali o vivi e all’utilizzo metaforico dei termini e dei concetti.
Prendendo le mosse dagli ultimi sviluppi della linguistica cognitiva, i ricercatori non hanno inteso la metafora come uno strumento retorico del linguaggio oratorio o poetico, bensì come una struttura fondamentale del pensiero in cui un dominio concettuale viene concettualizzato nei termini di un altro, ad esempio parlare del mondo emotivo in termini corporei (Lakoff). In sostanza, la dimensione “magica” del pensiero di chi si autoinfligge dei tagli con una lama richiama alcuni studi antropologici dove il magico non è tanto una forma del pensiero quanto “un atto performativo attraverso cui una proprietà è trasferita perentoriamente, su base analogica, in una persona o in un oggetto come se fossero dei recipienti” (Tambiah, 1979).
Nell’analisi dei racconti estratti online i ricercatori hanno adottato come criteri di valutazione 6 categorie del pensiero magico:
- La sostituzione magica, cioè la credenza nella trasformazione di una classe di fenomeni in un’altra (la sofferenza emotiva in quella fisica, ad esempio: “non posso controllare il dolore mentale, così da rivoglermi a qualcosa che posso trattare, cioè il dolore fisico”).
- L’animazione degli oggetti, cioè il sangue, il corpo o a lama non sono oggetti inanimati ma entità attive e indipendenti dal sè (ad esempio, ” la lama è sempre così gentile, infatti ogni taglio fa uscire fuori il dolore”).
- L’animazione dei processi, cioè un comportamento o un fenomeno è percepito come se avesse una attività autonoma (ad esempio, “io mi taglio perché è il mio solo vero amico”)
- L’autoreferenzialità, cioè il narratore parla di se stesso come una persona separata o scarsamente integrata.
- La separazione netta tra il fuori e il dentro, cioè il narratore descrive una differenza metafisica tra il fuori e il dentro del corpo.
- La memoria e la comunicazione delle cicatrici, cioè i tagli o le cicatrici comunicano con il narratore o gli rievocano ricordi.
I ricercatori hanno riferito secondo certi elementi che siano maggiormente le donne a scrivere su questo sito. Dei cento estratti, 34 descrivono qualche forma di abuso: fisico, sessuale o emotivo; 24 riportano una perdita significativa; 38 menzionano ideazioni o tentativi di suicidio. Le spiegazioni fornite per l’autolesionismo sono elaborate in 72 racconti e sono sintetizzate nella tabella 1.
Come potete leggere, il sollievo dallo stress o dalle emozioni negative sembra essere la ragione principale proposta dai narratori, suggerendo che la maggior parte degli adolescenti si siano sfregiati come unico meccanismo di adattamento (coping). Inoltre nelle analisi statistiche tagliarsi per trovare conforto è significativamente correlato alla vista del sangue che sgorga. Ben 66 racconti mostrano termini o concetti che rientrano in almeno una delle categorie del pensiero magico (tabella 2).
Questa ricerca, in linea con altri importanti indagini psichiatriche su adolescenti ricoverati per autolesionismo, dimostra che gli adolescenti che si tagliano le braccia o in altre parti del corpo mostrano uno stile cognitivo “magico”. Inoltre, il pensiero magico è associato al taglio allo scopo di vedere il sangue, sentire il dolore e alleviare lo stress. Il tagliarsi aiuta i ragazzi a conseguire un certo sollievo dalle emozioni dolorose o negative, come la vergogna o la rabbia, sostituendoli magicamente con il sangue e il dolore fisico (“Nella mia mente, tagliarmi mi permette di liberarmi dal sangue sporco che c’è dentro di me”, “esce fuori il dolore, non proprio il sangue”, “tagliandomi faccio uscire fuori il dolore all’esterno, così posso vederlo e capire cosa mi opprime”). Nei cutter i processi mentali e corporei sembrano essere confusi e indifferenziati e il sangue praticamente sostituisce l’emozione stressante. Il significante (il sangue) e il significato (l’emozione stressante) sembrano indistinguibili (Piaget).
Gli autori dell’articolo ipotizzano che gli adolescenti entrino in uno stato mentale pre-simbolico quando attuano comportamenti autolesionisti. Hanno difficoltà a identificare, etichettare ed esprimere verbalmente le loro emozioni. In questo stato mentale, la funzione simbolica del linguaggio come organizzatore (organizer) ed elaboratore dell’esperienza emotiva è sostituita da immagini schema. Questi sono profondamnete radicati nel corpo (emobodied), come ho avuto modo di approfondire in altri articoli precedentemente, fornendo un’elaborazione dell’esperienza emotiva con concetti e termini appartenenti al corpo e alle sue dinamiche strutturali in cui l’immagine corporea è la sorgente e le emozioni sono il target (Lakoff). Organizzate secondo questi schemi e queste trasposizioni metaforiche, le emozioni non sono facili da decodificare ma vengono traslate in un altro codice (fisico) e conseguentemente riconcettualizate in modo psicotico (pensieri magici, dissociazioni, autolesionismo).
Per concludere, al di là dell’insolita procedura metodologica, il disegno sperimentale sebbene poco ortodosso dimostra tutto il valore euristico dello studio diretto sui racconti forniti spontaneamente dai protagonisti online. Non è possibile fare generalizzazioni, sono troppo pochi i dati riguardo ad elementi base (sesso, etnicità, lavoro, cultura, storia personale e familiare), ma l’analisi qualitativa delle narrazioni consente di estrarre intuizioni ed ipotesi per ricerche sistematiche e sicuramente importanti.
Gregory RJ, & Mustata GT (2012). Magical thinking in narratives of adolescent cutters. Journal of adolescence PMID: 22464283
Balistica e coscienza
Cosa succede quando un proiettile penetra violentemente nella testa di un uomo? Uno sparo durante una rapina, un militare in guerra o persino un suicida hanno coscienza dell’impatto nella loro testa? Chi arriva prima al bersaglio terminale: la coscienza o il proiettile? Secondo i ricercatori a fare la differenza sono le zone cerebrali colpite e soprattutto [...]
Cosa succede quando un proiettile penetra violentemente nella testa di un uomo? Uno sparo durante una rapina, un militare in guerra o persino un suicida hanno coscienza dell’impatto nella loro testa? Chi arriva prima al bersaglio terminale: la coscienza o il proiettile? Secondo i ricercatori a fare la differenza sono le zone cerebrali colpite e soprattutto la velocità dei processi cognitivi che sostengono l’esperienza cosciente.
Potrebbe sembravi un argomento macabro, ma in neuropsicologia questo tipo di indagine può rivelarsi sorprendentemente speciale. La balistica di una ferita dovuta ad arma da fuoco può essere un importante fonte di informazioni utili soprattutto per capire i processi neuropsicologici che accompagnano la nostra coscienza. Ci sono già ricerche che mettono in luce quanto sia insostenibile il tentativo di determinare un luogo fisso della coscienza e di difficile soluzione la comprensione della particolare dimensione del tempo in una scala microscopica quale è quella dei circuiti neurali del cervello.
Se rivediamo la scena di uno sparo alla testa, il proiettile preme sui capelli, buca la cute, perfora il muscolo e uno degli otto ossi cranici che proteggono il cervello. In una micro esplosione fa saltare il calcio, il fosforo, il sodio e il collagene della struttura cranica ricavandone un buco circolare. La distanza conta, più vicino è alla pallottola maggiore sarà il botto e la carne bruciata. Ma non è finita qui: il tessuto connettivo e le membrane fibrose che fanno da cuscino agli emisferi cerebrali vengono lacerati e il proiettile affonda nel liquido cerebrospinale che serve per assorbire un trauma.
Una volta penetrato nella scatola cranica, il pallino attraversa tutti i tessuti prima che essi comincino a bruciare e a consumarsi, spinge fuori quelli che incontra nel suo percorso. In base alle zone colpite ci saranno i relativi problemi:
Se sono colpite le cortecce prefrontali, l’abilità di elaborare l’informazione per risolvere problemi saranno spazzate via. Se sarà colpito l’ippocampo, addio memoria a lungo termine, se attraversa l’Area di Broca non sarà più in grado di parlare come prima… Infine il proiettile lascia un tunnel temporaneo e i tessuti ritornano verso il loro punto di partenza, riprendendo l’originaria posizione. Un andare e tornare che ricorda l’entrata con le porte girevoli di certi alberghi, ecco qualcosa di simile avviene con le onde scioccanti durante e dopo uno sparo.
Tuttavia, secondo una ricerca, un terzo dei pazienti può sopravvivere, sebbene il 50% di loro non superi i 30 giorni. La linea mediale sembra essere la regione cerebrale più fatale. Ma come è possibile sopravvivere e addirittura poterne uscire fuori senza danni cognitivi notevoli? Eagleman afferma che ciò può dipendere dall’alta velocità e dalle piccole dimensioni del proiettile che può entrare ed uscire senza fare troppi danni. Mi viene in mente il caso di Phineas Gage!
Tom Stafford fa notare che il pericolo per uno sparo alla testa potrebbe essere determinate non tanto per il danno al cervello quanto piuttosto per la perdita di sangue. In media un uomo ha 6 litri di sangue nel suo corpo e la carotide ne pompa al cervello circa un quarto di litro ogni minuto a risposo. Egli stima che se per perdere coscienza deve fuoriuscire circa il 20% del nostro sangue, bastano due minuti per il black out se la carotide venisse colpita (sempre che in quei due minuti non siamo battuti a terra dall’impatto esplosivo). Bisogna inoltre tenere conto di una serie di fattori: la velocità della pallottola, la forma, la dimensione, la distanza.
Ma c’è pure da prendere in considerazione la frantumazione delle ossa i cui frammenti possono causare più lacerazioni del proiettile in se stesso. In 42 casi di interventi per spari alla testa di civili, due neurochirurghi sono stati in grado di estrarre pezzettini di ossa con le estremità delle dita (digital palpation). La pressione urtante interna è particolare perché il cervello si comporta come una palla in un flipper che schizza rimbalzando sulle pareti craniche coll’elevato rischio di procurare multipli traumi laterali. Un fenomeno analogo avviene per i pugili che possono incorrere dopo diversi anni di carriera, per i colpi ricevuti, alla cosiddetta sindrome del pugile sonato.
Esistono situazioni limite: ad esempio l’impressionante effetto del Krönlein shot, che si verifica raramente, quando un proiettile ad alta velocità spezza la dura madre (la membrana più esterna e spessa che avvolge il cervello) e fa schizzare per intero il cervello fuori dal cranio. Una pallottola a velocità più lenta al contrario può non avere gravi conseguenze, come accadde in numerosi casi durante la Prima Guerra Mondiale in quei soldati che sopravvissero a piccole ferite locali al cervello dovute ad arma da fuoco. La velocità e il luogo di impatto sembrano essere cruciali nel determinare l’esito dello sparo e nel caratterizzare l’esperienza cosciente. Una ricerca ha messo in evidenza che spari di arma da fuoco nelle regioni occipitali e anteriori temporali in 49 su 76 casi sono risultati fatali.
Ma per avere un’idea del “ritardo” con cui prendiamo coscienza di un evento, prendiamo come esempio l’anatomia di un incidente stradale (a 50 km/h). Nel primo millisecondo i sensori dell’auto registrano l’onda di pressione. A 8.5 ms si aprono gli airbag, a 15 la struttura inizia ad assorbire l’impatto. A 17 ms il passeggero prende contatto con l’airbag, a 30 ms il passeggero prova il massimo impatto la cui forza equivale a 12 volte quella della gravità. A 70 ms il passeggero è sbalzato all’indietro verso il centro dell’autovettura (per gli ingegneri il test è concluso).
Tra i 150 e i 300 ms infine il passeggero comincia a diventare coscienze dell’impatto. Fermo restando che indossi la cintura di sicurezza e l’airbag funzioni a dovere, altrimenti non avrebbe nemmeno il tempo per sapere di essere protagonista di un incidente stradale…
Secondo Eagleman il danno alla corteccia e al talamo (che regola la coscienza e la vigilanza) spesso conduce ad uno stato comatoso. Se invece viene colpito il cervelletto, la coscienza non dovrebbe subire alcun deterioramento. Tutto il sistema cerebrale sembra essere coinvolto nell’esperienza cosciente, nota il neuroscienziato, quindi più parti del cervello vengono danneggiate maggiori saranno le ripercussioni sui processi di coscienza. Non è possibile uno screenshot che catturi il momento in cui prendiamo coscienza. A conferma che non può ritenersi valido un modello locazionalista della coscienza, punto che va a sconvolgere pure il concetto del tempo, perché non essendoci un classico riferimento anatomico spaziale diventa complicato poter ricostruire linearmente la sequenza temporale che conduce ad un approdo cosciente dello stimolo.
Sì ricerche come queste aprono e rimettono in discussione vecchie ed affascinanti concezioni sulla coscienza. Concetti come velocità, spazio, esperienza cosciente si smarcano dal senso comune. Il neuroscienziato Eagleman (vi consiglio di dare un’occhiata al suo bel sito) sostiene che i segnali attraverso i neuroni sono “insanamente” lenti rispetto all’elettricità, viaggiando ad una velocità di un metro al secondo. Ci vuole sempre un intervallo di tempo per elaborare l’informazione, così che la riceviamo sempre un attimo dopo: come se vivessimo sempre nel passato. Anzi ad essere più veloce è il sistema motorio rispetto alla coscienza di uno stimolo. E non mi sorprende dato che evolutivamente è stato più utile saper scappare in fretta di fronte ad un predatore piuttosto che pensarci sopra ed essere divorati.
Il corpo a pezzi
“Adesso mi sento una persona completa”, così dichiarò in un’intervista Kevin Wright dopo che il chiurgo Robert Smith gli amputò la gamba sinistra nel 1997. In realtà la gamba di Wright era in perfetta forma e l’amputazione non aveva alcuna giustificazione strettamente medica. Però egli soffriva di Body Dysmorphic Disorder (BDD), una psicopatologia caratterizzata da [...]
“Adesso mi sento una persona completa”, così dichiarò in un’intervista Kevin Wright dopo che il chiurgo Robert Smith gli amputò la gamba sinistra nel 1997. In realtà la gamba di Wright era in perfetta forma e l’amputazione non aveva alcuna giustificazione strettamente medica. Però egli soffriva di Body Dysmorphic Disorder (BDD), una psicopatologia caratterizzata da un intenso desiderio di cambiare o rimuovere una parte del proprio corpo difettosa o immaginata come tale.
“Dall’età di 17 anni divenne sessualmente attratto dai lati fisici difettosi delle donne, specialmente con un piede zoppicante o sfigurato. Le donne normali non suscitavano alcuna attrazione verso di lui. Una donna cludicante al contrairo stimolava una potente azione sensuale, non aveva importanza se fosse bella o brutta. Nei suoi sogni le forme di gambe difettose erano sempre presenti… Alle volte non poteva resistere alla tentazione di imitare il loro passo sciancato, che gli procurava violenti orgasmi… Pensava che avrebbe vissuto un intenso piacere se avesse sposato una donna zoppa”.
“Il paziente era solito zoppicare in casa con l’ausilio di due scope al posto delle stampelle e, se nessuno lo poteva osservare, anche fuori per le strade. Al centro dei suoi sogni erotici c’era sempre una donna che zoppicava. Non aveva importanza la personalità della donna, piuttosto ciò che lo interessava era il piede difettoso. Non ebbe mai un orgasmo con una donna che non fosse malferma al piede. Le sue fantasie perverse erano rivolte verso il piede storpio. Desiderava ardentemente sposare una casta donna zoppa…”
E poi un uomo di 30 anni:
“All’età di 7 anni la sua migliore amica coetanea aveva un piede difettoso. A 12 anni, quando la pubertà fece il suo ingresso, non ebbe dubbi che le sue emozioni sessuali erano riconducibili alle donne zoppe. Avrebbe provato per sempre eccitazione verso questo tipo di donna. Era impotente verso le femmine che non avessero questo problema al piede. La virilità e il piacere erano potentemente sollecitate da signore che zoppicavano soprattutto con il piede sinistro. La sua anomala sessualità lo rese molto infelice e fu spesso vicino dal compiere il suicidio”
Mo Costandi ha approfondito di recente sul Guardian il Body Integrity Identity Disorder (BIID) che caratterizza quei pazienti che hanno un intenso e bruciante desiderio di amputare una parte sana del corpo. Il primo caso moderno ad essere trattato in una rivista specialistica, il Journal of Sex Research, è dovuto allo psichiatra John Money che si riferisce a questa condizione denominandola apotemnophilia, letteralmente “amore per l’amputazione”, distinta dalla acrotomophila cioè “l’attrazione sessuale verso i mutilati”. Costandi ammette che ancora oggi si sappia poco di questo comportamento singolare e nella migliore delle ipotesi la maggiorparte degli esperti ritengono che l’attrazione feticistica verso le parti anatomiche amputate richiami (freudianamente) il desiderio del fallo.
Egli però aggiunge che in realtà gran parte dei pazienti non ne parla in termini sessuali ma di parti del corpo, descrivendo il disagio emotivo facendo riferimento all’integrità del proprio corpo. Non desiderano tanto l’amputazione per motivi sessuali quanto per una percezione più stabile dell’identità del corpo. In genere dei 300 casi documentati di BDD, la maggioranza sono uomini, quasi tutti desiderano che sia amputato l’arto inferiore sinistro. Questi pazienti chiamati wannabe amputees, desiderosi di essere come i mutilati, sanno perfettamente al millimetro dove debba essere tagliata la gamba, riferiscono di aver visto un mutilato in un’età precoce e sostengono che sarebbero dovuti nascere con quelle forme. Una paziente di 21 anni dichiara: “quando avevo 3 anni ho incontrato un signore che non aveva 4 dita nella sua mano destra e da quel momento rimasi affascinata da tutti i mutilati, specialmente dalle donne che avendo perduto parte delle loro gambe indossavano delle protesti ad uncino“.
Buona parte di questi pazienti simulano le azioni di un mutilato, zoppicano, desiderano camminare con le stampelle oppure pretendono di utilizzare la sedia a rotelle. Una condizione psicologica simile a coloro che vogliono cambiare sesso e indossano abiti del sesso opposto prima ancora dell’operazione chirurgica. Ma c’è da dire che in entrambi i casi molti finiscono per non farsi amputare o non prendono ormoni nè si fanno operare per cambiare sesso. Il BDD presenta una variabilità nei sintomi, dall’attrazione verso i mutilati al grave desiderio di essere amputato di una parte del proprio corpo. Tuttavia ci sono casi in cui si desidera che siano danneggiate altre parti del corpo. Ad esempio, alcuni desiderano avere la spina dorsale danneggiata oppure altri avrebbero preferito nascere con la sclerosi multipla o con qualche altra grave neuropatia. Nella Psycopathia Sexualis, Krafft-Ebing annota che Cartesio fosse attratto dalle donne che avevano gli occhi incrociati.
Come fa notare Costandi nel suo articolo, il problema riguarda un disturbo dell’immagine del corpo. Il nostro organismo fornisce al cervello continuamente ed incessantemente sia informazioni dell’ambiente interno del corpo, sia dati sulle interazioni costanti tra corpo e ambiente esterno. Il neurologo Henry Head, decine di anni fa, ha studiato molti pazienti con danni al lobo parietale che presentavano profondi disturbi della consapevolezza del corpo. In questa regione egli postulava fossero codificati gli schemi del corpo (body schema), cioè un modello posturale del corpo. Oggi è stato individuata nel lobulo parietale superiore destro la regione in cui vengono generate ricorsivamente rappresentazioni del corpo su più livelli, gestalt neuropsichiche in cui sono integrate informazioni propriocettive, visive, tattili del corpo statico o in movimento.
Probabilmente l’arto indesiderato non è rappresentato nell’immagine corporea del network neuronale deputato alla generazione interna dello stato corporeo, così da provocare la sensazione di non essere proprietari di quella parte anatomica. E’ come se vi fosse una discrepanza tra l’immagine corporea e la forma fisica con la conseguenza straordinaria in cui i pensieri sono dissonanti con la percezione sensoriale del corpo. I pazienti riflettono sull’arto ma non lo sentono come proprio. A me fa venire in mente il caso limite di quel paziente di Oliver Sacks, in un capitolo de L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, in cui un bel giorno si vegliò e cadde dal letto. Quando Sacks chiese perché non si alzasse, indicando la propria gamba sinistra rispose:
“La guardi, esclamò con una smorfia di ripugnanza, non è orribile? Non le fa schifo? Io credevo che un cadavere fosse morto e basta. Ma questo è incredibile, assurdo! e poi… è mostruoso, ma sembra attaccata a me!”. L’afferrò con due mani, con una violenza straordinaria, cercò di strapparsela dal corpo e, non riuscendovi, in un accesso di rabbia la prese a pugni” (pag, 47, ed. Adelphi)
Il problema insomma dove sta? Nel cervello, nella mente o nel corpo? Nei vari articoli e riferimenti bibliografici, all’iniziale ipotesi sessuale influenzata probabilmente dalla psicoanalisi, si è fatta strada un’ipotesi neurologica. Il fatto di aver individuato nel lobulo parietale superiore destro la zona in cui il disturbo può risiedere non ci dice granché. Le indagini di neuroimaging isolano idealmente distretti o reti neuronali in cui statisticamente si verifica qualcosa di normale o insolito. Ma escludono troppe variabili e spesso queste ricerche sono viziate da gravi errori metodologici.
Personalmente ritengo che l’organismo nel suo complesso, corpo cervello e mente, sia protagonista di questo singolare disturbo. Senza dimenticare che, fatta eccezione di un danno o malformazione neuronale, il problema clinicamente può inserirsi in uno sfondo psicologico/relazionale. In una valutazione clinica, sarebbe opportuno analizzare la consapevolezza del proprio corpo, cioè la qualità della coscienza, nucleo di riferimento di ogni modello di psicopatologia, e il contesto relazionale in cui vive il paziente.
C’è da aggiungere, per concludere, che la richiesta di un’amputazione di un arto sano per un medico é una follia. Un discorso equivalente può insorgere per chi desidera cambiare sesso. Eppure la sofferenza emotiva, il disagio psichico, sono questioni che impongono un’altissima attenzione. Ci sono casi nello specifico in cui il soggetto fa da sé, amputandosi un braccio per poi morire dissanguato o per un’infezione. Alcuni pazienti sommergono l’arto in una vasca piena di ghiaccio per daneggiarlo in modo irreparabile e indurre i medici all’amputazione. Analogamente un’anoressica per nutrirla può costringere i familiari e i medici a ricoverarla coattivamente, sebbene gli esiti purtroppo non sempre siano positivi.
Un’ipotesi clinica indica che l’ostinato comportamento autolesionistico abbia lo scopo di una maggiore integrazione tra coscienza ed esperienza personale nel corpo. Quando la coscienza si dissocia possono manifestarsi forme transitorie dell’immagine corporea: il dolore di un digiuno, l’azione di una sostanza stupefacente, l’amputazione di un arto, possono integrare drammaticamente lo stato dissociato della coscienza laddove il corpo subisce l’atto doloroso.
Quando pensate al vostro io dove pensate che sia? Ok, dentro il corpo, ma dove esattamente? Sembra una domanda stravagante, eppure non e’ così scontata. Per noi occidentali e’ automatico far riferimento al cervello come sede della nostra intima identità (il self), ma altre culture possono pensare che l’io risieda nel cuore, come Aristotele [...]
Quando pensate al vostro io dove pensate che sia? Ok, dentro il corpo, ma dove esattamente? Sembra una domanda stravagante, eppure non e’ così scontata. Per noi occidentali e’ automatico far riferimento al cervello come sede della nostra intima identità (il self), ma altre culture possono pensare che l’io risieda nel cuore, come Aristotele credeva, oppure sia diffuso in tutto il corpo, come supponeva il filosofo arabo Ibn al-Nafis. Per i buddisti addirittura la questione non sussiste adottando il concetto di “anatta“, cioè l’idea dell’inesistenza di un io, anzi la constatazione dell’illusione dell’io.
Christina Starmans e Paul Bloom hanno allestito una ricerca per capire dove viene comunemente localizzata la coscienza di se stessi. Nella nostra cultura il cervello e’ ritenuto il luogo di produzione dei propri pensieri, quindi si potrebbe assumere che sia dalla nascita si tende a localizzare la coscienza dell’io nella testa. Tuttavia i bambini sono meno influenzabili dalle credenze scientifiche o religiose sul sé ed hanno una considerazione limitata del cervello come sede dell’io. Gli autori dell’articolo hanno quindi fatto partecipare al loro esperimento dei bambini insieme a degli adulti, sviluppando un metodo implicito in cui chiedono quanto vicino sia un oggetto ad una persona.
In sostanza, se si pensa che il sé sia distribuito indistintamente in tutto il corpo, che implica l’assenza di una posizione specifica dell’io, allora i soggetti dovrebbero giudicare l’oggetto equamente vicino alla persona a prescindere dalla sua posizione rispetto al corpo. D’altra parte, se ci fosse un’idea di un posto dell’io in una regione particolare del corpo, allora un oggetto prossimo a questa parte corporea sarebbe giudicato più vicino all’io della persona.
Nell’esperimento i partecipanti guardano due animazioni di un personaggio (Mary) e di una mosca che vola nei dintorni. Lo sperimentatore dice che Mary vorrebbe sapere quale sia la mosca più vicina a lei. Infatti successivamente vengono mostrati 10 paia di immagini, in ognuna di esse e’ rappresentata Mary con la mosca posata su una di 5 parti del suo corpo: gli occhi, la bocca, il petto, lo stomaco e il piede. Ciascuna posizione viene accoppiata con quella di un’altra parte del corpo. Per ogni coppia di immagini viene chiesto al soggetto: “quale mosca e’ più vicina a Mary?”
I risultati della prima sessione sperimentale hanno messo in evidenza che entrambi bambini e adulti tendono a giudicare più vicina a Mary la mosca che si posiziona nella testa piuttosto che nel resto del corpo e i bambini preferiscono in modo significativo gli occhi. In una seconda sessione, i ricercatori hanno cercato di capire se vi fossero distinzioni tra la testa e gli occhi. Infatti hanno mostrato immagini di un personaggio alieno la cui testa ed occhi erano posti in differenti parti del corpo. Anche in questo caso entrambi i gruppi hanno mostrato una significativa preferenza per gli occhi del personaggio alieno (Zafi) nel decidere quale mosca fosse più vicina ad esso, nonostante fossero incorporati nello stomaco o nei piedi.


Un oggetto vicino agli occhi ma al di fuori del campo visivo del personaggio avrebbe dovuto essere giudicato comunque vicino ad esso, secondo i risultati sperimentali che accreditavano gli occhi come sede principale. Al contrario, il fiocco di neve posto sullo stomaco o su un piede avrebbe dovuto essere giudicato più vicino rispetto a quello posto all’altezza degli occhi ma dietro al testa. I risultati hanno confermato che anche se dietro la testa, un target prossimo agli occhi era considerato più vicino al personaggio, essendo intuitivamente ritenuti sede ufficiale dell’identità del personaggio.
Queste indagini forniscono prove convergenti che sia gli adulti sia i bambini pensano intuitivamente al sé come un’entità che occupa un luogo fisico dentro il corpo, proprio vicino agli occhi. I risultati sembrano suggerire che questa concezione fisica e spaziale del sé non sia determinata culturalmente ma che possa essere profondamente radicata, in un senso più intuitivo o fenomenologico su dove risediamo nel nostro corpo. Sarebbe interessante che le ricerche non si fermassero a questo punto ma potessero proseguire ad esempio in ambito psicopatologico. Mi chiedo dove un ossessivo o un depresso pensino che sia collocato il proprio sé e quello degli altri.
Ma c’è un’altra considerazione da aggiungere. Ancora una volta un fenomeno psichico come il sé, che sia diffuso nella testa, vicino agli occhi o in tutto il corpo, finisce per “materializzarsi” in un’entità consistente affinché possa essere in qualche modo intuito, riconosciuto e preservato da una indeterminatezza di fondo. Metaforicamente il corpo sembra diventare quasi cavo, un recipiente che contiene un io diventato più fisico del corpo. Non mi stupisce che siano gli occhi i principali protagonisti dell’io, in fondo coerentemente al detto che gli occhi sono la finestra dell’anima. In fondo, già nelle prime settimane i neonati cominciano a dirigere la loro attenzione agli occhi del genitore per costruire una prima fondamentale reciprocità: che permetterà di riconoscere il non essere dal proprio essere IO.
Starmans, C., & Bloom, P. (2012). Windows to the soul: Children and adults see the eyes as the location of the self Cognition, 123 (2), 313-318 DOI: 10.1016/j.cognition.2012.02.002
Stati di Coscienza
Vi è mai capitato di stare “tra le nuvole” quando vi annoiate? Si tratta di una condizione simile al riposo, quando non siete impegnati in un compito impegnativo nel mondo cisrcostante. Se pensate che pure cervello sia a riposo, vi sbagliate. I ricercatori infatti hanno individuato una rete di strutture cerebrali, chiamata default mode network (DMN), [...]
Vi è mai capitato di stare “tra le nuvole” quando vi annoiate? Si tratta di una condizione simile al riposo, quando non siete impegnati in un compito impegnativo nel mondo cisrcostante. Se pensate che pure cervello sia a riposo, vi sbagliate.
I ricercatori infatti hanno individuato una rete di strutture cerebrali, chiamata default mode network (DMN), piuttosto attiva durante il riposo che, viceversa, si deattiva in genere quando è necessario svolgere un’attività esterna alla nostra mente. Il DMN è la rete cerebrale delle attività mentali coinvolte nei processi di pensiero introspettivi.
Quando siete “fra le nuvole”, il metabolismo del vostro cervello in effetti è intenso, cioè la corteccia consuma una gran quantità di energia quando non è rivolta alla faccende quotidiane. Il default mode network coinvolge sostanzialmente alcuni nodi principali: il lobulo parietale inferiore, la corteccia cingolata posteriore, la corteccia prefrontale ventro-mediale e la formazione dell’ippocampo (Raichle, 2001).
Il DMN si attiverebbe proprio quando l’attività mentale non è rivolta a stimoli esterni ma verso il mondo interno. Si ipotizza che il daydreaming (il sognare ad occhi aperti), il ricordo di eventi passati o la pianificazione di progetti futuri siano processi correlati al DMN. Quando inizia ad attivarsi il sistema che fa a capo all’elaborazione di compiti esterni, ad esempio l’attivazione della memoria di lavoro (una specie di “ram neurale” deputata al mantenimento dei dati transitori in memoria per attività in corso), il DMN si deattiva. Riepilogando, a riposo il cervello mostra di essere controintuitivamente a lavoro.
Il DMN spiega anche alcune condizioni neuropsicologiche importanti. Infatti, se la condizione del sogno ad occhi aperti sembra essere a limite tra il sogno vero e proprio e momento introspettivo, come se si fosse svegli ma non davvero presenti a se stessi, nella ricerca di Julia Sophia Crone e collaboratori è stato scoperto che pazienti con disturbi della coscienza presentano il DMN danneggiato.
Nel loro studio, sono state monitorate le variazioni degli stati di coscienza a 17 pazienti con sindrome dello stato vegetativo, a 8 pazienti con uno stato di coscienza minimo (psicotici e con Alzheimer) e a 25 soggetti di controllo, prendendo come punto di riferimento il sistema del DMN. Il risultato più interessante è stato che i pazienti con uno stato minimo di coscienza mostravano serie difficoltà a deattivare il loro network di default. Probabilmente questi pazienti sono incastrati in un loop di daydreaming, le cui regioni del cervello deputate alle attività esterne sembrano non funzionare bene, pagando un conto salato psicopatologico, non potendo intraprendere in modo coerente e continuo iniziative nel mondo esterno.
Il DMN sorprendentemente non è solo una caratteristica umana. Nell’esperimento di Wim Wanduffel è stato trovato in 10 scimmie un sistema di default mode di simile all’uomo. Il suo gruppo è stato capace di scoprire un network di strutture cerebrali che erano attive quando le scimmie non svolgevano un compito. Yihong Yang nel Maryland e Hanbing Lu hanno individuato un analogo pattern nei topi.
Queste ricerche pongono un interrogativo affascinante: anche gli animali possiedono la capacità di sognare ad occhi aperti o di meditare su se stessi? Oppure lo schema neurale evidenziato rimanda ad un’altra attività funzionale di base? Probabilmente il DMN è coinvolto nei processi di coscienza, ma non per questo ne è causa. Piuttosto pare maggiormente responsabile dei processi di memoria, come Michael Greicius della Stanford University afferma: “il DMN si attiva soprattutto nei lobi mediali temporali e nelle aree della memoria, come dimostrano alcune scoperte in cui possiamo incrementare le connessioni interne al DMN con compiti di memoria automatici”.
Insomma, “sognare ad occhi aperti” non è una condizione mentale insolita e rara. Durante il giorno si verifica decine di volte. Non solo nei momenti in cui vi annoiate, ma anche quando vi riposate un attimo, fantasticate progetti futuri o ricordate specifici eventi passati. Probabilmente, l’attivazione neurale quando siete in standby è un retaggio evolutivo che serviva a mantenere “il motore” del cervello acceso nel caso passasse un predatore nei paraggi. Alcuni di noi purtroppo, in certe condizioni psicopatologiche, sembrano pronti a partire ma nella direzione sbagliata della psicosi.
Mantini D, Gerits A, Nelissen K, Durand JB, Joly O, Simone L, Sawamura H, Wardak C, Orban GA, Buckner RL, & Vanduffel W (2011). Default mode of brain function in monkeys. The Journal of neuroscience : the official journal of the Society for Neuroscience, 31 (36), 12954-62 PMID: 21900574
Senza via di fuga
La ricercatrice Eliane Volchan e i suoi collaboratori hanno effettuato un interessante esperimento per indagare uno dei comportamenti più singolari che l’uomo manifesta in condizioni di grave pericolo. Si tratta del blocco improvviso del corpo di fronte al possibile rischio per la sopravvivenza, qualcosa di simile all’esperienza terrificate della sindrome neurologica “locked-in“. Una reazione comportamentale già [...]
La ricercatrice Eliane Volchan e i suoi collaboratori hanno effettuato un interessante esperimento per indagare uno dei comportamenti più singolari che l’uomo manifesta in condizioni di grave pericolo. Si tratta del blocco improvviso del corpo di fronte al possibile rischio per la sopravvivenza, qualcosa di simile all’esperienza terrificate della sindrome neurologica “locked-in“. Una reazione comportamentale già nota negli studi etologici, in quei casi limite in cui le prede al cospetto dei predatori si immobilizzano (freezing, “congelamento”) non tentando la fuga o l’attacco. Quasi simulando di essere morti.
I ricercatori brasiliani hanno reclutato 33 vittime di un trauma cui è stato diagnosticato un disturbo post traumatico da stress (PTSD), ciascuno dei quali ha ascoltato, tramite una cuffia, una voce maschile che narrava la loro storia in seconda persona (“stai camminando nel viale e incontri…”). Durante l’ascolto erano monitorati i movimenti del corpo del partecipante e il battito cardiaco. Successivamente i soggetti hanno risposto a domande su come si fossero sentiti mentre ascoltavano la registrazione. Coloro che hanno riportato un senso di immobilità e paralisi per la paura rivissuta tendevano a non manifestare movimenti del corpo e manifestavano un’innalzamento della frequenza del battito cardiaco. Nei risultati, quindi, è stata dimostrata l’effettiva presenza nel repertorio comportamentale umano di una strategia difensiva involontaria di “congelamento” che ci accomuna agli altri animali. Un comportamento interessante che potrebbe spiegare l’incomprensibile atteggiamento di chi rimane immobile di fronte ad una scena di violenza. Oppure, può gettare luce in quei casi di abusi sessuali in cui il comportamento passivo della vittima è talvolta interpretato come una colpa dalla pubblica opinione o da alcuni sistemi giuridici.
Ma questa ricerca, a mio parere, fornisce anche un’ulteriore prova sperimentale ad un sistema di ipotesi psicopatologiche sui disturbi dissociativi. Mi riferisco a quei casi di bambini, studiati in una situazione sperimentale standard chiamata Strange Situation, i quali manifestano in certe circostanze un comportamento dissociato verso una persona familiare. Il comportamento è “disorganizzato” dal momento che essi simultaneamente mostrano espressioni ed azioni contrastanti. Ad esempio, nella ricongiunzione con un familiare si avvicinano strabuzzando gli occhi e voltando il capo di lato per evitare il contatto visivo oppure si immobilizzano (freezing) emettendo vocalizzazioni inintelligibili: “Arrivato nelle vicinanze della madre, il bambino le girò intorno evitandola, e poi, fissando il vano della porta da cui era entrata, aprì di nuovo le braccia nel vuoto, come per rispondere all’abbraccio di un’altra madre allucinata” (Giovanni Liotti, La coscienza interpersonale, 2005).
L’ipotesi psicopatologica mette in luce il carattere frammentato e contraddittorio della rappresentazione che il bambino ha dell’altro, formatosi durante i primi due anni di vita e che ha determinato la compromissione della funzione integratrice della coscienza (continuità, coerenza, sequenzialità lineare). Il bambino, non riuscendo a tenere a bada le immagini contrastanti della relazione con l’altro, in certi frangenti, si immobilizza testimoniando tacitamente la drammatica impossibilità di fuggire o attaccare.
Volchan, E., Souza, G., Franklin, C., Norte, C., Rocha-Rego, V., Oliveira, J., David, I., Mendlowicz, M., Coutinho, E., Fiszman, A., Berger, W., Marques-Portella, C., & Figueira, I. (2011). Is there tonic immobility in humans? Biological evidence from victims of traumatic stress Biological Psychology, 88 (1), 13-19 DOI: 10.1016/j.biopsycho.2011.06.002
La notizia che possa esistere in natura qualcosa che sia più veloce della luce è stata sconcertante. Quando ero piccolo, la velocità della luce mi affascinava, talmente fuori dal comune era concepire la velocita` di 300.000 km al secondo. Un’altra storia magica fu quando mi spiegarono che le stelle erano talmente lontane che la luce, [...]
La notizia che possa esistere in natura qualcosa che sia più veloce della luce è stata sconcertante. Quando ero piccolo, la velocità della luce mi affascinava, talmente fuori dal comune era concepire la velocita` di 300.000 km al secondo. Un’altra storia magica fu quando mi spiegarono che le stelle erano talmente lontane che la luce, malgrado la velocità supersonica, impiegava anni prima di giungere a noi. Cercavo di calcolare quanti chilometri percorreva la luce in un anno. Provavo a calcolare moltiplicando secondi per minuti per ore per giorni ect. ect. servendomi di una calcolatrice. Ma i numeri non riuscivano a dare un senso all’immagine di un fascio di luce che viaggiava attraverso lo spazio con queste tempistiche. C’è da aggiungere che la storia della luce è particolarmente curiosa. Comincia con il primo catechismo in cui il dio cattolico detta al mondo le sue istruzioni dopo aver acceso la luce, per finire al liceo quando al crepuscolo della fisica classica si supponeva che la luce sciasse sull’etere. Dopo di loro vennero gente come Einstein o i quantistici e le cose si complicarono. Non voglio farla lunga, ma la notizia è tale che ne vale la pena soffermarsi un po’. Specie perché la luce era probabilmente una stereotipa cognitiva per il padre della relatività, quando un giorno immaginò: “cosa succederebbe se mi aggrappassi ad un raggio di luce?”, per finire con lo sfornare una teoria pazzesca che ammette non solo la velocità limite della luce, ma addirittura l’immagine di scie luminose nello spazio che sterzano in vicinanza di grosse entità gravitazionali.
La velocità della luce aveva il suo limite, superlativo e nobilmente fantasioso avendo il notevole merito di incuriosire anche i più piccoli (per le maestre della scuola primaria suggerisco di dare un’occhiata qui). Da qualche giorno sappiamo che la luce è seconda. Perché malgrado il pragmatico disimpegno verso ciò che è smisuratamente più grande o più piccolo di noi, un po’ ci deprime sapere che la luce non solo non viaggia dritta ma è pure lentina. Un perfetto simbolo della ragione, della conoscenza e del controllo sulla natura si defila e ci lascia con l’unica fosca certezza (parziale!) che c’è più buio che mai. Beninteso, la ricerca scientifica è fatta di errori e di certezze transitorie, come gli stessi ricercatori si affrettano a ricordare. Ma se non c’è nemmeno un limite di velocità per la luce cosa dobbiamo aspettarci? Insomma che senso ha una luce sorpassata da un ineffabile proto-essere di cui non abbiamo nemmeno un’idea se sia a forma di uovo o di speedy gonzales? Voi mi direte che in fin dei conti nella nostra vita quotidiana la verità sta sempre in mezzo, anzi è una mediana che si sbarazza degli estremi per non essere assaliti dalle vertigini dell’infinitamente piccolo e grande. Newton in fin dei conti continua a funzionare e ci piace essere pratici. Ci mettiamo in discussione ma fino ad un certo punto. Dal nostro punto di vista non cambiano molto le cose, perché il fotone continuerà a colpire la nostra retina e se gli cambiano nome o arriva qualcuno un po’ prima di lui, il nostro cervello continuerà a fare il suo lavoro. Ma alt!
Non avevo affatto intenzione di scrivere su un argomento di fisica cui non ci capisco gran ché. Ho deciso di metter giù queste riflessioni dopo essere andato involontariamente in cerca di altri tipi di velocità che riguardassero il nostro sistema nervoso. Inquieto com’ero, mi assaliva una curiosità spericolata quando ho pensato alla frase: dal nostro punto di vista! Mi sono detto che in questo caso quando dico “punto” di vista ho a che fare con qualcosa che “raggiunge” la coscienza. Mi sono chiesto dove possa essere il nostro “punto” di vista. Dove collocarlo. Quindi ho cercato una pagina per avere una idea della durata di alcuni eventi nel sistema nervoso. Ecco cosa ho trovato (fonte Dennett):
- dire “mille e uno”: 1000 msec
- fibra non mielinica, dal polpastrello al cervello: 500 msec
- un pallone alla velocità di 110 km/h dal dischetto di rigore: 360 msec
- pronunciare una sillaba: 200 msec
- azionare e fermare un cronometro: 175 msec
- un fotogramma di un film: 42 msec
- un fotogramma televisivo: 33 msec
- fibra mielinica veloce, dal polpastrello al cervello: 20 msec
- il ciclo fondamentale di un neurone: 10 msec
- il ciclo fondamentale di un personal computer: 0,0001 msec
Ho trovato tutte queste velocità statistiche e mi sono reso conto che sappiamo cosa succede al fotone quando colpisce la nostra retina saltando da una struttura all’altra e conosciamo più o meno l’intervallo di tempo impiegato. Però abbiamo a che fare con scale temporali microscopiche (gli intervalli di tempo sono misurati in millisecondi, per i limiti della tecnologia neuroscientifica), che prima o poi ci rendono la vita complicata quando dobbiamo decidere dove porre la linea di traguardo in cui con coscienza possiamo dire: il mio punto di vista! Cioè, dove arriva il messaggio? Sfogliando il libro che avevo preso dalla libreria mi sono imbattuto su Cartesio il quale aveva risolto la faccenda supponendo che la linea di traguardo del fotone (va bene non più un vero e proprio fotone ma chi ne fa le veci) fosse posta nella ghiandola pineale, una struttura centrale nel nostro cervello situata in posizione mediana (oggi è chiamata epifisi, una ghiandola endocrina). A questa sede giungerebbero tutte le afferenze provenienti dai sensi e le attuali notizie superliminali.
Ma le ricerche successive hanno falsificato del tutto l’ipotesi cartesiana. La coscienza non è installata in una privilegiata postazione dove arrivano tutte le informazioni del mondo o il tunnel del paese di flatlandia (mentale). Ecco a me questa immagine di una linea di arrivo, dove il messaggero giunge tutto di un fiato mi è sempre piaciuta. Di riflesso, immagino all’altro capo un giudice che preme un pulsante e gli atleti che schizzano via alla velocità della luc…ops del neutrino sino al punto di arrivo. Sino al traguardo in cui tutte le esperienze si presentano e noi ne prendiamo coscienza. Oggi gli studiosi non sostengono più questa concezione; ma a me affascina il senso comune che commette errori e sa comunque scoprire scorciatoie quando le cose si fanno complicate. Penso che l’immagine di una coscienza in trincea sia bellissima perché esprime una paura nobile.
Ripiegare sul proprio punto di vista, quando avvertiamo che l’esterno nella sua enormità avanza. Lo so, mi sono un po’ allontanato dalla faccenda della velocità della luce superata. Ma questo tipo di sapere mette in discussione anche questo pezzo di conoscenza che ho di me stesso, cioè l’identificazione della coscienza. Man mano che il confine tra me e il mondo non è più rappresentato dalla pelle, dalla retina, dall’architettura (caotica e imprevedibile) del cervello, quando comincio a capire che la mia coscienza non ha una sede stabile o rintracciabile e piano piano l’inaccessibile avanza, l’inconscio sembra governare persino attività mentali di ordine superiore, comincio a ripiegare sul “punto” di vista della coscienza. Allora tento di dimostrare l’ovvio, “qui dentro”, IO posso provare ad alzare il braccio: tra la coscienza e il braccio che si alza però non c’è un punto preciso, ma una velocità pazzesca. Se provo ad andare dietro alla velocità smarrisco il senso della posizione nel labirinto di network neurali e di livelli di descrizione presi. Se provo a fermarmi, mi accorgo che arrivo un attimo dopo qualcosa più veloce di me che mi ha preceduto.
Chi sono
Carmelo Di Mauro, psicologo, psicoterapeuta con formazione cognitiva costruttivista.
Collaboro con Dimagrire con gusto.
Mi potete trovare anche su Psychomer.
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