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Gli alieni in terapia intensiva

alieni 300x219 Gli alieni in terapia intensiva

Dal resoconto di una paziente di 15 anni dopo una degenza in terapia intensiva per un trauma cranico:

La mia esperienza sotto anestesia può essere suddivisa in due parti: quella in cui percepivo il mondo reale intorno a me e quella che riguardava il mondo onirico [...] 

Era come se vivessi continuamente dentro un sogno che andava avanti per tutto il tempo. I sogni erano vividi, tremendi e inquietanti. C’erano anche cose accettabili ma sfortunatamente la maggior parte erano negative. Posso ricordare ancora adesso, dopo più di un anno.

Al suono di un allarme, un mostro gigante appariva con una clava di carne e mi perseguitava in tutti gli angoli della stanza. Io dovevo proteggere una ragazza e impedire ad un esercito di attraversare un fiume. Sia il fiume che la stanza erano in fiamme. Io stavo bruciando per un esplosione.

In un altro sogno, dovevo evitare che un gigantesco centopiedi cui era associato un allarme attraversasse un ponte. Potevo osservare l’ombra di mostri che incombevano minacciosi dietro una tenda. Sapevo che erano lì e che volevano mangiarmi, ma io ero paralizzata, incapace a muovermi e ricordo che mi sentivo sudare per la paura straziante. Dopo mi ritrovavo sul ponte di un sottomarino nucleare con dei maniaci che cercavano di distruggere il mondo, e c’è stata una tremenda esplosione. E poi nulla.

Ero a bordo di un disco volante. Il mio compito era quello di fermare gli alieni dalla pelle verde che volevano fabbricare missili da riempire con esseri umani. Costringevano le persone ad entrare dentro le capsule per sganciarle come bombe umane sulla terra.

Poi c’era un leopardo che inseguiva me e i miei amici. Stavamo lavorando in un fast-food a bordo di una nave. Ci spinse in un angolo e l’insegna del Kentucky Fried Chicken ci illuminò con una intensa luce rossa.

Ma sapevo quando qualcosa di veramente spiacevole stesse per succedere. Quando l’allarme stava per finire sapevo che era il segnale per la comparsa dei mostri, l’attacco del centipede, la pioggia di missili, il mio sacrificio… ero angosciata. La tensione cresceva in modo orribile. Guardando indietro, la ferita nella mia testa causava sia gli incubi che i segnali d’allarme.

Ho avuto un’ottima guarigione grazie alle eccellenti cure che sono state date al mio cervello in terapia intensiva. Quegli allarmi però mi fanno ancora trasalire!

Questa testimonianza è molto interessante perché mostra un paradosso clinico che fa riflettere: da un lato, con le sofisticate procedure e i macchinari d’avanguardia, la terapia intensiva riesce a salvare la vita ai pazienti che giungono in gravissime condizioni di salute. Dall’altro lato rivela gli “effetti collaterali” di tipo psicologico non propriamente piacevoli cui incorre il paziente durante e dopo il ricovero (puoi approfondire anche qui dove scrivo sui problemi cognitivi legati alla chemioterapia).

In un bell’articolo sul Guardian,  spiega che molti pazienti sperimentano depressione, spaventosi flashbackincubi durante la degenza in terapia intensiva. La dottoressa Dorothy Wade segnala che molti pazienti hanno allucinazioni e deliri paranoici, come la falsa credenza che le infermiere siano state pagate per ucciderli e trasformarli in zombie. Sembrano aneddoti curiosi, ma a ben vedere sono fattori di notevole stress che rimangono a lungo in memoria anche quando il paziente ha compreso il loro carattere illusorio. E molti pazienti non riferiscono queste esperienze per la paura di essere giudicati matti.

Non sono solo le malattie o i traumi al cervello alla base di questi scompensi psichici. Un ruolo importante lo gioca la somministrazione di farmaci sedativi, fatto che viene preso oggi più in considerazione e ha condotto a un loro uso più ponderato. Questi dati spingono molte unità a riorganizzare il trattamento intensivo per ridurre lo stress e i problemi a lungo termine. Ad esempio, John Welch alla UCL ha messo in evidenza che l’allarme d’emergenza per il team di intervento spesso suona senza avere un’effettiva relazione con la gravità del caso. Molti suoni d’allarme vengono spesso usati solo come promemoria, ad esempio sostituire una flebo nell’ora successiva o non dimenticare di cambiare un filtro.

Dopotutto, il paziente quando accede nell’unità di terapia intensiva attraversa una serie di procedure che sfiorano quasi la “tortura”: viene denudato e sottoposto alla vista di chiunque appartenga al team, sente allarmi di emergenza in qualsiasi momento e senza preavviso, subisce l’intrusione degli strumenti fin dentro il suo corpo, il suo ciclo sonno-veglia è compromesso a causa della terapia, deve assumere farmaci che possono alterare drammaticamente la coscienza ed è regolarmente esposto ad una serie di disagi e inevitabili paure.

Per ridurre le problematiche conseguenze psicologiche, soprattutto dopo le dimissioni ospedaliere, è necessario che il personale sia preparato a costruire una relazione più empatica anche in un’unità intensiva. Essere più attenti alle difficoltà emotive e alle complicazioni cognitive del paziente consente di attenuare la sofferenza psicologica per un recupero ottimale della salute mentale del paziente.

link al resoconto della paziente su Intensive Care Medicine
link al pezzo di Vaughan Bell sul Guardian
link al post sugli effetti psichici della chemioterapia

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Il pulsante della coscienza

neuronmancer dream 300x213 Il pulsante della coscienza

È come premere un pulsante speciale e si spegne il contatto col mondo esterno. Quando hanno stimolato una precisa regione del cervello i neurochirurgi sono stati sorpresi dall’improvvisa incoscienza del paziente.

Si tratta di un caso clinico molto raro perché difficilmente i ricercatori possono stimolare direttamente la corteccia dei pazienti con impulsi elettrici. Ragioni etiche non lo consentono. Infatti, il paziente in questione non faceva parte di una ricerca, era in sala operatoria perché era necessario rimuovere un tumore.

In questi casi, prima dell’asportazione il protocollo richiede una “esplorazione” funzionale, cioè il neurochirurgo sonda la funzione dei tessuti intorno al target corticale per capire quali regioni (e le corrispettive funzioni cognitive o motorie) salvaguardare e quali saranno compromesse. Egli somministra quindi piccoli impulsi sulla superficie interessata del cervello e osserva come reagisce il paziente, chiedendo eventualmente ulteriori informazioni. Il paziente è seduto, sotto anestesia locale e, dietro di lui, il chirurgo pizzica elettricamente con i microelettrodi la superficie della regione corticale.

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Nel caso clinico che vi racconto c’è stata una risposta particolare. Il tumore si trovava nella corteccia posteriore mediale sinistra (più o meno nella parte alta a sinistra della vostra testa), una zona in cui si trova la corteccia cingolata posteriore (PCC), particolarmente interessante per i ricercatori perché si ritiene che sia coinvolta nei processi della coscienza. Interferire nella attività neuronale della PCC determina profondi disturbi nella coscienza.

Il paziente era un uomo di 45 anni di buon livello culturale che aveva uno glioma di basso grado nella corteccia posteromediale sinistra. Durante l’intervento esplorativo (awake surgey), quando hanno stimolato la materia bianca sotto la corteccia cingolata posteriore sinistra (il precuneo, nella figura sotto la zona rossa S1), la coscienza del paziente si è disconnessa dal mondo esterno.

Questo fenomeno è coerente con precedenti risultati che mostrano la completa perdita di coscienza associata alla disattivazione funzionale della PCC in varie condizioni neurologiche come il coma, lo stato vegetativo, l’epilessia e l’anestesia. La reazione del paziente di questa ricerca dimostra che la disattivazione della connettività della PCC conduce ad uno stato di coscienza caratterizzata da un comportamento apatico ovvero la perdita del contatto con il mondo esterno. Il paziente in seguito ha descritto il suo stato come quello del sogno.

Quest’ultima affermazione suggerisce che non c’è stata una completa dissociazione della coscienza ma solo un’alienazione dal mondo esterno e la conservazione di uno stato minimo di coscienza. I ricercatori aggiungono però che è sempre meglio prendere con le dovute cautele il resoconto del paziente, sia perché è soggettivo sia perché potrebbe essere un’involontaria invenzione del paziente.

s1 300x150 Il pulsante della coscienza

La PCC è una delle strutture che fanno parte del default mode network (DMN), un circuito nervoso che si attiva quando siamo impegnati in attività mentali “interne” (sogni ad occhi aperti, ricordi del passato, progetti per il futuro) e non ci occupiamo dei compiti esterni. La stimolazione elettrica durante l’esplorazione preventiva chirurgica della PCC potrebbe aver incrementato la funzionalità del DMN e di conseguenza la sensazione onirica nel paziente accompagnata dal distacco dal mondo esterno.

Infine, il paziente ancora un mese dopo l’operazione chirurgica ha riferito che la sua mano destra fosse “trasparente”. Probabilmente la rimozione di parte della PCC ha danneggiato la rappresentazione interna del corpo, immagine corporea inconscia di cui non abbiamo diretta consapevolezza se non in casi straordinari come nei disturbi neurologici. La mano trasparente ricorda un po’ l’arto fantasma di chi ha subito un’amputazione e comunque sente ancora sensazioni spesso dolorose provenienti dall’arto che non c’è più.

Si tratta di un solo caso clinico e quindi c’è molto da fare per verificare e costruire un quadro teorico più generale. Nonostante ciò, il valore euristico degli (sfortunati) casi neurologici è fondamentale per comprendere le sofisticate dinamiche che rendono la coscienza così enigmatica e nello stesso tempo così “facile”.

Herbet G, Lafargue G, de Champfleur NM, Moritz-Gasser S, le Bars E, Bonnetblanc F, & Duffau H (2014). Disrupting posterior cingulate connectivity disconnects consciousness from the external environment. Neuropsychologia, 56C, 239-244 PMID: 24508051

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Google diventerà cosciente?

Singularity Neuromancer 300x237 Google diventerà cosciente?

Ray Kurzweil non ha dubbi, le macchine diventeranno coscienti nel 2029. Ma non si aspetta scenari tipo terminator. Le macchine saranno tutto sommato più ragionevoli dell’uomo “irrazionale”.

In un lungo articolo sul The Guardian potete leggere l’intervista rilasciata da Kurzweil, informatico, inventore, esperto di previsioni. Pioniere nel campo della tecnologia informatica, ha previsto un punto di svolta nel futuro, la singolarità, che rappresenta il momento in cui lo sviluppo tecnologico (principalmente nei settori della nanotecnologia, robotica e genetica) raggiungerà velocità esponenziali e non lineari tali da spingere l’evoluzione umana verso un nuovo stadio dove tecnologia e corpo umano saranno intimamente integrati.

Kurzweil è senz’altro un personaggio affascinante (qui trovate il suo sito avveniristico), ritiene di avere ottime chance per poter diventare immortale grazie all’invenzione di qualche diavoleria tecnologica, ha fondato l‘Università della Singolarità e sembra essere continuamente proiettato verso il futuro. La notizia interessante è che Google, altra azienda assetata di futuro, lo abbia ingaggiato.

Adesso, lavora per Google. Lui che pensa di poter vivere per sempre e che il computer presto prenderà coscienza di se stesso fra una quindicina di anni, adesso è direttore del settore ingegneria di Google.

“È come se Google abbia comprato il futuro e il nostro inconscio”

Il fatto è che Google sta effettuando in questi anni un inquietante shopping perché sta comprando i più importanti e sofisticati laboratori di intelligenza artificiale al mondo. Tra le operazioni di acquisizione spiccano i Big Data, l’enorme massa di dati che la rete sta producendo e che Google sta organizzando e archiviando. Tutti i dettagli e gli attimi delle nostre vite. Un’importante sfida anche per la psicologia contemporanea (vedi ad esempio quest’articolo).

L’azienda di Larry Page e Sergey Brin ha comprato quasi tutte le aziende di robotica e machine-learning, tra cui la Boston Dynamics (che produce sconcertanti robot militari), ha speso tre miliardi di dollari per Nest Labs, azienda produttrice di sensori e termostati all’avanguardia, ha acquisito Bot & Dolly, Meka Robotics, Holomni, Redwood Robotics, Schaft e diverse startup di intelligenza artificiale, tra cui DNNresearch. Questo mese per 242 milioni di dollari ha comprato la britannica DeepMind.

Google ha ingaggiato un team di scienziati come lo scienziato informatico Geoff Hinton, probabilmente l’esperto più importante al mondo di reti neurali, o Regina Dugan a capo della DARPA. Si tratta di un’equipe di uomini che lavora per Google ad una specie di Manhattan project per la realizzazione compiuta dell’Intelligenza Artificiale (AI). È come se Google abbia comprato il futuro e il nostro inconscio.

“In fondo, internet cresce come un cervello o l’universo intero”

Kurzweil ha predetto che nel 2045 i computer saranno un miliardo di volte più potenti (della complessiva capacità computazionale) dei cervelli della Terra messi insieme. La possibilità di gestire l’enorme massa di informazioni di ogni singolo individuo umano consentirà di realizzare una probabile rigenerazione digitale di chi muore.

Le menti brillanti nei laboratori avanzati di Google stano lavorando per capire come gestire dettagli quotidiani delle relazioni umane, ricordi, interessi, registrazioni emotive, bias cognitivi, lapsus, bug neurologici. A queste scale computazionali potrebbe essere possibile scaricare la vita mentale e cosciente e visualizzarla in altri device o in altri tipi di realtà. In fondo, internet cresce come un cervello o l’universo intero.

“La tecnologia sostituirà la voce della coscienza”

I programmi di ultima generazione tendono a trasformare le macchine in intelligenze che apprendono dall’apprendimento e guadagnano livelli metacognitivi di consapevolezza vicini alla qualità della coscienza umana.
Avete paura che possa prima o poi venir fuori Terminator o incubi analoghi a film come Matrix? Paure legittime, ma Kurzweil è decisamente ottimista perché ritiene che le macchine del futuro saranno degli amici cibernetici che si occuperanno della nostra salute ed “estenderanno” le nostre abilità motorie e cognitive. Non assomiglieranno ai google-glass, gli occhiali ipertecnologici di Google, perché tra l’uomo e la macchina nel futuro non ci sarà più alcuna separazione fisica. La tecnologia sostituirà la voce della coscienza.

C’è una combinazione di idee solide e di ottime idee pazze in Ray Kurzweil. Scegliete quelle che vanno più d’accordo con la vostra personalità e fatene buon uso.

link all’articolo su Kurzweil

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Un supercomputer in ritardo di 40 minuti

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Un supercomputer giapponese ha simulato un secondo di attività del cervello umano impiegando 40 minuti. Si tratta del quarto computer più potente al mondo ed è costituito da 705.024 processori e un milione e quattrocentomila gigabyte di RAM grazie ai quali ha riprodotto circa l’1% di attività di una rete neuronale calcolando in quaranta minuti tutte le informazioni necessarie per la simulazione.

Il K computer della Riken (sotto potete vedere parte delle sue componenti) ha utilizzato una speciale tecnologia open-source per replicare un network di oltre un miliardo di cellule connesse da 10 trilioni di sinapsi. Sembra una enorme quantità, in realtà si tratta soltanto dell’1% della struttura cerebrale dell’uomo.

Nonostante la relativa lentezza di 40 minuti e limitata prestazione del pc nei confronti di una piccola porzione di cervello, questo genere di progetto è da valutare nel lungo periodo perché fa parte del processo di sviluppo dei nuovi computer con capacità di computazione exascale, cioè in grado di gestire flussi di quintilioni (1 e 30 zeri di fila) di dati al secondo. Si tratta, secondo i ricercatori, della tecnologia giusta per un’impresa forse esclusivamente moderna: la riproduzione digitale dell’attività del cervello a partire dai singoli elementi interattivi in tempo reale.

Kcomputer 5 800x600 300x174 Un supercomputer in ritardo di 40 minuti

A cosa serve questo progetto? A creare modelli che rappresentino le principali caratteristiche dell’attività del cervello. Poter avere un modello e manipolare le variabili serve a realizzare applicazioni che funzionano e a produrre previsioni valide. L’utilità in campo medico ad esempio è immensa.

E’ strano renderci conto di quanto sia veloce e complesso il “traffico” di informazioni dentro un cervello umano (senza pensare alle relazioni tra cervelli). Ogni giorno il nostro pc online risponde immediatamente ad una domanda complessa e invece uno dei più potenti pc al mondo impiega ben 40 minuti per simulare un secondo di attività corticale. Però è ancora più straordinario immaginare che il cervello è stato sviluppato da milioni di anni di selezione naturale, il progetto ingegneristico del supercomputer è in corso d’opera da appena qualche anno.

C’è qualcos’altro da non trascurare. Un computer nonostante la sua lentezza esegue perfettamente il compito. Nell’uomo solo il fattore “coscienza” rallenta enormemente la velocità di progettazione, di esecuzione, di riflessione, rispetto allo stesso cervello, molto somigliante ad un robot o ad un software. Alle volte mi chiedo davvero se sia così necessario riprodurre la coscienza nel futuro cervellone di un supercomputer.

link della notizia su Telegraph e Livescience

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Autolesionismo

lucio fontana 300x242 Autolesionismo

Ecco un fenomeno particolarmente serio. Un numero crescente di persone compie atti lesivi verso se stessi. In Gran Bretagna negli ultimi 12 mesi 13.000 ragazze tra i 15 e i 19 anni e 4.000 ragazzi sono stati ricoverati al pronto soccorso per ferite dovute ad atti di autolesionismo. I  numeri parlano da soli e comprenderne gli aspetti psicologici è molto difficile. Le motivazioni addotte da chi commette autolesionismo in genere variano dal contrastare i problemi emotivi a ricercare volontariamente una particolare sensazione di piacere o di affetto.

Una ricerca  addirittura lo descrive come un automatic positive reinforcement (APR), un vero e proprio schema psicologico che si autoalimenta per cui l’atto autolesionistico è concettualizzato come una dipendenza. Infatti, il 41% dei ragazzi intervistati dichiarava di cercare “appagamento”, il 31% si aspettava “stimolazioni” e “dolore” il 24%; anche se nelle loro considerazioni finali ammettono di ricavarne per lo più un’esperienza dolorosa. E in particolare, il gruppo che cercava “appagamento” sembra che ricerchi con più frequenza e in maniera più prolungata l’atto autolesionistico non solo tagliandosi ma anche con comportamenti a rischio come bere, mangiare compulsivamente (binge eating disorder)e altri comportamenti impulsivi (qui trovi maggiori dettagli).

Mi sembra particolarmente degna di nota questa differenza negli scopi. Chi cerca “appagamento” va oltre il solo atto cruento sul corpo e intraprende delle attività più a limite (ad esempio gli sport estremi). La ricerca del dolore è invece spiegata soprattutto come un comportamento “condizionato chimicamente” per il rilascio di endorfine endogene che determinerebbero il controverso senso di piacere. Sarebbe utile capire quali siano le dinamiche psicologiche e culturali che differenziano i due gruppi, tra chi cerca essenzialmente “appagamento” e chi “piacere attraverso il dolore”. Una differenza utile per impostare un trattamento terapeutico che indirizzasse a comportamenti meno rischiosi e non a rischio di suicidio.

E’ vero che parlare di “appagamento” apre una questione sulla sua definizione semantica, che nella ricerca accennata non viene chiarita. Il soggetto comunque cerca “appagamento” o “sollievo” attraverso una lesione sul corpo evitando la mediazione “riflessiva” e risolvendo il disagio psicologico in modo quasi “magico” (qui trovi un articolo approfondito in merito).

Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione. I cutter (chi si taglia) sperimentano una forma di depersonalizzazione, perdono quasi confidenza con l’esperienza interna di se stessi e la cercano affannosamente nella fisicità, nelle sensazioni tattili della lama, nel calore del sangue, nel dolore della ferita. La questione “interna” rimanda al vuoto dei contenuti emotivi, confusi o caotici o addirittura estranei o assenti. Sono condizioni intollerabili, in inglese vengono chiamati blank spell, uno spazio incantato, ipnotico, crepuscolare oltre la coscienza.

Spesso alcuni di questi pazienti hanno subito traumi ripetuti nell’età dello sviluppo e ricorrono a comportamenti estremi proprio per difendersi dalla disintegrazione della coscienza in specifici momenti della loro quotidianità. Apparentemente paradossali, gli atti decisamente dolorosi che si autoinfliggono servono per riappropriarsi della propria coscienza quando è in pericolo.

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