La malattia mentale tra gli Antichi

Iatros La malattia mentale tra gli Antichi

Anche se i dati che abbiamo sono spesso frammentari e di difficile interpretazione per comprendere la concezione del disturbo mentale nell’Antichità, tuttavia le ricerche e le analisi delle testimonianze trasmesse sino a noi offrono la possibilità di avvicinarci alla sensibilità psicologica degli antichi Greci e Romani. Nel complesso, spicca la prevalenza di interpretazioni magiche e religiose dei disturbi mentali in quei tempi lontani, ad esempio le allucinazioni, espressione del volere degli dei, non erano così allarmanti come oggi possono apparire a noi.

The Atlantic dedica un bell’articolo alla diagnosi della malattia mentale tra Greci e Romani dell’Antichità. Viene intervistato William V. Harris, professore di storia e direttore del Center for the Ancient Mediterranean alla Columbia University. Harris ha scritto un libro molto dettagliato sull’argomento insieme ai suoi studenti che si intitola Mental Disorders in the Classical World. Nell’Antichità si pensava che la follia fosse opera delle divinità, sostiene il professore Harris citando Oreste come esempio letterario, tormentato dalle Furie dopo aver ucciso la asklepios La malattia mentale tra gli Antichi madre Clitennestra. Non avendo ancora sviluppato una psichiatria scientifica, le spiegazioni religiose venivano in soccorso per comprendere le vittime dei disturbi mentali. I malati per curarsi andavano a passare la notte nei templi di Asclepio, il dio della medicina, per ricevere l’intervento divino purificatore. Ma spesso al mattino venivano trovati morti.

108ippocratelouvre 178x300 La malattia mentale tra gli Antichi Sarà Ippocrate a proporre una straordinaria alternativa alla mentalità magica e religiosa. Nel v secolo a.c., Ippocrate di Cos dà inizio alla scienza medica in una prospettiva razionalistica e naturalistica. Non saranno incantesimi, interpretazioni religiose, magie o purificazioni a spiegare e guarire il malato, ma le cause naturali. Nel Morbo Sacro (uno dei testi del Corpus Ippocratico) viene spiegato che l’epilessia non è scatenata dall’influsso di un dio. Non è una divinità antropomorfa che genera l’attacco epilettico per cui è necessario placare la collera del dio con rituali o preghiere, scacciandone l’influenza col pharmacon (rimedio evacuante), ma è causata da un flusso di “umori freddi” (dal modello umorale eziopatologico di Ippocrate) provocato dal mutamento dei venti, e propone un trattamento terapeutico naturale.

L’importanza di questa spiegazione è cruciale per capire come l’indagine, la metodologia, la diagnosi e la terapeutica siano fondamentalmente trasformate dal nuovo paradigma ippocratico. Gli eventi umani, biologici e psichici, vengono descritti e spiegati attraverso fenomeni naturali e non più tramite interpretazioni metafisiche e teistiche. Addirittura questo approccio è sorprendentemente più moderno di quanto possiamo immaginare perché le psicosi vengono ricondotte a cause fisiologiche, tendenza molto in voga oggi nel mondo delle neuroscienze.

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Harris accenna ad una distinzione “psichiatrica” poco compresa tra gli Antichi. I medici greci o romani conoscevano le psicosi (nel senso di disturbi del comportamento osservabili), mentre erano meno consapevoli dei disturbi più “interni”, che Harris definisce con il termine neurosi come la depressione o l’ansia. I trattamenti andavano dalle restrizioni dietetiche, alle condizioni climatiche sino all’azione terapeutica del “dialogo” (prime origini della moderna psicologia?).

E’ molto interessante l’osservazione sulla dieta. Mirko Grmek nei suoi studi storici sulla medicina sostiene che la relazione tra cucina e medicina sia stata cruciale per lo sviluppo dell’arte medica. Cuocere e mescolare gli alimenti hanno consentito all’uomo di staccarsi dalla condizione dell’animale. “Si potrebbe dire che l’umanesimo nasce con la cucina” (Storia del pensiero medico occidentale, pag.33). L’adattamento del regime alimentare all’uomo malato consente di sviluppare l’arte culinaria in senso medico. Per ogni tipo di malattia sarà prescritta una dieta specifica, così “la medicina diventa una specie di cucina personalizzata“.

450px Socrates Louvre 225x300 La malattia mentale tra gli Antichi C’è un altro pezzo dell’intervista ad Harris che mi piace riprendere e riguarda le allucinazioni. Sebbene i medici ippocratici le considerassero fenomeni puramente umani, la gente comune le interpretava come manifestazioni divine. Un celebre esempio di allucinazione uditiva è stata l’esperienza di Socrate, il quale diceva di “sentire” la voce di un dio minore, il dáimōn, che lo ispirava nelle sue riflessioni solitarie. Spesso descritte dal popolo come vere e proprie apparizioni degli dei, consentivano tuttavia di poter parlare di fenomeni misteriosi e di difficile comprensione (vedi qui per approfondire la relazione tra allucinazione e tecnologia).

Infine, un altro argomento interessante che viene trattato nell’intervista è la rabbia. Il professore Harris sostiene che nell’Antichità era tenuta in grande considerazione perché “nella cultura antica l’autocontrollo rappresentava l’essenza del bene“. La rabbia e l’aggressività erano viste come pericolose sia per lo Stato in quanto espressione della violenza politica che poteva sfociare nella tirannide, sia per la famiglia (pensiamo al rapporto tra il padrone di casa e gli schiavi), sia perché gli eccessi potevano condurre a comportamenti pubblici immorali.

Vengono menzionati Erode il Grande, Caligola e le testimonianze storiche delle frequenti violenze sanguinarie negli scontri politici. Per noi del xxi secolo, è difficile capire cosa fossero esattamente per la mentalità di quei tempi lontani ciò che oggi chiamiamo pedofilia, devianza antisociale o schizofrenia. Non abbiamo sufficienti risorse e siamo inesorabilmente vincolati dalla cultura e dai valori dei nostri giorni.

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Ad Esculapio, dio della medicina, corrisponde la costellazione di Ofiuco, “Ofiôuchos, colui che domina il serpente”

In conclusione, è incredibile pensare al ruolo della cultura e della storia nel determinare i confini tra ciò che è normale e ciò che è patologico. E’ impossibile stabilire confini concreti e stabili. Tra la patologia e la divinità c’è la vasta moltitudine delle culture, delle storie dei popoli, del cumulo casuale degli studi di singoli individui. Questo dialogo (sperimentale) tra noi e il passato, di indagine e di apprendimento storico, rende i confini tra sanità e malattia più tolleranti e più vicini ad una possibile comprensione terapeutica.

link all’articolo su The Atlantic

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One Response to La malattia mentale tra gli Antichi

  1. Buongiorno, ho letto l’articolo che mi è sembrato chiaro, semplice nella sua esposizione e sufficientemente esaustivo.
    un piccolo appunto : l’eccessiva citazione del Dottor Harris.
    cordialmente Giovanna

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