Autolesionismo

lucio fontana 300x242 Autolesionismo

Ecco un fenomeno particolarmente serio. Un numero crescente di persone compie atti lesivi verso se stessi. In Gran Bretagna negli ultimi 12 mesi 13.000 ragazze tra i 15 e i 19 anni e 4.000 ragazzi sono stati ricoverati al pronto soccorso per ferite dovute ad atti di autolesionismo. I  numeri parlano da soli e comprenderne gli aspetti psicologici è molto difficile. Le motivazioni addotte da chi commette autolesionismo in genere variano dal contrastare i problemi emotivi a ricercare volontariamente una particolare sensazione di piacere o di affetto.

Una ricerca  addirittura lo descrive come un automatic positive reinforcement (APR), un vero e proprio schema psicologico che si autoalimenta per cui l’atto autolesionistico è concettualizzato come una dipendenza. Infatti, il 41% dei ragazzi intervistati dichiarava di cercare “appagamento”, il 31% si aspettava “stimolazioni” e “dolore” il 24%; anche se nelle loro considerazioni finali ammettono di ricavarne per lo più un’esperienza dolorosa. E in particolare, il gruppo che cercava “appagamento” sembra che ricerchi con più frequenza e in maniera più prolungata l’atto autolesionistico non solo tagliandosi ma anche con comportamenti a rischio come bere, mangiare compulsivamente (binge eating disorder)e altri comportamenti impulsivi (qui trovi maggiori dettagli).

Mi sembra particolarmente degna di nota questa differenza negli scopi. Chi cerca “appagamento” va oltre il solo atto cruento sul corpo e intraprende delle attività più a limite (ad esempio gli sport estremi). La ricerca del dolore è invece spiegata soprattutto come un comportamento “condizionato chimicamente” per il rilascio di endorfine endogene che determinerebbero il controverso senso di piacere. Sarebbe utile capire quali siano le dinamiche psicologiche e culturali che differenziano i due gruppi, tra chi cerca essenzialmente “appagamento” e chi “piacere attraverso il dolore”. Una differenza utile per impostare un trattamento terapeutico che indirizzasse a comportamenti meno rischiosi e non a rischio di suicidio.

E’ vero che parlare di “appagamento” apre una questione sulla sua definizione semantica, che nella ricerca accennata non viene chiarita. Il soggetto comunque cerca “appagamento” o “sollievo” attraverso una lesione sul corpo evitando la mediazione “riflessiva” e risolvendo il disagio psicologico in modo quasi “magico” (qui trovi un articolo approfondito in merito).

Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione. I cutter (chi si taglia) sperimentano una forma di depersonalizzazione, perdono quasi confidenza con l’esperienza interna di se stessi e la cercano affannosamente nella fisicità, nelle sensazioni tattili della lama, nel calore del sangue, nel dolore della ferita. La questione “interna” rimanda al vuoto dei contenuti emotivi, confusi o caotici o addirittura estranei o assenti. Sono condizioni intollerabili, in inglese vengono chiamati blank spell, uno spazio incantato, ipnotico, crepuscolare oltre la coscienza.

Spesso alcuni di questi pazienti hanno subito traumi ripetuti nell’età dello sviluppo e ricorrono a comportamenti estremi proprio per difendersi dalla disintegrazione della coscienza in specifici momenti della loro quotidianità. Apparentemente paradossali, gli atti decisamente dolorosi che si autoinfliggono servono per riappropriarsi della propria coscienza quando è in pericolo.

white 15 AutolesionismoSend to Kindle

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


+ uno = 8

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>