La Memoria Autobiografica

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Salvador Dalì, Persistenza della memoria

Avete mai notato i lunghi monologhi del vostro bambino prima di mettersi a nanna o mentre gioca da solo con un giocattolo, che riepiloga quanto gli è accaduto in un groviglio inesauribile di commenti messi insieme come a tetris? Stessa domanda la rivolgo ad una maestra d’asilo e sono sicuro che riporterebbe una serie incredibile di aneddoti sul chiacchericcio solitario infantile a cui assistono ogni giorno. E’ la fase rivoluzionaria del linguaggio emergente intorno ai due tre anni, proprio il momento in cui il bimbo comincia ad adoperare gli strumenti linguistici, parole, frasi, intonazioni, regole grammatiche, ritmi, punteggiature discorsive, per manipolare in modo sempre più sofisticato il linguaggio di questo esperimento esistenziale del crib talk (“chiacchericcio”) nel mondo parolaio degli adulti.

Faccio notare che lo sviluppo delle capacità linguistiche a quall’età coincide tra l’altro con il graduale dissolvimento dei primi ricordi antecedenti ai due anni. Vi sono numerose ricerche che confermano il fatto che perdiamo inesorabilmente i ricordi dei primi due anni. I motivi sono svariati e l’emergenza del linguaggio suggerisce una interessante correlazione, perché con esso siamo in grado di effettuare una elaborazione delle informazioni più astratta e meno vincolata dal mondo concreto. Il bambino impara ad esempio il verbo al passato, comincia a riferirsi ad un passato che non c’è più rispetto a quanto vive nel presente. Non solo. Concettualizza le proprie esperienze intorno a mini racconti, tematizza la scaletta dei suoi rapporti quotidiani in base a emozioni che collauda continuamente con figure sicure (i genitori). In base a nuclei emotivi stabili costruisce le sue prime teorie sul mondo e le traduce in storie ricche di parole, di suoni codificati e riconosciuti, riconducibili ad un io e ad un tu, cioè sostenibili nelle relazioni con gente che conosce e gente estranea che mette rigorosamente in allerta.

Raccontare poi incrementa la possibilità di ricordare. Questo è essenziale e lo stesso Darwin ci mette sulla buona strada a ricordarci quanto sia fondamentale fondarsi sulle precedenti esperienze (memorizzate) per evitare quanto possa essere dannoso per la sopravvivenza e vantaggioso per la fitness (proliferazione, cioè trasmettere la maggiore quantità possibile di dna ai nostri discendenti). I racconti continui, ripetitivi sono strategie mnemoniche che i bambini imparano subito ad usare. Schemi, routine, storielle, ricapitolazioni instancabili, storie circolari tra realtà e fantasia, soliloqui ricorsivi che oscillano tra loro e fantastici compagni, non fanno che formare schemi narrativi solidi a discapito della concretezza materiale. Un lento decentramento dal mondo termico, meccanico, chimico in cui vengono disperse le originarie informazioni che prima detenevano una maggiore potenza. Sono il gusto, l’olfatto e il tatto i veri protagonisti antelitteram della nostra autobiografia mentale.

I ricordi con l’uso del linguaggio perdono in parte la loro concretezza e acquisiscono una nuova dimensione di elaborazione e rappresentazione. Diventano racconti complessi sempre più degni di nota, con piccole bibliografie annesse, sostenuti da nuclei emotivi di base estremamente organizzati intorno a schemi corporei, fatti di sedimenti sensori, viscero motori a sua volta testimonianze del bricolage di apprendimento (imprinting e prime relazioni) e dna. Degno di nota è il fatto che da quel momento in poi la memoria non può fare più a meno del linguaggio, non è possibile disimparare a scrivere, a leggere e a parlare. I sensi dominanti diventano d’ora poi la vista e l’orecchio assieme ad una raffinata ginnastica motrice degli arti superiori nei momenti di impugnare la penna o accompagnare in gesti il discorso.

I temi narrativi e la struttura sintattica della memoria autobiografica registrano automaticamente nella propria rete di significati personali ogni esperienza, con strategie adatte alla trasformazione delle informazioni che rispetti la coerenza con i temi di vita, la stabilità emotiva e la continuità nel tempo della stesura di un passato, di un presente e di un futuro. L’aspetto notevole e complesso a mio vedere è da ravvisare nel fatto che degne di registrazione saranno le anomalie, le eccezioni alla regola, quegli episodi che invalidano le nostre teorie narrative del mondo. In questo senso psicologico si ricollega l’epistemologia di Popper, quando avverte che le migliori teorie sono quelle che acconsentono alla parziale falsificazione di se stesse nella fase sperimentale. Una specie di realismo critico che stia attento a non deragliare in una credenza assoluta (intollerante) dell’ordine (superstizioso) del mondo.

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7 Responses to La Memoria Autobiografica

  1. veramente interessante e scritto anche in maniera chiara e concisa.l'ultima parte,quella sull'importanza delle "anomalie,delle eccezioni alla regola" in particolare mi piace molto.ciao!

  2. I ricordi quindi non sono sinceri

  3. @GRazie ad Anonimo… (magari meno anonimo la prossima volta sù ..)

    @Crimilda, i ricordi sono disponibili ad essere interrogati, questo credo che sia già una buona opportunità. Bisogna vedere cosa vogliamo cercarvi. Verità, bugie, novità, ridondanze, insomma quanto abbiamo registrato coerentemente ai nostri significati personali. CErchiamo in fondo ciò che abbiamo selezionato.

  4. avevo letto qualcosa che la mente tende a renderci le cose meno dolorose e ricordare quel che ci fa più piacere, quindi i ricordi sono bugiardi

  5. Beh, anche Freud la pensava come chi ha scritto le cose che hai letto… la mente rimuove pulsioni dolorose o inaccettabili, eccetto quando dormiamo e siamo preda dei sogni oppure nelle casualità psicopatologiche della vita quotidiana. Soltanto che poi le ricerche mostrano una situaizone piuttosto diversa. Ricordiamo sovente episodi più dolorosi piuttosto che quelli piacevoli. Non a caso non ci soffermiamo troppo a riflettere sulle gioie, diversamente che nei dolori (questa però è una riflessione letteraria).
    Nella prospettiva evoluzionistica le esperienze di sofferenza immagazzinate in memoria vengono ricordate con più frequenza per evitare pericoli che ci danneggino. Sebbene nello specifico il discorso è più personale, cioè dipende dalla storia dell'individuo.

  6. E' vero, ma credo che è il dolore che ci fa crescere e fa imparare, non è la gioia che ci modifica ma appunto il dolore. Ma il ricordo di quel dolore è nel sentimento. Cioè noi ricordiamo la cocente emozione ma non esattamente come si sono svolti i fatti. Parliamo di dolori o di umiliazioni non esagerati, ad esempio quando un uomo ti lascia, si tende a dimenticare tutti i meccanismi reali e quasi ad interpretare il ruolo di protagonisti attivi e non passivi.

  7. Allora credo sia più semplice porre la questione su due livelli. La prima che riguarda le "bugie" e il significato che tu attribuisci ad esse.
    Il secondo riguarda quanto selezioniamo della nostra esperienza, e ciò avviene in due modi: consapevolmente e inconsapevolmente, cioè esplicitamente ed implicitamente. In quest'ultimo livello, che a me interessa di più, il processo implicito (automatico e inconsapevole) è vincolato dalla nostra storia familiare (un formato di ricordi non verbalizzabili, e spesso poco "sentiti"), ed è sostanzialmente fatto di emozioni non verbalizzabili e relazionali (espressioni facciali, caratteristiche della voce, posture, cambiamenti di stati interni, rapporto con il corpo ect).
    È difficile poter stabilire quanto abbiamo omesso dei fatti accaduti, specie quando parliamo di una esperienza emotiva spiacevole. Il discorso diventa più complicato e non voglio annoiarti con discorsi troppo psicologici (specie quando si rompe un legame).
    Certo è che registriamo o, meglio, costruiamo informazioni che siano coerenti con l'organizzazione emotiva e narrativa personale, su cui ci raccontiamo la nostra vita.
    In genere meno riconosciute sono le proprie emozioni, maggiore è la tendenza a produrre indebite astrazioni.

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