Category Archives: Neuroscienze

La coscienza, lo zolpidem e gli specialisti.

C4 consciousness image web 550x367 300x200 La coscienza, lo zolpidem e gli specialisti.

Quando parliamo di coscienza pensiamo ad un’affascinante integrazione di sofisticati processi corticali che riguardano il flusso delle percezioni, l’esperienza soggettiva privata del mondo interiore, il senso di sé continuativo e coerente nel tempo. Accanto al concetto di integrazione, il neurologo Marco Sarà in questa intervista suggerisce uno scenario controintuitivo per la cura dei pazienti con disturbi di coscienza associati ad uno stato di coma, vegetativo o minimo di coscienza. La chiave di volta non è nell’integrazione, ma nell’inibizione di ciò che la mente sa fare senza coscienza. 

Molti anni fa mi venne il seguente aforisma: l’uomo è una creatura provvista di un cervello capace di elaborare in parallelo una quantità enorme di cose eppure riesce a pensare ad una/due la volta.  Nell’esperienza clinica era sempre più ovvio che i pazienti con SV [stato vegetativo, nda] o MCS [stato coscienza minima, nda] quasi mai hanno bisogno di stimoli ma piuttosto di “spazio silenzioso intorno a loro”. Insomma per essere consapevoli di “A” dobbiamo inibire molte altre lettere almeno per un po’. Questo Special Issue ha il pregio di averci raccolti in parecchi intorno alla riflessione sul ruolo dei farmaci e, in particolare, cercare di confrontarci sul fatto che alcuni soggetti rispondono con farmaci “eccitanti” ed altri a farmaci “inibitori” come lo zolpidem (che è un sonnifero) oppure “addormentando il midollo spinale” o, ancora, farmaci antiparkinsoniani!

A proposito dello zolpidem avevo scritto un articolo alcuni anni fa su Psychomer (e lo potete leggere qui). Invece, il numero speciale su Current Pharmaceutical Design indicato nell’intervista a Marco Sarà potete trovarlo qui. E’ una visione di insieme del lavoro del gruppo guidato da Sarà sui trattamenti sperimentali in corso. Dall’abstract:

The available data seem to suggest an awakening effect obtained with CNS depressants rather than stimulants, the latter being more effective at improving functional cognitive and behavioral recovery in patients who have spontaneously regained an appreciable level of consciousness. There is a need for more rigorous systematic trials and further investigation of the above treatments, with particular attention paid to their mechanisms of action and the neurotransmitters involved.

Da un certo punto di vista, il meccanismo di inibizione dei processi neurofisiologici implicati nella cura dei disturbi della coscienza mi fa venire in mente il modello di coscienza proposto da Dennett. La coscienza in questo caso funziona attraverso due processi coesistenti di selezione e inibizione:

[estratto da qui] La coscienza è descritta come un ‘attività sequenziale fondata su “una società distribuita” di processi paralleli specializzati (non coscienti). La coscienza emerge come una specie di spazio di lavoro globale deputato alle operazioni di controllo sulle elaborazioni delle informazioni grazie a processi specializzati (“gli specialisti”). Immaginate la scena di un’aula quando la maestra pone una richiesta e gli alunni alzano il braccio stiracchiandolo più che possono per attrarre l’attenzione dell’insegnante. Ecco, più o meno è questo il ruolo della coscienza nei confronti degli specialisti.

Lo spazio globale di lavoro è una sorta di memoria di lavoro i cui contenuti vengono poi riversati alla società distribuita dei processi specializzati. Questo modello prevede inoltre che quando la coscienza ha scelto per una o l’altra versione, la decisione non è netta, cioè gli altri specialisti non sono completamente tagliati fuori. Mantengono il loro braccio alzato e qualche volta si lasciano scappare una parola o un piccolo commento (la maestra, per motivi personali, risponderà con uno sguardo minaccioso di rimprovero, con paziente indifferenza o con amorevole apertura empatica).

La proposta sperimentale del dott. Sarà prevede un insegnante di sostegno (il farmaco inibitore, CNS depressants) che si curi di tutti gli alunni (gli stimoli) che avrebbero voluto prendere parola durante la lezione.

link all’intervista a Marco Sarà
link all’articolo su Psychomer
link all’articolo di ricerca su Current Pharmaceutical Design
link all’immagine che apre il mio articolo

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La sindrome di Tourette gioca a pallone.

Segnalo un articolo su il Post che merita di essere letto. Racconta l’esperienza singolare del portiere della squadra di calcio degli Stati Uniti, Tim Howard, affetto della sindrome di Tourette.

Lo stereotipo standard del paziente affetto da sindrome di Tourette – una malattia neurologica, caratterizzata dal produrre suoni e movimenti involontari e ripetitivi, di cui è affetta una percentuale della popolazione che va dall’1 a 3 per cento – è l’immagine di una persona che impreca senza controllo. Ma soltanto il 10 per cento dei malati della sindrome di Tourette manifesta quel sintomo, e Howard non è tra quelli. «Non mi è mai uscita un’imprecazione così, senza controllo», disse.

E cosa gli “esce”, senza controllo? Tic e contrazioni. Lo hanno accompagnato per tutta la vita. I tic facciali cominciarono a manifestarsi quando aveva 10 anni e viveva in New Jersey. Le situazioni poco familiari lo rendevano ansioso e cominciò a sviluppare comportamenti ossessivo-compulsivi. Le cose non erano mai abbastanza diritte. Abbastanza ordinate. Abbastanza raggruppate. Toccava compulsivamente tutte le fessure tra le piastrelle del pavimento e tra i mattoni nei muri. «Doveva seguire un certo modello, una certa routine», raccontò la madre, Esther Howard, al New Yorker. «Doveva indossare i suoi vestiti ogni giorno allo stesso modo».

I tic arrivarono tutti insieme. «Dai 9 ai 15 anni ci fu questa esplosione di tic vari e incontrollati, e tutti piuttosto forti», spiegò Howard a Neurology Now. «Non avevo neppure il tempo di prendere le misure rispetto a un tic del mio corpo, che, BAM, sei mesi o un anno più tardi, ne spuntava fuori uno nuovo». Ma presto Howard trovò uno sfogo: il calcio. Le sue doti avevano un senso, per sua madre.

Nella partita contro il Belgio nel Mondiale di calcio in corso in Brasile, è riuscito a compiere un record di 16 parate, demolendo ogni aspettativa tecnico calcistica e neurologica.

howard 266x300 La sindrome di Tourette gioca a pallone.

Georges Gilles de la Tourette è il neurologo francese che nel 1885 ne descrisse per primo in nove pazienti il quadro sintomatologico ipotizzando una comune malattia neurologica, detta la malattia dei tic. Su wikipedia apprendo che fu allievo del celebre neurologo Charcot alla Salpetrière. Oliver Sacks aggiunge che Tourette fu anche amico di Freud. C’è un capitolo in Un antropologo su Marte in cui Sacks ritrae col suo impareggiabile stile “impressionistico” la vita di un chirurgo affetto dalla sindrome di Tourette.

Il controllo problematico dell’impulso, del tic, della ripetizione verbale (ecolalia, qualcosa di simile anche negli autistici) o alla verbalizzazione involontaria di oscenità o imprecazioni, soprattutto in passato dava l’impressione che chi ne soffrisse fosse “posseduto”. Nel Medioevo questa patologia veniva interpretata automaticamente come un segno di possesione demoniacaLo stesso Tourette era affascinato dal fenomeno della possessione demoniaca e scrisse un lavoro teatrale sull’epidemia di indemoniate nella Loudun medievale, scrive Sacks. Tourette, nonostante la sua eccentrica curiosità, spogliò la sindrome di ogni connotazione superstiziosa e moralistica tratteggiandone i principi neuropsicologici. Le parate di Howard sono una commovente sintesi della sua preparazione atletica e della comune biologia umana.

link all’articolo su il Post

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Il cervello galleggia.

I dottori tedeschi denunciano un inaspettato problema con la musica metal. L’headbanging può causare seri traumi al cervello. Da un articolo pubblicato su BBC News:

Il paziente si lamentava di un costante mal di testa quando è stato accolto dai neurochirurghi dell’Hannover medical School 4 settimane dopo il concerto [dei Motorhead]. Una risonanza magnetica ha messo in evidenza un coagulo di sangue nella parte destra del cervello, rimossa in seguito con successo. L’uomo ha dichiarato di non aver mai avuto traumi cranici in passato, di non aver mai fatto uso di droghe o alcol prima della richiesta di aiuto ai dottori nel gennaio del 2013. Ma ha raccontato di essere stato ad un concerto metal qualche settimana prima e aver praticato l’headbanging.

L’headbanging è il movimento ritmico violento della testa nel seguire il ritmo della musica, molto diffuso tra il pubblico in questo tipo di concerti. I Motorhead tra l’altro hanno popolarizzato questa pratica ideando un ritmo rapido a oltre 200 beat al minuto, conosciuto come “speed metal”.

 76018677 headbangingimage Il cervello galleggia.

Prima e dopo la risonanza: la lastra superiore mostra un ematoma subdurale cronico in cima al lobo temporale destro. Nella lastra inferiore, il cervello dopo la rimozione chirurgica.

I dottori suggeriscono che l’headbanging con le brusche accelerazioni del capo in avanti e indietro può creare le condizioni per la rottura delle vene con le conseguenze di un versamento emorragico subdurale. Ipotizzano che sovente non ci si accorge di questa condizione neurologica perché il tutto si risolve solo in un brutto mal di testa. Ma possono capitare anche dei danni al collo o alla spina dorsale.

Il consiglio è quello di non esagerare a strapazzare la testa, anche se stiamo parlando di casi molto improbabili. Ma possibili. Dopotutto, il cervello “galleggia” dentro la scatola cranica e i bruschi colpi di testa durante l’ascolto di musica ad alto ritmo per lungo tempo possono degenerarare dal punto di vista neurologico. Se non volete fare la fine del pugile suonato meglio mettere gli auricolari del vostro ipod e ascoltare, nel mezzo dell’infernale danza metallara, un po’ di musica classica.

link all’articolo su BBC News

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Cervelli famosi: Albert Einstein.

albert einstein1948 NJ 300x300 Cervelli famosi: Albert Einstein.

C’è un cervello nella letteratura scientifica che ha ricevuto un’attenzione ricca di significati particolari. Il cervello in questione è quello di Einstein, una specie di Santo Grall per molti scienziati. Il cervello di un morto che ancora parla. Terence Hines ha effettuato un’analisi accurata delle ricerche compiute in questi ultimi anni e ha pubblicato un articolo in cui smonta tutte le mitologie formulate sul cervello del grande fisico tedesco, intitolandolo significativamente: Neuromythology of Einstein’s brain.

Andiamo per ordine. Einstein morì il 16 aprile del 1955 all’età di 76 anni. Il suo desiderio fu che fosse cremato ma Thomas Harvey, il patologo che condusse l’autopsia, riuscì a convincere i familiari a conservare il cervello dell’illustre fisico per il potenziale valore scientifico. Tuttavia, bisognerà aspettare 30 anni prima che fosse pubblicato il primo articolo di ricerca sul cervello di Einstein. Dopo di che ne seguirono altri che possono essere suddivisi in due categorie: gli studi istologici (che riguardono la microstruttura) e gli studi morfologici concernenti l’analisi di circonvoluzioni e solchi (la macrostruttura).

Nel 1985, Diamond, Scheibel, Murphy e Harvey pubblicano il primo fondamentale articolo scientifico in cui dichiarano di aver trovato nei tessuti cerebrali dell’area 9* (zona frontale superiore) e dell’area 39 (parietale e giro angolare) di Einstein una quantità maggiore di cellule glia (vedi qui per informazioni su queste particolari cellule del cervello) rispetto al gruppo di controllo. In realtà, la differenza rispetto al controllo era significativa soltanto per una singola striscia di tessuto cerebrale dell’area parietale sinistra. In effetti, non è solo questo il problema, cioè di una sola differenza statisticamente significativa. Secondo, Hines (1998) ci sono dei problemi sia statistici sia in termini di differenze di età e socio-economiche tra il cervello di Einstein e quello del gruppo di controllo.

In poche parole, è stato messo a confronto il cervello di Einstein (da qui in poi E.) che morì a 76 anni con i cervelli del gruppo di controllo la cui data di morte variava tra i 47 e gli 80 anni. Inoltre, i cervelli del gruppo di controllo provenivano da strutture pubbliche nelle quali generalmente risiedono pazienti con uno status socio-economico molto basso, fattore che può avere un significativo impatto nel differenziare i tessuti cerebrali.

einstein brain 460x276 scaled cropp 300x180 Cervelli famosi: Albert Einstein.

Come se non bastasse, Diamond e colleghi scrivono sul loro articolo di aver eseguito delle analisi statistiche prendendo in considerazione 7 variabili dipendenti. Nel complesso hanno eseguito 28 comparazioni di cui soltanto una, che riguarda le cellule glia, ha rivelato una differenza al livello di significatività .05 differenza che, ricordiamo, riguarda soltanto una striscia di tessuto nella regione sinistra del lobo parietale. Un’altra questione che Hines solleva concerne l’aspetto più metodologico della “cecità” dell’osservatore. I ricercatori, in sostanza, analizzavano i tessuti sapendo da quale cervello provenivano, condizione che ha potuto pregiudicare il loro giudizio (vedi qui per approfondire il bias dell’osservatore in assenza del doppio cieco). Esempio: se ha sotto il microscopio tessuto proveniente dal cervello di E. lo sperimentatore tende ad aspettarsi anomalie laddove non ci sono.

images Cervelli famosi: Albert Einstein.

In un articolo del 1996, Harvey e Anderson spiegano che la corteccia prefrontale destra di E. in effetti è più sottile e che il numero di neuroni per millimetro quadrato sulla superficie corticale è maggiore rispetto al controllo. In questa regione, il cervello di E. non contiene propriamente più cellule cerebrali, ma c’è una maggiore densità perché probabilmente i neuroni sono decisamente impacchettati in piccole aree. Gli Autori concludono che la maggiore densità in cui sono impacchettati i neuroni consentiva al cervello del fisico tedesco di elaborare più velocemente le informazioni.

Ma questi risultati non vengono confermati in verifiche successive. Anzi, altri ricercatori sostengono che, nelle indagini autoptiche, anche nel cervello degli schizofrenici è stata riscontrata una maggiore densità neuronale nelle aree prefrontali. E poi, il cervello di E. probabilmente era molto diverso alla morte rispetto a quando era un giovane ricercatore all’apice delle sue capacità intellettive. Non è tutto. Harvey, autore insieme ad Anderson dell’articolo a favore della densità neuronale, è il patologo che ha estratto e conservato il cervello di Einstein e, secondo quanto scrive nell’articolo del 1996, “le prime indagini sui tessuti cerebrali dopo la morte del padre della relatività sono state di natura qualitativa e mai pubblicate“. Una specie di bias selettivo verso la pubblicazione (cioè si decide di pubblicare arbitrariamente ciò che serve).

Riepilogando, dagli studi istologici del cervello di Einstein, malgrado gli slogan mediatici, non ci sono conferme univoche di sostanziali differenze con i cervelli del gruppo di controllo. Non siate troppo sorpresi: il cervello è una struttura estremamente complicata e ormai è accertato che le abilità cognitive più avanzate siano distribuite in multipli network corticali. Contano i circuiti che le microstrutture. Supporre che analizzare piccole strisce di tessuto di poche singole regioni di un solo cervello possa rivelarci speciali informazioni sulla genialità di uno scienziato è ingenuo.

Fig02 300x235 Cervelli famosi: Albert Einstein.

Passiamo alle analisi degli studi morfologici che riguardano la conformazione delle circonvoluzioni e dei solchi del cervello di E. L’articolo di Witelson, Kigar e Harvey (1999) è il primo a parlare di “un cervello eccezionale che presenta un’ampia espansione del lobulo parietale inferiore e l’intero giro sopramarginale situato dietro la scissura di Silvio non è suddiviso da un grosso solco“. Questa anomalia non è stata riscontrata nei 91 cervelli del gruppo di controllo. Inoltre, i lobi parietali sono stati trovati simmetrici quando invece un “cervello normale” mostra un’asimmetria tra il lobo destro più grande rispetto a quello sinistro. Ma subito ci sono le smentite in cui si ribatte che “il pattern del lobo parietale sinistro di Einstein è decisamente simile alla struttura prototipica delle aree già classicamente illustrate ne I lobi parietali di Critchley (il cui testo in realtà è un po’ vecchiotto ma, insomma, l’anatomia nell’arco di 40 anni non risente delle intemperie evolutive)”. 

Dall’articolo di Witelson in poi si apre questo batti e ribatti tra neuroscienziati. Quella ricerca non è corretta perché ha sbagliato “nell’etichettare l’opercolo, che non è proprio l’opercolo parietale sinistro ma il giro postcentrale“, e via dicendo. E c’è poi un’altra differenza che Witelson e colleghi hanno trovato. Si tratta di un “ammasso” (knob) insolito nel giro postcentrale dell’emisfero destro che in effetti potrebbe essere collegato alla famosa abilità di E. di saper suonare il violino (con tanto di ricerche che danno conforto a questa possibilità). Falk (2009) sostiene le conclusioni di Witelson a proposito delle caratteristiche peculiari dei lobi parietali di E. suggerendo, tuttavia, che queste siano connesse alle “alte prestazioni del fisico nelle operazioni matematiche e visuospaziali“.

einstein brain 300x232 Cervelli famosi: Albert Einstein.

Einstein’s brain. Image: Falk et al./The Lancet

Nel 2012 Falk e collaboratori hanno pubblicato un nuovo articolo sull’analisi dettagliata della morfologia di superficie del cervello di E. basandosi sulla scoperta di nuove foto, donate dal dr. Harvey al Museo Nazionale della Medicina e della Salute di Silver Spring, nel Maryland. C’è persino un app per iPhone, Einstein Brain Atlas, che consente di esaminare nel dettaglio le nuove slide. Questo nuovo studio segnala innumerevoli differenze anatomiche, “un po’ più spesso qui, insolitamente più sottile lì dietro quel solco, quello strano angolo giro che dovrebbe essere normalemnte diverso“, etc. etc. E’ un po’ una storia vecchia, l’ingenua tentazione frenologica di cercare nell’anatomia il meccanismo di una funzione mentale, scoprire per ogni bernoccolo un significato preciso.

Dopotutto, Falk e coll. (2012) non trovano conferma delle anomale sfericità e simmetria dei lobi parietali riscontrate nell’indagine di Witelson (1999). “Però, proseguono, abbiamo trovato una straordinaria espansione della parte laterale della corteccia somatosensoriale primaria sinistra e delle cortecce motorie primarie sinistre. In questo contesto è interessante ricordare le parole famose di E. quando sosteneva che pensare implica un’associazione di immagini e sentimenti e che, secondo E., gli elementi del pensiero fossero non solo visivi ma anche muscolari“.

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Ok, la spiegazione è suggestiva. Ma quanti ricercatori in passato hanno preso la dichiarazione di Einstein su come descrisse il suo pensiero e ne hanno formulato un’ipotesi che prevedesse il fatto che, data la “muscolarità” del pensiero di E. Ne derivava che le cortecce motorie e sensoriali dell’emisfero sinistro fossero “straordinariamente espanse”? Questo è un classico esempio di bias cognitivo in cui si collegano causalmente due eventi che hanno in comune solo una vicinanza temporale, post hoc ergo propter hoc.

Un attimo. Potreste obiettare che secondo alcune ricerche entrambi i lobi parietali destro e sinistro abbiano un ruolo importante nelle capacità matematiche. Dopo aver visto che ci sono interessanti indizi sulle anomalie dei suddetti lobi, sarebbe lecito generare l’ipotesi che il genio matematico di E. possa avere un fondamento anatomico nelle strutture parietali destra e sinistra. Falk risponde (ad esempio anche qui):

Questa ipotesi è basata sulla errata credenza che Einstein avesse una straordinaria intelligenza matematica. Ma egli non era una grande matematico. Le sue capacità matematiche erano tali che chiese un aiuto significativo ad alcuni matematici più competenti di lui.

Sembra di discutere sul sesso degli angeli. Semplicisticamente si tenta di associare una dimensione soggettiva forzatamente standardizzata (la capacità matematica) con una regione cerebrale. Coma se si voglia attaccare un post-it sul bernoccolo più prominente e dichiararne il record cognitivo. Ma allora c’è o non c’è qualche anomalia? Può esserci nella misura in cui tutti i cervelli mediamente s’assomigliano, ma la loro unicità in fondo si trova nella loro varianza statistica. Tutti i cervelli sono diversi, anomali per un occhio statistico.

Infine, c’è la questione del corpo calloso, il fascio nervoso centrale che tiene uniti i due emisferi. Il gruppo di Men (2012) ha analizzato alcune proprietà del corpo calloso basandosi sullo stesso gruppo di foto su cui hanno lavorato Falk e colleghi (2012). Essi hanno confrontato il corpo calloso di E. con quello di cervelli giovani e anziani esaminando 10 differenti caratteristiche (lo spessore, la linea mediale, il perimetro, etc.). Rispetto ai cervelli anziani (età media di 74.2 anni), il corpo calloso di E. (76 anni l’età in cui è morto) era nettamente diverso soprattutto per le maggiori dimensioni. Anche rispetto al gruppo di cervelli giovani, il cervello di E. risultava più grande su 6 proprietà. L’estesa connessione tra alcune parti degli emisferi spinge i ricercatori alla conclusione che siamo di fronte alla base neuroanatomica non tanto dell’intera intelligenza dell’insigne scienziato, ma “della sua straordinaria imagery [la capacità di manipolare immagini mentali, nda] e del suo genio matematico“.

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Il complesso di questi dati sul corpo callosum è impressionante. Ma come suggerisce Hines (2014) le 10 misure non sono indipendenti. Cosa significa? Che se “una parte del corpo calloso è più grande (o piccola) è molto probabile che le altre parti ne saranno condizionate allo stesso modo“. Men (2012) non ha condotto alcuna analisi statistica sulle intercorrelazioni tra le 10 variabili dipendenti. Peraltro, come per il discorso sulle mitiche capacità matematiche di E., non abbiamo alcun dato empirico (Einstein non è stato sottoposto ad alcun test psicometrico durante la sua vita) sulle sue presunte prodezze visuospaziali.

In conclusione, malgrado le affermazioni sensazionalistiche sulla natura del cervello di Albert Einstein sia dal punto di vista istologico che morfologico, Terence Hines, attraverso una puntigliosa revisione della letteratura scientifica, non ha trovato nulla di speciale che distinguesse il cervello di Einstein dai cervelli che esprimevano una intelligenza meno geniale. Il problema è sempre quello che accomuna tante ricerche di neuroscienze: il tentativo di trovare connessioni tra proprietà fisiche (forma, dimensione o struttura interna) con proprietà estremamente soggettive (il genio). Se le proprietà fisico anatomiche hanno un senso dal punto di vista scientifico (perché quantificabili), non lo hanno le seconde soprattutto perché basate in fondo sul solo cervello di Einstein.

Anche se trovassimo una presunta spiegazione nella sola nozione anatomica, sarebbe vera soltanto per il cervello di Einstein. Soltanto un numero sufficiente di cervelli di geni della fisica, comparabili al genio di Einstein, potrebbe consentire di approfondire statisticamente le correlazioni e costruire teorie generali. Il secondo aspetto è connesso “all’attitudine narrativa” di ogni cervello, pardon, mente umana: euristiche, bias e fallacie spingono ad attribuire causalità e storie coerenti e convincenti laddove i dati o non ci sono o sono manipolati in base alle aspettative di conferma. Analisi statistiche e una maggiore cura metodologica sono necessarie per le future ricerche sulle peculiarità del cervello di questo gigante della fisica, soprattuto anche come atto di rispetto verso la scienza che egli incarna con tale fascino e rigorosità.

Hines, T. (2014). Neuromythology of Einstein’s brain Brain and Cognition, 88, 21-25 DOI: 10.1016/j.bandc.2014.04.004

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CyberProust.

Segnalo un articolo di ricerca interessante pubblicato su Frontiers in Neuroscience che descrive la possibilità tecnica di registrare l’esperienza cosciente tramite risonanza magnetica funzionale. Nell’articolo, i ricercatori spiegano come abbiano tracciato l’esperienza cosciente dei partecipanti mentre osservavano figure ambigue (nell’esperimento si tratta di video) in cui è possibile osservare una o due imamgini alla volta. Un classico esempio è il cubo di Necker. Durante la percezione integrata dello stimolo visivo, i ricercatori hanno osservato un antagonismo tra il circuito delle regioni sensoriali che ricevono inizialmente l’input e le aree deputate alla combinazione delle proprietà salienti.

window 300x176 CyberProust.

Si tratta di un articolo molto complicato che varrebbe la pena approfondire con ulteriori e articolate analisi. Agli inizi può sembrare un classico papero che cerca di dimostrare di aver finalmente “acchiappato” l’esperienza cosciente nel cervello rivelandone la sua natura. Invece, potete leggervi come sia possibile registrare le fluttuazioni coscienti in particolari compiti percettivi.

D’altra parte, ho pure pensato che l’idea di “ingabbiare” la coscienza in termini elettrochimici sia uno degli scenari più eccitanti per un ingegnere bioinformatico o per uno scrittore cyberpunk. In effetti, poter determinare la complessiva architettura dinamica del cervello è un primo passo per immagazzinarla e trasferirla altrove. Esagero? Molto tempo fa qualcuno ha compiuto qualcosa del genere trasferendo un’imponente massa di ricordi su un device cartaceo:

Per molto tempo mi sono coricato  presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevano gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: “m’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercare sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi di averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevano preso una forma un po’ speciale; mi sembrava di essere io stesso l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità fra Francesco I e Carlo V. La convinzione sopravviveva qualche attimo al mio risveglio, e non offendeva la mia ragione, ma mi pesava sugli occhi come scaglie, ed impediva loro di rendersi conto che la candela non era più accesa. Poi cominciava a diventarmi inintelligibile, come i ricodi di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi; il contenuto del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; subito recuperavo la vista ed ero assati stupito di trovare intorno a me un’oscurità dolce e riposante per i miei occhi, ma forse più ancora per l’animo mio, al quale essa appariva come una cosa senza causa, incomprensibile, come una cosa veramente oscura. [...]

Mi riaddormentavo e talvota non avevo più che brevi risvegli di un attimo, il tempo di sentire gli scricchiolii organici del legno, di aprire gli occhi e fissare il caleidoscopio del buio, di godere, grazie ad un momentaneo barlume di coscienza, del sonno in cui erano immersi i mobili, la camera, quel tutto di cui ero solo una piccola parte, e all’insensibilità del quale presto mi univo di nuovo. [...]

A volte, come nacque Eva da una costola di Adamo, nel sonno da una mala postura della mia coscia nasceva una donna. Fatta del piacere che stavo per assaporare, m’immaginavo fosse lei stessa ad offrirmelo. Il mio corpo che sentiva nel suo il mio proprio calore si voleva unire a lei: mi svegliavo. [...]

Un uomo che dorme tiene intorno a sé in cerchio il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi. Li consulta istintivamente svegliandosi e vi legge in un attimo il punto della terra che egli occupa, il tempo trascorso fino al suo risveglio; ma i loro giri possono confondersi, spezzarsi. [...] Ma bastava che, anche nel mio letto, il mio sonno fosse profondo e portasse ad una piena distensione la mia ragione; allora questa abbandonava la zona del luogo dove mi ero addormentato, e, quando mi svegliavo nel cuore della notte, come ignoravo dov’ero, così neppure sapevo nel primo momento chi io fossi; avevo appena nella sua primitiva semplicità il senso dell’esistenza quale può fremere nel fondo di un animale; ma allora il ricordo – non ancora del luogo dov’ero, ma di alcuni di quelli da me abitati e dove sarei potuto essere – veniva a me come un soccorso dall’alto per trarmi dal nulla da dove non sarei più potuto uscire da solo; in un attimo passavo sopra secoli di civiltà, e le immagini intraviste confusamente, di lampade a petrolio, poi di camicie col colletto rivoltato, a poco a poco ricomponevano i tratti originali del mio io.

La descrizione dello scrittore francese Marcel Proust dei fenomeni a ridosso del sonno in cui la coscienza subisce gigantesche trasformazioni raggiunge vertici sconcertanti. Sembra che gli strumenti retorici più congeniali dell’Autore per descrivere le sue fluttazioni di coscienza tra la veglia e il sonno richiamino le dinamiche dei disturbi dell’integrazione e dell’identità del corpo, delle esperienze pre-morte, dei fenomeni di dissociazione della coscienza.  Le fluttuazioni, la disintegrazione, la ricomposizione degli stati di coscienza sembrano interpretabili come il cubo di Necker, nella duplice veste patologica e rigenerativa.

link all’articolo di ricerca su Frontiers

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