I termometri di Broca
Fare diagnosi neurologiche utilizzando semplici termometri applicati alla testa. Questa fu la trovata non priva di fondamento di Paul Broca, lo scopritore dell’afasia che porta il suo nome. Paul Broca (1824-1880) è stato un antropologo, un neurologo e chirurgo francese, consacrato alla storia della neurologia per la sua scoperta della zona nel cervello responsabile nella [...]
Fare diagnosi neurologiche utilizzando semplici termometri applicati alla testa. Questa fu la trovata non priva di fondamento di Paul Broca, lo scopritore dell’afasia che porta il suo nome.
Paul Broca (1824-1880) è stato un antropologo, un neurologo e chirurgo francese, consacrato alla storia della neurologia per la sua scoperta della zona nel cervello responsabile nella produzione del linguaggio. Una lesione in questa area causa la cosiddetta afasia di Broca, caratterizzata dalla perdita dell’emissione del linguaggio.
I pazienti con afasia di Broca parlano in modo poco fluente, sono “sgrammaticati”, si perdono articoli, preposizioni e possono essere privi di intonazione. Generalmente la comprensione de linguaggio mantiene un buon livello rispetto alla produzione del linguaggio verbale. Broca fece la sua scoperta studiando il cervello del paziente Leborgne dopo il suo decesso, il quale era chiamato “Tan Tan” perché queste erano le sillabe che usava di più per rispondere a qualsiasi domanda.
Nel 1862, in una conferenza espose la sua teoria del linguaggio, secondo cui la compromissione era correlata al danno neurologico nell’emisfero anteriore sinistro che causa “l’afemia” (rinominata afasia da Armand Trousseau). Fu un’ipotesi spregiudicata perché implicava una visione asimmetrica del cervello (dato che l’area di Broca riguardava l’emisfero sinistro) e sposava la tesi locazionalistica delle funzioni cognitive, all’epoca una prospettiva innovativa che si riallacciava idealmente alla concezione frenologica.

Ma torniamo a Broca perché la sua personalità si rivela ricca di sorprese. Egli fu un brillante ricercatore e un neurologo clinico, scrisse oltre 500 articoli e un’ importante monografia di 900 pagine sull’aneurisma. Sperimentò l’ipnosi su alcuni pazienti sotto vari tipi di intervento chirurgico. Nonostante una notevole opposizione accademica, introdusse l’uso del microscopio per la diagnosi del cancro (Egli stesso affermava che “tutte le osservazioni non sottoposte al controllo del microscopio devono essere considerate non vere”). Si interessò alle malattie delle ossa, studiò per primo in modo rigoroso la distrofia muscolare, scoprì il “cul de sac di Broca”, un’apertura interna accanto alla regione inguinale.
Non è tutto. Sembra che Broca sia stato un pioniere nelle indagini di “visualizzazione” del cervello avendo avuto l’idea di utilizzare un “casco” di termometri per diagnosticare le lesioni cerebrali, un po’ come avviene con la risonanza magnetica di oggi. L’idea probabilmente gli venne dal fatto che, a quei tempi, per rintracciare le lesioni delle arterie negli arti veniva misurata la temperatura della pelle, per poi decidere se fosse necessaria l’amputazione.
Per applicare questo approccio in campo neurologico, costruì “una corona di termometri che consentiva la simultanea applicazione di sei termometri infilati in piccoli pacchetti di cotone, tenuti insieme da una fascia circolare di materiale plastico“, cui dopo ne aggiunse altri due localizzati significativamente sopra il giro frontale inferiore “dove ha sede il linguaggio“.
Il suo ottimismo lo spinse a provare questo approccio sui suoi pazienti, nonostante fosse consapevole dei limiti spaziali delle indagini termometriche. Così scrisse che “quando la scissura silviana è occlusa [da un embolo], il termometro [sulla corteccia] temporale mostrerebbe una temperatura più bassa rispetto alla corrispondente corteccia dell’altro emisfero sano“. Cercando di comprendere i meccanismi patofisiologici sottostanti, suppose che la trombosi progressiva, al contrario dell’embolia, conducesse ad un aumento piuttosto che ad un abbassamento della temperatura. Ecco come lo stesso Broca descrive un caso clinico in un articolo del 1879:
[...] il linguaggio non era del tutto danneggiato, ma presentava già una severa compromissione; non c’era nessun disturbo sensomotorio. Allora con la mano controllai la temperatura della regione temporale sinistra [all'incirca sopra l'orecchio, nda] e potei facilmente constatare quanto fosse alta. Potei verificarlo utilizzando due termometri applicati sopra le regioni temporali che indicavano una differenza tra i due lati della testa di ben tre gradi [...]
Egli previde che la condizione sarebbe peggiorata a causa di una lenta e progressiva congestione all’intero emisfero sinistro. Previsione che si avverò dato che i familiari avvisarono Broca che “il linguaggio era completamente sparito, l’intelletto profondamente danneggiato e che il paziente fosse costretto a rimanere a letto“.
Inoltre, Broca pensava che l’esecuzione di un compito cognitivo potesse incrementare la temperatura del cervello. Con incredibile anticipo sulle ricerche di neuroscienza attuali, ipotizzò che le variazioni termiche non avrebbero interessato il cervello indiscriminatamente, ma avrebbero interessato in particolare le strutture frontali. Ipotesi brillante, dato che oggi sappiamo che queste sono coinvolte nell’esecuzione di compiti cognitivi avanzati. Infatti, scrive che “nell’esecuzione di un compito mentale, sale la temperatura della regione frontale rispetto a quella temporale e quest’ultima è più calda rispetto a quella occipitale“.
Così per verificare la sua ipotesi controllava la temperatura dello scalpo con la sua corona di termometri su soggetti a riposo, dopo 20 minuti chiedeva di eseguire un compito mentale e constatava che le regioni frontali si scaldavano di più rispetto alle altre. D’altra parte, non escludeva il ruolo della cultura nella performance del soggetto, per cui un compito poteva risultare più semplice e non determinare una variazione termica per chi fosse più istruito.
Insomma, Broca fu davvero un ricercatore curioso e ingegnoso, acuto nelle sue indagini quanto aperto a nuove soluzioni sperimentali. Per quanto appaia strano pensare di misurare la temperatura dello scalpo coi termometri per sapere come le condizioni neurologiche, a mio parere è utile pensare alle condizioni storiche e scientifiche dell’Ottocento. Fu il Secolo della “temperatura”, cioè della nuova tecnologia del motore termico che produce lavoro. E’ il periodo della seconda rivoluzione industriale che determinerà cambiamenti storici allora di portata inimmaginabile. In un certo senso, il clima culturale ha facilitato la metafora del cervello come un motore che si scalda…
D’altra parte, se ci pensate, quando controllate la “febbre” istintivamente poggiate la mano sulla fronte. Mi piace pensare l’immagine del casco termometrico di Broca come un tentativo tecnologico basato su una intuitiva fede nella propria (analogica) sensibilità. Toccare la testa e percepire il calore rivela una profonda verità: la descrizione quantitativa del termometro, sebbene ci garantisca il controllo e la prevedibilità degli eventi, non corrisponde all’esperienza soggettiva. Entrambe possono integrarsi però nell’esempio storico di Broca e generare brillanti ipotesi.
link articolo sui termometri di Broca
link biografia di Broca su wikipedia
Cosa succede alla realtà e alla tua mente quando ti metti a leggere? Apri il libro, il giornale, il fumetto e inizi a leggere senza sosta. Ti piace, quasi nemmeno sai come sia fatto questo piacere, ma succede e quei minuti sono deliziosi. Che strana esperienza! Tra l’altro oggi sembra più semplice leggere, grazie ad [...]
Cosa succede alla realtà e alla tua mente quando ti metti a leggere? Apri il libro, il giornale, il fumetto e inizi a leggere senza sosta. Ti piace, quasi nemmeno sai come sia fatto questo piacere, ma succede e quei minuti sono deliziosi. Che strana esperienza!
Tra l’altro oggi sembra più semplice leggere, grazie ad un tablet o uno smarthphone per esempio. Puoi leggere una discussione online su facebook, i commenti di un articolo di un giornale online, le analisi di una notizia su un forum. Il computer e la connessione ad internet “aumentano” il tempo di lettura. Le opportunità “virtuali” dello spazio digitale hanno un forte potere intellettuale. In un certo senso, ti forniscono un’occasione in più per conoscere e sperimentare cultura.“Le relazioni interpersonali mediate dal computer a livello neurologico vengono percepite dal nostro cervello come se fossimo in uno «spazio culturale»“, scrive nel suo pezzo G. Granieri.
Granieri prende spunto dall’articolo di Annie Murphy Paul che spiega cosa accade al cervello quando leggiamo, che sia una descrizione dettagliata di un personaggio, una metafora o una emozione. “Le storie stimolano il cervello e possono cambiare il modo in cui ci comportiamo“.
Nell’articolo di Annie vengono citate ricerche di neuroscienza che mettono in risalto le connessioni tra testi narrativi e regioni del cervello che si “illuminano” durante una risonanza magnetica. Facciamo esperienza durante la lettura come se fossimo realmente coinvolti in una scena reale perché le storie che leggiamo accendono certe regioni del cervello deputate a questa funzione come avviene nella realtà dei fatti. Ad esempio, se leggiamo qualcosa su profumo di un fiore o di “un brivido nella schiena” si attivano le stesse regioni corticali quando mettiamo realmente quel fiore sotto il naso o riceviamo una notizia inattesa.
Questo fatto neurologico avviene con l’uso della metafora (“il cantante ha una voce di velluto” attiva la corteccia sensoriale per “velluto”) e con i verbi di moto (“John afferra l’oggetto” attiva la corteccia motoria). Sono esperimenti intriganti che ci aiutano a concepire il linguaggio non come ad una elaborazione astratta e analitica del mondo, ma sensibilmente connessa con la fisicità del corpo e del cervello. Tecnicamente questo fenomeno è detto embodiment (realtà incarnata). In poche parole, il pensiero (riflessione, memoria, percezione, attenzione etc.) è profondamente influenzato dalla costituzione e dall’orientamento del proprio corpo.
Inoltre, prosegue la giornalista, il cervello non sembra fare troppe distinzioni tra l’esperienza di lettura e quella che proviamo nella vita reale. Sono stimolate le stesse regioni cerebrali. Raymond Mar, professore emerito di psicologia cognitiva dell’Università del Toronto, sostiene che la lettura riproduce una vivida simulazione della realtà nella mente del lettore corrispondente a quella reale.
Niente di strano, aggiungo, la parola mela attiva la zona sensoriale del cervello che elabora la forma e il colore (rossa o verde, rotonda e con una foglia etc.). Sarebbe strano se si attivasse ad esempio la regione sensoriale del suono, e in tal caso avremmo la sinestesia. Faccio notare poi che una visione “frenologica“del cervello e le solite “accensioni” colorate della risonanza magnetica in real time sono, se mi passate il termine, un po’ stucchevoli.
In un modo o in un altro, in un articolo che si occupi di scienza del cervello ciascuno di questi elementi viene menzionato non come fatto sperimentale di natura probabilistica, ma come espediente retorico.
C’è un altro punto dell’articolo che mi piace approfondire. La giornalista afferma che non solo la lettura di un libro simulerebbe la realtà bensì faciliterebbe l’opportunità di “entrare nei pensieri e nei sentimenti dei personaggi”.
Il romanzo non fa altro che esplorare profondi aspetti della vita mentale e sociale dei personaggi. Così come accade nella nostra vita relazionale, durante la lettura di un buon romanzo il cervello è molto attivo perché cerchiamo di comprendere cosa passi per la testa ai protagonisti della storia.
In poche parole, leggere un romanzo sarebbe un esercizio di teoria della mente, cioè quella abilità di riflettere sui pensieri e sulle emozioni che attribuiamo a chi ci sta davanti. Un processo mentale che è attivo soprattutto nelle situazioni sociali e perché no anche nella trama relazionale di un personaggio narrativo. Come dice il ricercatore citato dalla giornalista: “c’è una sostanziale sovrapposizione tra i network del cervello attivi durante la lettura di storie e quelli utilizzati per gestire le relazioni sociali, in particolare per rappresentarci i loro pensieri e le loro emozioni“.
La conseguenza particolarmente intrigante è che leggere romanzi (quelli buoni eh) aiuti a simulare, anticipare e risolvere le numerose complicazioni dei rapporti sociali di ogni giorno. La lettura di storie narrative aiuta a saper leggere la mente degli altri e agevola una più coerente interpretazione dei vari ruoli che assumiamo di volta in volta nelle relazioni sociali.
Però a me non convince del tutto questo pezzo finale. Perché la metacognizione è un processo mentale difficile che è più “naturale” svolgere con la presenza di almeno un interlocutore, in una effettiva reciprocità fisica. L’esperienza in soggettiva, la descrizione da parte dell’autore del mondo interiore del personaggio non sempre è coerente, quasi sempre è connessa con le intenzioni letterarie nell’economia generale di una storia.
È in fondo una descrizione data. La riceviamo senza possibilità di risalire ai processi attraverso cui si generano emozioni, pensieri e azioni descritte.
Possiamo quasi immetterci nei panni del personaggio se in sintonia con alcune nostre preferenze o vulnerabilità (e questo dipende anche dalla bravura dello scrittore). Ma raramente ci stimola a pensare sui pensieri del personaggio.
Siamo esonerati in un certo senso da ulteriori approfondimenti metacognitivi. L’autore della storia ci invita sovente ad accomodarci e a sospendere la nostra incredulità, il nostro ancoraggio alla realtà.
Insomma, più che metacognizione, per certi aspetti, la storia richiede una dose temporanea di dissociazione, di abbandono della realtà o, comunque, di non accorgerci della sostanziale differenza tra finzione e realtà. Ci crediamo alla storia come se fosse vera, non la mettiamo alla prova.
Secondo me, prendere atto di questa immersione sognate nella lettura da svegli è possibile grazie alla presenza reale di altre persone, nella conversazione approfondita intorno ad un caffè o nell’aula di una scuola con esseri umani pronti ad ascoltare e ad interrompere per arricchire i punti di vista.
Come in una fuga narrativa, direbbe Thomas Stafford nel suo piccolo bel saggio, un autentico esercizio di metacognizione inizia quando finisci di leggere e ne parli con un’altra persona. Perché il rischio è di accettare il ragionamento e le simulazioni di vita prestabilite da un altro che implica un’enigmatica obbedienza.
link Granieri
link Your brain on fiction di Annie Murphy Paul
link La fuga narrativa di Thomas Stafford
Un’interessante ricerca dimostra che le idee degli insegnanti sul funzionamento del cervello spesso non sono corrette e mette in guardia sull’uso superficiale delle scoperte neuroscientifiche nella didattica scolastica. Un gruppo di ricercatori inglesi e olandesi ha indagato la crescente diffusione dei neuromiti, cioè “quelle credenze sbagliate basate su un fraintendimento, una lettura errata o su citazioni inappropriate di fatti scientificamente provati, tali [...]
Un’interessante ricerca dimostra che le idee degli insegnanti sul funzionamento del cervello spesso non sono corrette e mette in guardia sull’uso superficiale delle scoperte neuroscientifiche nella didattica scolastica.
Un gruppo di ricercatori inglesi e olandesi ha indagato la crescente diffusione dei neuromiti, cioè “quelle credenze sbagliate basate su un fraintendimento, una lettura errata o su citazioni inappropriate di fatti scientificamente provati, tali da avere ripercussioni negative nella sfera educativa come in altri contesti” (definizione ufficiale della Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, 2002). Nello specifico, i ricercatori hanno cercato di capire quanto i neuromiti potessero essere diffusi tra gli insegnanti attratti dalle neuroscienze dell’apprendimento (neuroeducation).
Per questa ragione, gli autori della studio hanno inviato un questionario, compilabile in 15 minuti, via mail a 242 insegnanti delle scuole primarie e secondarie d’Inghilterra (137) e Olanda (105), che avevano un’età media di 43 anni. Tra le varie domande, il questionario era cosstituito da 32 affermazioni sul cervello e la sua influenza sull’apprendimento, 15 delle quali erano dei neuromiti, ad esempio: “usiamo solo il 10% del nostro cervello”, ”esistono intelligenze multiple”, “alcuni cibi influenzano il funzionamento cerebrale”, etc. In molti paesi, queste asserzioni prive di conferma scientifica sono alla base di progetti didattici ”avanzati” (Brain Gym, VAK approach). Inoltre era richiesto quale fosse il ruolo dell’ambiente e dei geni sulla capacità di apprendimento, se avessero seguito un corso di formazione basato sulle ricerche di neuroscienze e se in qualche modo applicassero un protocollo neuroeducativo nella loro scuola.
Dai risultati è emerso che gli insegnanti credono alla metà dei neuromiti (il 49%), 7 delle 15 affermazioni infondate sono ritenute valide da oltre il 50% degli insegnanti (di un campione di 242 soggetti). I miti più diffusi sono: 1) le persone imparano meglio se ricevono informazione nel loro stile di apprendimento preferito (visivo, uditivo etc.), 2) esistono differenze essenziali nella dominanza emisferica (il cervello sinistro è analitico, quello destro è
creativo, ndr.) e 3) brevi turni di esercizi di coordinazione possono migliorare l’integrazione di informazione tra i due emisferi. Oltre l’80% degli insegnanti crede in questi miti.
I risultati della ricerca mostrano che la credenza nei neuromiti è positivamente correlata con gli approfondimenti personali dell’insegnante. Inaspettatamente, le credenze sui neuromiti sono sono più diffuse tra gli insegnanti che hanno un alto punteggio di conoscenza generale sulle neuroscienze (oltre il 70% del totale legge riviste popolari di scienza, pubblicazioni scientifiche o ha svolto training specialistici). Questo fenomeno può rivelarsi rischioso quando questi insegnanti tentano di applicare nel lavoro scolastico le loro concezioni di neuroscienza.
In sostanza, è come se la voglia di incrementare le proprie conoscenze per sviluppare approcci didattici più avanzati sia un arma a doppio taglio. Leggere riviste specializzate o fare attenzione alle notizie sui media non ha un effetto protettivo per saper distinguere ciò che è scientifico da ciò che non lo è. Per non parlare degli ingenti finanziamenti pubblici per i programmi educativi negli istituti scolastici basati proprio su errate concezioni del funzionamento del cervello.
In effetti, non è la prima volta che gli esperti sollevano la questione su come vengano recepiti e applicati i risultati neuroscientifici. L’avviso è sempre lo stesso: data la ipersemplificazione delle notizie neuroscientifiche, per approfondire seriamente l’argomento trattato e andare oltre la sensazionalità mediatica è meglio chiedere il parere a chi è specializzato e fa ricerca nel settore delle neuroscienze.
I miti sono dappertutto, anche in psicologia, come puoi leggere nell’illuminante libro di Scott Lilienfeld, I grandi miti della psicologia popolare. In questa lettura scorrevole potete scoprire come tante certezze propagandate a tambur battente non siano altro che sonore bufale. Per rimanere in tema, le ricerche dimostrano il fatto che la gente crede con più probabilità alle interpretazioni infondate sul cervello se le notizie sono accompagnate da immagini di risonanza magnetica.
Anche gli scienziati, d’altra parte, devono rivedere il loro modo di comunicare verso il pubblico. Il cortocircuito tra neuroscienze, media e sfera pubblica è ormai accertato e le conseguenze purtroppo non sono prive di guai (puoi fartene un’idea leggendo una sintesi qui). Le informazioni digitali sono volatili e una volta superati i confini di laboratorio e delle riviste scientifiche specializzate sono facile preda della logica mediatica e di interpretazioni quanto meno discutibili. In pratica, i ricercatori dovrebbero rivedere il loro modo di comunicare e soprattutto con chi comunicare, perché molta gente aspetta di ricevere una ragionevole guida per incrementare la propria preparazione neuroscientifica (neuroscientific literacy).
Da un lato preferisco la curiosità sulle neuroscienze degli insegnanti piuttosto che le sedentarie pratiche didattiche, dall’altro trovo irrinunciabile rivolgersi al parere esperto di chi lavora sul campo che possa fornire un’appropriato significato tecnico e scientifico su come funzionino il cervello e la mente dentro un corpo in un ambiente culturale. Che possa in sostanza aiutare a distinguere la scienza dalla pseudoscienza.
In effetti, non si può sbagliare: è tutto in quella capacità di saper distinguere ciò che è scientifico da ciò che non lo è. Non è facile, ma è bello apprenderla.
Link su neuroscienze e giornalismo
Link su I grandi miti della psicologia popolare
Dekker, S., Lee, N., Howard-Jones, P., & Jolles, J. (2012). Neuromyths in Education: Prevalence and Predictors of Misconceptions among Teachers Frontiers in Psychology, 3 DOI: 10.3389/fpsyg.2012.00429
Siamo sempre stati attratti dalle opere di artisti tormentati. La loro biografia irrompe nell’opera artistica con la resa fisica, nel materiale utilizzato, nell’invito emotivo del soggetto pittorico, della scrittura, della composizione musicale. Van Gogh, Edgar Poe, Beethoven, sono alcuni esempi di uomini che hanno espresso certi sentimenti interiori che raramente trovano un’accoglienza tollerante nel contesto [...]
Siamo sempre stati attratti dalle opere di artisti tormentati. La loro biografia irrompe nell’opera artistica con la resa fisica, nel materiale utilizzato, nell’invito emotivo del soggetto pittorico, della scrittura, della composizione musicale. Van Gogh, Edgar Poe, Beethoven, sono alcuni esempi di uomini che hanno espresso certi sentimenti interiori che raramente trovano un’accoglienza tollerante nel contesto sociale.
A questi artisti così ben caratterizzati psicologicamente, possiamo collegare l’esistenza di un’altra categoria di artisti che vivono condizioni esistenziali “neurologiche”. E’ ciò che puoi osservare nell’allestimento pittorico del Collettivo londinese di artisti con compromissioni neurologiche. Nel sito sono esposte le opere di persone che hanno disturbi neuropsicologici o hanno subito traumi neurologici, neuropatie o degenerazioni senili del cervello, come l’alzheimer, l’autismo, la demenza, l’ictus, la sindrome di Bonnett, l’emicrania cronica o traumi dovuti ai colpi ricevuti alla testa da un aggressore.
I curatori di questa organizzazione promuovono un dibattito pubblico interdisciplinare per esplorare e comprendere le connessioni tra l’arte, la creatività, le neuroscienze e le basi cerebrali della percezione visiva. Per questo intercettano le opere di quegli artisti affetti da alterazioni cerebrali insieme a quelle forme d’arte ispirate dalle scoperte neuroscientifiche.
Alcuni di questi artisti improvvisamente sono stati colpiti da un ictus o da una malattia degenerativa, oppure sono autistici fin dalla nascita e producono immagini complicate e straordinarie per perizia tecnica.
Come ad esempio William Utermohlen, un artista che dopo l’insorgere dell’alzheimer comincia a creare lavori in cui sono visibili i cambiamenti grafici causati dalla demenza, oppure Jon Sarkin il quale, dopo essergli stata rimossa una parte dell’emisfero sinistro per le conseguenze di un ictus, abbandona il lavoro che faceva prima del malore, si isola e inizia a generare una sovrabbondante produzione di disegni e dipinti. Un altro incredibile artista è JJ Ignatius Brennan, conosciuto per i suoi surreali lavori ispirati alle frequenti emicranie che lo hanno sempre afflitto tra sofferenze, diminuzione della vista, allucinazioni di triangoli e linee spezzate, campi visivi frammentati a mosaico, facce e oggetti che spesso gli appaiono deformati, duplicati o ingranditi e la perdita saltuaria della percezione della profondità.
Questi artisti mi fanno pensare ai pazienti di Oliver Sacks o di Vilayanur S. Ramachandran descritti sapientemente nei loro saggi divulgativi. Individui che manifestano strani comportamenti, percezioni del mondo e di se stessi uniche e inquietanti, con disturbi della percezione, della coscienza, dell’identità.
Sia i dipinti del collettivo che le storie narrate dai due neurologi si integrano con ammirevole opportunità. I pazienti di Sacks e di Ramachandran sono atipici, quasi ideali rispetto alla maggioranza dei casi in cui i sintomi neurologici spesso si confondono, si mescolano e non sono così netti e chiari da identificare e spiegare. Nei quadri dei pittori “neurologici” i sintomi sono più sfuggenti, carichi di messaggi da decifrare, più tipici che prototipici.
Lo stesso discorso vale con i disagi psichici nella clinica psichiatrica e psicoterapeutica. E’ raro trovare un disturbo “pulito”, senza rumore di fondo.
Per un paio di giorni siamo stati tutti interessati al colore del fumo di un comingnolo. Strano mezzzo di comunicazione nell’era di twitter e facebook. All’interno della Cappella Sistina, 120 cardinali hanno deciso, guidati dallo spirito santo, quale papa eleggere. Sopra le loro teste campeggiavano le bibliche figure di Michelangelo Buonarroti disegnate nella loro sfacciata e muscolare fisicità. A [...]
Per un paio di giorni siamo stati tutti interessati al colore del fumo di un comingnolo. Strano mezzzo di comunicazione nell’era di twitter e facebook. All’interno della Cappella Sistina, 120 cardinali hanno deciso, guidati dallo spirito santo, quale papa eleggere. Sopra le loro teste campeggiavano le bibliche figure di Michelangelo Buonarroti disegnate nella loro sfacciata e muscolare fisicità.
A pochi minuti dall’habemus papam intanto la CEI inviava una mail di congratulazioni al nuovo papa Angelo Scola. Una gaffe subito corretta che suggeriva direttamente le speranze dell’assemblea dei vescovi. Un lapsus freudiano. Ironico se pensiamo che la psicoanalisi ha sempre rappresentato per la Chiesa un nemico ideologico.
C’è un punto però che secondo me avvicina la psicoanalisi alla dottrina cattolica e riguarda la coscienza. Entrambe nel complesso sono diffidenti verso la coscienza, per ragioni teoriche diverse ma convergenti verso un giudizio “severo”. In Freud la coscienza ha ricevuto oltretutto meno attenzione rispetto a quanto ne concentrò per l’inconscio. I dottori della Chiesa hanno sempre “sabotato” la coscienza identificandola nel libero arbitrio dell’uomo che si specifica però nella sola libertà di peccare. La coscienza è sempre stata oggetto di “perquisizione” da parte del prete.
Per Freud aveva più senso rivolgere l’attenzione all’inconscio, la parte oscura della psiche che determina la facciata esterna del comportamento cosciente. Non è il solo antimentalista. Nel 1900 pubblica l’Interpretazione dei sogni e dopo una decina d’anni circa John Watson, fondatore del comportamentismo, dichiara che lo studio dei contenuti mentali, tra cui la coscienza, sia privo di valore scientifico e ciò che conta per una psicologia scientifica è l’indagine del rapporto tra stimoli ambientali e risposte comportamentali dell’uomo.
Strana combinazione, comportamentismo e psicoanalisi accomunati (per ragioni diverse) dal teorico disinteresse verso la coscienza. Non sono così soli se pensiamo alle neuroscienze. Da una ventina d’anni, le nuove tecnologie di neuroimaging hanno messo sull’altare dell’attenzione scientifica e mediatica le ricerche sul rapporto tra cervello e tutta la gamma delle attività umane, dalla cognizione a qualsiasi fenomeno culturale. Viviamo nell’era delle neuroscienze popstar.
Vaughan Bell sull’Guardian fa notare come questo straordinario fenomeno abbia prodotto una neurocultura, cioè una potente trasformazione dell’immaginario collettivo che coinvolge scienziati, mass media e opinione pubblica. Il cervello è al centro dell’attenzione in quasi tutti i contesti sociali, dalla medicina all’economia, dall’estetica all’educazione, dalla letteratura ai tribunali, dalla politica alla religione!
Nikolas Rose e Abi-Rached hanno scritto che gli anni Sessanta sono stati il decennio cruciale perché si formasse uno sguardo neuromolecolare sulla psiche dell’uomo. In The birth of the neuromolecular gaze scrivono che i fattori che sancirono l’avvio di questo successo degli studi sul cervello furono rappresentati dai progressi della biologia molecolare, dalle ricerche di biofisica e dalla neurochimica.
In poche parole, la scoperta degli effetti terapeutici degli psicofarmaci attirò l’attenzione delle case farmaceutiche e degli psichiatri. La possibilità di mettere in commercio senza precedenti droghe con un legale effetto “curativo” per i disturbi mentali diede un potente contributo economico alle ricerche nel settore. Anche in questo caso si realizzò un ironico connubbio tra psicoanalisi e chimica: i primi accolsero favorevolmente l’ingresso dei nuovi farmaci perché gli effetti psicologici delle nuove medicine potevano essere integrati al trattamento psicoanalitico. Secondo lo slogan, tuttora presente, gli psicofarmaci possono far breccia nelle difese della mente. Indebolendo le resistenze psicotiche era possibile l’ingresso specialistico dell’analisi dello psichiatra nell’inconscio del paziente.
Inoltre, i principi attivi sintetizzati potevano compensare i deficit dei neurotrasmettitori e i medici di famiglia cominciarono a prescrivere psicofarmaci sulla base semplicistica ad esempio che bassa serotonina corriponde alla depressione o troppa dopamina conduce alla psicosi. Il fatto che le ricerche falsificassero queste ipotesi non aveva poi molta importanza.
Gli anni Sessanta in fondo sono stati pure il periodo d’oro dell’industria militare psicologica. La psichiatria e la psicofarmacologia nascente erano immersi in un mondo diviso in due, con la guerra del Vietnam in corso e la paranoia mai sopita sulla capacità manipolatoria mentale dei comunisti . La CIA in quegli anni lavorò ad un progetto, MKULTRA, col quale cercava di sviluppare tecniche e protocolli di controllo mentale attraverso l’uso dell’ipnosi, dell’LSD, sieri della verità, messaggi subliminali etc. Molti psicologi e psichiatri vennero coinvolti nei programmi militari. Tra scoperte della neurobiologia e le segrete tentazioni militari si generarono strane storie. Di queste intrigate vicende e paranoie puoi farti un’idea leggendo questo articolo.
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Le neuroscienze continuano ad affascinare. Conoscere come funzioni il nostro cervello attraverso le splendide immagini video in cui flussi cromatici suggeriscono che proprio lì c’è attività mentale, ciò che pensi, ciò che sogni, ciò che desideri, sbaraglia ogni avversario e ci fa credere di più ad una immagine di risonaza magnetica che alle parole del nostro interlocutore. Già, secondo diverse ricerche le persone tendono a credere di più alla fotografia di un cervello che alla versione di un testimone oculare. Un po’ come si comportano certi psicoterapeuti. La coscienza non è affidabile.
In realtà, c’è un profondo dibattito nella comunità scientifica mondiale che mette in discussione certe intepretazioni neuroscientifiche sul rapporto cervello-neuroimmagini-mente-cultura. In questo senso i migliori blogger che vi suggerisco di seguire sono neurocritic e neuroskeptic. Le scoperte delle neuroscienze hanno avvicinato molte persone alla conoscenza dell’attività cerebrale in connessione al comportamento umano, un avvicinamento culturale che secondo me è sempre un fatto positivo. Ma spesso interpretazioni infondate hanno alimentato pregiudizi basati su considerazioni infondate del cervello. Ad esempio, cervelli diversi corripondono a vari tipi umani che, in base allo scopo, conduce a legittimare comportamenti discriminatori verso gruppi sociali specifici: le donne, alcuni gruppi etnici, i disabili, “i malati mentali”. Chi è diverso ha un cervello diverso e diventa il capro espiatorio delle proprie paure.
Qui in Italia gli echi di questo dibattito internazionale sembrano molto lontani e spesso arrivano nei principali siti di informazione sotto forma di qualche articolo esotico che parla di potenziamento del cervello, di centro dell’innamoramento o di conferme neuroscientifiche dell’inconscio. Ok, viviamo nel Paese che ha inventato l’elettroshok e Cesare Lombroso, è un Paese antimentalista per eccellenza, il cui fiato è sospeso per il colore del fumo di un comignolo. Perché stupirsi? Non è così strano che si dica, senza scrupoli di coscienza, che i cervelli fuggano via. In una sola frase condensiamo fede e materia.
Donare il cervello
Vuoi donare il cervello alla scienza? Compila il modulo e spedisci alla Cornell University, dipartimento “Collezione Cervelli”. Il modulo in questione è stato redatto nel 1889 dal fisiologo e anatomista Burt Green Wilder che iniziò a collezionare cervelli sperando di scoprire le relazioni tra la forma e la dimensione del cervello e “le forze mentali e corporee”. [...]
Vuoi donare il cervello alla scienza? Compila il modulo e spedisci alla Cornell University, dipartimento “Collezione Cervelli”.
Il modulo in questione è stato redatto nel 1889 dal fisiologo e anatomista Burt Green Wilder che iniziò a collezionare cervelli sperando di scoprire le relazioni tra la forma e la dimensione del cervello e “le forze mentali e corporee”. La Wilder Brain Collection oggi contiene circa 70 cervelli. A quanto pare Wilder riuscì a fare incetta di oltre 600 cervelli, inclusi quelli di amici e colleghi. Naturalmente dopo la loro morte naturale! Per un resoconto della storia di questa iniziativa puoi leggere l’articolo di Peter Edidin sul NYT.
Sul modulo Wilder curiosamente chiede che siano cervelli di persone “educate e ordinate piuttosto che ingnoranti, criminali o insane”. Non ti scandalizzare troppo, all’epoca i cervelli più studiati appartenevano a persone che rientravano in queste ultime categorie. L’indagine anatomica sui cervelli era molto in voga tra il XIX e il XX secolo, le maggiori università del mondo erano dotate di dipartimenti dedicati alla raccolta di cervelli per essere studiati e analizzati. Lo scopo dei ricercatori era quello di confrontare le masse cerebrali, analizzarne le forme, le dimensioni, le particolarità, per trovare una spiegazione alle differenze tra l’uomo “educato e civile”, il criminale, il genio. L’ipotesi teorica che li guidava faceva riferimento alle teorie frenologiche di Franz Joseph Gall. Per una panoramica sul locazionalismo cerebrale puoi dare un’occhiata qui.
Gall pensava che a ciascuna porzione di cervello corrispondesse un tratto di personalità e che lo studio della morfologia del cranio potesse essere utile per risalire al profilo psichico dell’individuo. Una prospettiva sintetizzata dal detto comune “ha il bernoccolo per…”. Cesare Lombroso addirittura pensò di poter tracciare un identikit criminologico basandosi sullo studio cranometrico e facciale del soggetto. Le teorie frenologiche in seguito si rivelarono quasi del tutto false, lo studio quantitativo ed “estetico” del cervello non è sufficiente per comprendere la personalità di una persona. Più tardi furono in parte rivalutate, almeno storicamente, grazie al fatto che esistono effettivamente dei moduli cerebrali dedicati ad una specifica funzione cognitiva, ad esempio le colonne di neuroni dell’area cerebrale visiva che si attivano solo per elaborare il colore o l’orientamento dello stimolo visivo.
La raccolta dei cervelli fu presto abbandonata e molte collezioni rimasero trascurate e disperse, senza essere più studiate. Ma in quel periodo storico spostarono la ricerca su un ambito più scientifico nel cercare di spiegare la mente con argomenti biologici piuttosto che spirituali, animistici o filosofici. La collezione dell’Università di Cornell contiene lo stesso cervello di Wilder, dello psicologo strutturalista Edward B. Titchener, del naturalista Henry Augustus Ward.
Infine, degna di essere menzionata è la nota 3 del modulo, l’esortazione tecnica che fornisce specifiche indicazioni su come spedire il cervello:
Il cervello sia conservato con più cura in un barattolo di latta di salamoia saturata, il coperchio sia assicurato dal chirurgo con una ingessatura superiore; il tutto da spedire al seguente indirizzo: Dipartimento di Anatomia, Università di Cornell.
Allora, che ne dici, vuoi firmare il modulo e donare il tuo cervello?
La Commissione Europea ha stanziato mezzo miliardo di euro per il progetto del neuroscienziato Henry Markram dell’Istituto di Tecnologia di Losanna, il quale sta lavorando allo The Human Brain Project, un progetto di ricerca aperto ai ricercatori di tutto il mondo con lo scopo di riprodurre tutto ciò che si conosce sul cervello umano in un supercomputer. Difficile [...]
La Commissione Europea ha stanziato mezzo miliardo di euro per il progetto del neuroscienziato Henry Markram dell’Istituto di Tecnologia di Losanna, il quale sta lavorando allo The Human Brain Project, un progetto di ricerca aperto ai ricercatori di tutto il mondo con lo scopo di riprodurre tutto ciò che si conosce sul cervello umano in un supercomputer.
Difficile prevedere quali saranno i risultati futuri, al di là degli obiettivi generali della ricerca. La competizione, la ridondanza, la controllabilità, l’originalità dei contributi provenienti da tutti gli angoli del mondo, dimostrano una superba presa di consapevolezza che da soli non si va da nessuna parte. Possiamo interpretare l’impresa collettiva come un atto di rispetto epistemologico verso il cervello stesso, dato che una collaborazione tra neuroscienziati, ricercatori di medicina, sviluppatori informatici disseminati nel mondo e coalizzati in una rete strategica, rispecchia empiricamente la natura coalizionale dell’organizzazione interna al cervello.
HBP-videoverview from Human Brain Project on Vimeo.
Makram sostiene che vorrebbe integrare tutte le informazioni di base in un modello unico del cervello, considerando “il livello genetico, molecolare, quello dei neuroni e delle sinapsi, come si formano i microcircuiti, come i macrocircuiti, le aree del cervello, sino a capire come si interconnettono questi livelli da cui scaturiscono il comportamento e la cognizione umana”. Fondamentalmente è un approccio che parte dal basso, dai fondamenti di base (cioè dalla biologia dei canali ionici dei neuroni, le valvole che consentono l’accensione del neurone), privilegiando una visione riduzionistica dell’uomo, cioè a favore della biologia che della cultura. Una prospettiva coerente coi tempi che corrono, gratificata dai risultati estetici delle tecnologie di neuroimaging.
Personalmente, di fronte a questi impressionanti progetti mi sento un po’ a disagio. Mi vengono in mente pensieri contraddittori. Ricerche come queste non si sa come vanno a finire, sia perché non si può mai essere sicuri della disponibilità finanziaria nel proseguimento futuro, sia perché non sappiamo cosa effettivametne ne verrà fuori per la medicina diagnostica, riabilitativa o preventiva. Potrebbe semplicemtne risolversi in un’immensa concentrazione di dati parziali, mai del tutto esaurienti perché comunque nuove tecnologie possono ribaltare teorie e modelli descrittivi, come pure fornire appplicazioni biotecnologiche dalle imprevedibili funzionalità.
Un po’ come facevano i monaci durante il Medioevo: collezionavano manoscritti, leggevano in dettaglio ciascuna parola, la traducevano, la riscrivevano, la commentavano, un’immensa opera di catalogazione senza sosta per scopi che travalicarono le loro pie intenzioni. Un’opera che salvò la superba cultura di un mondo scomparso per poi essere messa profondamente in discussione dalle nuove generazioni di pensatori.
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Se vuoi approfondire la tua conoscenza su come il cervello è fatto dentro, puoi scoprirlo grazie al sito HeadNeckBrainSpine [clicca qui] che mette a disposizione un vero e proprio atlante del cervello, composto da una serie di immagini di risonanza magnetica sui tre piani assiale, sagittalee coronale. Puntate con il cursore su una struttura e vi dice il nome corrispettivo. Sulla home page, trovate una sezione dedicata all’anatomia del cervello e un’altra allo studio di casi neurologici.
Si tratta senza dubbio di immagini affascinanti (potete pure svolgere un quiz), che danno un’idea di come siano distribuiti certe formazioni cellulari all’interno del cervello secondo le scansioni di risonanza magnetica. L’unica raccomandazione è quella di ricordarsi che ogni struttura partecipa a numerosi processi cognitivi, e che un processo cognitivo specifico, ad esempio il riconoscimento del colore, coinvolge diverse zone del cervello (insomma non c’è un rapporto struttura-funzione di 1:1).
Ansia e matematica
Non vi è mai piaciuta la matematica? Vi ha procurato soltanto guai e dolori? Una ricerca di neuroscienze vi può consolare perché i ricercatori hanno scoperto che un problema di matematica attiva i centri nervosi del dolore in coloro che hanno “un cervello ansioso”. Ho appena pubblicato un articolo su Net1News (update: ne hanno preso [...]
Non vi è mai piaciuta la matematica? Vi ha procurato soltanto guai e dolori? Una ricerca di neuroscienze vi può consolare perché i ricercatori hanno scoperto che un problema di matematica attiva i centri nervosi del dolore in coloro che hanno “un cervello ansioso”.
Ho appena pubblicato un articolo su Net1News (update: ne hanno preso spunto per un servizio sulla Rai nel Tg1 delle 20,00, cliccando [qui] troverete il video in streaming e il pezzo al minuto 31) dove parlo della ricerca di Ian M. Lyons e Sian L. Beilock, i quali hanno misurato l’attività neurale di due campioni di soggetti, il primo composto da 28 partecipanti che quando svolgono compiti di matematica presentano alti livelli di ansia e il secondo di 14 soggetti con bassa ansia nelle analoghe prestazioni scolastiche. A tutti veniva effettuata una risonanza al cervello mentre eseguivano problemi di matematica.
I ricercatori hanno scoperto che si accendono le zone del cervello connesse alla percezione del dolore (l’insula dorsale posteriore) e alle situazioni di pericolo (le cortecce cingolate mediali) ai soggetti del gruppo ansioso. Appena osservano un compito di matematica, in queste regioni cerebrali si intensifica l’attività metabolica (il segnale BOLD), mentre nel cervello dei soggetti con bassa risposta ansiosa non si verificano questi schemi di attivazione.
E’ interessante l’inerpretazione che ne da Ian Lyons, uno dei collaboratori dell’equipe di ricerca: «l’ansia si manifesta durante la fase anticipatoria, c’è già prima di eseguire il compito». Infatti, l’attivazione neurale quando si prova dolore e paura, correlati all’ansia, non si manifesta durante il compito ma prima. Questo significa che non è la matematica in se stessa a “farci soffrire” ma la convinzione che possa essere dolorosa. Basta la sola anticipazione perché nel nostro cervello si attivino i circuiti nervosi deputati all’elaborazione del dolore e per dare l’allarme di pericolo.
Il problema non sono i numeri ma l’interpretazione psicologica che in certe condizioni procura una sorta di sofferenza preliminare tale da mettere a rischio la prestazione. Ne sanno qualcosa gli insegnanti che spesso si trovano di fronte ad alunni in preda ad autentici attacchi di panico prima di un compito o durante un’interrogazione. Un altra situazione esemplare è rappresentata da coloro che entrano in crisi nei rapporti intimi con il partner quando temono di non essere all’altezza nelle loro prestazioni.
Possibile che una parte dell’umanità allora si sia evoluta psicologicamente con una fobia verso la matematica? Lyons ritiene che sia improbabile, saggiamente. La matematica è un’invenzione culturale relativamente recente, vecchia di poche migliaia di anni. Il ricercatore suppone che la risposta ansiogena sia condizionata dall’esperienza personale della persona. «Se ha avuto esperienze negative associate ai numeri, tenderà a interpretare ogni nozione di matematica in termini minacciosi che, in alcuni casi, può causare persino dolore».
Come affrontare questo spinoso problema che la maggior parte degli studenti conosce bene? «Se sei un ansioso in matematica, lavora sull’ansia. Non è una buona idea svolgere a casa un’eccessiva quantità di esercitazioni. Invece, è più utile cercare un modo per rendere più rassicurante l’idea della matematica».
Mi sembra un approccio promettente. Gran parte delle nostre previsioni sono realizzate per evitare pericoli o conseguenze svantaggiose. Produciamo costantemente futuro per poter controllare gli eventi e sentirci sicuri nel presente. Il ricercatore apre la strada ad una interpretazione cognitivistica: lavorate sulla credenza inappropriata che la matematica sia minacciosa. Una volta risolto questo bias (giudizio errato) si abbasserà il senso di ansia di fronte al compito di matematica.
Ma non è così semplice la questione: non tutti vanno in crisi di fronte ad un problema di numeri, né “risolvono” il problema con una crisi di panico. Conta l’esperienza personale, cioè la storia della persona e il modo in cui ha costruito nel tempo la propria immagine. Ci sono molti ragazzi ad esempio la cui immagine tende a corrispondere alle aspettative degli altri, per dimostrare di essere all’altezza. Da un punto di vista clinico questa “esagerata” sensibilità verso le valutazioni o le sole aspettative degli altri nelle proprie prestazioni scolastiche può sfociare in un disturbo alimentare, in particolar modo nelle fasi di transizione nel corso della vita.
In queste fasi storiche l’immagine verso l’ambiente sociale conta moltissimo, ad esempio nella adolescenza quando anche il corpo si trasforma, ci sono le prime esperienze sentimentali e le donne hanno le prime mestruazioni. A scuola ci sono quei casi di studenti molto bravi e con un alto livello di prestazioni che improvvisamente scompensano in un attacco di panico. Mi capita di ascoltare professori o mamme sconcertati per queste crisi proprio in ragazzi che in genere non hanno alcun problema verso la matematica e tutte le altre materie.
In questi casi è sempre meglio non farsi confondere dalla sintomatologia ansiosa. In genere i ragazzi sono sempre abbastanza preparati, non sono “costretti ad imparare”, ma temono di non farcela e di deludere le persone significative (i genitori in genere). Per loro, la delusione, le sfumature di angoscia e rabbia sono emozioni difficili da riconoscere perché l’attenzione è rivolta verso l’attesa esterna e il mondo emotivo interno è quasi inaccessibile, anzi è quasi un uno specchio: alla soddisfazione dell’altro corrisponde quella personale, rendendo complicata la decifrazione delle proprie emozioni.
Il guaio sopraggiunge quando l’altro (il genitore, il partner, il datore di lavoro) dà segnali ambigui di soddisfazione, innescando nel ragazzo/a una “compulsione” a superare i limiti, ad essere sempre più all’altezza, a prendere il voto più alto, a dare performance oltre la media, per ‘far piacere’ alla persona che conta di più. Questi ragazzi sono degli specialisti ad osservare le espressioni dell’altro, ad analizzare profondamente le valutazioni, mentre fanno una fatica immensa a riconoscere ed etichettare le proprie emozioni (condizione psicologica chiamata alessitimia). Fino a quando, nei casi patologici come l’anoressia, non resta che puntare sul proprio corpo e farlo sparire paradossalmente per catturare l’attenzione altrui.
Nello Schizophrenia Bulletin potete trovare un editoriale “rassegnato” sulla crisi che sta attraversando il settore della psicofarmacologia. In effetti, se gli ultimi due decenni sono stati gli anni del cervello, delle tecnologie di neuroimaging e l’esplosione delle ricerche genomiche, le attese di farmaci più efficaci e selettivi per i disturbi mentali sono state deluse. Ecco [...]
Nello Schizophrenia Bulletin potete trovare un editoriale “rassegnato” sulla crisi che sta attraversando il settore della psicofarmacologia. In effetti, se gli ultimi due decenni sono stati gli anni del cervello, delle tecnologie di neuroimaging e l’esplosione delle ricerche genomiche, le attese di farmaci più efficaci e selettivi per i disturbi mentali sono state deluse. Ecco alcuni passaggi dell’editoriale particolarmente indicativi:
La farmacologia è in crisi. I dati lo confermano ed è chiaro il fallimento di questo enorme esperimento: malgrado decine di anni di ricerca e miliardi di dollari investiti, nessun nuovo farmaco ha avuto una durata oltre i 30 anni nel mercato psichiatrico. Infatti, malgrado gli enormi sforzi del settore non si è stato in grado di andare oltre il limite della variabilità soggettiva del paziente (“me too/me (questionably) better”). Negli ultimi anni, la consapevolezza di questa realtà ha avuto profonde conseguenze sull’innovazione nella psicofarmacologia riducendo il budget nella ricerca e nello sviluppo di nuovi farmaci, se non abbandonando del tutto i progetti. Questa decisione è comprensibile se teniamo conto del fatto che i dirigenti dele compagnie farmaceutiche e biotecnologiche preferiscono investire in altre aree per nuove terapie, ad esempio il cancro o l’immunologia sono attualmente i progetti preferiti. Infatti, ci si potrebbe chiedere a posteriori, come mai c’è voluto così tanto tempo per abbandonare il ramo delle terapie psichiatriche. La domanda allora è questa: cosa è necessario fare per ripartire? [...]
La scoperta delle tre maggiori classi di psicofarmaci, gli antidepressivi, gli ansiolitici e gli antipsicotici, sono state prodotte sulla base di osservazioni cliniche casuali. Quando furono scoperte, i meccanismi molecolari attraverso cui producevano i loro effetti erano sconosciuti. Solo successivamente si comprese che gli antipsicotici sono antagonisti del recettore D2, gli antidepressivi sono inibitori della ricaptazione delle monoammine e gli ansiolitici modulano i recettori GABA. Sarebbe stato interessante capire come sarebbe andata la questione se queste classi di farmaci fossero state ricercati con le strategie correnti di ricerca. Ad esempio, quale è la mutazione genetica che sta dietro al recettore D2 della dopamina, bersaglio dell’attività antipsicotica del farmaco? Attualmente non c’è nessun dato genetico connesso con la disfunzione del recettore nel disturbo psicotico. [...] Lo stesso può essere sostenuto per le monoamine per quanto riguarda la depressione dove, come la psicosi, non c’è nessun modello animale basato sulla patofisiologia della malattia e nessun risultato preclinico convincente da indicare come riferimento target del farmaco antidepressivo. Questa situazione solleva una domanda preoccupante: se le maggiori classi di psicofarmaci, retrospettivamente, non sarebbero state mai scoperte con le strategie di ricerca attuali, perché dovremmo credere che queste daranno i loro frutti adesso o in futuro? [...]
Dato che non ci può essere una base biologica coerente per le sindromi eterogenee come la schizofrenia, non sorprende che la farmaceutica abbia fallito nel validare bersagli molecolari distinti allo scopo di sviluppare terapie farmacologiche nuove. Sebbene c’è voluto molto tempo nel nostro ambiente per capire come stavano le cose, mi sembra che ci siamo. Ad esempio, nel convegno del Collegio Americano della Neuropsicofarmacologia nel 2011, il bisogno di cambiamento e la necessità di nuove strategie sono stati i temi dominanti.[...]
Forse le cose non così fosche. Se si partisse coll’individuare quei circuiti all’interno del continuum genoma/fenotipo, ridondanti dal livello neurobiologico alla funzione cognitiva e al comportamento della persona, potrebbero essere scoperti i modi attraverso cui le attività di questi circuiti diventano disfunzionali nei disordini mentali. Sarebbe un rovesciamento di prospettiva rispetto all’approccio desritto nell’editoriale della psichiatria biologica, in cui si cerca di puntare farmacologicamente sulla categoria nosografica diagnosticata al paziente (potete trovare un interessante articolo in questo senso qui) con prognosi vicine al 50% (cioè imputabili al caso).
In conclusione, nonostante gli ultimi euforici anni “organocentrici”, c’è molta strada da fare per comprendere le relazioni tra i principali sospettati (gene, neurobiologia, cognizione, emozione, famiglia) nel disagio psichico. Una complessità che non può essere sbrigata con un approccio univoco, standard e commerciale. La medicina personalizzata è a mio parere la strada giusta da seguire, ma ci vorrà molto tempo ancora. In ogni caso, è una piccola rivincita per i modelli psicoterapeutici che puntano sulla persona piuttosto che sulla presunta oggettività dell’Uomo.
Tipi di Coscienza
Dove va a finire la vostra coscienza quando andate a dormire la sera, chiudete gli occhi e vi risvegliate l’indomani mattina ritrovandovi puntualmente coscienti? Che strana domana, vero? Eppure sintetizza perfettamente l’enorme sforzo speculativo e sperimentale delle ricerche di una moltitudine di neuroscienziati, psicologi, filosofi e ricercatori da ogni angolo del sapere. La coscienza è [...]
Dove va a finire la vostra coscienza quando andate a dormire la sera, chiudete gli occhi e vi risvegliate l’indomani mattina ritrovandovi puntualmente coscienti? Che strana domana, vero? Eppure sintetizza perfettamente l’enorme sforzo speculativo e sperimentale delle ricerche di una moltitudine di neuroscienziati, psicologi, filosofi e ricercatori da ogni angolo del sapere. La coscienza è un brutto affare!
Di recente, su Psychomer sono apparsi due articoli in cui il dott. Maurizio Mazzani ha esaminato velocemente alcune questioni. Mi ha colpito particolarmente la conclusione e la citazione del neuroscienziato Berlucchi:
In conclusione si può affermare che la coscienza costituisce un epifenomeno dell’attività elettrico-chimica cerebrale, e che in assenza di attività cerebrale non può esserci coscienza.
Berlucchi G. (neuroscienziato): “può esistere un cervello funzionalmente attivo senza coscienza, ma non può esistere una coscienza senza un cervello funzionalmente attivo, sfido chiunque a smentirmi”.
Questa affermazione si riallaccia ad un paradigma di ricerca ostinatamente basato sulla prova neurobiologica. In questo caso però sarebbe opportuno che venisse chiarito con precisione cosa si voglia intendere con “cervello” o con “attività elettrico-chimica cerebrale“. Alcuni si riferiscono in genere a specifiche regioni cerebrali; altri, al passo coi tempi, a network neuronali. Ma anche se alla regione fisica sostituiamo quella funzionale di rete, la logica di fondo rimane la stessa, cioè quella della corrispondenza: ad un programma cognitivo (la coscienza) corrisponderebbe una configurazione di strutture cerebrali che innescano i processi di coscienza.
Tutto più chiaro? Niente affatto. Intanto perché nel cervello non ci sono soltanto strutture fisiche organiche (la massa cerebrale), ma anche oscillazioni di onde elettromaghetiche (ad esempio illustrate dal tracciato di un EEG), ci sono decine di classi di neurotrasmettitori (proteine e altri tipi di molecole che mettono in comunicazione i neuroni attraverso le loro sinapsi), c’è il flusso ematico influenzato da pressione e battito cardiaco, c’è una irregolare distribuzione di ossigeno e glucosio. Insomma ci sono molti elementi che costituiscono parte integrante del funzionamento cerebrale.
Inoltre, l’ipotesi neurobiologica si basa fondamentalmente sulle immagini della risonanza magnetica. Però, quando si effettuano delle ricerche con risonanza magnetica per individuare le regioni cerebrali responsabili dell’attività cognitiva studiata, molti ricercatori dimenticano che queste tecniche si basano su indizi indiretti dell’attività sotto esame, cioè il flusso sanguigno e il consumo di glucosio (il segnale BOLD). Ci sono diverse ricerche che attualmente mettono in discussione la validità metodologica delle tecniche di neuroimaging. Persino la struttura delle vene e delle arterie può influenzare il segnale BOLD.
Ci sarebbe poi da aprire un enorme discorso su cosa si intenda per coscienza. In effetti ho provato a discuterne in un piccolo social network, ma con esiti incerti. I primi pareri spaziavano da una visione estremamente individualistica ad una panspiritualistica che andava oltre la dimensione dell’individuo. In effetti c’è una sostanziale difficoltà a definire il termine “coscienza”. Nella discussione tuttavia è emersa una distinzione più o meno chiara tra l’immediatezza della coscienza (l’esperienza cosciente) e una coscienza più concettuale, astratta e “riassuntiva” della propria persona. Mi viene in mente la proposta di Edelman che distingue una coscienza primaria, l’immagine mentale episodica che si ha del mondo che ci circonda nel presente, e una coscienza di ordine superiore, che indica un riconoscimento più approfondito della persona e della sua identità, dei suoi atti e dei suoi sentimenti, del passato e del futuro (insomma, siamo coscienti di essere coscienti).
Da un certo punto di vista, non credo che ci sia una condizione discreta fra le due forme di coscienza, ma una continuità sia qualitativa che quantitativa. Mi viene da pensare infatti ai drammatici quadri neurologici degli stati vegetativi, di minima coscienza o di locked-in (in questo articolo trovate un’interessante intervista al neurologo Marco Sarà). Probabilmente nel corso degli eventi evolutivi non sono apparse contemporaneamente: la prima ha preceduto la seconda. Eppure, la distinzione di Edelman è davvero interessante perché collega la coscienza al tempo. La capacità di saper organizzare gli eventi, gli episodi contingenti in unità concettuali più astratte ci ha permesso di poter distinguere il presente dagli eventi passati e dal futuro. Possiamo prevedere il futuro e controllarlo.
Ecco, se l’esperienza immediata di coscienza è legata all’attività presente, ad immagini mentali che durano pochi secondi, a sensazioni enterocettive e ad emozioni primarie, la capacità ci concettualizzare la percezione online in gestalt mentali astratte, consente di costruire una coscienza semantica ovvero abbiamo significati generali applicabili in assenza degli oggetti, episodi o eventi originali. Non solo, la possibilità di ricostruire cronologicamente l’esperienza cosciente e di concettualizzarla in temi personali nel tempo, mette in luce l’esistenza soltanto nell’uomo di una coscienza autobiografica.
Il tempo allora richiama un’altra protagonista essenziale della formazione della coscienza: la memoria. Essa ci garantisce la continuità di tutti gli infiniti istanti dell’esperienza cosciente. Forse quando si parla di coscienza dovremmmo sempre aggiungere uno slash (/) e il termine “memoria”. Non basta soltanto un dispositivo in grado di mettere online i fatti coscienti, nè che siano selezionati per confermare la coscienza semantica e autobiografica, ma è necessario registrarli in classi specifiche, costruirne una sintassi mnestica che assicuri una consitnuità delle esperienze coscienti che gravitano intorno ad un senso di sè (la piattaforma dell’Io) in modo continuo. Lacune, deficit, discontinuità della coscienza sono elementi critici che possono condurre a stati alterati della coscienza, ad esempio nei fenomeni dissociativi.
Insomma, non è possibile esporre teorie, ricerche e speculazioni in un singolo articolo e le concettualizzazioni che vi ho dato è sempre meglio prenderle con cautela. Ma possiedono almeno un enorme valore euristico e descrittivo e trovano promettenti riscontri clinici e sperimentali. Ci sono altri aspetti che ho dovuto tralasciare (tra i quali il linguaggio, l’attenzione, la metacognizione, le relazioni sociali, la cultura) che sono altrettanto necessari in una seria descrizione e spiegazione della coscienza. Ritengo infine che sia un’impresa titanica cercare di studiare sperimentalmente un modello di coscienza che parte dall’autocoscienza del ricercatore e va verso le fondamenta della coscienza: un vero e proprio percorso inverso ai tempi evolutivi!
(La coscienza è un argomento così stimolante da dedicarvi un blog specifico su cui sto lavorando per la sua nascita… Per chi volesse partecipare può contattarmi alla mail carmelo.dimauro@yahoo.it, fornendo in poche righe una breve descrizione delproprio percorso professionale. Infine, una “comunicazione di servizio”: nel mese di agosto ridurrò notevolmente la pubblicazione di articoli fornendo saltuariamente brevi notizie di psicologie e dintorni della blogosfera nazionale ed estera nella rubrica specifica delle “Neuronews”. Non mi resta che salutarvi augurando un buon proseguimento estivo alle vostre coscienze e ai vostri cervelli
)
Un cervello su due piedi
Due ricercatori biologi, Emiliano Bruner (figura di spicco della neuroantropologia mondiale) e Duilio Garofoli scrivono periodicamente cose bizzarre sul sito di Neuroantropologia. Zoologia, primatologia, morfometria, craniologia, cervelli che si estendono, cognizioni incorporate: un bell’arsenale per strizzacervelli… Insomma,vale la pena di seguirli perché intanto scrivono con chiarezza e competenza cose piuttosto difficili. Vi pare poco? E [...]
Due ricercatori biologi, Emiliano Bruner (figura di spicco della neuroantropologia mondiale) e Duilio Garofoli scrivono periodicamente cose bizzarre sul sito di Neuroantropologia. Zoologia, primatologia, morfometria, craniologia, cervelli che si estendono, cognizioni incorporate: un bell’arsenale per strizzacervelli… Insomma,vale la pena di seguirli perché intanto scrivono con chiarezza e competenza cose piuttosto difficili. Vi pare poco? E poi perché, oltre a scrivere, sono dei ricercatori e quindi se si permettono di sbilanciarsi su ipotesi o associazioni concettuali impertinenti lo fanno perchè si basano su studi empirici, verificabili e se va male falsificabili.
L’ultimo articolo proposto da Bruner è un esempio di questo stile speculativo e insieme sperimentale dell’indagine archeologica della cognizione. Bruner espone brevemente l’intuizione di Michael Masters per spiegare la miopia in “un’ottica di craniologia funzionale e integrazione morfologica“. Dallo studio paleontologico dei reperti fossili, i ricercatori hanno ricostruito l’evoluzione morfologica della struttura cranica osservando come si comportava parallelamente la struttura del cervello. Così in due milioni di anni, mentre la faccia dell’uomo si riduceva nella sua ampiezza, la testa ruotava soavemente sulla sua base verso quella che è la sua attuale posizione e nel frattempo la corteccia frontale si appoggiava in avanti sopra le orbite oculari, con l’effetto collaterale di poter causare difetti visivi come la miopia. Bruner afferma fulminante: “cervello e occhio competono per lo stesso spazio, con i vantaggi del primo che compensano e ripagano i difetti del secondo“.
Ma perché la testa ha effettuato questa strana rotazione? A causa di un cambiamento nella postura e locomozione avvenuti tra i 3 e i 2,5 milioni di anni fa: da 4 zampe si è passati al bipedismo della posizione eretta (sia chiaro che questo scenario ha una funzione narrativa che non coincide con la scomparsa dei nostri antenati a 4 zampe!). Questa associazione mi ha fatto venire in mente una ricerca interessante di alcuni studiosi che hanno analizzato i reperti fossili di un australopiteco scoperto negli anni Venti, precisamente il cranio del cosiddetto Bambino di Taung che si stima sia vissuto circa 2,5 milioni di anni fa.
In realtà, del teschio è stata trovata soltanto una parte delle ossa e l’antropologa Dean Falk dell’Università della Florida ha confrontato le ricostruzioni in 3d della parte interna del cranio del reperto di Taung con crani umani, di scimpanzé e di bonobo di varie età.
Uno degli scopi della ricerca è stato quello di comprendere il dilemma ostetrico che deve esser sorto con la transizione al bipedismo quando il canale della nascita, attraverso cui il feto passa durante il parto, dovette diventare troppo stretto per via delle modificazioni della struttura del bacino dovute alla nuova postura eretta. I ricercatori hanno scoperto che il teschio del Bambino di Taung aveva una piccola apertura a forma di triangolo sopra il cranio, traccia residua della fontanella anteriore.
La fontanella dei neonati è una struttura membranosa che generalmente si chiude entro il secondo anno di età. Il Bambino di Taung si ritiene che sia morto verso i 3/4 anni e questa traccia cranica della fontanella suggerisce che già in questa specie di austropalitecina ci fosse uno schema di sviluppo del cervello anatomicamente simile a quello dell’uomo moderno. I ricercatori spiegano che il passaggio al bipedismo ha generato una riconfigurazione del canale della nascita e il rimedio delle fontanelle ha permesso alle ossa frontali di scivolare l’una sull’altra durante la compressione del parto. Inoltre, la crescita singolare del volume della corteccia frontale prima della nascita e nei successivi due anni, caratteristica unica degli esseri umani, è facilitata dalla sutura incompleta delle ossa craniche all’altezza dei lobi frontali, che soltanto verso i due anni si fondono completamente nella sutura metopica in coincidenza del rallentamento dell’espanzione cerebrale.
Insomma l’apertura del cranio alla nascita sembra aver risolto il dilemma ostetrico che dovette emergere con l’apparizione della postura eretta. Nello stesso tempo questo cambiamento può essersi combinato con la singolare crescita del cervello moderno frontale. La regione frontale della corteccia è sostanzialmente coinvolta in importanti funzioni cognitive superiori, come la pianificazione, il controllo nell’esecuzione, nel ragionamento astratto, nella risoluzione dei problemi. Si suppone che la posizione eretta implicò un’espanzione delle struttture frontali per le capacità cognitive emergenti collegate alla nuova condizione eretta. Ma è sempre utile ricordare che questi passaggi evolutivi non siano stati così diretti e lineari. La descrizione dei rapporti tra struttura processo cognitivo e ambiente spesso rischia di essere fraintesa e utilizzata per scopi che sono estranee al bricolage evolutivo.
Concludendo, la neuroantropologia può fornire preziosi dati per comprendere le dinamiche di configurazione tra funzioni cognitive, formati cerebrali e strutture ossee, interdipendenti e evoluti nel tempo. Certo, l’allungamento della sopravvivenza grazie a questi salti ed intrecci evolutivi nella storia filogenetica dell’Homo sapiens poggia su ingrossamenti del cervello, riconfigurazioni neuronali, inedite prestazioni di apprendimento e sconcertanti produzioni di cultura. Le ricerche però mostrano anche il lato svantaggioso di queste conquiste evolutive: difetti della vista ad esempio come la miopia, possibilità di problemi psichatrici come il disturbo ossessivo complusivo, sino al fenomeno unico della nostra specie dell’invecchiamento del cervello.
Riferimenti bibliografici:
Falk, D., et al. (2012) Metopic suture of Taung (Australopithecus africanus) and its implications for hominin brain evolution. PNAS, DOI: 10.1073/pnas.1119752109
Jesus Pujol et al. (2010) Variations in the shape of the frontobasal brain region in obsessive-compulsive disorder. Human Brain Mapping, DOI: 10.1002/hbm.21094
Michael P. Masters (2012) Relative size of the eye and orbit: An evolutionary and craniofacial constraint model for examining the etiology and disparate incidence of juvenile-onset myopia in humans. Medical Hypotheses, DOI: 10.1016/j.mehy.2012.02.002
Mo Costandi (2012) Bipedalism, birth and brain evolution. Guardian
Un piccolo articolo sul sito de Il Sole 24 ore è un esempio del connubio micidiale tra giornalismo e neuroscienze. A farne le spese stavolta è la tv, trasfigurata nello stereotipo della cattiva maestra. Il buono invece è rappresentato dal tablet, anzi dall’iPad che un bambino sarebbe in grado di maneggiare rapidamente. L’autrice dell’articolo si [...]
Un piccolo articolo sul sito de Il Sole 24 ore è un esempio del connubio micidiale tra giornalismo e neuroscienze. A farne le spese stavolta è la tv, trasfigurata nello stereotipo della cattiva maestra. Il buono invece è rappresentato dal tablet, anzi dall’iPad che un bambino sarebbe in grado di maneggiare rapidamente. L’autrice dell’articolo si sorprende nello scoprire quanto possa essere efficace l’interattività tra bambino e tablet. Poi se dovessero sorgere dei dubbi interviene la fata, interpretata dal ricercatore di neuroscienze Daniel R. Anderson esperto in psicologia tv e dintorni, per far trionfare la lieta notizia.
«Quello televisivo è uno strumento pedagogico imperfetto dal momento che i giovani non capiscono cosa mettere a fuoco, distogliendo lo sguardo dallo schermo anche 150 volte in un’ora» dice il professore, e potremmo subito rispondere cadidamente che il bambino sia quindi in grado di saper dosare la sua attenzione anzicché rimanere incollato ipnoticamente sullo schermo come potrebbe avvenire sull’iPad.
La maestra Rosalba sul suo bel sito Crescere Creativamente fa notare lo scopo pubblicitario dell’articolo. Dover scomodare le neuroscienze, anche se in questo caso si tratta più di psicologia sociale, per vendere qualche app? Niente di nuovo. I media sono sempre dei mezzi di trasmissione, meccanicamente parlando, ed hanno bisogno di contenuti. Oggi le neuroscienze che mostrano ritratti cerebrali con le potenti tecnologie di neuroimaging riescono a intercettare questo bisogno e la vera interattività si forma proprio in questa esigenza retorica del giornalista e del neuroscienziato, perché le informazioni che riguardano il cervello possiedono un autentico potere mediatico.
Il tablet oggi sembra un miracoloso strumento corticale, efficiente, onnisciente tramite connessione web, rappresentato dalle applicazioni come se fossero dei moduli cognitivi. La storia educativa da un lato e delle scienze psicologiche dall’altro ha preso questa piega. Penso che come per ogni artefatto umano ne verranno incredibili opportunità nel bene e nel male. Ma forse il tablet a portata di mano sin dai primissimi anni dello sviluppo, programmato ad “animarsi” per scoprire le nostre intenzioni “applicative”, ci dice qualcosa di più dei sogni che ogni ricercatore ha sulla mente dell’uomo: fare imperativamente chiarezza in tutto, sino a rimuovere quanto possa ostacolare questa idea di conoscenza totalitaria.
Chi sono
Carmelo Di Mauro, psicologo, psicoterapeuta con formazione cognitiva costruttivista.
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