Category Archives: Psicologia

Quando la realtà rallenta.

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C’è un fantastico resoconto clinico descritto dal dottor Fred Ovsiew in un articolo pubblicato su Neurocase. Il paziente mentre fa la doccia vede che il tempo rallenta come in un film:

Al terzo o quarto giorno mi faccio una doccia e mi siedo nella vasca da bagno per sentire il massaggio dell’acqua sulla testa. Dopo un po’ di tempo, forse 10 minuti, ho provato la sensazione di non riuscire ad alzarmi. Era come se fossi in letargo e avessi perso la coordinazione. Mi ricordo in modo nitido che ho guardato in alto il soffione della doccia e ho avuto la percezione che il tempo rallentasse.

Il flusso d’acqua dal soffione si frangeva in gocce appena colpiva al testa (e questo era normale e reale) e ricordo di aver visto le gocce come sospese a metà aria anche senza tuttavia non si arrestavano comletamente. L’effetto era simile alla scena dei proiettili nel film Matrix, tranne per gli effetti speciali delle scie aggiunte dietro ai proiettili [...]

Mi dicevo che potevo vedere ogni singola goccia sospesa nell’aria, mentre normalmente si può vedere solo il getto d’acqua come un flusso non definito. Non riesco a ricordare se in seguito le gocce siano ritornate alla velocità normale però ho una vaga sensazione che l’abbiano fatto mentre le osservavo. Non so però se sia frutto della mia immaginazione. Ricordo la prima parte di questa esperienza, ma non come sia finita. Sono sicuro di non aver perso coscienza ed ero solo in casa.

Dopo le indagini diagnostiche è stato rilevato un ematoma (7.3 cm x 2.3 cm x 2.8 cm) nel lobo temporale destro. Un’angiografia ha evidenziato un’emorraggia dovuta ad una malformazione arteriovenosa temporale destra e un aneurisma della carotide senza rottura. Un mese dopo è stata rimossa chirurgicamente la malformazione e l’aneurisma. Nei mesi successivi, sono apparse crisi epilettiche con breve perdita di coscienza, ma un farmaco antiepilettico è stato sufficiente per la cura. Infine, il paziente è tornato alla vita di sempre, un po’ meno riservato del solito e più loquace, ma nel complesso il comportamento è rimasto esemplare. Resta difficile stabilire se il fenomeno sia dovuto originariamente ad un focolaio epilettico o all’aneurisma. E’ da notare che soltanto lo stimolo in movimento (le gocce) e non l’ambiente circostante hanno preparato il terreno dell’alterazione del tempo.

Ci sono stati casi descritti precedentemente in cui è stato ravvisato questo fenomeno chiamato Zeitraffer, termine tedesco che il dizionario traduce con “acceleratore”. Nel 1959, Mullan e Penfield consideravano l’illusione di accelerazione e decelerazione del movimento durante una crisi epilettica come “un’illusione di interpretazione comparativa”. Critchley (1953, 1986) sottolinea che una percezione di accelerazione della velocità nel movimento degli oggetti sia presente anche nei casi di emicrania, indicando all’origine dello Zeitraffer le regioni posteriori senza sugggerire la lateralizzazione o una localizzazione specifica. Sacks descrive lo Zeitraffer come un sintomo delle emicranie in cui la visione viene elaborata in termini cinematografici, spiegando che il movimento viene vissuto come “una serie di rapidi fermo-immagini”, proprio come un film proiettato troppo lentamente (Emicrania, 1992).

Le alterazioni nella percezione della velocità del movimento degli oggetti vengono designate con il termine neurologico akinetopsia. Sembra che il network cerebrale più convolto sia nell’area V5 della corteccia visiva. Ci sono diverse variazioni che possono aver luogo nelle condizioni di akinetopsia: il rallentamento del movimento. la frammentazione della sequenza percettiva, il congelamento delle slide visive e l’esperienza di saltare da una all’altra. Secondo alcune ricerche (ad esempio leggi qui e qui), una classe di questi casi clinici presenta una mancanza di orientamento nel tempo e una cronoatarassia talamica (indicando il coinvolgimento del talamo, relè di elaborazione dei flussi sensoriali).

Con atarassia gli Antichi Greci indicavano una condizione di assenza di agitazione, la tranquillità. I pazienti cronoatarassici sarebbero come svincolati dalle condizioni temporali, fuori dal tempo. E’ senza dubbio un caso speciale che spesso origina da situazioni tossiche o traumatiche. Ci sono tante proprietà fisiche: la velocità, oggetti che si muovono, gocce sospese in aria, che generalmente hanno un riconoscimento automatico da parte nostra come entità solide inserite in una stabile cornice temporale. Ma i casi clinici di zeitraffer suggeriscono che non sempre è così facile comprendere con chiarezza i confini tra spazio e tempo.

link all’articolo di ricerca su Neurocase

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Psicologia o letteratura?

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L’ottimo Federico Zanon scrive un’efficace sintesi sull’ultimo studio di settore pubblicato dall’agenzia delle entrate (qui trovate il link), basato sul periodo di imposta del 2009. Il consiglio è di essere cauti a trarne le conclusioni perché il campione rappresenta circa il 15% degli oltre 100.000 psicologi italiani. Ma le questioni sottolineate restano valide.

Un primo dato che emerge con forza è quello sugli psicoterapeuti che lavorano in studio: rappresentano un quarto del totale. Seguono al 15% gli psicoterapeuti che lavorano nella propria abitazione. La psicoterapia è quindi attività ampiamente rappresentata, a fronte di una frammentazione diffusa di tutti gli altri 11 ‘tipi di psicologo’.

Un secondo dato è quello sulla clinica: nonostante la nostra professione da tempo stia prendendo strade settoriali diverse, la clinica e la psicoterapia rappresentano ancora l’ambito di lavoro largamente predominante: formazione, psicologia dello sport e psicologia del lavoro rappresentano attività prevalenti solo per l’11% del campione, un 13% svolge attività varie e diversificate, e un 5% svolge attività per enti pubblici anche non sanitari. Per il resto, e parliamo del 71%, gli psicologi lavorano prevalentemente in ambito clinico o comunque attinente alla clinica (sociale, di comunità).

Un terzo dato è l’imbuto professionale in cui si infila chiunque si iscriva oggi all’Ordine: entra a far parte di un esercito di quasi 100.000 professionisti, ma ha soltanto il 50% di probabilità di esercitare effettivamente come libero professionista con una minima organizzazione dell’attività (partita IVA, iscrizione ENPAP), e solo il 15% circa di superare quella soglia di volume d’affari e di regime fiscale che lo trasformerà nel ‘fortunato vincitore’ di uno studio di settore da compilare. Il che è una magra consolazione, per un percorso di formazione e accreditamento professionale faticoso e costoso, che arriva a durare almeno 10-15 anni. Credo che il dato più allarmante sia quest’ultimo.

Le conclusioni sono amare perchè i numeri (sebbene limitati) parlano chiaro. Si possono fare numerosi discorsi (e si faranno sempre all’interno della categoria, perché siamo specialisti nel parlare) e anche concludere se ne vale davvero la pena impegnarsi a diventare psicologo. Ma è allarmante l’asimmetria tra chi lavora come psicologo e chi non lavora come psicologo pur avendo speso tempo e denaro per praticare. Ancora più sconcertante è il dato delle centinaia di ragazzi che ogni anno si iscrive alla facoltà di psicologia con queste prospettive. Mi chiedo se non sia il caso di chiudere bottega e affissare sul portone di Psicologia: OUT OF ORDER.

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Nonostante i cambiamenti in corso per fattori esterni ed interni al mondo della psicologia (tra rivoluzioni culturali e sociali o il cambio di teste politiche a capo delle istituzioni che ci riguardano), resta la sensazione che la psicologia tiri a campare. Sembra un organismo sensibile a cogliere nuovi strumenti o modelli teorici per rinnovarsi e generare lavoro, ma finisce per incorporarlo in termini umanistici. Il mercato o il web o le risorse umane a turno diventano allora delle entità palingenetiche che spazzeranno imbrogli e vecchie idee arteriosclerotiche per far posto (anche professionale) al nuovo che avanza. Ma la sensazione, per citare Verlaine (e tanto per contraddirmi) è che il nocciolo – il saper fare – non è nel nostro dna, e tutto il resto è letteratura.

link all’articolo di Zanon
link allo studio di settore

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Il cervello galleggia.

I dottori tedeschi denunciano un inaspettato problema con la musica metal. L’headbanging può causare seri traumi al cervello. Da un articolo pubblicato su BBC News:

Il paziente si lamentava di un costante mal di testa quando è stato accolto dai neurochirurghi dell’Hannover medical School 4 settimane dopo il concerto [dei Motorhead]. Una risonanza magnetica ha messo in evidenza un coagulo di sangue nella parte destra del cervello, rimossa in seguito con successo. L’uomo ha dichiarato di non aver mai avuto traumi cranici in passato, di non aver mai fatto uso di droghe o alcol prima della richiesta di aiuto ai dottori nel gennaio del 2013. Ma ha raccontato di essere stato ad un concerto metal qualche settimana prima e aver praticato l’headbanging.

L’headbanging è il movimento ritmico violento della testa nel seguire il ritmo della musica, molto diffuso tra il pubblico in questo tipo di concerti. I Motorhead tra l’altro hanno popolarizzato questa pratica ideando un ritmo rapido a oltre 200 beat al minuto, conosciuto come “speed metal”.

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Prima e dopo la risonanza: la lastra superiore mostra un ematoma subdurale cronico in cima al lobo temporale destro. Nella lastra inferiore, il cervello dopo la rimozione chirurgica.

I dottori suggeriscono che l’headbanging con le brusche accelerazioni del capo in avanti e indietro può creare le condizioni per la rottura delle vene con le conseguenze di un versamento emorragico subdurale. Ipotizzano che sovente non ci si accorge di questa condizione neurologica perché il tutto si risolve solo in un brutto mal di testa. Ma possono capitare anche dei danni al collo o alla spina dorsale.

Il consiglio è quello di non esagerare a strapazzare la testa, anche se stiamo parlando di casi molto improbabili. Ma possibili. Dopotutto, il cervello “galleggia” dentro la scatola cranica e i bruschi colpi di testa durante l’ascolto di musica ad alto ritmo per lungo tempo possono degenerarare dal punto di vista neurologico. Se non volete fare la fine del pugile suonato meglio mettere gli auricolari del vostro ipod e ascoltare, nel mezzo dell’infernale danza metallara, un po’ di musica classica.

link all’articolo su BBC News

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L’esperimento di Facebook.

2bRPart1424K5 300x240 Lesperimento di Facebook.

In questi giorni è rimbalzata in tutto il mondo la notizia dell’esperimento condotto dai ricercatori sugli utenti di facebook per sperimentare il contagio emotivo, cioè avere reazioni emotive coerenti con i messaggi emotivi cui siamo esposti. Nell’arco di 20 giorni, sono state manipolate le notizie sulla bacheca principale di facebook di 689.003 utenti in due modi: potevano contenere parole emotivamente positive o solo negative. I risultati hanno confermato quanto ci si aspettava: l’utente scrive messaggi negativi se legge notizie emotivamente negative, viceversa scrive messaggi positivi quando legge solo notizie positive. La reazione emotiva era contagiata dalle notizie sperimentalmente alterate in streaming sulla home di facebook.

Da un punto di vista teorico, la ricerca aveva lo scopo di appurare se il contagio emotivo fosse possibile anche senza alcun segnale non verbale. Le ricerche precedenti sostengono che sia possibile il contagio grazie all’esposizione fisica. L’indagine su facebook ha avuto l’obiettivo teorico di verificare se il contagio fosse possibile anche per semplice interazione verbale, scritta.

L’esperimento ha sollevato un vespaio di discussioni. Qui in Italia ha toccato temi che riguardavano la legalità del disegno sperimentale (è giusto manipolare i sentimenti delle persone a fini di ricerca senza aver informato il soggetto e averne avuto il consensoo a proseguire?), oppure ha stimolato speculazioni sull’universo virtuale del web in relazione alla cultura e alla mente dell’uomo (ad esempio vedi qui cosa scrive il sempre eccellente Giuseppe Granieri). Spicca il rumoroso silenzio degli psicologi italiani su un classico argomento di psicologia come quello del contagio emotivo.

Vediamo qualche dettaglio dell’esperimento. E’ stato realizzato nella settimana tra l’11 e il 18 gennaio del 2012 e gli utenti sono stati selezionati in modo casuale in base al loro User Id. La variabile indipendente era costitutita dalle parole positive o negative manipolate dagli sperimentatori. Due sono state la variabili dipendenti misurate (cioè gli effetti su cui erano rivolte le attese): 1) la percentuale delle parole positive o negative prodotte in totale dall’utente durante il periodo sperimentale in cui sul loro feed apparivano casualmente o notizie positive o negative, 2) il numero di commenti durante la condizione positiva (riduzione di parole negative) e numero di commenti durante la condizione negativa (riduzione di parole positive).

I ricercatori hanno utilizzato il Linguistic Inquiry and Word Count, un software in grado di valutare se un commento contenga almeno una parola positiva o negativa. Complessi algoritmi immettevano sulla home degli utenti notizie con parole o negative o positive. Sono stati analizzati oltre 3 milioni di commenti contenenti 122 milioni di parole, 4 milioni delle quali risultavano positive (3.6%) e 1.8 milioni erano negative (1.6%). Tutte le condizioni sperimentali sono state comparate con un gruppo di controllo che non riceveva una alterazione intenzionale del loro feed.

I numeri sono impressionanti e i risultati sono stati inequivocabili: quando venivano ridotte le parole positive dentro le notizie della bacheca principale, la percentuale del numero di parole positive diminuiva nei commenti degli utenti (P < 0.001). Viceversa, quando veniva ridotto il numero di parole negative nelle notizie in bacheca diminuiva la percentuale di parole negative negli update degli utenti (P < 0.003). Un quadro che conferma l’ipotesi dell’esistenza del contagio emotivo all’interno di un vasto social network con l’uso delle sole parole scritte (nella figura 1 trovi un riepilogo).

Immagine 279x300 Lesperimento di Facebook.

 

I ricercatori traggono una serie di conclusioni:

  1. Il contagio è possibile non necessariamente in modo diretto da qualcuno con il quale l’utente abbia una specifica interazione. Il solo tastare l’umore di qualche “amico” di facebook è sufficiente da suscitare un umore congruente con lo stimolo.
  2. Non è necessario che via sia un contatto visivo o, comunque, fisico nell’interazione: basta il testo scritto.
  3. Infine, la reazione emotiva non è condizionata soltanto dal contenuto del testo. Se fosse così si osserverebbe un bias della negatività, cioè la reazione dell’utente alla notizia negativa sarebbe più forte (scriverebbe più parole negative) rispetto ad un feed positivo. Invece, un’analisi statistica più approfondita ha messo in luce che la forza delle reazioni è la stessa in entrambe le condizioni perché, spiegano i ricercatori, vi è una riposta all’espressione emotiva dell’amico (contagio emotivo o chiamatela condivisione emotiva, empatia) non allo specifico contenuto della notizia.
  4. Si osserva un effetto astinenza: l’esposizione a notizie con poche parole emotive genera una minore espressione emotiva nei giorni seguenti.

Sia chiaro, le emozioni trasmesse tra singolo utente e notizie sulla bacheca non si riducono alle sole parole utilizzate (sebbene siano le principali protagoniste in un social network delle dimensioni planetarie come facebook). Anche in questo caso, i ricercatori hanno valutato l’effetto della loro variabile indipendente (molto piccola data la manipolazione di poche parole all’interno di una notizia) rispetto alle numerose variabili intervenienti. Eppure i risultati sono stati imponenti: poche parole con significato emotivo possono avere effetti su centiania di migliaia di risposte scritte su facebook.

Per i ricercatori è una notizia eccitante. Già all’inizio dell’anno ho scritto un articolo sulle sfide della psicologia alla luce delle risorse a disposizione per gli esperimenti. I big data, i grandi numeri, che sono in ballo sono un evento che non si è mai visto nella storia delle scienze. Milioni di dati sul comportamento del soggetto che riguardano la sua cultura, la sua biografia o la sua mente e le sue scelte sono a disposizione. Chissà, forse questo esperimento non sarà più rinnovato e in un futuro manuale di storia di psicologia verrà etichettato come uno dei più scorretti (come potete leggere in questo elenco).

Mi sembra infine degno di nota che, al di là dell’inequivocabile valore che i social network rivestono tra gli utenti, c’è chi ci specula per far soldi e chi per apprendere conoscenza. Ma, e questo è il punto che più mi colpisce, c’è anche un’altra novità verso cui stiamo cominciando a prendere consapevolezza: sono gli algoritmi e non le spiegazioni umane, i veri interpreti di questa realtà parallela entro cui giorno e notte accediamo.

link alla ricerca pubblicata su PNAS

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Cervelli famosi: Albert Einstein.

albert einstein1948 NJ 300x300 Cervelli famosi: Albert Einstein.

C’è un cervello nella letteratura scientifica che ha ricevuto un’attenzione ricca di significati particolari. Il cervello in questione è quello di Einstein, una specie di Santo Grall per molti scienziati. Il cervello di un morto che ancora parla. Terence Hines ha effettuato un’analisi accurata delle ricerche compiute in questi ultimi anni e ha pubblicato un articolo in cui smonta tutte le mitologie formulate sul cervello del grande fisico tedesco, intitolandolo significativamente: Neuromythology of Einstein’s brain.

Andiamo per ordine. Einstein morì il 16 aprile del 1955 all’età di 76 anni. Il suo desiderio fu che fosse cremato ma Thomas Harvey, il patologo che condusse l’autopsia, riuscì a convincere i familiari a conservare il cervello dell’illustre fisico per il potenziale valore scientifico. Tuttavia, bisognerà aspettare 30 anni prima che fosse pubblicato il primo articolo di ricerca sul cervello di Einstein. Dopo di che ne seguirono altri che possono essere suddivisi in due categorie: gli studi istologici (che riguardono la microstruttura) e gli studi morfologici concernenti l’analisi di circonvoluzioni e solchi (la macrostruttura).

Nel 1985, Diamond, Scheibel, Murphy e Harvey pubblicano il primo fondamentale articolo scientifico in cui dichiarano di aver trovato nei tessuti cerebrali dell’area 9* (zona frontale superiore) e dell’area 39 (parietale e giro angolare) di Einstein una quantità maggiore di cellule glia (vedi qui per informazioni su queste particolari cellule del cervello) rispetto al gruppo di controllo. In realtà, la differenza rispetto al controllo era significativa soltanto per una singola striscia di tessuto cerebrale dell’area parietale sinistra. In effetti, non è solo questo il problema, cioè di una sola differenza statisticamente significativa. Secondo, Hines (1998) ci sono dei problemi sia statistici sia in termini di differenze di età e socio-economiche tra il cervello di Einstein e quello del gruppo di controllo.

In poche parole, è stato messo a confronto il cervello di Einstein (da qui in poi E.) che morì a 76 anni con i cervelli del gruppo di controllo la cui data di morte variava tra i 47 e gli 80 anni. Inoltre, i cervelli del gruppo di controllo provenivano da strutture pubbliche nelle quali generalmente risiedono pazienti con uno status socio-economico molto basso, fattore che può avere un significativo impatto nel differenziare i tessuti cerebrali.

einstein brain 460x276 scaled cropp 300x180 Cervelli famosi: Albert Einstein.

Come se non bastasse, Diamond e colleghi scrivono sul loro articolo di aver eseguito delle analisi statistiche prendendo in considerazione 7 variabili dipendenti. Nel complesso hanno eseguito 28 comparazioni di cui soltanto una, che riguarda le cellule glia, ha rivelato una differenza al livello di significatività .05 differenza che, ricordiamo, riguarda soltanto una striscia di tessuto nella regione sinistra del lobo parietale. Un’altra questione che Hines solleva concerne l’aspetto più metodologico della “cecità” dell’osservatore. I ricercatori, in sostanza, analizzavano i tessuti sapendo da quale cervello provenivano, condizione che ha potuto pregiudicare il loro giudizio (vedi qui per approfondire il bias dell’osservatore in assenza del doppio cieco). Esempio: se ha sotto il microscopio tessuto proveniente dal cervello di E. lo sperimentatore tende ad aspettarsi anomalie laddove non ci sono.

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In un articolo del 1996, Harvey e Anderson spiegano che la corteccia prefrontale destra di E. in effetti è più sottile e che il numero di neuroni per millimetro quadrato sulla superficie corticale è maggiore rispetto al controllo. In questa regione, il cervello di E. non contiene propriamente più cellule cerebrali, ma c’è una maggiore densità perché probabilmente i neuroni sono decisamente impacchettati in piccole aree. Gli Autori concludono che la maggiore densità in cui sono impacchettati i neuroni consentiva al cervello del fisico tedesco di elaborare più velocemente le informazioni.

Ma questi risultati non vengono confermati in verifiche successive. Anzi, altri ricercatori sostengono che, nelle indagini autoptiche, anche nel cervello degli schizofrenici è stata riscontrata una maggiore densità neuronale nelle aree prefrontali. E poi, il cervello di E. probabilmente era molto diverso alla morte rispetto a quando era un giovane ricercatore all’apice delle sue capacità intellettive. Non è tutto. Harvey, autore insieme ad Anderson dell’articolo a favore della densità neuronale, è il patologo che ha estratto e conservato il cervello di Einstein e, secondo quanto scrive nell’articolo del 1996, “le prime indagini sui tessuti cerebrali dopo la morte del padre della relatività sono state di natura qualitativa e mai pubblicate“. Una specie di bias selettivo verso la pubblicazione (cioè si decide di pubblicare arbitrariamente ciò che serve).

Riepilogando, dagli studi istologici del cervello di Einstein, malgrado gli slogan mediatici, non ci sono conferme univoche di sostanziali differenze con i cervelli del gruppo di controllo. Non siate troppo sorpresi: il cervello è una struttura estremamente complicata e ormai è accertato che le abilità cognitive più avanzate siano distribuite in multipli network corticali. Contano i circuiti che le microstrutture. Supporre che analizzare piccole strisce di tessuto di poche singole regioni di un solo cervello possa rivelarci speciali informazioni sulla genialità di uno scienziato è ingenuo.

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Passiamo alle analisi degli studi morfologici che riguardano la conformazione delle circonvoluzioni e dei solchi del cervello di E. L’articolo di Witelson, Kigar e Harvey (1999) è il primo a parlare di “un cervello eccezionale che presenta un’ampia espansione del lobulo parietale inferiore e l’intero giro sopramarginale situato dietro la scissura di Silvio non è suddiviso da un grosso solco“. Questa anomalia non è stata riscontrata nei 91 cervelli del gruppo di controllo. Inoltre, i lobi parietali sono stati trovati simmetrici quando invece un “cervello normale” mostra un’asimmetria tra il lobo destro più grande rispetto a quello sinistro. Ma subito ci sono le smentite in cui si ribatte che “il pattern del lobo parietale sinistro di Einstein è decisamente simile alla struttura prototipica delle aree già classicamente illustrate ne I lobi parietali di Critchley (il cui testo in realtà è un po’ vecchiotto ma, insomma, l’anatomia nell’arco di 40 anni non risente delle intemperie evolutive)”. 

Dall’articolo di Witelson in poi si apre questo batti e ribatti tra neuroscienziati. Quella ricerca non è corretta perché ha sbagliato “nell’etichettare l’opercolo, che non è proprio l’opercolo parietale sinistro ma il giro postcentrale“, e via dicendo. E c’è poi un’altra differenza che Witelson e colleghi hanno trovato. Si tratta di un “ammasso” (knob) insolito nel giro postcentrale dell’emisfero destro che in effetti potrebbe essere collegato alla famosa abilità di E. di saper suonare il violino (con tanto di ricerche che danno conforto a questa possibilità). Falk (2009) sostiene le conclusioni di Witelson a proposito delle caratteristiche peculiari dei lobi parietali di E. suggerendo, tuttavia, che queste siano connesse alle “alte prestazioni del fisico nelle operazioni matematiche e visuospaziali“.

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Einstein’s brain. Image: Falk et al./The Lancet

Nel 2012 Falk e collaboratori hanno pubblicato un nuovo articolo sull’analisi dettagliata della morfologia di superficie del cervello di E. basandosi sulla scoperta di nuove foto, donate dal dr. Harvey al Museo Nazionale della Medicina e della Salute di Silver Spring, nel Maryland. C’è persino un app per iPhone, Einstein Brain Atlas, che consente di esaminare nel dettaglio le nuove slide. Questo nuovo studio segnala innumerevoli differenze anatomiche, “un po’ più spesso qui, insolitamente più sottile lì dietro quel solco, quello strano angolo giro che dovrebbe essere normalemnte diverso“, etc. etc. E’ un po’ una storia vecchia, l’ingenua tentazione frenologica di cercare nell’anatomia il meccanismo di una funzione mentale, scoprire per ogni bernoccolo un significato preciso.

Dopotutto, Falk e coll. (2012) non trovano conferma delle anomale sfericità e simmetria dei lobi parietali riscontrate nell’indagine di Witelson (1999). “Però, proseguono, abbiamo trovato una straordinaria espansione della parte laterale della corteccia somatosensoriale primaria sinistra e delle cortecce motorie primarie sinistre. In questo contesto è interessante ricordare le parole famose di E. quando sosteneva che pensare implica un’associazione di immagini e sentimenti e che, secondo E., gli elementi del pensiero fossero non solo visivi ma anche muscolari“.

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Ok, la spiegazione è suggestiva. Ma quanti ricercatori in passato hanno preso la dichiarazione di Einstein su come descrisse il suo pensiero e ne hanno formulato un’ipotesi che prevedesse il fatto che, data la “muscolarità” del pensiero di E. Ne derivava che le cortecce motorie e sensoriali dell’emisfero sinistro fossero “straordinariamente espanse”? Questo è un classico esempio di bias cognitivo in cui si collegano causalmente due eventi che hanno in comune solo una vicinanza temporale, post hoc ergo propter hoc.

Un attimo. Potreste obiettare che secondo alcune ricerche entrambi i lobi parietali destro e sinistro abbiano un ruolo importante nelle capacità matematiche. Dopo aver visto che ci sono interessanti indizi sulle anomalie dei suddetti lobi, sarebbe lecito generare l’ipotesi che il genio matematico di E. possa avere un fondamento anatomico nelle strutture parietali destra e sinistra. Falk risponde (ad esempio anche qui):

Questa ipotesi è basata sulla errata credenza che Einstein avesse una straordinaria intelligenza matematica. Ma egli non era una grande matematico. Le sue capacità matematiche erano tali che chiese un aiuto significativo ad alcuni matematici più competenti di lui.

Sembra di discutere sul sesso degli angeli. Semplicisticamente si tenta di associare una dimensione soggettiva forzatamente standardizzata (la capacità matematica) con una regione cerebrale. Coma se si voglia attaccare un post-it sul bernoccolo più prominente e dichiararne il record cognitivo. Ma allora c’è o non c’è qualche anomalia? Può esserci nella misura in cui tutti i cervelli mediamente s’assomigliano, ma la loro unicità in fondo si trova nella loro varianza statistica. Tutti i cervelli sono diversi, anomali per un occhio statistico.

Infine, c’è la questione del corpo calloso, il fascio nervoso centrale che tiene uniti i due emisferi. Il gruppo di Men (2012) ha analizzato alcune proprietà del corpo calloso basandosi sullo stesso gruppo di foto su cui hanno lavorato Falk e colleghi (2012). Essi hanno confrontato il corpo calloso di E. con quello di cervelli giovani e anziani esaminando 10 differenti caratteristiche (lo spessore, la linea mediale, il perimetro, etc.). Rispetto ai cervelli anziani (età media di 74.2 anni), il corpo calloso di E. (76 anni l’età in cui è morto) era nettamente diverso soprattutto per le maggiori dimensioni. Anche rispetto al gruppo di cervelli giovani, il cervello di E. risultava più grande su 6 proprietà. L’estesa connessione tra alcune parti degli emisferi spinge i ricercatori alla conclusione che siamo di fronte alla base neuroanatomica non tanto dell’intera intelligenza dell’insigne scienziato, ma “della sua straordinaria imagery [la capacità di manipolare immagini mentali, nda] e del suo genio matematico“.

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Il complesso di questi dati sul corpo callosum è impressionante. Ma come suggerisce Hines (2014) le 10 misure non sono indipendenti. Cosa significa? Che se “una parte del corpo calloso è più grande (o piccola) è molto probabile che le altre parti ne saranno condizionate allo stesso modo“. Men (2012) non ha condotto alcuna analisi statistica sulle intercorrelazioni tra le 10 variabili dipendenti. Peraltro, come per il discorso sulle mitiche capacità matematiche di E., non abbiamo alcun dato empirico (Einstein non è stato sottoposto ad alcun test psicometrico durante la sua vita) sulle sue presunte prodezze visuospaziali.

In conclusione, malgrado le affermazioni sensazionalistiche sulla natura del cervello di Albert Einstein sia dal punto di vista istologico che morfologico, Terence Hines, attraverso una puntigliosa revisione della letteratura scientifica, non ha trovato nulla di speciale che distinguesse il cervello di Einstein dai cervelli che esprimevano una intelligenza meno geniale. Il problema è sempre quello che accomuna tante ricerche di neuroscienze: il tentativo di trovare connessioni tra proprietà fisiche (forma, dimensione o struttura interna) con proprietà estremamente soggettive (il genio). Se le proprietà fisico anatomiche hanno un senso dal punto di vista scientifico (perché quantificabili), non lo hanno le seconde soprattutto perché basate in fondo sul solo cervello di Einstein.

Anche se trovassimo una presunta spiegazione nella sola nozione anatomica, sarebbe vera soltanto per il cervello di Einstein. Soltanto un numero sufficiente di cervelli di geni della fisica, comparabili al genio di Einstein, potrebbe consentire di approfondire statisticamente le correlazioni e costruire teorie generali. Il secondo aspetto è connesso “all’attitudine narrativa” di ogni cervello, pardon, mente umana: euristiche, bias e fallacie spingono ad attribuire causalità e storie coerenti e convincenti laddove i dati o non ci sono o sono manipolati in base alle aspettative di conferma. Analisi statistiche e una maggiore cura metodologica sono necessarie per le future ricerche sulle peculiarità del cervello di questo gigante della fisica, soprattuto anche come atto di rispetto verso la scienza che egli incarna con tale fascino e rigorosità.

Hines, T. (2014). Neuromythology of Einstein’s brain Brain and Cognition, 88, 21-25 DOI: 10.1016/j.bandc.2014.04.004

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