I termometri di Broca
Fare diagnosi neurologiche utilizzando semplici termometri applicati alla testa. Questa fu la trovata non priva di fondamento di Paul Broca, lo scopritore dell’afasia che porta il suo nome. Paul Broca (1824-1880) è stato un antropologo, un neurologo e chirurgo francese, consacrato alla storia della neurologia per la sua scoperta della zona nel cervello responsabile nella [...]
Fare diagnosi neurologiche utilizzando semplici termometri applicati alla testa. Questa fu la trovata non priva di fondamento di Paul Broca, lo scopritore dell’afasia che porta il suo nome.
Paul Broca (1824-1880) è stato un antropologo, un neurologo e chirurgo francese, consacrato alla storia della neurologia per la sua scoperta della zona nel cervello responsabile nella produzione del linguaggio. Una lesione in questa area causa la cosiddetta afasia di Broca, caratterizzata dalla perdita dell’emissione del linguaggio.
I pazienti con afasia di Broca parlano in modo poco fluente, sono “sgrammaticati”, si perdono articoli, preposizioni e possono essere privi di intonazione. Generalmente la comprensione de linguaggio mantiene un buon livello rispetto alla produzione del linguaggio verbale. Broca fece la sua scoperta studiando il cervello del paziente Leborgne dopo il suo decesso, il quale era chiamato “Tan Tan” perché queste erano le sillabe che usava di più per rispondere a qualsiasi domanda.
Nel 1862, in una conferenza espose la sua teoria del linguaggio, secondo cui la compromissione era correlata al danno neurologico nell’emisfero anteriore sinistro che causa “l’afemia” (rinominata afasia da Armand Trousseau). Fu un’ipotesi spregiudicata perché implicava una visione asimmetrica del cervello (dato che l’area di Broca riguardava l’emisfero sinistro) e sposava la tesi locazionalistica delle funzioni cognitive, all’epoca una prospettiva innovativa che si riallacciava idealmente alla concezione frenologica.

Ma torniamo a Broca perché la sua personalità si rivela ricca di sorprese. Egli fu un brillante ricercatore e un neurologo clinico, scrisse oltre 500 articoli e un’ importante monografia di 900 pagine sull’aneurisma. Sperimentò l’ipnosi su alcuni pazienti sotto vari tipi di intervento chirurgico. Nonostante una notevole opposizione accademica, introdusse l’uso del microscopio per la diagnosi del cancro (Egli stesso affermava che “tutte le osservazioni non sottoposte al controllo del microscopio devono essere considerate non vere”). Si interessò alle malattie delle ossa, studiò per primo in modo rigoroso la distrofia muscolare, scoprì il “cul de sac di Broca”, un’apertura interna accanto alla regione inguinale.
Non è tutto. Sembra che Broca sia stato un pioniere nelle indagini di “visualizzazione” del cervello avendo avuto l’idea di utilizzare un “casco” di termometri per diagnosticare le lesioni cerebrali, un po’ come avviene con la risonanza magnetica di oggi. L’idea probabilmente gli venne dal fatto che, a quei tempi, per rintracciare le lesioni delle arterie negli arti veniva misurata la temperatura della pelle, per poi decidere se fosse necessaria l’amputazione.
Per applicare questo approccio in campo neurologico, costruì “una corona di termometri che consentiva la simultanea applicazione di sei termometri infilati in piccoli pacchetti di cotone, tenuti insieme da una fascia circolare di materiale plastico“, cui dopo ne aggiunse altri due localizzati significativamente sopra il giro frontale inferiore “dove ha sede il linguaggio“.
Il suo ottimismo lo spinse a provare questo approccio sui suoi pazienti, nonostante fosse consapevole dei limiti spaziali delle indagini termometriche. Così scrisse che “quando la scissura silviana è occlusa [da un embolo], il termometro [sulla corteccia] temporale mostrerebbe una temperatura più bassa rispetto alla corrispondente corteccia dell’altro emisfero sano“. Cercando di comprendere i meccanismi patofisiologici sottostanti, suppose che la trombosi progressiva, al contrario dell’embolia, conducesse ad un aumento piuttosto che ad un abbassamento della temperatura. Ecco come lo stesso Broca descrive un caso clinico in un articolo del 1879:
[...] il linguaggio non era del tutto danneggiato, ma presentava già una severa compromissione; non c’era nessun disturbo sensomotorio. Allora con la mano controllai la temperatura della regione temporale sinistra [all'incirca sopra l'orecchio, nda] e potei facilmente constatare quanto fosse alta. Potei verificarlo utilizzando due termometri applicati sopra le regioni temporali che indicavano una differenza tra i due lati della testa di ben tre gradi [...]
Egli previde che la condizione sarebbe peggiorata a causa di una lenta e progressiva congestione all’intero emisfero sinistro. Previsione che si avverò dato che i familiari avvisarono Broca che “il linguaggio era completamente sparito, l’intelletto profondamente danneggiato e che il paziente fosse costretto a rimanere a letto“.
Inoltre, Broca pensava che l’esecuzione di un compito cognitivo potesse incrementare la temperatura del cervello. Con incredibile anticipo sulle ricerche di neuroscienza attuali, ipotizzò che le variazioni termiche non avrebbero interessato il cervello indiscriminatamente, ma avrebbero interessato in particolare le strutture frontali. Ipotesi brillante, dato che oggi sappiamo che queste sono coinvolte nell’esecuzione di compiti cognitivi avanzati. Infatti, scrive che “nell’esecuzione di un compito mentale, sale la temperatura della regione frontale rispetto a quella temporale e quest’ultima è più calda rispetto a quella occipitale“.
Così per verificare la sua ipotesi controllava la temperatura dello scalpo con la sua corona di termometri su soggetti a riposo, dopo 20 minuti chiedeva di eseguire un compito mentale e constatava che le regioni frontali si scaldavano di più rispetto alle altre. D’altra parte, non escludeva il ruolo della cultura nella performance del soggetto, per cui un compito poteva risultare più semplice e non determinare una variazione termica per chi fosse più istruito.
Insomma, Broca fu davvero un ricercatore curioso e ingegnoso, acuto nelle sue indagini quanto aperto a nuove soluzioni sperimentali. Per quanto appaia strano pensare di misurare la temperatura dello scalpo coi termometri per sapere come le condizioni neurologiche, a mio parere è utile pensare alle condizioni storiche e scientifiche dell’Ottocento. Fu il Secolo della “temperatura”, cioè della nuova tecnologia del motore termico che produce lavoro. E’ il periodo della seconda rivoluzione industriale che determinerà cambiamenti storici allora di portata inimmaginabile. In un certo senso, il clima culturale ha facilitato la metafora del cervello come un motore che si scalda…
D’altra parte, se ci pensate, quando controllate la “febbre” istintivamente poggiate la mano sulla fronte. Mi piace pensare l’immagine del casco termometrico di Broca come un tentativo tecnologico basato su una intuitiva fede nella propria (analogica) sensibilità. Toccare la testa e percepire il calore rivela una profonda verità: la descrizione quantitativa del termometro, sebbene ci garantisca il controllo e la prevedibilità degli eventi, non corrisponde all’esperienza soggettiva. Entrambe possono integrarsi però nell’esempio storico di Broca e generare brillanti ipotesi.
link articolo sui termometri di Broca
link biografia di Broca su wikipedia
Cosa succede alla realtà e alla tua mente quando ti metti a leggere? Apri il libro, il giornale, il fumetto e inizi a leggere senza sosta. Ti piace, quasi nemmeno sai come sia fatto questo piacere, ma succede e quei minuti sono deliziosi. Che strana esperienza! Tra l’altro oggi sembra più semplice leggere, grazie ad [...]
Cosa succede alla realtà e alla tua mente quando ti metti a leggere? Apri il libro, il giornale, il fumetto e inizi a leggere senza sosta. Ti piace, quasi nemmeno sai come sia fatto questo piacere, ma succede e quei minuti sono deliziosi. Che strana esperienza!
Tra l’altro oggi sembra più semplice leggere, grazie ad un tablet o uno smarthphone per esempio. Puoi leggere una discussione online su facebook, i commenti di un articolo di un giornale online, le analisi di una notizia su un forum. Il computer e la connessione ad internet “aumentano” il tempo di lettura. Le opportunità “virtuali” dello spazio digitale hanno un forte potere intellettuale. In un certo senso, ti forniscono un’occasione in più per conoscere e sperimentare cultura.“Le relazioni interpersonali mediate dal computer a livello neurologico vengono percepite dal nostro cervello come se fossimo in uno «spazio culturale»“, scrive nel suo pezzo G. Granieri.
Granieri prende spunto dall’articolo di Annie Murphy Paul che spiega cosa accade al cervello quando leggiamo, che sia una descrizione dettagliata di un personaggio, una metafora o una emozione. “Le storie stimolano il cervello e possono cambiare il modo in cui ci comportiamo“.
Nell’articolo di Annie vengono citate ricerche di neuroscienza che mettono in risalto le connessioni tra testi narrativi e regioni del cervello che si “illuminano” durante una risonanza magnetica. Facciamo esperienza durante la lettura come se fossimo realmente coinvolti in una scena reale perché le storie che leggiamo accendono certe regioni del cervello deputate a questa funzione come avviene nella realtà dei fatti. Ad esempio, se leggiamo qualcosa su profumo di un fiore o di “un brivido nella schiena” si attivano le stesse regioni corticali quando mettiamo realmente quel fiore sotto il naso o riceviamo una notizia inattesa.
Questo fatto neurologico avviene con l’uso della metafora (“il cantante ha una voce di velluto” attiva la corteccia sensoriale per “velluto”) e con i verbi di moto (“John afferra l’oggetto” attiva la corteccia motoria). Sono esperimenti intriganti che ci aiutano a concepire il linguaggio non come ad una elaborazione astratta e analitica del mondo, ma sensibilmente connessa con la fisicità del corpo e del cervello. Tecnicamente questo fenomeno è detto embodiment (realtà incarnata). In poche parole, il pensiero (riflessione, memoria, percezione, attenzione etc.) è profondamente influenzato dalla costituzione e dall’orientamento del proprio corpo.
Inoltre, prosegue la giornalista, il cervello non sembra fare troppe distinzioni tra l’esperienza di lettura e quella che proviamo nella vita reale. Sono stimolate le stesse regioni cerebrali. Raymond Mar, professore emerito di psicologia cognitiva dell’Università del Toronto, sostiene che la lettura riproduce una vivida simulazione della realtà nella mente del lettore corrispondente a quella reale.
Niente di strano, aggiungo, la parola mela attiva la zona sensoriale del cervello che elabora la forma e il colore (rossa o verde, rotonda e con una foglia etc.). Sarebbe strano se si attivasse ad esempio la regione sensoriale del suono, e in tal caso avremmo la sinestesia. Faccio notare poi che una visione “frenologica“del cervello e le solite “accensioni” colorate della risonanza magnetica in real time sono, se mi passate il termine, un po’ stucchevoli.
In un modo o in un altro, in un articolo che si occupi di scienza del cervello ciascuno di questi elementi viene menzionato non come fatto sperimentale di natura probabilistica, ma come espediente retorico.
C’è un altro punto dell’articolo che mi piace approfondire. La giornalista afferma che non solo la lettura di un libro simulerebbe la realtà bensì faciliterebbe l’opportunità di “entrare nei pensieri e nei sentimenti dei personaggi”.
Il romanzo non fa altro che esplorare profondi aspetti della vita mentale e sociale dei personaggi. Così come accade nella nostra vita relazionale, durante la lettura di un buon romanzo il cervello è molto attivo perché cerchiamo di comprendere cosa passi per la testa ai protagonisti della storia.
In poche parole, leggere un romanzo sarebbe un esercizio di teoria della mente, cioè quella abilità di riflettere sui pensieri e sulle emozioni che attribuiamo a chi ci sta davanti. Un processo mentale che è attivo soprattutto nelle situazioni sociali e perché no anche nella trama relazionale di un personaggio narrativo. Come dice il ricercatore citato dalla giornalista: “c’è una sostanziale sovrapposizione tra i network del cervello attivi durante la lettura di storie e quelli utilizzati per gestire le relazioni sociali, in particolare per rappresentarci i loro pensieri e le loro emozioni“.
La conseguenza particolarmente intrigante è che leggere romanzi (quelli buoni eh) aiuti a simulare, anticipare e risolvere le numerose complicazioni dei rapporti sociali di ogni giorno. La lettura di storie narrative aiuta a saper leggere la mente degli altri e agevola una più coerente interpretazione dei vari ruoli che assumiamo di volta in volta nelle relazioni sociali.
Però a me non convince del tutto questo pezzo finale. Perché la metacognizione è un processo mentale difficile che è più “naturale” svolgere con la presenza di almeno un interlocutore, in una effettiva reciprocità fisica. L’esperienza in soggettiva, la descrizione da parte dell’autore del mondo interiore del personaggio non sempre è coerente, quasi sempre è connessa con le intenzioni letterarie nell’economia generale di una storia.
È in fondo una descrizione data. La riceviamo senza possibilità di risalire ai processi attraverso cui si generano emozioni, pensieri e azioni descritte.
Possiamo quasi immetterci nei panni del personaggio se in sintonia con alcune nostre preferenze o vulnerabilità (e questo dipende anche dalla bravura dello scrittore). Ma raramente ci stimola a pensare sui pensieri del personaggio.
Siamo esonerati in un certo senso da ulteriori approfondimenti metacognitivi. L’autore della storia ci invita sovente ad accomodarci e a sospendere la nostra incredulità, il nostro ancoraggio alla realtà.
Insomma, più che metacognizione, per certi aspetti, la storia richiede una dose temporanea di dissociazione, di abbandono della realtà o, comunque, di non accorgerci della sostanziale differenza tra finzione e realtà. Ci crediamo alla storia come se fosse vera, non la mettiamo alla prova.
Secondo me, prendere atto di questa immersione sognate nella lettura da svegli è possibile grazie alla presenza reale di altre persone, nella conversazione approfondita intorno ad un caffè o nell’aula di una scuola con esseri umani pronti ad ascoltare e ad interrompere per arricchire i punti di vista.
Come in una fuga narrativa, direbbe Thomas Stafford nel suo piccolo bel saggio, un autentico esercizio di metacognizione inizia quando finisci di leggere e ne parli con un’altra persona. Perché il rischio è di accettare il ragionamento e le simulazioni di vita prestabilite da un altro che implica un’enigmatica obbedienza.
link Granieri
link Your brain on fiction di Annie Murphy Paul
link La fuga narrativa di Thomas Stafford
L’obbligo della parodia
Non è facile mettersi nei panni dell’altro. Quando ci penso, mi sembra un miracolo dell’evoluzione che dal caos sia venuto fuori un cervello in grado di poter “uscire” da se stesso per osservare se stesso o per osservarsi attraverso gli occhi dell’altro. Tecnicamente, questa operazione mentale viene chiamata metacognizione e, allo stato delle conoscenze attuali, [...]
Non è facile mettersi nei panni dell’altro. Quando ci penso, mi sembra un miracolo dell’evoluzione che dal caos sia venuto fuori un cervello in grado di poter “uscire” da se stesso per osservare se stesso o per osservarsi attraverso gli occhi dell’altro.
Tecnicamente, questa operazione mentale viene chiamata metacognizione e, allo stato delle conoscenze attuali, sembra essere prerogativa escusiva dell’uomo. Una buona parte di teorici ritiene che se vuoi ottenere un buon miglioramento in psicoterapia è necessario lavorare con il paziente affinché incrementi la propria metacognizione.
A scuola io provo ad utilizzarla per alcuni “giochetti”, ad esempio quando cerco di sedare una discussione tra studenti li metto alla prova chiedendo a ciascuno di mettersi nei panni dell’altro e difendere le sue ragioni. A quel punto accade il bizzarro miracolo di un cervello che si sforza in questa prova mentale. Alle volte li vedo socchiudere gli occhi, cancellano la realtà circostante per “ingaggiare” la prospettiva dell’altro, smaterializzare il proprio sé e installarsi nella cabina di pilotaggio della personalità dell’altro.
Molti ricercatori ritengono che la metacognizione sia il vero problema dell’autismo. L’impossibilità di potersi mettere nei panni dell’altro, di attribuire una mente a se stessi e all’altro, riprodurla come indossare la personalità dell’interlocutore, rappresenterebbe un drammatico ostacolo per l’autistico, insuperabile per sviluppare la propria autodeterminazione piscologica, l’autonomia e la libertà di riflessione su se stesso.
Alcuni esagerano, credendo che la metacognizione sia spiegabile con i neuroni specchio, scoperti da un team italiano a fine anni Ottanta. Sono dei neuroni con una “doppia personalità”, essendo motori dovrebbero sparare potenziali d’azione solo per contrarre fibre muscolari. Invece, incredibile, sparano anche ricevendo stimoli visivi. Insomma come se fossero neuroni sensoriali. Essi sono stati interpretati in vari modi, un po’ seri e un po’ semiseri, se pensiamo che per alcuni illustri esegeti i neuroni specchio siano alla base dell’empatia.
C’è un altro giochetto che mi piace suggerire all’insegnante. Si tratta dell’imitazione degli insegnanti da parte degli scolari. Al momento opportuno e (con l’insegnante preventivamente selezionata), organizziamo l’esperimento e i ragazzi sono invitati ad imitare gli insegnanti che vogliono. Un gioco che si rivela ricchissimo di scene da commedia umana. Non risparmiano nessuno e sanno rivelare una penetrazione psicologica dei loro bersagli che non ci si aspetterebbe. Si mettono nei panni dell’insegnante come se entrassero in una muta da sommozzatore e, spregiudicati, sanno immergersi nelle scorciatoie del carattere interpretato con impressionante naturalezza.
Come fanno? Lo studiano più dei compiti assegnati per casa. Lo conoscono a fondo e per questo sanno riprodurre il suo comportamento. Anzi, riescono a selezionare i punti più nascosti, che in genere sono quelli deboli e vulnerabili. Ma i salti metacognitivi del compito sono affascinanti. Alla fine, loro stessi hanno quasi necessità di prendere in giro l’insegnante perché si rendono conto della fragilità della sua posizione (me lo hanno confidato). Hanno bisogno di sdrammatizzare, di esagerare, per guadagnare un implicito perdono.
La metacognizione, osservare i propri stati mentali o mettersi nei panni dell’altro, è un compito difficile. Sia in psicoterapia che nella vita quotidiana, uscire da se stessi per osservarsi dal punto di vista dell’altro richiede uno sforzo cognitivo notevole. Secondo alcuni teorici è la strada evolutiva che ha condotto ad uan differenziazione della soggettività dall’oggettività interpersonale. Mi spiego, la capacità di pensarsi al di fuori della propria mente, osservandosi con gli occhi dell’altro, ha creato le condizioni per delimitare ciò che è il mondo esterno da quello mentale interno.
Secondo alcuni modelli della psicologia dello sviluppo, la coscienza e le funzioni cognitive del bambino emergono dal contesto intersoggettivo, che è poi primariamente quello familiare. La qualità dei rappporti sociali crea le condizioni ideali per un buon sviluppo metacognitivo. Sono ipotesi sperimentate e che aprono intriganti prospettive per chi come me lavora nelle scuole. Pensate al ruolo che potrebbe avere l’insegnamento della parodia in classe. La parodia è la rielaborazione (metacognitiva) in forma caricaturale di un personaggio o di un genere letterario.
L’idea mi è balenata quando ho letto il libro di Fruttero & Lucentini, I ferri del mestiere (grazie al suggerimento di un ignegnere idalgo, di uno zio bonino e di Diego alle prese con i trentanni, li trovate qui), un libro che per chi ama i libri vale la pena procurarselo e in fretta. C’è un capitolo di poche pagine intitolato ‘La parodia dell’obbligo’. Ascoltate questo brano:
Per parodiare un autore bisogna infatti conoscerlo bene, averlo capito e fatto capire a fondo. E qui sta appunto la grande utilità didattica della parodia, che misura meglio di qualsiasi esame il grado di familiarità che l’alunno ha con un dato testo, e che al tempo stesso sdrammatizza quel testo, lo porta a un livello meno ostico, remoto, minaccioso, noiso, lo rende affettuosamente frequentabile anche per il futuro.
Se sostituite l’aggettivo “didattica” con “psicologica” i giochi sono fatti. Per carità, non mi assumo nessuna responsabilità qualora gli studenti causassero risentimenti, scottature impertinenti o virtuosismi parodici che mettono in discussione le personalità dei docenti.
Non è un’operazione esente da rischi. Io stesso mi immagino davanti agli Autori del libro che, spiegando loro alla luce della parodia i miei ferri del mestiere e cioè la metacognizione, i neuroni specchio, l’autismo etc., me l’immagino silenziosi che lanciano occhiate tra loro e mi immaginano come un personaggio da fantaneuroscienza.
Mi sto parodiando, beccato.
Attacco alla Bibbia psichiatrica
A pochi giorni dalla pubblicazione della nuova edizione del Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM V) da parte dell’Associazione Psichiatrica Americana (APA), evento atteso da tutti i professionsiti che si occupano di salute e malattia mentale, il National Insitute of Mental Health cioè la più grande agenzia di ricerca mondiale sulla salute mentale ha annunciato la stupefacente [...]
A pochi giorni dalla pubblicazione della nuova edizione del Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM V) da parte dell’Associazione Psichiatrica Americana (APA), evento atteso da tutti i professionsiti che si occupano di salute e malattia mentale, il National Insitute of Mental Health cioè la più grande agenzia di ricerca mondiale sulla salute mentale ha annunciato la stupefacente decisione di abbandonare le ricerche connesse alla mondo teorico e metodologico del DSM.
Sebbene nell’annuncio si evidenzi l’importante immissione di nuove categorie diagnostiche nella nuova edizione DSM V come il disturbo di regolazione dell’umore o la riorganizzazione di alcune diagnosi come il disturbo dello spettro autistico, il direttore del NIMH Thomas Insel dichiara:
[...] il DSM è descritto come la bibbia della psicopatologia, ma non è altro che un dizionario dove trovare una serie di etichette e definizioni. La forza di ciascuna edizione del DSM è stata l’affidabilità affinché ogni clinico utilizzasse gli stessi termini e gli stessi metodi. La mancanza di validità però è la sua debolezza. Al contrario di come viene descritto un problema cardiaco, un linfonoma o l’AIDS, le diagnosi del DSM sono basate su classi di sintomi clinici concordati e non su misure oggettive di laboratorio. Nell’ambito generale della medicina sarebbe l’equivalente della creazione di un sistema diagnostico basato sulla natura del dolore toracico o sulla qualità della febbre. (Il corsivo è mio)
Invece, il direttore Insel sostiene che i pazienti meritano ben altro e caldeggia il progetto alternativo lanciato dal NIMH, il Research Domain Criteria (RDoC) che rielabora le diagnosi alla luce dei contributi della genetica, delle tecniche di imaging, delle novità della scienza cognitiva e di altri livelli di informazione, riassunti su alcune tesi:
- Un approccio diagnostico basato sulla biologia affinché i sintomi non siano vincolati dalle categorie diagnostiche del DSM
- I disturbi mentali sono disturbi biologici che implicano circuiti cerebrali all’interno di domini cognitivi, emotivi e comportamentali
- La dimensione della funzione deve essere il centro di attenzione di ogni livello di analisi
- La mappatura degli aspetti genetici, neurali e cognitivi dei disturbi mentali procureranno nuovi e più appropriati obiettivi di cura
Insomma, basta più andare dietro ai sintomi per stabilire una diagnosi cui corrisponderebbe automaticamente un disturbo e il trattamento relativo. Immaginate, scrive il direttore del NIMH, di decidere che l’elettrocardiogramma non sia utile perché molti pazienti con il dolore al petto non presentano variazioni cardiache rilevanti. E’ ciò a cui si assistite da decenni in psicopatologia clinica, quando un evento biochimico viene trascurato dal momento che non rientra nella categoria diagnostica del DSM.
Questo è il motivo per cui il NIMH riorienterà la ricerca oltre le categorie diagnostiche del DSM. In futuro, supporteremo progetti di ricerca che indaghino attraverso le categorie diagnostiche per cominciare a sviluppare un sistema diagnostico migliore. Cosa significa per i ricercatori? I test clinici devono essere progettati ad esempio per tutti i pazienti i cui sintomi siano connessi con la dimensione dell’umore piuttosto che coerenti con i rigidi criteri del classico disturbo depressivo. Gli studi sui biomarcatori per la “depressione” possono iniziare osservando attraverso i vari disturbi la comune anedonia, i bias emotivi o il rallentamento psicomotorio per comprenderne i circuiti sottostanti a questi sintomi.
In poche parole, lo scopo del nuovo progetto del NIMH è quello di individuare basi neuropsicologiche, cognitive e genetiche in riferimento alla funzione del dominio psicologico per calibrare sia la descrizione diagnostica sia la cura psicofarmacologica. Anziché essere vincolati dalle categorie diagnostiche, che non sono altro che gruppi di sintomi statisticamente ridondanti in un campione di pazienti, l’obiettivo è quello di individuare quei componenti all’interno di un sistema complesso che in un certo senso unifichi i vari disturbi lungo un continuum che prima appariva un “discretuum”. Faccio un esempio: l’attivazione fisiologica dell’ansia la si può osservare sia in un attacco di panico come pure in un disturbo bipolare e quindi avrà una comune base neurocognitiva e comportamentale.
Attenzione, siamo ancora in alto mare, si tratta di un progetto in fase embrionale e sperimentale. Lo stile diagnostico dei clinici rimarrà basato sul DSM per molto tempo a venire. Ma che il più grosso istituto di ricerca al mondo sulle questioni mentali lanci spudoratamente la sfida ad uno dei simboli storici dell’APA come il DSM, ci fa capire che è tempo di potenziali mutamenti di paradigma, che fanno tremare la mente ad intere generazioni di clinici e accademici.
Spero soltanto che la più grande agenzia del mondo sulla ricerca della salute mentale non commetta la stessa negligenza dei colleghi psichiatri nel DSM nel minimizzare il ruolo della cultura nella realizzazione, nel bene e nel male, dell’essere umano.
link annuncio NIMH
link progetto Research Domain Criteria del NIMH
In questi giorni circola la notizia sull’intenzione del Ministero della Salute di blocccare l’attività degli psicologi negli ospedali secondo le direttive del decreto sugli “standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera”. L’Ordine degli Psicologi ha subito reagito, affiancato da numerose società scientifiche e da una petizione online. Egregio Ministro In particolare, desidero sottoporre alla sua attenzione [...]
In questi giorni circola la notizia sull’intenzione del Ministero della Salute di blocccare l’attività degli psicologi negli ospedali secondo le direttive del decreto sugli “standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera”. L’Ordine degli Psicologi ha subito reagito, affiancato da numerose società scientifiche e da una petizione online.
Egregio Ministro
In particolare, desidero sottoporre alla sua attenzione come l’articolo 3 dell’Allegato 1, nell’individuare i tassi di ospedalizzazione attesi per disciplina, non faccia alcun riferimento all’assistenza psicologica. Si decide, in tal modo, di non fissare alcuno standard per la disciplina psicologica, ponendola così, di fatto, al di fuori dei servizi minimi della rete assistenziale ospedaliera.
Tale scelta – effettuata in assoluta coerenza con quella di non includere la Psicologia né nell’enucleazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) né all’interno del Sistema Informativo Sanitario (Sis) – rivela una sensibile sottovalutazione del contributo che questa disciplina può e già fornisce nei percorsi di tutela della salute e di promozione del benessere fisico, mentale e sociale dei cittadini.
Sono, infatti, numerosi gli studi che hanno sottolineato come l’inserimento mirato di un intervento psicologico nel corso delle fasi di diagnosi, cura e riabilitazione di un paziente possa comportare significativi vantaggi per la sua salute.
A questo allarme mediatico lanciato dal Consiglio Nazionale degli Psicologi, dalle associazioni, dai malati, dai familiari, è arrivata una nota dal Ministero della Salute:
In relazione alle notizie di agenzia relative alla paventata scomparsa degli psicologi ospedalieri per effetto della revisione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera, prevista dalla spending review, il Ministero della Salute precisa che il regolamento cui si fa riferimento è ancora in una fase di discussione con le Regioni e Province Autonome. Le osservazioni pervenute dal Consiglio Nazionale degli Ordini degli Psicologi sono state valutate dai competenti uffici ministeriali e costituiranno, unitamente alle altre considerazioni pervenute, oggetto di riflessione nei successivi incontri con le Regioni. In ogni caso, il regolamento già nella sua attuale formulazione non prevede alcuna soppressione della figura dello psicologo, in quanto il regolamento ha come finalità principale la riorganizzazione dei posti letto e della pianta base dei servizi ospedalieri senza entrare nel merito delle specifiche professioni sanitarie coinvolte e necessarie.
La nota ministeriale non mi rassicura affatto. Mi aspettavo una dichiarazione del tipo: “ehi, avete interpretato male, gli psicologi non si toccano! E, mi aspettavo ancora, nella logica della prevenzione, della diagnosi, della cura e riabilitazione della persona, la psicologia è la scienza su cui impostare il futuro della medicina nazionale in un programma avanzato di potenziamento e sviluppo nel welfare per il benessere di tutti i cittadini”.
Mi aspettavo: “ma siete matti? Siamo terribilmente in ritardo rispetto al mondo civile sulla questione della psicologia in ogni settore strategico dello Stato (scuola, sanità, sicurezza), che non ci sogneremmo mai una simile scelta…”.
Mi aspettavo: “ma sapete che ormai numerose ricerche confermano l’effettivo beneficio della psicoterapia per affrontare una malattia organica, o per le fasi postoperatorie chirurgiche, per il periodo post partum di una donna, per la riabilitazione psichica di una persona che ha superato un infarto o per un’anoressica ricoverata e intubata per alimentarla… che la sola ipotesi di un taglio del personale di psicologia è pura follia?”.
Mi aspettavo una dichiarazione ferma e decisa sull’importanza attribuita alla psicologia per prepararsi a morire, già, per quella strana eventualità di cui poco si sente parlare, che succede agli altri, in tv o in un videogame e sembra che parlarne sia diventato quasi un tabù. Eppure il malato e la famiglia avrebbero diritto a ricevere l’aiuto competente e serio di uno psicologo (per avere un’idea puoi leggere il libro La morte e il morire di Elisabeth Kübler-Ross). Ma forse la morte è solo un evento privato, sappiamo quanto sia poco apprezzato questo termine in Italia e, in una realtà sociale fondata sui network e i real tv, la privatezza ha un valore solo legale quando la si difende in un tribunale in nome della cosidetta privacy.
Mi aspettavo una risposta retorica insomma, perché invece è tutto reale e concreto nei tagli alla spesa pubblica, nelle parole burocratiche (senza entrare nel merito delle specifiche professioni sanitarie coinvolte), nei target sociali: i malati, i disabili, gli anziani, i bambini, le donne in gravidanza, i ricercatori, i disoccupati, i precari, i carcerati.
Link della petizione
Link del Decreto
Link della notizia e link della replica ministeriale
Link della lettera dell’Ordine
Link del libro di Elisabeth Kübler-Ross
Da qualche giorno hai un pessimo umore? Ti senti più ansioso del previsto, non dormi bene la notte oppure capita di frequente che senti un oppressivo senso di fallimento? Collegati online al tuo psicoprofilo acquistato con carta di credito (insieme ad un kit di sensori corporei) e parlane al tuo SimSensei personale. Ok, è uno [...]
Da qualche giorno hai un pessimo umore? Ti senti più ansioso del previsto, non dormi bene la notte oppure capita di frequente che senti un oppressivo senso di fallimento? Collegati online al tuo psicoprofilo acquistato con carta di credito (insieme ad un kit di sensori corporei) e parlane al tuo SimSensei personale.
Ok, è uno scenario da fantascienza che puoi trovare in un racconto di cyberpunk. Ma fino ad un certo punto. All’Institute for Creative Technologies (ICT), in California, la pensano diversamente e fanno progressi con i loro programmi di animazione virtuale. Psicologi clinici, neuroscienziati cognitivi, esperti di intelligenza artificiale, linguisti, programmatori informatici, grafici, artisti, lavorano per realizzare “umani” virtuali che pensino e si comportino come le persone reali. Per farti un’idea guarda il video che segue.
Il SimSensei è la figura a destra, una riproduzione virtuale di un essere umano (che non esiste, ma è costituito da un programma informatico avanzato) che interagisce con la persona a sinistra. L’aspetto impressionante consiste nel comportamento del SimSensei, il modo in cui parla, gesticola e conduce la conversazione. In poche parole, riceve una serie di feedback fisiologici e comportamentali dal suo interlocutore e “decide” come rispondere, quale domanda porre, quale espressione e postura esprimere.
Questo software complesso analizza in tempo reale le tue espressioni facciali, la postura del corpo, le caratteristiche acustiche e la struttura verbale del linguaggio e le principali proprietà comportamentali di alto livello. A partire da questi dati il SimSensei costruisce ipotesi sul tuo stato mentale e su possibili disagi emotivi in corso, ad esempio se sei depresso o ansioso.
Il programma alla base è costituito dal perception markup language (PML) che integra diversi processi di elaborazione su più livelli: i numerosi indici comportamentali, i significati delle parole, i cambiamenti tonali dell’eloquio, i gesti simultanei, il movimento della testa, le espressioni facciali. Diversamente dalle precedenti esperienze informatiche, questo modello affronta l’incertezza del dialogo, cioè valuta che tipo di dialogo intraprendere in base all’interazione in corso e ai dati multimodali che elabora interattivamente.
In dettaglio, non si sofferma solo sulle parole pronunciate dall’interlocutore ma, soprattutto, raccoglie informazioni dal comportamento non verbale, cioè le espressioni facciali, il tono della voce, la rotazione della testa, la direzione dello sguardo etc. In sintesi, tre sono i livelli complessivi che attiva durante la relazione: raccoglie informazioni e valuta significati complessi, interagisce con coerenza sia nel linguaggio che nei movimenti corporei e nelle espressioni facciali, orienta il discorso globalmente in base agli argomenti attivi durante il dialogo, modificandoli eventualmente nel corso dell’interazione.
Nel progetto presentato in questo articolo, i ricercatori hanno inserito alcuni scenari dove dei pazienti (depressi o con disturbo post traumatico da stress) dialogano con Ellie, un fornitore (provider) di cure sanitarie con sembianze virtualmente umane. Nel video puoi farti un’idea della realizzazione sofisticata del programma SimSensei, il modo in cui si muove coerentemente con quanto va dicendo e in linea con i movimenti posturali del paziente.
Ellie elabora tutti i feedback che riguardano la pressione del sangue, la temperatura, il battito cardiaco, la conduttanza cutanea, il ritmo e la tonalità della voce, il movimento rotatorio della testa, la direzione dello sguardo, la configurazione espressiva del volto (captando sino a 66 caratteristiche facciali), i significati delle parole. La reciprocità posturale e l’interazione espressiva delle emozioni sembrano funzionare ed Ellie è in grado di condurre il colloquio con una inaspettata naturalità.
Non è la prima volta che approfondisco questo genere di ricerche. Già in un precedente articolo parlavo della possibilità di simulare colloqui con pazienti virtuali per la formazione accademica di psichiatri e psicoterapeuti. Il team della University of Southern California ha già realizzato diversi progetti avanzati in questo settore, a partire dai piani di intervento per veterani di guerra nell’ambito del settore militare (in questo pdf puoi farti un’idea di cosa stiamo parlando).

Probabilmente sei diffidente nell’osservare queste sofisticate simulazioni quando pensi ad uno studio psicoterapeutico e al rapporto in carne e ossa con un professionista. Vero, ma la questione non è così semplice e ovvia. La tecnologia sta stravolgendo il settore della psicologia e della psicoterapia, storicamente molto resistente a certe provocazioni della contemporaneità.
Mazzuchelli ha già provato a stilare alcune riflessioni su questo tema, tra le quali mi ha colpito il riferimento a Freud. Chiede come avrebbe reagito l’illustre padre della psicoanalisi ad un setting così rigido. Io non penso che sia poi così rigido, in fondo il terapeuta virtuale basa la conversazione sui due livelli principali della comunicazione: il contenuto (l’argomento trattato) e la relazione (il comportamento non verbale), strettamente dipendenti dall’individualità del paziente. Soprattutto può ampliare i modelli interpretativi con il crowdsourcing.
Ciò che mi piace è il feedback personalizzato, automatico, corporeo, prenarrativo, cioè i parametri fisiologici, la mimica facciale, la postura, il ritmo e il tono della voce tuoi, provenienti da te e non da ipotetici prototipi, che confluiscono nella elaborazione dell’informazione per pilotare l’indagine del terapeuta virtuale. I programmatori probabilmente si sono basati sulla letteratura etologica, sulla psicologia evoluzionistica, sulle neuroscienze cognitive, sulla psicologia comparata, per organizzare modelli di confronto tra i dati del paziente e i modelli descrittivi provenienti dalle principali ricerche internazionali.
Un movimento, un espressione facciale può essere intepretabile come una specifica risposta emotiva ad un argomento target. Per darvi un’immagine semplicistica di questo lato della questione, immaginate il serial tv americano Lie to me, in cui esperti di comunicazione non verbale sono abili nel capire quando una persona dice la verità o una bugia osservando il volto o il movimento del corpo al di là delle spiegazioni date sul suo comportamento.
Ma il punto è anche un altro. Basandosi sul comportamento etologico e cercando di costruire un modello dello stato mentale (secondo una direzione bottom-up), questo genere di programma sembra rivolgersi davvero alla nostra identità preverbale, a ciò che fugge da un’analisi propriamente semantica, analitica, razionale. Identificando, decodificando le contrazioni muscolari, il ritmo cardiaco, il lapsus di un’occhiata fuori campo, la webcam del Simsensei potrebbe cogliere il lato inconscio che è in noi, almeno secondo il teorema freudiano. O per lo meno, fornire una prima ipotesi di lavoro da approfondire in colloqui successivi con un terapeuta in carne e ossa.
Siamo agli esordi di un nuovo quadro storico-antropologico. Gli schemi teorici degli psicologi non sono ancora sufficientemente preparati per capire verso dove punti il progresso tecnologico. Al momento questi progetti sono utili in via sperimentale per simulare lezioni per studenti, per fornire un ipotetico approccio diagnostico, per guidare l’analisi preliminare. Ma la personalizzazione, la simulazione narrativa, la finzione della realtà, come siamo abituati a tollerarla sin da bambini, sembrano essere gli ingredienti giusti per generare nuove frontiere terapeutiche.
Link al sito della USC
Link al pdf del protocollo militare e link del progetto SimSensei
Link del video SimSensei su youtube
Link al sito di Mazzucchelli
Link all’articolo sui pazienti virtuali
Siamo sempre stati attratti dalle opere di artisti tormentati. La loro biografia irrompe nell’opera artistica con la resa fisica, nel materiale utilizzato, nell’invito emotivo del soggetto pittorico, della scrittura, della composizione musicale. Van Gogh, Edgar Poe, Beethoven, sono alcuni esempi di uomini che hanno espresso certi sentimenti interiori che raramente trovano un’accoglienza tollerante nel contesto [...]
Siamo sempre stati attratti dalle opere di artisti tormentati. La loro biografia irrompe nell’opera artistica con la resa fisica, nel materiale utilizzato, nell’invito emotivo del soggetto pittorico, della scrittura, della composizione musicale. Van Gogh, Edgar Poe, Beethoven, sono alcuni esempi di uomini che hanno espresso certi sentimenti interiori che raramente trovano un’accoglienza tollerante nel contesto sociale.
A questi artisti così ben caratterizzati psicologicamente, possiamo collegare l’esistenza di un’altra categoria di artisti che vivono condizioni esistenziali “neurologiche”. E’ ciò che puoi osservare nell’allestimento pittorico del Collettivo londinese di artisti con compromissioni neurologiche. Nel sito sono esposte le opere di persone che hanno disturbi neuropsicologici o hanno subito traumi neurologici, neuropatie o degenerazioni senili del cervello, come l’alzheimer, l’autismo, la demenza, l’ictus, la sindrome di Bonnett, l’emicrania cronica o traumi dovuti ai colpi ricevuti alla testa da un aggressore.
I curatori di questa organizzazione promuovono un dibattito pubblico interdisciplinare per esplorare e comprendere le connessioni tra l’arte, la creatività, le neuroscienze e le basi cerebrali della percezione visiva. Per questo intercettano le opere di quegli artisti affetti da alterazioni cerebrali insieme a quelle forme d’arte ispirate dalle scoperte neuroscientifiche.
Alcuni di questi artisti improvvisamente sono stati colpiti da un ictus o da una malattia degenerativa, oppure sono autistici fin dalla nascita e producono immagini complicate e straordinarie per perizia tecnica.
Come ad esempio William Utermohlen, un artista che dopo l’insorgere dell’alzheimer comincia a creare lavori in cui sono visibili i cambiamenti grafici causati dalla demenza, oppure Jon Sarkin il quale, dopo essergli stata rimossa una parte dell’emisfero sinistro per le conseguenze di un ictus, abbandona il lavoro che faceva prima del malore, si isola e inizia a generare una sovrabbondante produzione di disegni e dipinti. Un altro incredibile artista è JJ Ignatius Brennan, conosciuto per i suoi surreali lavori ispirati alle frequenti emicranie che lo hanno sempre afflitto tra sofferenze, diminuzione della vista, allucinazioni di triangoli e linee spezzate, campi visivi frammentati a mosaico, facce e oggetti che spesso gli appaiono deformati, duplicati o ingranditi e la perdita saltuaria della percezione della profondità.
Questi artisti mi fanno pensare ai pazienti di Oliver Sacks o di Vilayanur S. Ramachandran descritti sapientemente nei loro saggi divulgativi. Individui che manifestano strani comportamenti, percezioni del mondo e di se stessi uniche e inquietanti, con disturbi della percezione, della coscienza, dell’identità.
Sia i dipinti del collettivo che le storie narrate dai due neurologi si integrano con ammirevole opportunità. I pazienti di Sacks e di Ramachandran sono atipici, quasi ideali rispetto alla maggioranza dei casi in cui i sintomi neurologici spesso si confondono, si mescolano e non sono così netti e chiari da identificare e spiegare. Nei quadri dei pittori “neurologici” i sintomi sono più sfuggenti, carichi di messaggi da decifrare, più tipici che prototipici.
Lo stesso discorso vale con i disagi psichici nella clinica psichiatrica e psicoterapeutica. E’ raro trovare un disturbo “pulito”, senza rumore di fondo.
Per un paio di giorni siamo stati tutti interessati al colore del fumo di un comingnolo. Strano mezzzo di comunicazione nell’era di twitter e facebook. All’interno della Cappella Sistina, 120 cardinali hanno deciso, guidati dallo spirito santo, quale papa eleggere. Sopra le loro teste campeggiavano le bibliche figure di Michelangelo Buonarroti disegnate nella loro sfacciata e muscolare fisicità. A [...]
Per un paio di giorni siamo stati tutti interessati al colore del fumo di un comingnolo. Strano mezzzo di comunicazione nell’era di twitter e facebook. All’interno della Cappella Sistina, 120 cardinali hanno deciso, guidati dallo spirito santo, quale papa eleggere. Sopra le loro teste campeggiavano le bibliche figure di Michelangelo Buonarroti disegnate nella loro sfacciata e muscolare fisicità.
A pochi minuti dall’habemus papam intanto la CEI inviava una mail di congratulazioni al nuovo papa Angelo Scola. Una gaffe subito corretta che suggeriva direttamente le speranze dell’assemblea dei vescovi. Un lapsus freudiano. Ironico se pensiamo che la psicoanalisi ha sempre rappresentato per la Chiesa un nemico ideologico.
C’è un punto però che secondo me avvicina la psicoanalisi alla dottrina cattolica e riguarda la coscienza. Entrambe nel complesso sono diffidenti verso la coscienza, per ragioni teoriche diverse ma convergenti verso un giudizio “severo”. In Freud la coscienza ha ricevuto oltretutto meno attenzione rispetto a quanto ne concentrò per l’inconscio. I dottori della Chiesa hanno sempre “sabotato” la coscienza identificandola nel libero arbitrio dell’uomo che si specifica però nella sola libertà di peccare. La coscienza è sempre stata oggetto di “perquisizione” da parte del prete.
Per Freud aveva più senso rivolgere l’attenzione all’inconscio, la parte oscura della psiche che determina la facciata esterna del comportamento cosciente. Non è il solo antimentalista. Nel 1900 pubblica l’Interpretazione dei sogni e dopo una decina d’anni circa John Watson, fondatore del comportamentismo, dichiara che lo studio dei contenuti mentali, tra cui la coscienza, sia privo di valore scientifico e ciò che conta per una psicologia scientifica è l’indagine del rapporto tra stimoli ambientali e risposte comportamentali dell’uomo.
Strana combinazione, comportamentismo e psicoanalisi accomunati (per ragioni diverse) dal teorico disinteresse verso la coscienza. Non sono così soli se pensiamo alle neuroscienze. Da una ventina d’anni, le nuove tecnologie di neuroimaging hanno messo sull’altare dell’attenzione scientifica e mediatica le ricerche sul rapporto tra cervello e tutta la gamma delle attività umane, dalla cognizione a qualsiasi fenomeno culturale. Viviamo nell’era delle neuroscienze popstar.
Vaughan Bell sull’Guardian fa notare come questo straordinario fenomeno abbia prodotto una neurocultura, cioè una potente trasformazione dell’immaginario collettivo che coinvolge scienziati, mass media e opinione pubblica. Il cervello è al centro dell’attenzione in quasi tutti i contesti sociali, dalla medicina all’economia, dall’estetica all’educazione, dalla letteratura ai tribunali, dalla politica alla religione!
Nikolas Rose e Abi-Rached hanno scritto che gli anni Sessanta sono stati il decennio cruciale perché si formasse uno sguardo neuromolecolare sulla psiche dell’uomo. In The birth of the neuromolecular gaze scrivono che i fattori che sancirono l’avvio di questo successo degli studi sul cervello furono rappresentati dai progressi della biologia molecolare, dalle ricerche di biofisica e dalla neurochimica.
In poche parole, la scoperta degli effetti terapeutici degli psicofarmaci attirò l’attenzione delle case farmaceutiche e degli psichiatri. La possibilità di mettere in commercio senza precedenti droghe con un legale effetto “curativo” per i disturbi mentali diede un potente contributo economico alle ricerche nel settore. Anche in questo caso si realizzò un ironico connubbio tra psicoanalisi e chimica: i primi accolsero favorevolmente l’ingresso dei nuovi farmaci perché gli effetti psicologici delle nuove medicine potevano essere integrati al trattamento psicoanalitico. Secondo lo slogan, tuttora presente, gli psicofarmaci possono far breccia nelle difese della mente. Indebolendo le resistenze psicotiche era possibile l’ingresso specialistico dell’analisi dello psichiatra nell’inconscio del paziente.
Inoltre, i principi attivi sintetizzati potevano compensare i deficit dei neurotrasmettitori e i medici di famiglia cominciarono a prescrivere psicofarmaci sulla base semplicistica ad esempio che bassa serotonina corriponde alla depressione o troppa dopamina conduce alla psicosi. Il fatto che le ricerche falsificassero queste ipotesi non aveva poi molta importanza.
Gli anni Sessanta in fondo sono stati pure il periodo d’oro dell’industria militare psicologica. La psichiatria e la psicofarmacologia nascente erano immersi in un mondo diviso in due, con la guerra del Vietnam in corso e la paranoia mai sopita sulla capacità manipolatoria mentale dei comunisti . La CIA in quegli anni lavorò ad un progetto, MKULTRA, col quale cercava di sviluppare tecniche e protocolli di controllo mentale attraverso l’uso dell’ipnosi, dell’LSD, sieri della verità, messaggi subliminali etc. Molti psicologi e psichiatri vennero coinvolti nei programmi militari. Tra scoperte della neurobiologia e le segrete tentazioni militari si generarono strane storie. Di queste intrigate vicende e paranoie puoi farti un’idea leggendo questo articolo.
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Le neuroscienze continuano ad affascinare. Conoscere come funzioni il nostro cervello attraverso le splendide immagini video in cui flussi cromatici suggeriscono che proprio lì c’è attività mentale, ciò che pensi, ciò che sogni, ciò che desideri, sbaraglia ogni avversario e ci fa credere di più ad una immagine di risonaza magnetica che alle parole del nostro interlocutore. Già, secondo diverse ricerche le persone tendono a credere di più alla fotografia di un cervello che alla versione di un testimone oculare. Un po’ come si comportano certi psicoterapeuti. La coscienza non è affidabile.
In realtà, c’è un profondo dibattito nella comunità scientifica mondiale che mette in discussione certe intepretazioni neuroscientifiche sul rapporto cervello-neuroimmagini-mente-cultura. In questo senso i migliori blogger che vi suggerisco di seguire sono neurocritic e neuroskeptic. Le scoperte delle neuroscienze hanno avvicinato molte persone alla conoscenza dell’attività cerebrale in connessione al comportamento umano, un avvicinamento culturale che secondo me è sempre un fatto positivo. Ma spesso interpretazioni infondate hanno alimentato pregiudizi basati su considerazioni infondate del cervello. Ad esempio, cervelli diversi corripondono a vari tipi umani che, in base allo scopo, conduce a legittimare comportamenti discriminatori verso gruppi sociali specifici: le donne, alcuni gruppi etnici, i disabili, “i malati mentali”. Chi è diverso ha un cervello diverso e diventa il capro espiatorio delle proprie paure.
Qui in Italia gli echi di questo dibattito internazionale sembrano molto lontani e spesso arrivano nei principali siti di informazione sotto forma di qualche articolo esotico che parla di potenziamento del cervello, di centro dell’innamoramento o di conferme neuroscientifiche dell’inconscio. Ok, viviamo nel Paese che ha inventato l’elettroshok e Cesare Lombroso, è un Paese antimentalista per eccellenza, il cui fiato è sospeso per il colore del fumo di un comignolo. Perché stupirsi? Non è così strano che si dica, senza scrupoli di coscienza, che i cervelli fuggano via. In una sola frase condensiamo fede e materia.
Due cervelli di ratti per la prima volta nella storia sono stati messi in comunicazione. Sebbene non possano comunicare con il linguaggio degli uomini, i ricercatori hanno ideato una connessione diretta tra i cervelli di coppie di roditori utilizzando una sofisticata rete di sensori, computer e connessione internet. Mentre un ratto risolveva un compito, veniva [...]
Due cervelli di ratti per la prima volta nella storia sono stati messi in comunicazione. Sebbene non possano comunicare con il linguaggio degli uomini, i ricercatori hanno ideato una connessione diretta tra i cervelli di coppie di roditori utilizzando una sofisticata rete di sensori, computer e connessione internet. Mentre un ratto risolveva un compito, veniva registrata l’attività cerebrale e spedita al cervello dell’altro ratto, il quale pur non essendo stato adddestrato ha risolto il medesimo compito grazie all’informazione corticale del partner ricevuta nel proprio cervello attraverso dei microelettrodi.
Il team di ricercatori che ha svolto questo esperimento è stato guidato dal professore Miguel Nicolelis (cliccaci sopra e fatti un giro nel suo bel sito), non nuovo a queste cyber sperimentazioni. Ad esempio qui puoi trovare una sua conferenza dove mostra come una scimmia possa controllare un robot con i suoi pensieri.
Il paradigma utilizzato da Nicolelis è il brain-to-brain interface (BTBI), l’interfaccia “cervello-cervello, che consente di utilizzare l’informazione del cervello (il pensiero, la percezione, l’attenzione) per controllare dei dispositivi esterni artificiali: il soggetto comunica l’intenzione motoria al mondo esterno senza l’interferenza del corpo. Insomma, concepisci ed esegui un movimento utilizzando il tuo pensiero e un device esterno. In questo video potete trovare un esempio recente di una donna paralizzata che utilizza il suo pensiero per controllare un braccio meccanico.
Nella ricerca del professore del Centro Medico della Duke University, il BTBI è stato impiegato per trasferire in tempo reale informazione sensomotoria significativa tra cervelli di coppie di ratti, tra un encoder e un decoder.
Un ratto era il codificatore (encoder) che svolgeva un compito in cui doveva selezionare la scelta giusta tra due stimoli visivi o tattili. Mentre svolgeva il compito, pacchetti di informazione del suo cervello venivano trasmessi al ratto decodificatore (decoder) nelle aree corticali corrispettive attraverso delle microstimolazioni corticali (ICMS, intracortical microstimulation). Nell’esperimento, il ratto decodificatore svolgeva con successo lo stesso compito senza aver ricevuto un addestramento prelimiare e con la sola informazione ricevuta dal ratto appaiato (encoder). [vedi fig.1]
Figura 1
La ricerca è stata articolata in 3 esperimenti. I primi due si distinguevano per il tipo di compito eseguito, uno motorio e uno tattile. Il terzo, più sorprendente, era differente a proposito della località e cioè un membro della coppia stava in Brasile e distava centiania di chilometri rispetto all’altro che si trovava negli Stati Uniti.
La procedura si è basata nel modo seguente: il ratto encoder (da qui in poi lo citerò solo col termine tecnico) è stato prima addestrato ad eseguire una selezione motoria (abbassando una leva riceve il premio) o una discriminazione tattile (infilare il muso nell’apertura giusta per ricevere un premio), mentre il ratto decoder è stato addestrato a ricevere i microimpulsi (ICMS) in modo tale da produrre la risposta giusta (ti stimolo la corteccia motoria e voglio che si muova l’arto superiore).
Dopo la fase di addestramento, a coppie sono stati sistemati in due box separati. Ogni qual volta appariva un puntino accesso in uno dei lati, l’encoder se abbassava la leva sottostante riceveva un premio. A questa azione corrispondeva una attività corticale “media” che veniva trasmessa nella corteccia motoria del decoder nel caso di una risposta motoria, nella corteccia somatica quando la risposta consisteva in una discriminazione tattile. Infine, altro step significativo, il ratto encoder riceveva un feedback ogni qual volta il decoder eseguiva una risposta giusta. Quindi l’encoder in totale riceveva un ulteriore rinforzo qualora il partner appaiato agiva correttamente.
In media, l’encoder ha mostrato una frequenza di risposte giuste del 95%, mentre il decoder si è assestato sulla media del 65%. La media del decoder secondo le statistiche è significativa, cioè non è dovuta al caso ma è connessa con l’attività corticale del partner trasferita e trasformata sotto forma di impulsi nella sua corteccia. Da notare che il decoder ha dato maggiori risposte corrette quando la leva da abbassare è stata quella sinistra. Inoltre, l’encoder non ricevendo un secondo premio quando il decoder sbagliava, eseguiva più rapidamente la risposta migliorando la correttezza e ricevendo il premio supplementare di feedback. Praticamente, il comportamento e la modulazione neuronale dell’encoder diventava dipendente dalla qualità prestazionale del suo partner appaiato, il ratto decoder.
Questo è uno dei passaggi che più mi interessano: nelle sessione di BTBI, i ricercatori hanno assistito a decisivi cambiamenti nel comportamento e nell’attività corticale corrispettiva in entrambi i ratti una volta che hanno cominciato a svolgere i compiti, lavorando come se facessero parte di una coppia interconnessa e integrata. L’uno inviava una mail che istruiva l’altro a come eseguire un compito, quasi contemporaneamente riceveva una mail di risposta che gli diceva “tutto ok, bravo!”, oppure “guarda che non è andato tutto bene, fai meglio!”. Aumentavano o diminuivano l’esecuzione del compito come se fossero entrambi uno a fianco all’altro e parlassero sotto voce, cioè senza farsi sentire se non grazie a segnali elettromagnetici e chimici dei loro cervelli intercorconnessi.
Infine, i ricercatori hanno pensato: se riusciamo ad estrarre informazioni dal cervello di un ratto e ad impaccatterali per trasmetterli in un altro posto (dentro il cranio del ratto decoder), cosa potremmo fare nel fratttempo con questo bagaglio? Potremmo spedirlo lontano! Infatti è proprio quello che hanno fatto… il pacchetto di dati cerebrali dell’encoder che si trovava in un laboratorio di Natal, Brasile, l’hanno spedito al ratto decoder che li ha ricevuti, sotto forma di microstimolazioni intracorticali, nel laboratorio della Duke University a Durham, USA. [vedi fig.2]
Figura 2
L’attività neuronale registrata dalla corteccia somatica dell’encoder che eseguiva il compito di distriminazione tattile è stata spedita tramite connessione internet e, sotto forma di ICMS, applicata alla corteccia somatica corrispondente del ratto decoder che si trovava in un laboratorio distante centinaia di chilometri. Una “mail” di risposta tornava in Brasile qualora il decoder rispondeva correttamente e l’encoder riceveva il rinforzo supplementare. Anche in questo terzo esperimento i due partner, sebbene separati da una grande distanza, hanno esibito un comportamento complementare come una coppia ben integrata.
Ricerca affascinante. Gli ICSM, le microstimolazioni corticali, riflettevano il numero di potenziali di azione registrati nella corteccia somatica e motoria del ratto encoder e durante una singola sessione di test erano sufficienti per far svolgere due compiti differenti correttamente in modo significativo e in tempo reale ad un altro ratto appaiato, quantunque non avesse mai svolto alcun training preliminare o si trovasse distante migliaia di chilometri. Da notare che bastava la metà di impulsi quando il decoder svolgeva il compito tattile sensorio rispetto a quello motorio, suggerendo che le aree della corteccia primaria sensoria hanno una soglia di eccitazione più bassa per l’applicativo BTBI.
Per riepilogare, due sono i punti che mi hanno fatto pensare di più. Uno riguarda il feedback di ritorno alla fonte che dava un contributo sostanziale al mantenimento della relazione in una logica dinamica e non solo conservativa. Potremmo definirlo teoricamente come il passaggio da una cibernetica di primo grado ad una di secondo grado, cioè dal mantenimento dello stato omeostatico all’integrazione di informazione nuova che cambia il comportamento originario (feedback positivo). Se vuoi farti un’idea del concetto di cibernetica clicca qui.
Il secondo punto riguarda l’elemento più propriamente tecnico: trasformando il fenomeno che osservo (il comportamento) in un linguaggio essenziale, formale, facilmente manipolabile (attività corticale, cioè potenziali di azione), posso utilizzarlo al di fuori dei proprietari del messaggio e degli scopi originari. In questa ricerca si tratta di azioni molto semplici che richiedono attività corticali relativamente piccole. Stiamo parlando di cervelli di ratti. Ma i risultati sono promettenti per trasformare e stravolgere completamente tutto ciò che oggi appare psicologicamente ovvio. Attualmente si lavora su azioni e cervelli di roditori, domani potrebbe toccare ad attività corticali più complesse e più vicine alla nostra identità.
Se oggi la tecnologia brain to brain permette ad una donna paralizzata di far muovere col solo pensiero un braccio meccanico esterno, oppure migliora le prestazioni cognitive di una scimmia o come nella ricerca che ho illustrato trasforma il concetto stesso di apprendimento in una elaborazione digitale trasferibile attraverso lo spazio (e quindi anche oltre il tempo…), aspettiamoci novità nel settore riabilitativo, ad esempio nel trattamento del Parkinson o delle quadriplagie, nella psicologia del lavoro, nell’ambito educativo, perchè no, da quello artistico, politico e sociale sino a quello psicopatologico.
Pais-Vieira, M., Lebedev, M., Kunicki, C., Wang, J., & Nicolelis, M. (2013). A Brain-to-Brain Interface for Real-Time Sharing of Sensorimotor Information Scientific Reports, 3 DOI: 10.1038/srep01319
Donare il cervello
Vuoi donare il cervello alla scienza? Compila il modulo e spedisci alla Cornell University, dipartimento “Collezione Cervelli”. Il modulo in questione è stato redatto nel 1889 dal fisiologo e anatomista Burt Green Wilder che iniziò a collezionare cervelli sperando di scoprire le relazioni tra la forma e la dimensione del cervello e “le forze mentali e corporee”. [...]
Vuoi donare il cervello alla scienza? Compila il modulo e spedisci alla Cornell University, dipartimento “Collezione Cervelli”.
Il modulo in questione è stato redatto nel 1889 dal fisiologo e anatomista Burt Green Wilder che iniziò a collezionare cervelli sperando di scoprire le relazioni tra la forma e la dimensione del cervello e “le forze mentali e corporee”. La Wilder Brain Collection oggi contiene circa 70 cervelli. A quanto pare Wilder riuscì a fare incetta di oltre 600 cervelli, inclusi quelli di amici e colleghi. Naturalmente dopo la loro morte naturale! Per un resoconto della storia di questa iniziativa puoi leggere l’articolo di Peter Edidin sul NYT.
Sul modulo Wilder curiosamente chiede che siano cervelli di persone “educate e ordinate piuttosto che ingnoranti, criminali o insane”. Non ti scandalizzare troppo, all’epoca i cervelli più studiati appartenevano a persone che rientravano in queste ultime categorie. L’indagine anatomica sui cervelli era molto in voga tra il XIX e il XX secolo, le maggiori università del mondo erano dotate di dipartimenti dedicati alla raccolta di cervelli per essere studiati e analizzati. Lo scopo dei ricercatori era quello di confrontare le masse cerebrali, analizzarne le forme, le dimensioni, le particolarità, per trovare una spiegazione alle differenze tra l’uomo “educato e civile”, il criminale, il genio. L’ipotesi teorica che li guidava faceva riferimento alle teorie frenologiche di Franz Joseph Gall. Per una panoramica sul locazionalismo cerebrale puoi dare un’occhiata qui.
Gall pensava che a ciascuna porzione di cervello corrispondesse un tratto di personalità e che lo studio della morfologia del cranio potesse essere utile per risalire al profilo psichico dell’individuo. Una prospettiva sintetizzata dal detto comune “ha il bernoccolo per…”. Cesare Lombroso addirittura pensò di poter tracciare un identikit criminologico basandosi sullo studio cranometrico e facciale del soggetto. Le teorie frenologiche in seguito si rivelarono quasi del tutto false, lo studio quantitativo ed “estetico” del cervello non è sufficiente per comprendere la personalità di una persona. Più tardi furono in parte rivalutate, almeno storicamente, grazie al fatto che esistono effettivamente dei moduli cerebrali dedicati ad una specifica funzione cognitiva, ad esempio le colonne di neuroni dell’area cerebrale visiva che si attivano solo per elaborare il colore o l’orientamento dello stimolo visivo.
La raccolta dei cervelli fu presto abbandonata e molte collezioni rimasero trascurate e disperse, senza essere più studiate. Ma in quel periodo storico spostarono la ricerca su un ambito più scientifico nel cercare di spiegare la mente con argomenti biologici piuttosto che spirituali, animistici o filosofici. La collezione dell’Università di Cornell contiene lo stesso cervello di Wilder, dello psicologo strutturalista Edward B. Titchener, del naturalista Henry Augustus Ward.
Infine, degna di essere menzionata è la nota 3 del modulo, l’esortazione tecnica che fornisce specifiche indicazioni su come spedire il cervello:
Il cervello sia conservato con più cura in un barattolo di latta di salamoia saturata, il coperchio sia assicurato dal chirurgo con una ingessatura superiore; il tutto da spedire al seguente indirizzo: Dipartimento di Anatomia, Università di Cornell.
Allora, che ne dici, vuoi firmare il modulo e donare il tuo cervello?
Quando cerchiamo di trovare una spiegazione ad un fenomeno possiamo utilizzare un criterio di tipo causale oppure di tipo finale. In altre parole, nel primo caso cerchiamo una causa efficiente, cioè quali sono stati i meccanismi precedenti che hanno portato al fenomeno in questione; nel secondo caso diamo una spiegazione in vista dello scopo verso [...]
Quando cerchiamo di trovare una spiegazione ad un fenomeno possiamo utilizzare un criterio di tipo causale oppure di tipo finale. In altre parole, nel primo caso cerchiamo una causa efficiente, cioè quali sono stati i meccanismi precedenti che hanno portato al fenomeno in questione; nel secondo caso diamo una spiegazione in vista dello scopo verso cui tende. Aristotele fu il primo a definire in modo sistematico questi due tipi di cause.
Chiedersi il perché di un evento implica quindi due tipi di spiegazioni che hanno a che fare con il tempo: una rivolta verso il futuro, in grazie del quale avviene un evento, l’altra rivolta a quelle circostanze antecedenti che l’hanno causato. Ricorrere ad una spiegazione finalistica implica un atteggiamento teleologico, vale a dire che si presuppone un disegno intelligente creato da un artefice dietro all’ordine delle cose. Spiegarsi gli eventi in modo meccanico implica un atteggiamento empirico, sperimentale e scettico.
La causa finale è stata al centro dell’attenzione nelle dottrine filosofiche e religiose dal pensiero greco (Platone, V secolo a.c.) sino al tramonto della Scolastica, cioè per circa 2000 anni. La causa efficiente è il criterio adottato dagli scienziati a partire dal 1500, quando Galileo Galilei ufficialmente diede il via alla prima autentica Rivoluzione Scientifica. Da quel momento in poi, nella ricerca scientifica è diventata prevalente una visione meccanicistica dei fenomeni naturali, cioè la natura deve essere spiegata con la “natura” anziché ricorrendo a entità metafisiche e spirituali.
I due atteggiamenti spesso corrispondono a due concezioni della vita differenti e agli antipodi quando sono in ballo temi scottanti come l’origine della vita, la salute fisica, il benessere psichico, la malattia terminale. Lo scienziato è il classico esempio del ricercatore che cerca di scoprire le cause attraverso cui avvengono fenomeni naturali. Il rigore metodologico, l’oggettività, il linguaggio formale, il metodo sperimentale, sono i tratti che lo contraddistinguono. Invece, chi abitualmente non fa scienza, cioè noi esseri mortali, generiamo ipotesi poco scientifiche ed irrazionali su noi stessi e sul mondo.
Non è un fatto così grave, produciamo in continuazione ipotesi sullo stesso argomento e non importa se siano infondate dal punto di vista scientifico, a meno che si tenti di imporle come verità assolute. Da questo punto di vista, possiamo dire che le verità religiose e la conoscenza scientifica si occupano di argomenti non sovrapponibili.
Ma la mente di un uomo di scienza non è così differente da quello dell’uomo comune. Al rigore scientifico possono coesistere atteggiamenti magici verso il mondo, idee strampalate, stranezze comportamentali, bizarrie che talvolta, come sosteneva Thomas Kuhn, possono in effetti causare cambiamenti rivoluzionari nella stessa ricerca scientifica.
Non mi sorprende, la mente umana è fatta di storie, di costruzioni magiche del mondo, inevitabilmente protesa verso uno scopo. Siamo irresistibilmente attratti da spiegazioni teleologiche, il corso degli eventi tende ad un fine, posto da qualche vaga entità. Ci sono ricerche stimolanti che dimostrano come la spiegazione teleologica non sia così estranea nei ragionamenti di uno scienziato. Un po’ come i bambini che pensano che il sole esista per fare luce, anche gli scienziati sotto certe circostanze mostrano atteggiamenti poco scientifici e più magici.
In una ricerca, Deborah Kelemen e i suoi collaboratori hanno somministrato una batteria di 100 frasi a 80 ricercatori di fisica e di chimica a cui dovevano rispondere con un sì o un no. Alcune frasi contenevano spiegazioni teleologiche sulla natura, ad esempio “gli alberi producono ossigeno perché gli uomini possano respirare”. Metà degli scienziati doveva rispondere in 3 secondi, l’altra metà poteva prendersi tutto il tempo che desiderava.
Cosa hanno trovato? Che il 29% del gruppo sotto pressione era d’accordo con la spiegazione teleologica rispetto al 15% del gruppo non condizionato dal tempo. Mi dirai: sotto pressione si possono commettere degli errori. E’ vero, ma un buon numero di ricerche conferma questa “naturale” tendenza a credere che oggetti inanimati possano diventare animati, che possano essere stati “creati” per uno scopo, che recitare preghiere possa avere un esito sul corso degli eventi, che dopo la morte ci sia un aldilà.
Chi assume un atteggiamento rigorosamente scientifico, rifiuta queste affermazioni ritenendole irrazionali. Ma il pensiero superstizioso ha una sua “legalità” psicologica. Produciamo sistematicamente ipotesi sul mondo e su noi stessi per dare un senso e percepirci come attivi protagonisti della vita. Ho approfondito questo argomento [qui].
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Da un punto di vista educativo, si pensa che la scolarità, la modernizzazione, lo sviluppo scientifico, possano soppiantare certe concezioni errate della vita e ridurre gli errori sistematici del nostro pensiero. Eppure ci sono ricerche che dimostrano che con l’età gli adulti sviluppano e mantengono attivamente credenze soprannaturali, al contrario di quanto ci si possa aspettare. Nella loro metanalisi su 30 ricerche, Legare e colleghi hanno dimostrano come le persone di diverse culture e di vari paesi, anche nel corso della vita, sviluppino credenze magiche sui tre maggiori temi esistenziali: l’origine della vita, la malattia e la morte.
Le loro ricerche contraddicono la comune affermazione che le credenze superstiziose svaniscano con l’età e lo sviluppo intellettuale. Che siano in paesi industrializzati o in via di sviluppo, gli adulti adottano spiegazioni soprannaturali con più frequenza rispetto ai bambini. In sostanza, gli autori della ricerca sostengono che i due tipi di spiegazione non competono, ma coesistono.
Queste ricerche le collego ad altre ricerche che utilizzano il Cognitive Reflection Test (CRT), un test che misura la capacità mentale di sopprimere le risposte intuitive sbagliate in favore di un ragionamento più riflessivo e lento. Nella ricerca pubblicata sul Journal of Experimental Psychology di Amitai Shenhav e colleghi di Harvard, le risposte dei soggetti che avevano alti punteggi al CRT, cioè risposte intuitive sbagliate ad una batteria di domande su diverse questioni, erano correlate alla loro credenza in dio e nell’immortalità dell’anima.
C’è una ricerca di Will Gervais e Ara Norenzayan della University of British Columbia pubblicata su Science dove in 4 esperimenti vengono studiate le relazioni tra il pensiero analitico e le credenze religiose. I ricercatori dimostrano che promuovere il ragionamento articolato e analitico favorisce un approccio più scettico verso le rappresentazioni religiose della vita. Uno degli esperimenti era costituito da un compito di comprensione di frasi e per metà del campione esse contenevano parole come “analisi” o “riflettere”. Questo effetto di “priming” (stimolo che il soggetto riceve inconsapevolmente) abbassava il punteggio nelle credenze in Dio, il diavolo e gli angeli.
Sono esperimenti che cercano di mettere in relazione la credenza religiosa con la velocità del pensiero. Più pensi veloce, minore è la possibilità di essere scientifico. Richiama un po’ un’idea del senso comune: chi pensa troppo in fretta (o non pensa affatto!) rischia di dire delle stupidaggini. Ma le cose non sono così ovvie.
Come vogliamo chiamarlo questo tipo di pensiero, magico superstizioso o religioso, sono espressioni riferite a sfere private, appartengono alla scelta di poter inventare, supporrre, sbagliare, pensare lentamente o non pensare affatto. Hanno una loro legalità psicologica. Persino per adulti e scienziati si esprime in una “naturale” coesistenza di conoscenza scientifica e narrativa. Puoi anche farti un’idea sulla distinzione tra pensiero paradigmatico e narrativo in questo articolo.
Alle volte penso che la secolarizzazione del sapere, cioè il processo di indipendenza e autonomia della ricerca e della conoscenza rispetto all’autorità religiosa, abbia finito per accellerare anzicché dissipare il ragionamento magico delle persone. L’immenso deposito di conoscenze, la libertà di accesso in ogni luogo, l’automatismo tecnologico che tende a richiedere il minimo sforzo fisico e mentale, consentono di rinviare la riflessione.
Non so quali possano essere gli esiti futuri. La velocità può essere problematica e imprevedibile sia per il pensiero individuale sia per lo sviluppo tecnologico. L’esperienza clinica, i casi di psicoterapia, mi aiutano a capire che velocità e lentezza del pensiero, magia della narrazione ed eleganza scientifica hanno irresistibilmente bisogno l’uno dell’altro.
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Fonti:
Kelemen, D., Rottman, J., and Seston, R. (2012). Professional Physical Scientists Display Tenacious Teleological Tendencies: Purpose-Based Reasoning as a Cognitive Default. Journal of Experimental Psychology: General DOI: 10.1037/a0030399
What Kind of Thinker Believes in God?
Analytic Thinking Promotes Religious Disbelief
Letture consigliate:
Il caso e la necessità di Jacques Monod
Storia della filosofia occidentale di Bertand Russel
La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn
A cosa serve internet per uno psicologo? In genere, ci viene in mente uno studio privato con tutti i confort studiati e costosi o la stanza di un ambulatorio dell’asl. Internet invece è essenzialmente immateriale e non è facile materializzare la fisicità del professionista che mette in pratica una terapia fatta di relazioni e contenuti [...]
A cosa serve internet per uno psicologo? In genere, ci viene in mente uno studio privato con tutti i confort studiati e costosi o la stanza di un ambulatorio dell’asl. Internet invece è essenzialmente immateriale e non è facile materializzare la fisicità del professionista che mette in pratica una terapia fatta di relazioni e contenuti personalissimi.
Internet è un mondo parallelo a quello fisico, è agganciato alla nostra esperienza, è google, è wikipedia, è youtube. Bisogna pure che lo psicologo italiano si accorga che non può fare la spola tra lavoro e libri che non si aggiornano automaticamente. Deve fare i conti con i tablet, con gli aggregatori di notizie (Rss), con i social network. In quest’ultimo caso, Christian Giordano si diverte ad illustrare gli atteggiamenti caricaturali degli psicologi verso la rete.
L’articolo vale la pena leggerlo, è un’ironica osservazione della realtà italiana che ti dà un’idea della paradossale difficoltà dello psicologo, che per definizione tratta fatti immateriali, nel comprendere la psicologia di internet.
A cosa può servire allora internet per uno psicologo? A voler essere banali, a cercar lavoro. Il primo passo consiste nel mandare curricula, cercare indirizzi di cooperative, dare un’occhiata agli affitti di studi, creare una pagina facebook. Ad iscriversi su Linkedin, frequentare un forum e, come indicato sagacemente da Christian Giordano, scrivere commenti neoconvertiti, diffidenti o da serial publisher.
Se la tastiera non è così difficile da affrontare, lo psicologo può provare un secondo passo scrivendo articoli per un blog o per la propria pagina web. In certi casi speciali, si associa ad altri colleghi per fondare un blog collettivo, scrive su Google+ che sembra un posto più ricettivo a profili specializzati, aggiunge nel curriculum personale in formato pdf una serie di link e di indirizzi mail, oltre ad asserzioni ineffabili tipo: “ho maturato significativa esperienza sui disagi nell’uso delle tecnologie informatiche…” etc. etc.
Questo secondo livello generalmente non dura moltissimo, non che scompaia, piuttosto si blocca in statiche pagine personali, su cui appaiono saltuariamente riflessioni nozionistiche, automaticamente declinate su principi generalissimi (che cosa è l’ansia), filosofici (esistenzialismi metropolitani), scientifici di seconda mano (prendendo spunto da altri articoli senza menzionare la fonte e stravolgendone il significato) e pedagogici (fai questo e ti sentirai meglio).
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Ok, provo ad elencarti alcune osservazioni su cui poter riflettere insieme e prendere consapevolezza di cose che non ci diciamo ad alta voce:
- Evita di promuovere l’attività professionale. Non ha funzionato, non funzionerà mai. Le persone in fondo cercano informazioni brevi e semplici, non cercano una terapia o una consulenza. I loro contenuti personali, i disagi o “le difficoltà di vita” li riservano in rapporti specifici, in luoghi e tempi ben definiti e raccomandati dall’amico. Solo dopo averti conosciuto di persona andranno a visitare il tuo sito per ricavare qualche possibile pettegolezzo su di te.
- A cosa serve creare collegamenti estesi e compulsivi con altri colleghi? Esiste un effettivo scambio di informazioni, di pareri? C’è un dibattito in corso o un progetto cui collabori collettivamente? No perché difficilmente si verificano queste condizioni, per cui ti chiedo: non ti deprime collegarti estesamente con persone di cui non sai nulla se non che dall’altra parte c’è la stessa ripetitiva ossessione a creare rete senza (senso) fine?
- Se cerchi lavoro su internet, hai sbagliato posto. Non è come il giornale con gli annunci di lavoro. Gli annunci per psicologi equivalgono a spietate interpretazioni del nostro ruolo (operatore sociale, assistente alla persona, segretario, venditore, rappresentante). Inoltre: il curriculum allegato alle mail difficilmente verrà letto, le tue mail sono destinate a fare i conti con i filtri antispam.
- Non scrivere una articolo pedagogico. Se hai intenzione di scrivere articoli divulgativi riporta la fonte e impegnati a imparare insieme al tuo lettore.
Quest’ultimo punto è importante. Le informazioni di psicologia online sono abbondanti: le notizie e gli esperti, i video e i tutorial, le riviste specializzate, i siti di informazione tradizionale, ci sono. Le persone hanno tutto a portata di click. Aggiorna allora la tua conoscenza, scrivi, leggi e condividi senza precipitarti in soluzioni miracolose. Esponi le tue riflessioni, i tuoi dubbi, le alternative che trovi. Tieni sempre in mente che la velocità con cui le persone trovano le informazioni non coincide con l’attendibilità dell’informazione e questo è un punto a tuo favore.
Condividi uno stile, riflettici sopra scrivendo. Fai in modo che il lettore rifletta con te, orientati insieme a lui. Diventare bravo significa che chi ti legge impara a conoscere come è fatta la tua bravura, se ne sente partecipe, lascia un commento, condivide oppure si porta dentro immagini di ciò che ha appreso dalle tue parole. Ogni passione, ogni ricerca è contrassegnata da una essenziale solitudine: oscilla tra conoscenze di chi ci ha preceduto e di chi per un attimo ha dedicato qualche minuto alle tue spiegazioni. Accetta il fatto che puoi non avere feedback immediati.
Scrivere significa che devi leggere poco ma costantemente, cercare i siti giusti, i blogger bravi (soprattutto anglosassoni). Utilizza delle applicazioni per ricevere i loro aggiornamenti, ad esempio utilizzando zite o googlereader. Scegli un argomento principale su cui vuoi approfondire certi aspetti. Costruisci uno stile che ti permetta di scrivere con poche parole chiare su temi complicati.
Punta sulle ricerche pubblicate nei siti riconosciuti (PlosOne, Pubmed, APA, solo per citarne alcuni), cita le fonti, impara a leggere in inglese. Ormai con i nuovi device (tablet o ebook reader) puoi leggere l’inglese aiutandoti con traduzioni istantanee per ogni termine di cui non conosci la traduzione. Gli articoli di ricerca dopotutto sono scritti in un linguaggio semplice e uniforme, non conversazionale.
Intraprendi un atteggiamento scientifico, adottando una prospettiva di civic scientific literacy, come scrive Mark A. Krause nel suo articolo che merita di essere letto sia dagli psicologi che dagli insegnanti. Raggiungi un buon livello di comprensione di termini e concetti scientifici utili per sapersi destreggiare nel mondo delle news trasmesse continuamente, con gli effetti speciali soprattutto intorno alla star più ricercata cioè il cervello.
Internet è agganciato al tuo mondo fisico e non puoi permetterti di sganciarti. Le difficoltà che incontri a saperti misurare con questa realtà antigravitazionale sono le stesse di gran parte delle persone. Le interfacce sono il tuo mestiere.
Chi sono
Carmelo Di Mauro, psicologo, psicoterapeuta con formazione cognitiva costruttivista.
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