Category Archives: Psicologia

Quando la realtà rallenta.

images Quando la realtà rallenta.

C’è un fantastico resoconto clinico descritto dal dottor Fred Ovsiew in un articolo pubblicato su Neurocase. Il paziente mentre fa la doccia vede che il tempo rallenta come in un film:

Al terzo o quarto giorno mi faccio una doccia e mi siedo nella vasca da bagno per sentire il massaggio dell’acqua sulla testa. Dopo un po’ di tempo, forse 10 minuti, ho provato la sensazione di non riuscire ad alzarmi. Era come se fossi in letargo e avessi perso la coordinazione. Mi ricordo in modo nitido che ho guardato in alto il soffione della doccia e ho avuto la percezione che il tempo rallentasse.

Il flusso d’acqua dal soffione si frangeva in gocce appena colpiva al testa (e questo era normale e reale) e ricordo di aver visto le gocce come sospese a metà aria anche senza tuttavia non si arrestavano comletamente. L’effetto era simile alla scena dei proiettili nel film Matrix, tranne per gli effetti speciali delle scie aggiunte dietro ai proiettili [...]

Mi dicevo che potevo vedere ogni singola goccia sospesa nell’aria, mentre normalmente si può vedere solo il getto d’acqua come un flusso non definito. Non riesco a ricordare se in seguito le gocce siano ritornate alla velocità normale però ho una vaga sensazione che l’abbiano fatto mentre le osservavo. Non so però se sia frutto della mia immaginazione. Ricordo la prima parte di questa esperienza, ma non come sia finita. Sono sicuro di non aver perso coscienza ed ero solo in casa.

Dopo le indagini diagnostiche è stato rilevato un ematoma (7.3 cm x 2.3 cm x 2.8 cm) nel lobo temporale destro. Un’angiografia ha evidenziato un’emorraggia dovuta ad una malformazione arteriovenosa temporale destra e un aneurisma della carotide senza rottura. Un mese dopo è stata rimossa chirurgicamente la malformazione e l’aneurisma. Nei mesi successivi, sono apparse crisi epilettiche con breve perdita di coscienza, ma un farmaco antiepilettico è stato sufficiente per la cura. Infine, il paziente è tornato alla vita di sempre, un po’ meno riservato del solito e più loquace, ma nel complesso il comportamento è rimasto esemplare. Resta difficile stabilire se il fenomeno sia dovuto originariamente ad un focolaio epilettico o all’aneurisma. E’ da notare che soltanto lo stimolo in movimento (le gocce) e non l’ambiente circostante hanno preparato il terreno dell’alterazione del tempo.

Ci sono stati casi descritti precedentemente in cui è stato ravvisato questo fenomeno chiamato Zeitraffer, termine tedesco che il dizionario traduce con “acceleratore”. Nel 1959, Mullan e Penfield consideravano l’illusione di accelerazione e decelerazione del movimento durante una crisi epilettica come “un’illusione di interpretazione comparativa”. Critchley (1953, 1986) sottolinea che una percezione di accelerazione della velocità nel movimento degli oggetti sia presente anche nei casi di emicrania, indicando all’origine dello Zeitraffer le regioni posteriori senza sugggerire la lateralizzazione o una localizzazione specifica. Sacks descrive lo Zeitraffer come un sintomo delle emicranie in cui la visione viene elaborata in termini cinematografici, spiegando che il movimento viene vissuto come “una serie di rapidi fermo-immagini”, proprio come un film proiettato troppo lentamente (Emicrania, 1992).

Le alterazioni nella percezione della velocità del movimento degli oggetti vengono designate con il termine neurologico akinetopsia. Sembra che il network cerebrale più convolto sia nell’area V5 della corteccia visiva. Ci sono diverse variazioni che possono aver luogo nelle condizioni di akinetopsia: il rallentamento del movimento. la frammentazione della sequenza percettiva, il congelamento delle slide visive e l’esperienza di saltare da una all’altra. Secondo alcune ricerche (ad esempio leggi qui e qui), una classe di questi casi clinici presenta una mancanza di orientamento nel tempo e una cronoatarassia talamica (indicando il coinvolgimento del talamo, relè di elaborazione dei flussi sensoriali).

Con atarassia gli Antichi Greci indicavano una condizione di assenza di agitazione, la tranquillità. I pazienti cronoatarassici sarebbero come svincolati dalle condizioni temporali, fuori dal tempo. E’ senza dubbio un caso speciale che spesso origina da situazioni tossiche o traumatiche. Ci sono tante proprietà fisiche: la velocità, oggetti che si muovono, gocce sospese in aria, che generalmente hanno un riconoscimento automatico da parte nostra come entità solide inserite in una stabile cornice temporale. Ma i casi clinici di zeitraffer suggeriscono che non sempre è così facile comprendere con chiarezza i confini tra spazio e tempo.

link all’articolo di ricerca su Neurocase

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Psicologia o letteratura?

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L’ottimo Federico Zanon scrive un’efficace sintesi sull’ultimo studio di settore pubblicato dall’agenzia delle entrate (qui trovate il link), basato sul periodo di imposta del 2009. Il consiglio è di essere cauti a trarne le conclusioni perché il campione rappresenta circa il 15% degli oltre 100.000 psicologi italiani. Ma le questioni sottolineate restano valide.

Un primo dato che emerge con forza è quello sugli psicoterapeuti che lavorano in studio: rappresentano un quarto del totale. Seguono al 15% gli psicoterapeuti che lavorano nella propria abitazione. La psicoterapia è quindi attività ampiamente rappresentata, a fronte di una frammentazione diffusa di tutti gli altri 11 ‘tipi di psicologo’.

Un secondo dato è quello sulla clinica: nonostante la nostra professione da tempo stia prendendo strade settoriali diverse, la clinica e la psicoterapia rappresentano ancora l’ambito di lavoro largamente predominante: formazione, psicologia dello sport e psicologia del lavoro rappresentano attività prevalenti solo per l’11% del campione, un 13% svolge attività varie e diversificate, e un 5% svolge attività per enti pubblici anche non sanitari. Per il resto, e parliamo del 71%, gli psicologi lavorano prevalentemente in ambito clinico o comunque attinente alla clinica (sociale, di comunità).

Un terzo dato è l’imbuto professionale in cui si infila chiunque si iscriva oggi all’Ordine: entra a far parte di un esercito di quasi 100.000 professionisti, ma ha soltanto il 50% di probabilità di esercitare effettivamente come libero professionista con una minima organizzazione dell’attività (partita IVA, iscrizione ENPAP), e solo il 15% circa di superare quella soglia di volume d’affari e di regime fiscale che lo trasformerà nel ‘fortunato vincitore’ di uno studio di settore da compilare. Il che è una magra consolazione, per un percorso di formazione e accreditamento professionale faticoso e costoso, che arriva a durare almeno 10-15 anni. Credo che il dato più allarmante sia quest’ultimo.

Le conclusioni sono amare perchè i numeri (sebbene limitati) parlano chiaro. Si possono fare numerosi discorsi (e si faranno sempre all’interno della categoria, perché siamo specialisti nel parlare) e anche concludere se ne vale davvero la pena impegnarsi a diventare psicologo. Ma è allarmante l’asimmetria tra chi lavora come psicologo e chi non lavora come psicologo pur avendo speso tempo e denaro per praticare. Ancora più sconcertante è il dato delle centinaia di ragazzi che ogni anno si iscrive alla facoltà di psicologia con queste prospettive. Mi chiedo se non sia il caso di chiudere bottega e affissare sul portone di Psicologia: OUT OF ORDER.

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Nonostante i cambiamenti in corso per fattori esterni ed interni al mondo della psicologia (tra rivoluzioni culturali e sociali o il cambio di teste politiche a capo delle istituzioni che ci riguardano), resta la sensazione che la psicologia tiri a campare. Sembra un organismo sensibile a cogliere nuovi strumenti o modelli teorici per rinnovarsi e generare lavoro, ma finisce per incorporarlo in termini umanistici. Il mercato o il web o le risorse umane a turno diventano allora delle entità palingenetiche che spazzeranno imbrogli e vecchie idee arteriosclerotiche per far posto (anche professionale) al nuovo che avanza. Ma la sensazione, per citare Verlaine (e tanto per contraddirmi) è che il nocciolo – il saper fare – non è nel nostro dna, e tutto il resto è letteratura.

link all’articolo di Zanon
link allo studio di settore

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Il cervello galleggia.

I dottori tedeschi denunciano un inaspettato problema con la musica metal. L’headbanging può causare seri traumi al cervello. Da un articolo pubblicato su BBC News:

Il paziente si lamentava di un costante mal di testa quando è stato accolto dai neurochirurghi dell’Hannover medical School 4 settimane dopo il concerto [dei Motorhead]. Una risonanza magnetica ha messo in evidenza un coagulo di sangue nella parte destra del cervello, rimossa in seguito con successo. L’uomo ha dichiarato di non aver mai avuto traumi cranici in passato, di non aver mai fatto uso di droghe o alcol prima della richiesta di aiuto ai dottori nel gennaio del 2013. Ma ha raccontato di essere stato ad un concerto metal qualche settimana prima e aver praticato l’headbanging.

L’headbanging è il movimento ritmico violento della testa nel seguire il ritmo della musica, molto diffuso tra il pubblico in questo tipo di concerti. I Motorhead tra l’altro hanno popolarizzato questa pratica ideando un ritmo rapido a oltre 200 beat al minuto, conosciuto come “speed metal”.

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Prima e dopo la risonanza: la lastra superiore mostra un ematoma subdurale cronico in cima al lobo temporale destro. Nella lastra inferiore, il cervello dopo la rimozione chirurgica.

I dottori suggeriscono che l’headbanging con le brusche accelerazioni del capo in avanti e indietro può creare le condizioni per la rottura delle vene con le conseguenze di un versamento emorragico subdurale. Ipotizzano che sovente non ci si accorge di questa condizione neurologica perché il tutto si risolve solo in un brutto mal di testa. Ma possono capitare anche dei danni al collo o alla spina dorsale.

Il consiglio è quello di non esagerare a strapazzare la testa, anche se stiamo parlando di casi molto improbabili. Ma possibili. Dopotutto, il cervello “galleggia” dentro la scatola cranica e i bruschi colpi di testa durante l’ascolto di musica ad alto ritmo per lungo tempo possono degenerarare dal punto di vista neurologico. Se non volete fare la fine del pugile suonato meglio mettere gli auricolari del vostro ipod e ascoltare, nel mezzo dell’infernale danza metallara, un po’ di musica classica.

link all’articolo su BBC News

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L’esperimento di Facebook.

2bRPart1424K5 300x240 Lesperimento di Facebook.

In questi giorni è rimbalzata in tutto il mondo la notizia dell’esperimento condotto dai ricercatori sugli utenti di facebook per sperimentare il contagio emotivo, cioè avere reazioni emotive coerenti con i messaggi emotivi cui siamo esposti. Nell’arco di 20 giorni, sono state manipolate le notizie sulla bacheca principale di facebook di 689.003 utenti in due modi: potevano contenere parole emotivamente positive o solo negative. I risultati hanno confermato quanto ci si aspettava: l’utente scrive messaggi negativi se legge notizie emotivamente negative, viceversa scrive messaggi positivi quando legge solo notizie positive. La reazione emotiva era contagiata dalle notizie sperimentalmente alterate in streaming sulla home di facebook.

Da un punto di vista teorico, la ricerca aveva lo scopo di appurare se il contagio emotivo fosse possibile anche senza alcun segnale non verbale. Le ricerche precedenti sostengono che sia possibile il contagio grazie all’esposizione fisica. L’indagine su facebook ha avuto l’obiettivo teorico di verificare se il contagio fosse possibile anche per semplice interazione verbale, scritta.

L’esperimento ha sollevato un vespaio di discussioni. Qui in Italia ha toccato temi che riguardavano la legalità del disegno sperimentale (è giusto manipolare i sentimenti delle persone a fini di ricerca senza aver informato il soggetto e averne avuto il consensoo a proseguire?), oppure ha stimolato speculazioni sull’universo virtuale del web in relazione alla cultura e alla mente dell’uomo (ad esempio vedi qui cosa scrive il sempre eccellente Giuseppe Granieri). Spicca il rumoroso silenzio degli psicologi italiani su un classico argomento di psicologia come quello del contagio emotivo.

Vediamo qualche dettaglio dell’esperimento. E’ stato realizzato nella settimana tra l’11 e il 18 gennaio del 2012 e gli utenti sono stati selezionati in modo casuale in base al loro User Id. La variabile indipendente era costitutita dalle parole positive o negative manipolate dagli sperimentatori. Due sono state la variabili dipendenti misurate (cioè gli effetti su cui erano rivolte le attese): 1) la percentuale delle parole positive o negative prodotte in totale dall’utente durante il periodo sperimentale in cui sul loro feed apparivano casualmente o notizie positive o negative, 2) il numero di commenti durante la condizione positiva (riduzione di parole negative) e numero di commenti durante la condizione negativa (riduzione di parole positive).

I ricercatori hanno utilizzato il Linguistic Inquiry and Word Count, un software in grado di valutare se un commento contenga almeno una parola positiva o negativa. Complessi algoritmi immettevano sulla home degli utenti notizie con parole o negative o positive. Sono stati analizzati oltre 3 milioni di commenti contenenti 122 milioni di parole, 4 milioni delle quali risultavano positive (3.6%) e 1.8 milioni erano negative (1.6%). Tutte le condizioni sperimentali sono state comparate con un gruppo di controllo che non riceveva una alterazione intenzionale del loro feed.

I numeri sono impressionanti e i risultati sono stati inequivocabili: quando venivano ridotte le parole positive dentro le notizie della bacheca principale, la percentuale del numero di parole positive diminuiva nei commenti degli utenti (P < 0.001). Viceversa, quando veniva ridotto il numero di parole negative nelle notizie in bacheca diminuiva la percentuale di parole negative negli update degli utenti (P < 0.003). Un quadro che conferma l’ipotesi dell’esistenza del contagio emotivo all’interno di un vasto social network con l’uso delle sole parole scritte (nella figura 1 trovi un riepilogo).

Immagine 279x300 Lesperimento di Facebook.

 

I ricercatori traggono una serie di conclusioni:

  1. Il contagio è possibile non necessariamente in modo diretto da qualcuno con il quale l’utente abbia una specifica interazione. Il solo tastare l’umore di qualche “amico” di facebook è sufficiente da suscitare un umore congruente con lo stimolo.
  2. Non è necessario che via sia un contatto visivo o, comunque, fisico nell’interazione: basta il testo scritto.
  3. Infine, la reazione emotiva non è condizionata soltanto dal contenuto del testo. Se fosse così si osserverebbe un bias della negatività, cioè la reazione dell’utente alla notizia negativa sarebbe più forte (scriverebbe più parole negative) rispetto ad un feed positivo. Invece, un’analisi statistica più approfondita ha messo in luce che la forza delle reazioni è la stessa in entrambe le condizioni perché, spiegano i ricercatori, vi è una riposta all’espressione emotiva dell’amico (contagio emotivo o chiamatela condivisione emotiva, empatia) non allo specifico contenuto della notizia.
  4. Si osserva un effetto astinenza: l’esposizione a notizie con poche parole emotive genera una minore espressione emotiva nei giorni seguenti.

Sia chiaro, le emozioni trasmesse tra singolo utente e notizie sulla bacheca non si riducono alle sole parole utilizzate (sebbene siano le principali protagoniste in un social network delle dimensioni planetarie come facebook). Anche in questo caso, i ricercatori hanno valutato l’effetto della loro variabile indipendente (molto piccola data la manipolazione di poche parole all’interno di una notizia) rispetto alle numerose variabili intervenienti. Eppure i risultati sono stati imponenti: poche parole con significato emotivo possono avere effetti su centiania di migliaia di risposte scritte su facebook.

Per i ricercatori è una notizia eccitante. Già all’inizio dell’anno ho scritto un articolo sulle sfide della psicologia alla luce delle risorse a disposizione per gli esperimenti. I big data, i grandi numeri, che sono in ballo sono un evento che non si è mai visto nella storia delle scienze. Milioni di dati sul comportamento del soggetto che riguardano la sua cultura, la sua biografia o la sua mente e le sue scelte sono a disposizione. Chissà, forse questo esperimento non sarà più rinnovato e in un futuro manuale di storia di psicologia verrà etichettato come uno dei più scorretti (come potete leggere in questo elenco).

Mi sembra infine degno di nota che, al di là dell’inequivocabile valore che i social network rivestono tra gli utenti, c’è chi ci specula per far soldi e chi per apprendere conoscenza. Ma, e questo è il punto che più mi colpisce, c’è anche un’altra novità verso cui stiamo cominciando a prendere consapevolezza: sono gli algoritmi e non le spiegazioni umane, i veri interpreti di questa realtà parallela entro cui giorno e notte accediamo.

link alla ricerca pubblicata su PNAS

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