Category Archives: Psicologia

Allucinazioni in fondo al mare.

Ho ricevuto molti messaggi contraddittori a proposito dell’annuncio dell’APA sulla interruzione definitiva delle ricerche in psicologia. Sui social network tra incredulità e diffidenza, la notizia ha reso tutti gli psicologi incerti, arrabbiati e più motivati a perpetuare gli errori.

Un po’ col fiato sospeso andiamo in vacanza. E in attesa degli eventi, speriamo che gli scenari possibili abbiano la bellezza delle allucinazioni nel video Narcose.

NARCOSE from Les films engloutis on Vimeo.

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La fine della psicologia.

700 300x169 La fine della psicologia.

Siamo arrivati al capolinea, si prega di scendere. L’annuncio dell’Associazione degli Psicologi Americani (APA) ha l’effetto di un terremoto in tutta la storia della psicologia. Ieri, la clamorosa dichiarazione ufficiale: interruzione immediata di ogni ricerca in psicologia e chiusura degli uffici accademici. Una delle più grandi e importanti istituzioni al mondo ha gettato la spugna: “non c’è alcuna speranza di poter studiare la mente fino in fondo”. Ecco quanto ha dichiarato Nadine Kaslow, presidente dell’APA, in conferenza stampa insieme ai rappresentanti di spicco delle più importanti aree psicologiche:

Abbiamo impiegato anni e anni per capire come funzionasse la mente, ma oggi sono costretta ad ammettere che questo tipo di ricerca non è stata altro che una missione imposssibile. In effetti, siamo noi i più pazzi di tutti [...]
Può l’occhio osservare se stesso? Può un libro leggersi da solo? No. Adesso è chiaro che, malgrado le ricerche condotte scrupolosamente e l’ammontare poderoso dei dati raccolti nell’arco di 100 anni dalla fine dell’Ottocento, noi in sostanza non abbiamo altro che un serpente che morde la sua coda.

La notizia è scioccante soprattutto perché proviene da un’istituzione che è la più prestigiosa rappresentate mondiale della psicologia clinica. Non si tratta della solita denuncia da parte di coloro che criticano la psicologia per una grave mancanza di scientificità e correttezza metodologica. Sono gli psicologi clinici, gli psicoterapeuti, i professionisti della cosidetta terapia basata sulla parola (talking therapy) in alternativa al farmaco a pronunciare il verdetto di impotenza.

In Italia al momento la notizia ha ricevuto solo alcune caute accoglienze. Sembra quasi che nessuno ne sia poi così sorpreso. Da molte parti si chiedeva un cambiamento verso nuovi paradigmi della psicologia che mettessero in soffitta termini e concetti novecenteschi come psicopatologia, disturbo psichico, malattia, cura, mente, relazione, emozione, cervello. Materia per medici più che per psicologi. Invece, secondo “l’anima più nobile della psicologia italiana”, le questioni più scottanti sono di natura filosofica, esistenziale, antropologica o al massimo socio-culturale. La psicologia è una disciplina umanistica non materialistica.

(È indicativo l’esempio di Medicina 33 all’interno del TG2 che proprio di recente ha intervistato direttamente un neurologo e non uno psicologo per il trattamento di un attacco di panico).

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Ma la paura e l’incertezza sembrano cominciare a serpeggiare tra le migliaia di psicologi italiani. Molti continuano a dichiararsi ufficilamete psicologi perché in fondo lo sono per diritto essendo iscritti nell’Albo Professionale che tutela il professionista e lo autorizza ad esercitare senza controllo. Ma l’agitazione della categoria ha preso rapidamente il sopravvento alla notizia (non ancora smentita) del decreto straordinario emanato dal Governo Italiano e diramato negli uffici del Ministero della Salute per la conversione delle Facoltà di Psicologia italiane in orti botanici. L’ansia si è trasformata in panico quando il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha scritto su twitter quanto segue:

#statesereni #andateazappare

link alla notizia sulla conferenza stampa dell’APA

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Quando la realtà rallenta.

images Quando la realtà rallenta.

C’è un fantastico resoconto clinico descritto dal dottor Fred Ovsiew in un articolo pubblicato su Neurocase. Il paziente mentre fa la doccia vede che il tempo rallenta come in un film:

Al terzo o quarto giorno mi faccio una doccia e mi siedo nella vasca da bagno per sentire il massaggio dell’acqua sulla testa. Dopo un po’ di tempo, forse 10 minuti, ho provato la sensazione di non riuscire ad alzarmi. Era come se fossi in letargo e avessi perso la coordinazione. Mi ricordo in modo nitido che ho guardato in alto il soffione della doccia e ho avuto la percezione che il tempo rallentasse.

Il flusso d’acqua dal soffione si frangeva in gocce appena colpiva al testa (e questo era normale e reale) e ricordo di aver visto le gocce come sospese a metà aria anche senza tuttavia non si arrestavano comletamente. L’effetto era simile alla scena dei proiettili nel film Matrix, tranne per gli effetti speciali delle scie aggiunte dietro ai proiettili [...]

Mi dicevo che potevo vedere ogni singola goccia sospesa nell’aria, mentre normalmente si può vedere solo il getto d’acqua come un flusso non definito. Non riesco a ricordare se in seguito le gocce siano ritornate alla velocità normale però ho una vaga sensazione che l’abbiano fatto mentre le osservavo. Non so però se sia frutto della mia immaginazione. Ricordo la prima parte di questa esperienza, ma non come sia finita. Sono sicuro di non aver perso coscienza ed ero solo in casa.

Dopo le indagini diagnostiche è stato rilevato un ematoma (7.3 cm x 2.3 cm x 2.8 cm) nel lobo temporale destro. Un’angiografia ha evidenziato un’emorraggia dovuta ad una malformazione arteriovenosa temporale destra e un aneurisma della carotide senza rottura. Un mese dopo è stata rimossa chirurgicamente la malformazione e l’aneurisma. Nei mesi successivi, sono apparse crisi epilettiche con breve perdita di coscienza, ma un farmaco antiepilettico è stato sufficiente per la cura. Infine, il paziente è tornato alla vita di sempre, un po’ meno riservato del solito e più loquace, ma nel complesso il comportamento è rimasto esemplare. Resta difficile stabilire se il fenomeno sia dovuto originariamente ad un focolaio epilettico o all’aneurisma. E’ da notare che soltanto lo stimolo in movimento (le gocce) e non l’ambiente circostante hanno preparato il terreno dell’alterazione del tempo.

Ci sono stati casi descritti precedentemente in cui è stato ravvisato questo fenomeno chiamato Zeitraffer, termine tedesco che il dizionario traduce con “acceleratore”. Nel 1959, Mullan e Penfield consideravano l’illusione di accelerazione e decelerazione del movimento durante una crisi epilettica come “un’illusione di interpretazione comparativa”. Critchley (1953, 1986) sottolinea che una percezione di accelerazione della velocità nel movimento degli oggetti sia presente anche nei casi di emicrania, indicando all’origine dello Zeitraffer le regioni posteriori senza sugggerire la lateralizzazione o una localizzazione specifica. Sacks descrive lo Zeitraffer come un sintomo delle emicranie in cui la visione viene elaborata in termini cinematografici, spiegando che il movimento viene vissuto come “una serie di rapidi fermo-immagini”, proprio come un film proiettato troppo lentamente (Emicrania, 1992).

Le alterazioni nella percezione della velocità del movimento degli oggetti vengono designate con il termine neurologico akinetopsia. Sembra che il network cerebrale più convolto sia nell’area V5 della corteccia visiva. Ci sono diverse variazioni che possono aver luogo nelle condizioni di akinetopsia: il rallentamento del movimento. la frammentazione della sequenza percettiva, il congelamento delle slide visive e l’esperienza di saltare da una all’altra. Secondo alcune ricerche (ad esempio leggi qui e qui), una classe di questi casi clinici presenta una mancanza di orientamento nel tempo e una cronoatarassia talamica (indicando il coinvolgimento del talamo, relè di elaborazione dei flussi sensoriali).

Con atarassia gli Antichi Greci indicavano una condizione di assenza di agitazione, la tranquillità. I pazienti cronoatarassici sarebbero come svincolati dalle condizioni temporali, fuori dal tempo. E’ senza dubbio un caso speciale che spesso origina da situazioni tossiche o traumatiche. Ci sono tante proprietà fisiche: la velocità, oggetti che si muovono, gocce sospese in aria, che generalmente hanno un riconoscimento automatico da parte nostra come entità solide inserite in una stabile cornice temporale. Ma i casi clinici di zeitraffer suggeriscono che non sempre è così facile comprendere con chiarezza i confini tra spazio e tempo.

link all’articolo di ricerca su Neurocase

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Psicologia o letteratura?

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L’ottimo Federico Zanon scrive un’efficace sintesi sull’ultimo studio di settore pubblicato dall’agenzia delle entrate (qui trovate il link), basato sul periodo di imposta del 2009. Il consiglio è di essere cauti a trarne le conclusioni perché il campione rappresenta circa il 15% degli oltre 100.000 psicologi italiani. Ma le questioni sottolineate restano valide.

Un primo dato che emerge con forza è quello sugli psicoterapeuti che lavorano in studio: rappresentano un quarto del totale. Seguono al 15% gli psicoterapeuti che lavorano nella propria abitazione. La psicoterapia è quindi attività ampiamente rappresentata, a fronte di una frammentazione diffusa di tutti gli altri 11 ‘tipi di psicologo’.

Un secondo dato è quello sulla clinica: nonostante la nostra professione da tempo stia prendendo strade settoriali diverse, la clinica e la psicoterapia rappresentano ancora l’ambito di lavoro largamente predominante: formazione, psicologia dello sport e psicologia del lavoro rappresentano attività prevalenti solo per l’11% del campione, un 13% svolge attività varie e diversificate, e un 5% svolge attività per enti pubblici anche non sanitari. Per il resto, e parliamo del 71%, gli psicologi lavorano prevalentemente in ambito clinico o comunque attinente alla clinica (sociale, di comunità).

Un terzo dato è l’imbuto professionale in cui si infila chiunque si iscriva oggi all’Ordine: entra a far parte di un esercito di quasi 100.000 professionisti, ma ha soltanto il 50% di probabilità di esercitare effettivamente come libero professionista con una minima organizzazione dell’attività (partita IVA, iscrizione ENPAP), e solo il 15% circa di superare quella soglia di volume d’affari e di regime fiscale che lo trasformerà nel ‘fortunato vincitore’ di uno studio di settore da compilare. Il che è una magra consolazione, per un percorso di formazione e accreditamento professionale faticoso e costoso, che arriva a durare almeno 10-15 anni. Credo che il dato più allarmante sia quest’ultimo.

Le conclusioni sono amare perchè i numeri (sebbene limitati) parlano chiaro. Si possono fare numerosi discorsi (e si faranno sempre all’interno della categoria, perché siamo specialisti nel parlare) e anche concludere se ne vale davvero la pena impegnarsi a diventare psicologo. Ma è allarmante l’asimmetria tra chi lavora come psicologo e chi non lavora come psicologo pur avendo speso tempo e denaro per praticare. Ancora più sconcertante è il dato delle centinaia di ragazzi che ogni anno si iscrive alla facoltà di psicologia con queste prospettive. Mi chiedo se non sia il caso di chiudere bottega e affissare sul portone di Psicologia: OUT OF ORDER.

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Nonostante i cambiamenti in corso per fattori esterni ed interni al mondo della psicologia (tra rivoluzioni culturali e sociali o il cambio di teste politiche a capo delle istituzioni che ci riguardano), resta la sensazione che la psicologia tiri a campare. Sembra un organismo sensibile a cogliere nuovi strumenti o modelli teorici per rinnovarsi e generare lavoro, ma finisce per incorporarlo in termini umanistici. Il mercato o il web o le risorse umane a turno diventano allora delle entità palingenetiche che spazzeranno imbrogli e vecchie idee arteriosclerotiche per far posto (anche professionale) al nuovo che avanza. Ma la sensazione, per citare Verlaine (e tanto per contraddirmi) è che il nocciolo – il saper fare – non è nel nostro dna, e tutto il resto è letteratura.

link all’articolo di Zanon
link allo studio di settore

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