Category Archives: Psicologia

Less is more

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Su lifehacker Richa Jain racconta quando suo figlio la chiamò per osservare le nuvole e, misesi a sedere accanto a lui, comprese qualcosa che apparentemente può suonare banale: la dimenticata arte del non far nulla. Ecco dal suo articolo un estratto significativo:

“Mamma vieni qui a sederti con me. Vieni a vedere il dinosauro nella nuvola”. E mi fece sedere accanto a lui. Per i successivi 27 minuti non ho fatto nulla se non osservare le nuvole e sorridere con mio figlio. Onestamente, sono stati i migliori 27 minuti di quel giorno, anzi della settimana. Ancora dopo alcuni mesi resta un vivido ricordo. Ho scordato di quella mail su cui poco prima stavo lavorando freneticamente. Qualche volta, forse, la cosa più produttiva consiste nel non far nulla.

È più facile a dirsi che a farsi. Il mio cervello razionale non ama star fermo e iniziai a ragionare con esso, come spesso faccio – con dati e ricerche. Cercai informazioni e studi per sostenere le mie riflessioni e per trovare indicazioni [su questa pigrizia indotta]. E ho trovato i seguenti dati: dormire più a lungo e avere più consapevolezza sul tuo respiro sembra che migliorino la creatività e addirittura incrementino il tuo metabolismo. C’è persino una ricerca su Psychological Science che dimostra come scegliere l’opzione del “non fare nulla” aumenti la nostra produttività. 

Even Peter Drucker fa notare che “c’è una domanda che si pone chi deve prendere decisioni: ‘È necessaria una decisione?’ C’è sempre un’alternativa che è l’alternativa del non fare alcunché. Se la risposta alla domanda “Che cosa accade se noi non facciamo nulla? è ‘Ci si prende cura di se stessi’, allora è meglio non interferire [e non far nulla].

Le proposte di lettura linkate dalla Jain sono interessanti come la lettura del suo articolo. Ma se vogliamo seguire fino in fondo il suo suggerimento, direi di non aprire i link alle ricerche e dimenticare al più presto l’articolo che ho appena scritto.

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La religione si affida ai robot

neuromante in the machine 300x215 La religione si affida ai robot

In un affascinante articolo Michael Schulson analizza brillantemente il rapporto tra la tecnologia e la religione americana. Anche se istintintivamente pensi alla religione in funzione conservatrice e antimoderna, l’autore dell’articolo ti mostra gli insoliti punti di contatto tra i due mondi e gli scenari sorprendenti che, tra l’altro, riguardano la relazione corpo-macchina-spirito. Ecco il brano iniziale:

Ci sono posti che non avresti mai pensato di conoscere. Senza dubbio, sono stato in uno di questi: un’aula da conferenza nei sobborghi di Charlotte per il Seminario Evangelico del Sud, un’enorme antica Bibbia sul lato di un tavolo, versetti dei Grandi Libri scritti sulle pareti e, sullo stesso tavolo della conferenza, un robot alto poco più di mezzo metro che fa yoga [...]

E ad un certo punto, un’affermazione audace:

Da secoli, la Chiesa Cattolica è stata la patrona dei meccanismi automatici e di elaborazione, spesso resi possibili da molle, che erano i precursori dei robot odierni. Secondo quanto scrive Jessica Riskin nel suo meraviglioso saggio intitolato Macchine nel Giardino, “non solo gli automi sono apparsi per prima e abitualmente nelle chiese e nelle cattedrali, ma l’idea come pure la tecnologia uomo-macchina è stata sostanzialmente cattolica” [...]

Un punto di vista forse “troppo umano” che farebbe inarcare le giunture oculari di più di un “robot”. La Riskin, professoressa di storia alla Stanford, espone così le ragioni della sua analisi:

Gli automi sono stati presenti nei territori dell’Europa del Tardo Medioevo e dagli inizi dell’età moderna, intonando inni sacri con meccanica vitalità. La Chiesa commissionava ai costruttori di orologi la fabbricazione di angeli e demoni meccanici per decorare gli altari; le espressioni di dolore, i lamenti o le palpebre che si aprivano e chiudevano del Cristo erano possibili grazie a congegni automatici ed erano molto popolari. Alcune Chiese commissionavano addirittura “eretici automatici”. A quei tempi, nella cattedrale di Barcellona la testa di un moro era sospesa vicino all’organo e cambiava l’espressione facciale in base all’intensità della musica dello strumento.

Gli automi sono stati spesso fonte di intrattenimento per i devoti. Inoltre hanno stimolato la riflessione di filosofi e teologi sulla relazione tra il movimento fisico e l’anima immateriale. Quando Leibiniz e Cartesio meditavano sulla natura della vita avevano in mente proprio le macchine. Celebre è l’quiparazione cartesiana del corpo umano alla macchina (“automaton”) e nel Diciannovesimo secolo l’eclettico Charles Babbage, padre della moderna scienza informatica, era così affascinato dagli automi che scrisse un trattato in cui paragonava i risultati delle leggi naturali di dio a quelli permessi da una Macchina Calcolatrice. In altre parole, Babbage concepiva Dio come una specie di programmatore di computer.

Dandoci l’impressione della vita, conclude la Riskin, gli automi e i robot ci sollecitano a porci domande sugli esseri viventi che possono apparire come macchine – e, tra le altre cose, sull’ [incerto] confine tra i processi vitali e quelli materiali.

In realtà, un simile dibattito possiamo ritrovarlo in vari settori delle ricerche scientifiche, ad esempio tra i cosmologi e i teologi a proposito della natura e delle leggi dell’universo. Oggi la rivoluzione digitale ripropone la stessa dinamica.

L’articolo vale al pena di leggerlo perché propone diversi spunti di riflessione dato che rivela quanto sia profondo il dialogo tra i diversi punti di vista per loro natura così distanti. Lo stesso titolo del blog in cui scrivo, Neuromancer, indica una formidabile sfida intellettiva che riguarda i confini tra materia e pensiero. La letteratura cyberpunk è costellata da innumerevoli varianti su questo argomento.

Gli psicologi di fronte ai fantasmi nella macchina (ghost in the machine) rivelano sovente una mancanza di coordinazione tra teoria e pratica quando si provano a speculare sulla mente umana. Ma ci sono anche straordinari scenari (vedi qui, qui o qui) che confortano lo stato attuale dei tanti smarriti neuromanti.

link all’articolo su Salon

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Cronache marziane

Marchron5copy 300x168 Cronache marziane

Oggi inauguro una nuova rubrica, intitolata Cronache marziane*, dedicata ai disagi psichici. Tuttavia non voglio descriverli, analizzarli o proporre le strategie adeguate per risolverli. Esistono innumerevoli libri, corsi universitari, strutture cliniche, siti o blog in cui ne trovate una sistematica e accurata esposizione da parte degli addetti ai lavori. Stavolta non sarò io ad esporre o a fornire aiuti tecnici, ma tu paziente o non paziente. La parola passa a te.

La letteratura clinica è ricca di analisi e descrizioni eseguite da noi professionisti. Compiliamo cartelle cliniche, prendiamo appunti durante i colloqui, scriviamo articoli, prepariamo lezioni, scriviamo libri. Ma è materiale scritto da questa parte, quella del “dottore”. E’ raro trovare testimonianze non filtrate o selezionate. Persino la trascrizione dei casi clinici non è mai fedele (per ovvie ragioni) e parlare della sofferenza, della rabbia, della vergogna, dell’angoscia, delle incomprensioni, di una dipendenza, di una mania o della solitudine non è facile e autentico come potrebbe esserlo per chi ne è attivo protagonista.

Questo piccolo angolo del web è aperto a te. Parla del tuo attacco di panico, dello stato d’animo depressivo o ansioso, della voce che ti accompagna durante il giorno o la notte o del desiderio irresistibile di giocare d’azzardo. Racconta un episodio tipico o che ti è capitato in passato, descrivi una tonalità emotiva che ti inquieta, riporta il modo in cui hai superato una crisi o delle strategie per gestirla. Fai conoscere dalla tua personale esperienza cosa sia un problema emotivo, un dubbio ossessivo o una credenza assurda ma difficile da abbandonare.

Spedisci in forma anonima (o come preferite voi) a questo indirizzo: crmldmr@gmail.com, eliminando ogni riferimento strettamente privato. Soltanto se lo chiederai espressamente e se lo riterrò opportuno, aggiungerò un piccolo commento (ma non una diagnosi, nè un’analisi o un’interpretazione o un aiuto terapeutico) al tuo elaborato.

In realtà, spero che siano i commenti dei lettori a proporre una riflessione, un punto di vista e un’attenzione culturale rendendo inutile un mio intervento “di parte”. Credo che la psicologia nelle sue multiformi applicazioni potrà ricevere solo benefici effetti da questo esperimento. E’ un umile e serio riconoscimento verso i fenomeni mentali guardati spesso come fenomeni marziani e talvolta fraintesi dai principali attori istituzionali. A cominciare dalla categoria cui appartengo.

In fondo, la testimonianza diretta è un valido strumento per superare diffidenze, pregiudizi e false teorie sui disagi psicologici rendendoli meno strani e incomprensibili di quanto possano apparire a prima vista. Rispecchiandoci in un racconto soggettivo, in una cronaca diretta, potremo comprendere con più profondità le molteplici sfumature e la straordinaria complessità dei fatti psichici stimolando un principio di libertà intellettuale e tolleranza civile.

*Dal titolo di un bel libro di fantascienza
Email dove inviare il vostro testo: crmldmr@gmail.com

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L’Enpap cerca idee (gratis)

L’impeccabile Christian scrive un pezzo tutto da leggere sulle politiche “innovatrici” dall’Enpap:

Il 30 novembre scadrà la “Chiamata alle Idee”. Se avete un progetto da inviare all’Enpap dovete sbrigarvi. Come al solito, valutiamo i motivi del sì e del no, cioè le motivazioni di chi sostiene questa iniziativa e quelle di chi non vuole aderire [...]

Se passerà l’esame, al vostro lavoro verrò data risonanza tramite una campagna di comunicazione nazionale a spese dell’Enpap (cioè per tutti noi psicologi) e un convegno di lancio nel 2015. E verrà pubblicato con tutti gli altri a spese dell’Enpap (cioè di tutti noi psicologi) in una pubblicazione sia cartacea che online e sarete invitati a partecipare ai tavoli di concertazione [...]

Molti colleghi del Lazio e di altre regioni che si occupano di progettazione mi hanno detto che non hanno partecipato alla Call perché i progetti sono frutto di molte ore di studio e di lavoro e il lavoro va retribuito. “Per i progetti già realizzati e per quelli che richiedono migliaia di euro per essere realizzati posso anche capirlo – mi ha detto un collega del Lazio – ma se sono realizzabili col piffero che li faccio pubblicare, sennò mi rubano l’idea!” (ok, non ha detto esattamente “piffero” ma fa lo stesso).
Una collega sarda mi ha fatto notare che nel Bando dell’Enpap c’è una sezione sugli Obblighi dei partecipanti ma non viene detto nulla riguardo alla tutela del proprio lavoro, anzi:

«La partecipazione al presente Bando comporta la completa ed incondizionata accettazione di quanto in esso contenuto nonché esplicita liberatoria per la pubblicazione dei contenuti».

I sardi, si sa, sono gente pratica e sospettosa, non gli freghi facilmente il porceddu da sotto il naso! Aiò! Fogu d’abbrugidi! [...]

Per finire una domanda: ma l’Enpap (che rappresenta circa la metà degli psicologi italiani) non è l’ente nazionale di previdenza ed assistenza degli psicologi? Un’iniziativa simile me la sarei aspettata dall’Ordine e non da chi gestisce le pensioni degli psicologi.

link all’articolo di Christian Giordano

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Universo, cervello e limiti

Una microlezione di psicologia tratta da un’intervista riportata su Dropsea al fisico Leonard Susskind:

[...] Sei una vittima della tua architettura neurale che non ti permette di immaginare qualcosa al di fuori delle tre dimensioni. Anche le due dimensioni. Le persone sanno che non possono visualizzare quattro o cinque dimensioni, ma pensano di poter chiudere gli occhi e vedere le due dimensioni. Ma non possono. Quando chiudi gli occhi e provi a vedere le due dimensioni vedrai sempre una superficie immersa nelle tre dimensioni.
C’è qualcosa di speciale nelle tre dimensioni? No. C’è qualcosa di speciale nella tua architettura neurale. Ti sei evoluto in un mondo dove ogni cosa all’interno del tuo cervello è collegato e orientata per permetterti di vedere tre dimensioni e nient’altro.

Questo pezzo mi ricorda il piccolo racconto Flatlandia del teologo e scrittore Edwin Abbott che lo scrisse nel 1884. Narra della scoperta della realtà tridimensionale da parte di un abitante del mondo bidimensionale. In un certo senso, la morale del racconto ci fa notare che le tre dimensioni sono sempre relative e ci sono delle alternative (ancora sconosciute?) al modo in cui di norma ci rappresentiamo il mondo nelle tre classiche dimensioni.

Un’altra cosa. Se vogliamo porre proprio un limite, io lo sposterei sul corpo da cui derivano le tre fondamentali dimensioni fisiche cartesiane (alto, basso, spessore). E’ il corpo e non il cervello a fornire l’impalcatura delle tre dimensioni. Fuori di esso o oltre i suoi limiti ci sono il sogno, la musica o gli stati alterati della coscienza.

link a Dropsea

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