L’uso sovietico della diagnosi psichiatrica

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Un controverso artista russo si è tagliato il lobo dell’orecchio destro per protestare contro l’impiego del trattamento psichiatrico coatto da parte delle autorità russe contro i dissidenti.

Pyotr Pavlensky, un artista di San Pietroburgo, è salito nudo sul tetto del centro psichiatrico Serbsky di Mosca domenica scorsa e ha tagliato il lobo destro dell’orecchio con una forbice da cucina. Coperto di sangue è stato portato via dalla polizia e trasportato all’ospedale di Mosca. In un post sulla pagina di facebook della moglie, Pavlensky ha scritto che la mutilazione dell’orecchio è un modo per rappresentare il pericolo che deriva dal ritorno di una vecchia pratica della polizia nell’utilizzare la psichiatria per scopi politici.

Basandosi su una diagnosi psichiatrica, il burocrate nella divisa bianca da laboratorio emargina dalla società quei pezzi che potrebbero impedirgli di comandare senza alcun controllo. Il centro di Serbsky è tristemente noto per la propensione passata ad applicare diagnosi discutibili a molti dissidenti che erano stati destinati ai reparti psichiatrici nell’U.R.S.S. Simili azioni sono state messe in atto contro alcuni protestanti nello scorso aprile 2014, subito condannate da Amnesty International come un ritorno all’era sovietica.

Sembra tuttavia che Pavlensky abbia dietro di sé una storia “artistica” di mutilazioni. Ad esempio, nel novembre del 2013 ha”inchiodato” il suo scroto all’acciottolato della Piazza Rossa come “metafora per l’apatia, l’indifferenza politica e il fatalismo della moderna società russa”.

Utilizzare la diagnosi psichiatrica è un classico espediente delle società repressive e autoritarie in cui i diritti civili non hanno alcun valore. Ma aggiungo anche una considerazione pragmatica: il gesto autolesionista può determinare effetti controintuitivi. In una società interconnessa per cui non esistono più le cortine di ferro, i silenzi e le mistificazioni di una volta, protestare tagliandosi un orecchio può offrire un doppio favore alle autorità sia dimostrando che la società russa è aperta ad ogni forma di critica, sia per giustificare un trattamento psichiatrico contro chi attua comportamenti lesivi verso se stessi.

link alla notizia sul Guardian

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L’insostenibile psicologia dell’ordine

Ho scritto un articolo pubblicato sul sito Fare Psicologia a proposito di un progetto dell’Ordine degli Psicologi del Lazio sulla psicologia sostenibile. Siccome è un po’ lungo potreste saltare direttamente all’ultimo paragrafo che dice:

Maggiore visibilità e opportunità di promozione? Se non ho frainteso, chi lavorerebbe al gruppo di lavoro deve attendersi la celebre “MAGGIORE VISIBILITÀ E OPPORTUNITÀ DI PROMOZIONE”? Insomma, la stessa deprimente abitudine delle proposte di collaborazione di blog e siti o case editrici che trattano di psicologia, o un po’ come perfino alcune strutture pubbliche e private fanno con la proposta indecente della “visibilità” nel proprio curriculum (senza remunerazione, cioègratis). 

Ecco, se persino l’Ordine degli Psicologi del Lazio ti offre maggiore visibilità e opportunità di promozione, allora siamo proprio alla frutta.

Anzi, siamo proprio fottuti.

link all’articolo

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La psicologia chiede aiuto agli dei

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C’è un magnifico pezzo di Ranjani Iyer Mohanty su The Atlantic che riguarda le azioni intraprese dalle autorità locali di Delhi per arginare il comportamento poco civile degli uomini di espletare i propri bisogni sui muri dei palazzi, un problema che affligge l’intera India. Immagini e frasi sacre delle religioni indiane, musulmane e cristiane sono state affisse ad una altezza specifica delle pareti delle abitazioni lungo le strade: il punto dove può arrivare la pipì. Lo scopo è quello di bloccare la cattiva abitudine degli indiani di fare pipì all’aperto spaventandoli con le immagini religiose e l’inesorabile ira divina.

Il rischio dell’igiene pubblica e la deprecabile immagine dell’atto fisiologico in luogo aperto ha spinto le autorità a intraprendere misure correttive che vanno dalla semplice multa alla segnalazione con tanto di tamburi e fischietti per denunciare chi viene colto nell’atto di urinare fino alle cannotate d’acqua, senza però alcun risultato significativo. [...]
Le locali associazioni dei residenti sono state le responsabili dell’installazione di immagini sacre nei loro sobborghi nella speranza che le persone si trattengano dal far pipì sulle icone sacre o all’interno del campo visivo dello sguardo generoso ma onniscente del dio. Si tratta di un espediente ingegnoso per ripulire dall’urina le strade. Le immagini sono durevoli, economiche, difficili da cancellare e facili da togliere o installare. La psicologia dietro questo progetto è complessa. Sarebbe una combinazione della paura dell’ira di Dio (specialmente quando vengono calati i pantaloni o anche solo aperti per il bisogno) e di una prescrizione religiosa.

Per essere più specifici, l’operazione poggia su un sano principio di psicologia comportamentistica: rimuovo un comportamento inadeguato (la pipì sul muro) associandolo con uno stimolo negativo (l’ira di Dio).

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Sembra che la strategia a favore del decoro pubblico e come atto di rispetto etico abbia avuto successo. Tuttavia, il giornalista riferisce che qualche giorno prima di scrivere l’articolo abbia notato un uomo urinare sui muri di un palazzo. Sconcertato, si è chiesto chi potesse avere un tale coraggio da sfidare lo sguardo di tutti quegli dei. “E ho avuto un’illuminazione: deve essere un ateo!”.

Speriamo soltanto che ai servizi segreti di qualche superpotenza non venga in mente di servirsi di questo stratagemma per le loro guerre psicologiche contro il nemico.

link all’articolo sull’Atlantic

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Less is more

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Su lifehacker Richa Jain racconta quando suo figlio la chiamò per osservare le nuvole e, misesi a sedere accanto a lui, comprese qualcosa che apparentemente può suonare banale: la dimenticata arte del non far nulla. Ecco dal suo articolo un estratto significativo:

“Mamma vieni qui a sederti con me. Vieni a vedere il dinosauro nella nuvola”. E mi fece sedere accanto a lui. Per i successivi 27 minuti non ho fatto nulla se non osservare le nuvole e sorridere con mio figlio. Onestamente, sono stati i migliori 27 minuti di quel giorno, anzi della settimana. Ancora dopo alcuni mesi resta un vivido ricordo. Ho scordato di quella mail su cui poco prima stavo lavorando freneticamente. Qualche volta, forse, la cosa più produttiva consiste nel non far nulla.

È più facile a dirsi che a farsi. Il mio cervello razionale non ama star fermo e iniziai a ragionare con esso, come spesso faccio – con dati e ricerche. Cercai informazioni e studi per sostenere le mie riflessioni e per trovare indicazioni [su questa pigrizia indotta]. E ho trovato i seguenti dati: dormire più a lungo e avere più consapevolezza sul tuo respiro sembra che migliorino la creatività e addirittura incrementino il tuo metabolismo. C’è persino una ricerca su Psychological Science che dimostra come scegliere l’opzione del “non fare nulla” aumenti la nostra produttività. 

Even Peter Drucker fa notare che “c’è una domanda che si pone chi deve prendere decisioni: ‘È necessaria una decisione?’ C’è sempre un’alternativa che è l’alternativa del non fare alcunché. Se la risposta alla domanda “Che cosa accade se noi non facciamo nulla? è ‘Ci si prende cura di se stessi’, allora è meglio non interferire [e non far nulla].

Le proposte di lettura linkate dalla Jain sono interessanti come la lettura del suo articolo. Ma se vogliamo seguire fino in fondo il suo suggerimento, direi di non aprire i link alle ricerche e dimenticare al più presto l’articolo che ho appena scritto.

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Gli errori dello psicoterapeuta

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Non fa sconti Scott Lilienfeld nel suo nuovo articolo di ricerca. Il giudizio del terapeuta sul proprio operato “soffre” di specifici bias che lo sviano da una adeguata valutazione del suo lavoro con il paziente. Secondo Lilienfeld sono soprattutto 4 i bias più rimarchevoli che compromettono il modo in cui lo psicoterapeuta concepisce l’efficacia del proprio operato e in generale la pratica clinica:

1) il cosidetto native realism  che riguarda l’assunzione da parte del terapeuta che ciò che si osserva sia la realtà effettiva (Kahneman lo denomina WYSIATI, what you see is all there is, ciò che vedi è ciò che esiste);

2) il confirmation bias che descrive la tendenza a selezionare i dati che confermino le proprie ipotesi – e personalmente lo abbinerei al bias post hoc, ergo propter hoc, cioè associare al fenomeno che vedo un evento che lo ha preceduto cronologicamente, anche se non ci sono sufficienti prove che sia correlato;

3) l’illusione del controllo che sottolinea l’errata credenza del terapeuta di tenere sotto controllo tutti gli eventi durante la terapia;

4) le correlazioni illusorie riguardano invece la convinzione fourviante del terapeuta che i fattori su cui lavora siano gli unici responsabili del cambiamento terapeutico (che osserva, e si torna anche al primo punto).

Gli errori che ne conseguono influenzano non solo la qualità clinica della terapia ma anche la percezione del terapeuta sull’efficacia della psicoterapia. Trovo brillante il modo in cui Lilienfeld chiama questi errori, causes of spurious therapeutic effectiveness (o abbreviato CSTs), che tradotto suona pressapoco così: cause di efficacia psicoterapeutica spuria. È molto interessante il termine perché mette a nudo uno dei classici enigmi sulla validità della psicoterapia: funziona davvero oppure sono altri fattori (spurious) esterni a giocare un ruolo determinante? Da qui ne derivano altri allarmanti interrogativi, ad esempio: i fattori non inerenti la psicoterapia che conseguenze hanno, positivi o negativi? Quanto influiscono sulla qualità della psicoterapia? E se appartenessero addirittura all’operato del terapeuta (i bias suddetti)? Domande cui è difficile rispondere se non attuando complicate argomentazioni teoriche.

Non è finita qui. Lilienfeld elenca una tassonomia di 26 CSTs che suddivide in 3 categorie. La prima contiene 15 errori che riguardano la percezione del miglioramento della condizione del paziente quando invece non avviene affatto. La seconda contiene gli errori che conducono terapeuta e paziente a pensare che la guarigione dei sintomi sia avvenuta grazie alla terapia e non per altri fattori (mentre ad esempio molti disturbi sono ciclici e quindi presentano stati momentanei di miglioramento non dovuti quindi alla terapia, etc.).

Infine, la terza categoria riguarda un genere di errori che potremmo definire “epistemologici”, sulla natura della psicoterapia come disciplina scientifica. Si tratta di errori di valutazione compiuti sull’assunto che i miglioramenti siano conseguenza della specificità della terapia in se stessa, mentre potrebbero entrare in gioco fattori comuni a tutte le psicoterapie.

Potremmo definirli errori “autoreferenziali” in cui si presume che il modello terapeutico adottato sia valido e migliore delle altre decine in circolazione. Perché la psicoterapipa come pratica medica resta sprovvista di una corretta e sostanziale unitarietà che metta d’accordo non dico tutti ma, almeno, la maggioranza dei professionisti.

Che fare? Il gruppo di ricerca di Scott Lilienfeld propone di adottare scale di valutazione valide per misurare i risultati del processo terapeutico, condurre ripetute misurazioni per ridurre e controllare l’influenza delle variabili esterne alla terapia, effettuare misurazioni prima del trattamento per analizzare le differenze tra prima e poi, utilizzare gruppi di controllo per osservare le differenze tra i fattori specifici della terapia e quelli comuni a tutte le terapie.

Io penso che non sia solo una questione squisitamente astratta superata da una gran quantità di letteratura e analisi in merito. La faccenda è molto più concreta di quanto immaginiamo. Una parte dei colleghi sostiene che la psicoerapia sia ormai una pratica superata, nobile e ammirevole, ma non più utile alla luce della rivoluzione digitale e del cambiamento sociale e politico che stiamo sperimentando. Seguono analisi sogiologiche e antropologiche che a mio modo di vedere lasciano il tempo che trovano.

Alcuni potrebbero pensare che l’analisi personale sia il firewall che protegge la professione dagli errori iatrogeni e dalle abusive ingerenze esterne. Non credo che sia sufficiente. Sarebbero più auspicabili costanti supervisioni d’equipe, più ingredienti scientifici (sia come sperimentazioni di controllo sia come supporto empirico dell’efficacia dei vari disturbi psicopatologici), un’equilibrata interdisciplinarietà e la riforma accademica.

La psicoterapia non è più quella di una volta, ma il tempo non l’ha messa fuori gioco. Anzi, la capacità di automonitorare la correttezza metodologica (come gli articoli e le ricerche rappresentate dal lavoro di Lilienfeld) e una maggiore integrazione di pensiero scientifico ha irrobustito l’efficacia, il controllo e l’onestà professionale della disciplina.

 

Lilienfeld, S., Ritschel, L., Lynn, S., Cautin, R., & Latzman, R. (2014). Why Ineffective Psychotherapies Appear to Work: A Taxonomy of Causes of Spurious Therapeutic Effectiveness Perspectives on Psychological Science, 9 (4), 355-387 DOI: 10.1177/1745691614535216

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