Lettere dall’ex manicomio di Teramo

C’è un toccante articolo sul Corriere della Sera che riguarda la raccolta in un volume delle lettere scritte tra il 1880 e il 1931 dai pazienti dell’ex manicomio Sant’Antonio abate di Teramo. Il manicomio è stato chiuso nel 1994 e le lettere, sequestrate e mai spedite ai familiari, erano abbandonate nell’archivio della struttura ospedaliera.

Le «voci dal manicomio» più toccanti appartengono al primo Novecento e sono, tra le altre, quelle di Valentino, 55 anni, artista drammatico, internato con la diagnosi di «mania semplice»; Nazzareno, 45 anni, imbianchino, affetto da «psicosi alcoolica»; Guido, 32 anni, truffatore, giudicato «pazzo morale»; Paolina, 20 anni, rinchiusa con la diagnosi di «immoralità costituzionale». Come queste, decine di migliaia di altre storie di pazzi veri (o presunti, almeno stando alle carte) riemergono oggi dallo studio delle 22mila cartelle cliniche degli internati nell’ex ospedale psichiatrico Sant’Antonio abate di Teramo, prodotte dal 1881 al 1998, anno in cui la struttura, una delle più importanti dell’Italia centro-meridionale, fu definitivamente chiusa per effetto della Legge Basaglia del 1978 […]

Oggi l’ex manicomio, che negli anni Quaranta accoglieva circa 1.400 pazienti (tanti rispetto ai novemila residenti nel centro storico), cade a pezzi. Ventimila metri quadrati, di proprietà della Asl, del cui recupero si parla da decenni. Su questo aspetto è intervenuto il rettore dell’università di Teramo, Luciano D’Amico, proponendo alla città di iniziare con «un recupero parziale al fine di realizzare al suo interno un centro di documentazione di storia della psichiatria».

Speriamo che l’ex struttura psichiatrica non sia abbandonata definitivamente. Magari si potrebbe prendere spunto ad esempio da qui.

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Siamo davvero coscienti?

21cons articleLarge1 300x175 Siamo davvero coscienti?

A due delle tre grandi domande sulla condizione umana sono state date risposte certe. Copernico ha dimostrato che la Terra non si trovi al centro dell’universo e Darwin ha rincarato la dose spiegando perché l’uomo non sia al centro di un disegno provvidenziale ma sia piuttosto uno dei tanti rami dell’albero della vita.

D’altra parte, Michael S. A. Graziano, professore di psicologia e neuroscienze a Princeton, scrive sul New York Times che manca una risposta adeguata all’enigma sulla coscienza. Anche se possediamo conoscenze avanzate sul corpo e il cervello umano, ancora il fenomeno dell’esperienza cosciente che l’uomo sperimenta quotidianamente resta un rebus insoluto.

Nonostante il fatto che ci siano tante teorie a riguardo, da qualsiasi punti di vista viene posta la discussione i ricercatori non hanno trovato un unanime accordo. Possiamo spiegare nel dettaglio ad esempio il colore verde descrivendone il dettaglio fisico-matematico della sua lunghezza d’onda, eppure l’esperienza cosciente della “verdità” che abbiamo del colore verde rimane un fatto unico e personale del nostro mondo interiore. Un termine latino in genere viene utilizzato per etichettare la presa di coscienza di uno stimolo (in questo caso del colore verde), il qualia, che serve appunto ad identificare una qualità che estraiamo del nostro incontro con lo stimolo, una qualità che ci “sveglia” dalla meccanica input-output. Siamo esseri senzienti, coscienti.

Ma il professor Graziano espone nell’articolo del NYT una teoria spiazzante. Siamo sicuri di essere coscienti?

Come fa il cervello ad andare oltre l’elaborazione delle informazioni e farci diventare soggettivamente coscienti dell’informazione stessa? Ecco la risposta: non lo fa. Il cervello è giunto alla conclusione che questo fenomeno non è corretto. Quando parliamo di introspezione ci sembra di captare qualcosa di simile ad un fantasma – la coscienza, la consapevolezza, il modo in cui sperimentiamo coscientemente il verde o una sofferenza – la nostra macchina cognitiva ha accesso a modelli interni e questi modelli ci dicono che l’informazione elaborata è sbagliata. La macchina sta elaborando una storia sofisticata su una proprietà che ha caratteristiche magiche. E non c’è modo per il cervello di determinare attraverso l’introspezione che la storia sia sbagliata, poiché l’informazione ha a che fare con la stessa informazione sbagliata.

Ma questo è un paradosso: se la coscienza fosse un’impressione sbagliata, non sarebbe comunque un’impressione, cioè una forma di coscienza? Graziano argomenta così:

La tesi è che non ci sia alcuna impressione soggettiva; c’è solo informazione in un meccanismo di elaborazione dell’informazione [qual è il cervello]. Quando osserviamo una mela rossa, il cervello elabora informazione sul colore. Inoltre, computa informazione su se stessi e su una proprietà di esperienza soggettiva (fisicamente incoerente).

Il cervello fa i conti con le varie informazioni interconnesse e ne trae le conseguenze: c’è un self (il proprietario dell’informazione, l’IO); lì vicino c’è una cosa rossa; c’è pure qualcosa che è un’esperienza soggettiva; e Io ho un’esperienza di quella cosa rossa. Non si può sfuggire da questa catena di sequenza interna. Il cervello non può fare a meno di concludere che c’è un’esperienza soggettiva. Si tratta di una cascata di eventi elaborata dal cervello che appartengono allo stesso livello eccetto per quella illogica soggettività del qualia.

A questo punto ci si pone una domanda: perché il cervello dovrebbe prendersi la pena di assegnare all’elaborazione di quella cosa rossa che è una mela “un’esperienza soggettiva” che in realtà non esiste? Graziano risponde citando il  lavoro che svolge nel laboratorio di Princeton in cui sta sviluppando la teoria sulla coscienza dell’attention schema.

Prendiamo l’esempio del colore e della  lunghezza d’onda. La lunghezza d’onda è reale, un fenomeno fisico; il colore è un’approssimazione [del cervello], un modello leggermente sbagliato di esso [del fenomeno fisico della lunghezza d’onda]. Nella teoria dell’attention schema, l’attenzione è il fenomeno fisico e la coscienza è l’approssimazione del cervello, un modello leggermente errato di essa. Nelle neuroscienze, l’attenzione è un processo che rinforza alcuni segnali rispetto ad altri. È un modo di concentrare le risorse. L’attenzione: è un fenomeno meccanico, realistico che può essere programmato nel chip di un computer. La coscienza: una ricostruzione animata dell’attenzione che dal punto di vista fisico è inaccurata come il modello interno del cervello sul colore.

In questa teoria, la coscienza non è un’illusione. È una caricatura. Qualcosa – l’attenzione – esiste davvero, e la coscienza è una giustificazione [accounting] distorta di essa.

Graziano sostiene che il cervello con un modello approssimato dell’attenzione sia in grado di controllare in modo più efficiente gli stimoli sia fisici che simbolici. Ma questa spiegazione la ritengo piuttosto debole. Sfiora l’utilità di una tautologia. Sembra aver solo sostituito al termine coscienza il concetto di modello di attenzione spostando l’interrogativo al concetto di attenzione. Che cosa è un modello di attenzione? Troviamo un parziale chiarimento in un passaggio alla fine dell’articolo del professore di Princeton.

Un’altra ragione consiste nel fatto che per predire il comportamento di altri organismi, il cervello ha bisogno di modellare i loro stati del cervello, inclusa la loro attenzione.

E qui si ferma praticamente la spiegazione e l’articolo. Io provo ad articolare la questione. In sostanza, il cervello ha bisogno di creare rappresentazioni su tutto ciò con cui ha a che fare, compresi i contenuti mentali dell’interlocutore. Produce (ma solo il cervello?) teorie sull’altro, su cosa sta pensando, sulle sue convinzioni o le sue emozioni. La consapevolezza è il processo attraverso cui dirigiamo l’attenzione sullo stato mentale dell’altro per trarne previsioni sul suo prossimo comportamento. In questo modo possiamo preparare azioni adeguate sia fisiche che mentali (ad esempio ingannandolo esprimendo un’espressione emotiva non rivelatrice del proprio umore).

Nel quadro complessivo, la coscienza più che un prodotto del cervello, più che una sua caricatura appare un processo fuori dal suo controllo! Posta come è in quell’interfaccia tra l’io e l’altro, la coscienza è un esperienza relazionale entro cui negoziamo, contrattiamo, sperimentiamo e falsifichiamo situazioni relazionali. Resta da capire se nella sua visione “meccanicistica” Graziano possa ammettere una prospettiva relazionale di coscienza senza derubricarla ad un “automatico” feedback.

link all’articolo di Graziano sul NYT

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Piangere di gioia

Perchè piangiamo nei momenti di intensa felicità? Perchè alcune volte ridiamo nervosamente di fronte ad un pericolo? I ricercatori spiegano l’apparente contraddizione in un articolo pubblicato su Association for Psychological Science.

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È un fenomeno curioso e molto comune e si verifica in due situazioni complementari: l’espressione di emozioni negative (come il pianto) in momenti di gioia e l’espressisone di emozioni positive (come il sorriso) durante un evento negativo. Il pianto al momento della nascita di un neonato o in un incontro insperato e, all’opposto, il sorriso incontrollato durante un funerale. Ti assicuro che la psicopatologia è ricca di questo genere di incongruità tra emozione e contesto.

Il gruppo di ricerca della psicologa Oriana Aragon alla Università di Yale si occupa di questo fenomeno e lavora sull’ipotesi che il contrasto tra emozione ed evento sociale abbia un significato preciso per gestire la regolazione emotiva.

Quando corriamo il rischio di essere sopraffatti da [intense] emozioni, che siano positive o negative, l’esprimere l’emozione opposta ha l’effetto di ridurne l’ampiezza e restituire l’equilibrio emotivo. […]

Aragon e collaboratori ritengono che le persone hanno dei limiti emotivi. Quando sentiamo che l’escalation della nostra tristezza o della nostra gioia sta raggiungendo un grado ingestibile – al punto che i nostri corpi sono quasi sopraffatti fisiologicamente – questa percezione attiva un’emozione incongrua per bilanciare le cose.

È interessante dedicare qualche riga ad uno dei loro studi. Hanno trovato infatti che i partecipanti messi di fronte a delle foto di neonati, ritoccati con un software per renderli ancora più infantili, mostravano intense manifestazioni con sfumature “aggressive”, come il desiderio di pizzicare o mordicchiare le guance oppure di abbracciarli con deciso affetto o anche emettendo delle vocalizzazioni tipiche del mondo animale.

I risultati hanno dato conferma alle ipotesi dei ricercatori. I partecipanti volevano accudire di più i neonati più “infantili” rispetto a quelli “meno infantili” manifestando espressioni più aggressive. Hanno inoltre ricevuto conferma che la funzione di pizzicare e imitare i versi degli animali o altre “aggressioni” da gioco servono per regolare le irresistibili emozioni positive verso i bimbi – in modo tale da fronteggiare gli intensi picchi emotivi.

Certo c’è molto da capire ancora. Ad esempio, qual è la differenza funzionale tra la manifestazione dell’emozione positiva in una condizione negativa rispetto alla condizione opposta (emozione negativa in un evento positivo? Quale è il ruolo della cultura? Come variano in funzione della specifica relazione sociale in atto? E che dire della “personalizzazione” delle emozioni che ci dicono di non dare per scontato che esiste un solo tipo di pianto, di sorriso o di rabbia? C’è molto da approfondire, ma queste ricerche danno ulteriore prova che la regolazione (e il riconoscimento) delle emozioni svolge un ruolo centrale nel funzionamento psichico.

link all’articolo su APS

 

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Scimmie, algoritmi, libri

300px Monkey typing Scimmie, algoritmi, libri

C’è sempre la possibilità che entro un intervallo di tempo indefinito una scimmia, a forza di battere i tasti di una macchina da scrivere, componga un capolavoro letterario o riscriva la Divina Commedia. Affronta la questione in un brillante articolo Ben Ehrlich su The beautiful brain, suggerendone affascinanti scenari.

Nel caso della scimmia il risultato sarebbe significativo come l’originale, ma è improbabile che il primate generi un tale prodigio a causa della durata del nostro universo. Alcune persone stanno addirittura provando a programmare un computer che generi libri. Philip Parker, un professore di marketing alla INSEAD Business School, sta lavorando ad un programma che in base a poca informazione riesce a simulare i processi mentali di un esperto. Il processo impiega trenta minuti e, secondo Parker, è in grado di elaborare racconti, romanzi oltre ad elementari componimenti poetici (il programma ha già prodotto oltre 200.000 libri).

In effetti, oggi gli algoritmi sono parte integrante di una moltitudine di attività quotidiane, dalla scelta di un libro alle previsioni del tempo. La novità è rappresentata dalla generazione “spontanea” di contenuti senza il controllo del “programmatore”. È quello che sta accadendo di recente ad esempio con la generazione di notizie attraverso algoritmi autonomi (could robots be the journalists of the future?) .

Ben Ehrlich aggiunge un’interessante osservazione partendo da un episodio personale. Dettando un messaggio a Google Voice perché fosse trascritto nel cellulare, il programma ha alterato alcune parole e la loro combinazione sintattica stravolgendo il significato originale. Qualcosa che succede a tutti noi, quando scriviamo velocemente un sms e il t9 propone parole che non rispecchiano le nostre aspettative. Come se lo smartphone o il tablet prendessero il nostro posto. E se davvero l’algortitmo che sta dietro la tastiera sta lentamente prendendo il nostro posto? Ehrlich ha scritto quanto segue:

Nell’era digitale, [il saggio] La morte dell’Autore di Roland Barth sembra anticipare tutto. Che ne sarà della creatività? Mi piace pensare al brano tratto da Ritratto di un artista da giovane di James Joyce: “l’artista, come il dio della creazione, rimane dentro o dietro o oltre o sopra la sua creazione, invisibile, purificato, fuori dall’esistenza, indifferente, che si taglia le unghie”. Forse alludeva al programma di un computer.

Forse le incursioni lessicali dell’algoritmo non sono altro che piccole licenze psicologiche. E’ un po’ ciò che succede quando mentre dormiamo improvvisamente il sogno sostituisce, altera o si prende gioco delle nostre intenzioni e credenze da svegli.

link a The beautiful brain

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L’uso sovietico della diagnosi psichiatrica

image 300x180 Luso sovietico della diagnosi psichiatrica

Un controverso artista russo si è tagliato il lobo dell’orecchio destro per protestare contro l’impiego del trattamento psichiatrico coatto da parte delle autorità russe contro i dissidenti.

Pyotr Pavlensky, un artista di San Pietroburgo, è salito nudo sul tetto del centro psichiatrico Serbsky di Mosca domenica scorsa e ha tagliato il lobo destro dell’orecchio con una forbice da cucina. Coperto di sangue è stato portato via dalla polizia e trasportato all’ospedale di Mosca. In un post sulla pagina di facebook della moglie, Pavlensky ha scritto che la mutilazione dell’orecchio è un modo per rappresentare il pericolo che deriva dal ritorno di una vecchia pratica della polizia nell’utilizzare la psichiatria per scopi politici.

Basandosi su una diagnosi psichiatrica, il burocrate nella divisa bianca da laboratorio emargina dalla società quei pezzi che potrebbero impedirgli di comandare senza alcun controllo. Il centro di Serbsky è tristemente noto per la propensione passata ad applicare diagnosi discutibili a molti dissidenti che erano stati destinati ai reparti psichiatrici nell’U.R.S.S. Simili azioni sono state messe in atto contro alcuni protestanti nello scorso aprile 2014, subito condannate da Amnesty International come un ritorno all’era sovietica.

Sembra tuttavia che Pavlensky abbia dietro di sé una storia “artistica” di mutilazioni. Ad esempio, nel novembre del 2013 ha”inchiodato” il suo scroto all’acciottolato della Piazza Rossa come “metafora per l’apatia, l’indifferenza politica e il fatalismo della moderna società russa”.

Utilizzare la diagnosi psichiatrica è un classico espediente delle società repressive e autoritarie in cui i diritti civili non hanno alcun valore. Ma aggiungo anche una considerazione pragmatica: il gesto autolesionista può determinare effetti controintuitivi. In una società interconnessa per cui non esistono più le cortine di ferro, i silenzi e le mistificazioni di una volta, protestare tagliandosi un orecchio può offrire un doppio favore alle autorità sia dimostrando che la società russa è aperta ad ogni forma di critica, sia per giustificare un trattamento psichiatrico contro chi attua comportamenti lesivi verso se stessi.

link alla notizia sul Guardian

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