Gli alieni in terapia intensiva

alieni 300x219 Gli alieni in terapia intensiva

Dal resoconto di una paziente di 15 anni dopo una degenza in terapia intensiva per un trauma cranico:

La mia esperienza sotto anestesia può essere suddivisa in due parti: quella in cui percepivo il mondo reale intorno a me e quella che riguardava il mondo onirico [...] 

Era come se vivessi continuamente dentro un sogno che andava avanti per tutto il tempo. I sogni erano vividi, tremendi e inquietanti. C’erano anche cose accettabili ma sfortunatamente la maggior parte erano negative. Posso ricordare ancora adesso, dopo più di un anno.

Al suono di un allarme, un mostro gigante appariva con una clava di carne e mi perseguitava in tutti gli angoli della stanza. Io dovevo proteggere una ragazza e impedire ad un esercito di attraversare un fiume. Sia il fiume che la stanza erano in fiamme. Io stavo bruciando per un esplosione.

In un altro sogno, dovevo evitare che un gigantesco centopiedi cui era associato un allarme attraversasse un ponte. Potevo osservare l’ombra di mostri che incombevano minacciosi dietro una tenda. Sapevo che erano lì e che volevano mangiarmi, ma io ero paralizzata, incapace a muovermi e ricordo che mi sentivo sudare per la paura straziante. Dopo mi ritrovavo sul ponte di un sottomarino nucleare con dei maniaci che cercavano di distruggere il mondo, e c’è stata una tremenda esplosione. E poi nulla.

Ero a bordo di un disco volante. Il mio compito era quello di fermare gli alieni dalla pelle verde che volevano fabbricare missili da riempire con esseri umani. Costringevano le persone ad entrare dentro le capsule per sganciarle come bombe umane sulla terra.

Poi c’era un leopardo che inseguiva me e i miei amici. Stavamo lavorando in un fast-food a bordo di una nave. Ci spinse in un angolo e l’insegna del Kentucky Fried Chicken ci illuminò con una intensa luce rossa.

Ma sapevo quando qualcosa di veramente spiacevole stesse per succedere. Quando l’allarme stava per finire sapevo che era il segnale per la comparsa dei mostri, l’attacco del centipede, la pioggia di missili, il mio sacrificio… ero angosciata. La tensione cresceva in modo orribile. Guardando indietro, la ferita nella mia testa causava sia gli incubi che i segnali d’allarme.

Ho avuto un’ottima guarigione grazie alle eccellenti cure che sono state date al mio cervello in terapia intensiva. Quegli allarmi però mi fanno ancora trasalire!

Questa testimonianza è molto interessante perché mostra un paradosso clinico che fa riflettere: da un lato, con le sofisticate procedure e i macchinari d’avanguardia, la terapia intensiva riesce a salvare la vita ai pazienti che giungono in gravissime condizioni di salute. Dall’altro lato rivela gli “effetti collaterali” di tipo psicologico non propriamente piacevoli cui incorre il paziente durante e dopo il ricovero (puoi approfondire anche qui dove scrivo sui problemi cognitivi legati alla chemioterapia).

In un bell’articolo sul Guardian,  spiega che molti pazienti sperimentano depressione, spaventosi flashbackincubi durante la degenza in terapia intensiva. La dottoressa Dorothy Wade segnala che molti pazienti hanno allucinazioni e deliri paranoici, come la falsa credenza che le infermiere siano state pagate per ucciderli e trasformarli in zombie. Sembrano aneddoti curiosi, ma a ben vedere sono fattori di notevole stress che rimangono a lungo in memoria anche quando il paziente ha compreso il loro carattere illusorio. E molti pazienti non riferiscono queste esperienze per la paura di essere giudicati matti.

Non sono solo le malattie o i traumi al cervello alla base di questi scompensi psichici. Un ruolo importante lo gioca la somministrazione di farmaci sedativi, fatto che viene preso oggi più in considerazione e ha condotto a un loro uso più ponderato. Questi dati spingono molte unità a riorganizzare il trattamento intensivo per ridurre lo stress e i problemi a lungo termine. Ad esempio, John Welch alla UCL ha messo in evidenza che l’allarme d’emergenza per il team di intervento spesso suona senza avere un’effettiva relazione con la gravità del caso. Molti suoni d’allarme vengono spesso usati solo come promemoria, ad esempio sostituire una flebo nell’ora successiva o non dimenticare di cambiare un filtro.

Dopotutto, il paziente quando accede nell’unità di terapia intensiva attraversa una serie di procedure che sfiorano quasi la “tortura”: viene denudato e sottoposto alla vista di chiunque appartenga al team, sente allarmi di emergenza in qualsiasi momento e senza preavviso, subisce l’intrusione degli strumenti fin dentro il suo corpo, il suo ciclo sonno-veglia è compromesso a causa della terapia, deve assumere farmaci che possono alterare drammaticamente la coscienza ed è regolarmente esposto ad una serie di disagi e inevitabili paure.

Per ridurre le problematiche conseguenze psicologiche, soprattutto dopo le dimissioni ospedaliere, è necessario che il personale sia preparato a costruire una relazione più empatica anche in un’unità intensiva. Essere più attenti alle difficoltà emotive e alle complicazioni cognitive del paziente consente di attenuare la sofferenza psicologica per un recupero ottimale della salute mentale del paziente.

link al resoconto della paziente su Intensive Care Medicine
link al pezzo di Vaughan Bell sul Guardian
link al post sugli effetti psichici della chemioterapia

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La macchina per trasformarci in un’altra persona

Quante volte hai desiderato vedere il mondo con gli occhi di un’altra persona? Adesso è possibile grazie ad una macchina che ti trasporta nella mente e nel corpo di un altro uomo.

The Machine To Be Another – Art investigation from BeAnotherLab on Vimeo.

The Machine to Be Another è un esperimento tecnologico open source (cioè aperto liberamente al contributo di qualsiasi sviluppatore) che consente la possibilità di integrarsi nella storia di un’altra persona osservandola dal suo punto di vista, “indossando” il suo corpo e ascoltando i suoi pensieri dentro la propria testa.

Questo progetto tecnologico si avvale delle ricerche psicologiche sull’embodiment e sul corpo virtuale “aumentato”. L’embodiment è un approccio teorico e sperimentale in psicologia e ha attirato negli ultimi anni parecchia attenzione. Esso presuppone che le principali attività cognitive della mente siano condizionate da certe proprietà del corpo come l’orientamento spaziale o i processi percettivi di base e ha rivelato interessanti applicazioni, ad esempio in ambito clinico e riabilitativo (per degli esempi vedi qui e qui).

Lo scopo iniziale del BeAnotherLab è quello di superare i pregiudizi culturali fra le persone permettendo di osservare il mondo dal punto di vista di chi è diverso da noi, attraverso la visione e la voce dell’altro. In sostanza, l’interesse primario è quello di utilizzare la “macchina” per promuovere l’empatia fra gli individui nei vari contesti sociali, culturali ed ideologici.

user performer 300x234 La macchina per trasformarci in unaltra persona

Il progetto Machine Be Another  è costituito da un insieme di componenti integrati dal costo relativamente basso: due caschi con display wireless, un auricolare, due device per determinare la posizione dei partecipanti, 3 webcam, 2 computer, un router locale e alcuni programmi specifici. La procedura prevede che un performer condivida un episodio della sua vita con un altra persona cioè l’user che rivive la storia ascoltata attraverso il casco integrale sul cui display vede proiettato il punto di vista del performer e ne ascolta pure il racconto.

L’immersione nella realtà mentale dell’altro funziona grazie al display montato sulla testa che riproduce in real time il campo visivo dell’altra persona, la quale segue i gesti dell’user. La sincronizzazione dei movimenti “illude” chi ascolta la storia perché ai propri movimenti si sovrappongono quelli analoghi osservati nel display ma nelle sembianza di chi sta raccontando. Abbiamo già visto (vedi la mano che si trasforma in marmo) come la mente sia in grado di integrare informazioni sensoriali esterne per andare a sostituire parti del nostro corpo. 

Il video trasmesso all’user è la trasmissione in tempo reale della videocamera attaccata al performer, il quale con un microfono commenta ogni oggetto incontrato dall’user (una foto, un giocattolo di un bambino,uno specchio, etc.) che ascolta le parole come se si ricreassero dall’interno della propria mente.

Dancing on the Feet – Embodied Dance Investigation with The Machine to Be Another from BeAnotherLab on Vimeo.

Il progetto mostra tuttte le sue potenziali possibilità in svariati ambiti, da quello dell’automazione industriale a quello sanitario riabilitativo. Ad esempio, in uno dei test l’user era una donna disabile, costretta sulla sedia a rotelle, che riesce a danzare attraverso l’effettiva esecuzione di una danza della performer che fa la ballerina e danza per lei. Nel display, la donna in sedia a rotelle magicamente si osservava “inserita” nel corpo della performer danzante come se fosse sparita la disabilità locomotoria.

Gli sviluppi tecnologici indicano come gli incredibili scenari cyberpunk (leggi qui l’ottima descrizione di Granieri) stiano trasformando realtà professionali e quotidiane: dalla risoluzione dei conflitti nei vari scacchieri sociali (politici, multietnici, religiosi, diplomatici), alle possibilità per i neuroscienziati sul versante della riabilitazione (a cominciare dall’autismo), nel settore educativo e artistico o, infine, per il trattamento dei principali disagi emotivi attraverso i processi di mentalizzazione che questa tecnologia metacognitiva promette di realizzare.

link al lab The Machine to Be Another
link all’articolo di ricerca del BeAnotherLab
link al pezzo di Granieri

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Freud pioniere delle neuroscienze

La psicoanalisi non è scientifica, ma Freud fu sicuramente un eccellente scienziato.

L’impatto della psicoanalisi sulla cultura del Novecento è innegabile e il padre fondatore Sigmund Freud è stato senza dubbio un affascinante esploratore della mente umana. Sul valore della psicoanalisi sia in ambito terapeutico che culturale il dibattito è aperto e, forse, appartiene ormai ad una ristretta schiera di nostalgici. Non tutti sanno però che Freud è stato un autentico pioniere delle neuroscienze.

 

Le prime ricerche sui vertebrati

Già dal 1875, a vent’anni,  come studente di medicina all’Università di Vienna si occupò di ricerca scientifica studiando l’istologia della struttura nervosa dei pesci e dei crostacei. Era l’epoca in cui la fisiologia fu scientificamente fondata e spogliata da ogni riferimento metafisico (ad esempio, il vitalismo) da Reymond, Helmholtz e Brucke.

Durante la formazione accademica apprese la teoria darwiniana dell’evoluzionismo e lavorò ininterrottamente nel laboratorio nell’Istituto di Fisiologia dal 1876 al 1881, anno della laurea. Fu Ernst Brucke, suo professore e mentore, che lo dissuase a proseguire gli studi nell’Istituto perché, l’ammonì, “non c’è alcun riconoscimento dentro l’accademia, e senza riconoscimento non può esistere alcuna libertà intellettuale e finanziaria”. Riluttante, proseguì la formazione specialistica nell’ambito della medicina clinica, cioè in quella che oggi sarebbe la facoltà di Neurologia e Psichiatria. Basandosi sulle sue osservazioni anatomiche, pubblicò ben 14 articoli originali che possono essere considerati pionieristici nel campo delle future neuroscienze. Gli fecero guadagnare la stima dei circoli di neuroanatomia, neuroistologia e neuropatologia.

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Disegno eseguito da Freud della spina dorsale della lampreda. Dettaglio, 1877

Le ricerche iniziali furono rivolte alle strutture microscopiche delle anguille tra il 1875 e il 1876 nella stazione zoologica di Trieste. Significativi sono gli studi sulle strutture delle cellule nervose, al punto da meritarsi le citazioni dei più grandi ricercatori dell’epoca, come il padre della moderna neurobiologia Santiago Ramon y Cajal nel suo classico Textura del sistema nervioso del hombre y de los vertebrados. Proseguì le ricerche lavorando sul sistema nervoso della lampreda e del gambero di acqua dolce, fornendo molte informazioni tecniche sulle componenti ottiche degli strumenti di osservazione (1877, 1878, 1882).

 

Gli studi neuropatologici

Dopo aver concluso la specializzazione nella scuola medica, Freud lavorò all’Istitute of Brain Anatomy diretto dal professor Theodor Meynert. In quel periodo pubblicò tre significativi articoli basandosi sulla tecnica di colorazione di Weigert: sulla connessione dei nuclei olivari superiori (1885), sull’origine e il percorso del nervo acustico (1886) e sulle relazioni anatomiche dei peduncoli del midollo allungato (1886). In particolare, Freud ideò una nuova tecnica di indagine utilizzando il cloruro aurico nella colorazione delle fibre nervose per visualizzare l’anatomia microscopica e istologica del sistema nervoso. Fu un metodo che gli consentì di illustrare le intricate connessioni tra il cervelletto e il midollo allungato. In particolare, egli fu il primo a descrivere e tracciare il percorso del tratto spinocerebrale della materia bianca dalla colonna vertebrale al cervelletto.

Queste ricerche lo indussero ad ipotizzare che il sistema nervoso fosse composto da strutture fibrose. Freud fu uno dei primi protagonisti nella formulazione della dottrina del neurone ancora prima che Waldeyer utilizzasse il termine neurone per indicare l’unità base del sistema nervoso umano (1891). I suoi articoli, ricchi di dettagliate osservazioni sull’anatomia delle strutture del midollo allungato e le analisi istologiche del sistema nervoso, aprirono le porte ai successivi ricercatori per sviluppare la teoria neuronale delle strutture cerebrali.

Nel corso degli anni seguenti, mentre continuavo a lavorare come medico, pubblicai una serie di articoli sulle osservazioni cliniche dei danni organici del sistema nervoso. Gradualmente, ero diventato competente in questo settore; ero in grado di localizzare il sito di una lesione nelle midolla allungate così accuratamente che gli anatomisti patologi non avevano altre informazioni da aggiungere. [cit. dall'Autobiografia]

 

La cocaina

Nel periodo in cui stava completando gli studi sul midollo allungato, Freud cominciò ad interessarsi ad un nuovo alcaloide conosciuto col termine cocaina. Egli iniziò a reperire tutti gli articoli scientifici pubblicati sulla cocaina e il 21 aprile 1884 scrisse alla sua futura moglie Martha Bernays:

Sto di nuovo giocando con un nuovo progetto e spero di parlartene di più prossimamente. E’ un esperimento terapeutico. Sto approfondendo in questo periodo tutto ciò che si conosce sulla cocaina, l’effettivo composto delle foglie di coca, che alcune tribù indiane masticano per aumentare la resistenza alla fatica e alle privazioni. Un medico tedesco l’ha provata sui soldati e ne ha descritto i promettenti benefici a lungo termine.

Pubblicò una serie di articoli dove illustrava in dettaglio gli effetti fisiologici della cocaina sugli animali e sugli uomini, tra cui se stesso (gli esperimenti farmacologici su se stessi era una prassi non insolita a quel tempo). Ad esempio, ecco come descriveva gli effetti sulla sua persona in un articolo pubblicato nel 1874: “pochi minuti dopo aver assunto la cocaina, una delle prime esperienze è l’improvvisa euforia e il sentimento di leggerezza“. Gli usi terapeutici della cocaina descritti nella letteratura spaziavano dai disturbi digestivi al trattamento delle dipendenze da morfina o alcol, dal trattamento per l’asma ad agente afrodisiaco e, infine, come potenziale trattamento per l’anestesia locale. Scriveva infatti in una delle pubblicazioni sull’argomento:

I sali di cocaina hanno una marcato effetto anestetico quando sono messi in contatto con la pelle in soluzione concentrata; questa proprietà suggerisce l’uso occasionale come anestetico locale, specialmente per le infiammazioni delle membrane mucose [ad esempio, per le infezioni del cavo orale e respiratorio].

Sfortunatamente, Freud non compì i necessari passaggi sperimentali per confermare le sue ipotesi, passaggio cruciale del processo scientifico. Anzi, suggerì l’ipotesi all’amico e collega Carl Koller che era un oftalmologo, al quale peraltro sottopose  il suo libro Sulla Cocaina per l’opera di revisione. Koller, in seguito, sviluppò l’idea e ne dimostrò l’effettivo potere anestetico nelle operazioni chirurgiche dell’occhio. 

Nell’Agosto del 1884 Freud dovette assentarsi per raggiungere la fidanzata fuori città e lasciò il giovane medico con i suoi esperimenti con la cocaina. Koller, che voleva intraprendere la carriera oculistica, si dedicò per tutta l’estate alla sperimentazione e constatò che l’applicazione della cocaina su una parte della lingua produceva un effetto desensibilizzante locale. Intuì quindi che aveva tra le mani l’anestetico locale tanto ricercato nella pratica oftalmologica da utilizzare sull’occhio [da wikipedia]

Resta il fatto che il contributo di Freud sulla scoperta delle proprietà anestetiche locali della cocaina sia stato cruciale.

 

Freud esperto nel campo della Paralisi cerebrale infantile

Il lavoro clinico di Freud iniziò dall’esperienza con pazienti colpiti da ictus che comunemente presentano afasia. A questo riguardo, raccolse tutte le informazioni disponibili e le sue osservazioni in un libro intitolato L’interpretazione delle afasie. Uno studio critico, che pubblica nel 1891 e diventa un classico delle opere di neurologia sino ai nostri giorni. In questa pubblicazione esamina con accuratezza le prove sperimentali e la moltitudine di esempi clinici delle varie forme di afasia: molte delle sue descrizioni e intuizioni conservano la loro validità ancora oggi, e in particolare l’ipotesi che una parte delle cause agisca già nel corso dello sviluppo fetale.

Nello stesso anno, pubblica un altro libro fondamentale scritto con Oscar Rie, Uno studio clinico sulla paralisi cerebrale unilaterale. In quest’opera, inizia ad esplorare i “disturbi autistici” che, all’epoca, venivano denominati sotto l’etichetta diagnostica di “paralisi cerebrale”. Nella paralisi cerebrale, Freud scopre che al disturbo neurologico non sempre corrisponde una precisa regione cerebrale e questo fatto gli conferma un’idea che coltiva ormai da tempo: molti disturbi psichiatrici e neurologici non possono essere localizzati in una specifica area della corteccia cerebrale. Praticamente, queste speculazioni cliniche gettano le basi per la futura concezione psicoanalitica che prevede nell’inconscio l’origine dei disturbi psichici anziché nella patologia anatomica del cervello.

Un altro testo pubblicato nel 1893 sulle diplegie infantili riflette l’intenso lavoro clinico e sperimentale cui ancora attende prima della svolta psicoanalitica. E’ però nel 1897 che pubblica un ultimo libro fondamentale, Infantile Cerebral Paralysis. Esso rappresenta tutto il sapere teorico e clinico che Freud ha acquisito nella ormai decennale esperienza di ricerca a proposito delle paralisi cerebrali infantili consacrandolo un rispettabile esperto in materia per il resto della sua vita. In questo trattato di neurologia fornisce in dettaglio tutte le prove scientifiche disponibili sull’eziologia, la patofisiologia, la nosologia, i fattori di rischio e il trattamento di questi disturbi dell’età infantile.

Freud attacca l’idea che la mancanza o la carenza di ossigeno come complicazione durante il parto sia l’unica causa diretta del disturbo neurologico. Anzi, egli sostiene che possa essere considerata un sintomo del disturbo e non necessariamente la causa. Andando nel dettaglio, secondo Freud il problema della paralisi cerebrale associata a ritardo mentale e altri sintomi neurologici è da rintracciare durante lo sviluppo del sistema nervoso prenatale. Questa ipotesi verrà riconosciuta come vera soltanto negli anni Ottanta del ventesimo secolo, quando si scoprirà che soltanto il 10% dei casi di paralisi cerebrale è causato da complicazioni durante il parto che conducono a danni cerebrali per anossia.

 

Conclusioni

La storia precedente della psicoanalisi che riguarda la vita professionale e accademica di Freud ci disorienta. Il modello psicoanalitico che è giunto a noi ha attraversato un’imponente elaborazione culturale e speculativa senza precedenti. Le accuse di antiscientificità della psicoanalisi sono giunte da diverse parti. Sorprende allora scoprire che Freud, nonostante la psicoanalisi, sia stato un brillante ricercatore e uno stimato neurologo. Va riconosciuta anche la rara dote intellettiva di saper fornire intuizioni teorico-cliniche che impressionano per la portata scientifica (dalla sperimentazione istologica, agli studi neuroanatomici, alla cocaina, alle diplagie) e psicoterapeutica (il modello psicoanalitico).

Senza dubbio il modello psicoanalitico può considerarsi tra i principali paradigmi teorico-clinici del Novecento (vedi qui e qui per una breve rassegna), nonostante la carenza sperimentale ed empirica. Al contrario, si rimane colpiti dalla meticolosa attenzione scientifica di Freud, dalla potente analisi delle sue osservazioni nell’ambito della neurologia di straordinario valore euristico, scientifico ed empirico e dalla serie di ipotesi ed intuizioni che hanno ricevuto conferme ed ulteriori sviluppi. C’è da chiedersi quale immagine la storia della medicina ci avrebbe restituito se Freud avesse continuato nel campo della ricerca medica. E’ un interrogativo affascinante cui è impossibile dare una risposta. Quest’inguaribile fumatore di sigari, era un magnifico scienziato al passo con gli eventi intellettuali e culturali più avanzati dell’epoca.

Riferimenti bibliografici:

Triarhou, L.C. (2009). Exploring the mind with a microscope: Freud’s beginnings in neurobiology. Hellenic J. Psychol6: 1-13 [PDF]

Galbis-Reig, D. (2004). Sigmund Freud, MD: Forgotten Contributions to Neurology, Neuropathology, and Anesthesia. Internet J. Neurol. 3(1). DOI: 10.5580/2210

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Autismo: stime allarmanti negli USA

Negli Stati Uniti un bambino su 68 ha una diagnosi del disturbo autistico (ASD). La stima proviene dal nuovo rapporto del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) che è stato pubblicato il 28 marzo del 2014.

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La nuova statistica si riferisce ai dati raccolti in 11 Stati nel biennio 2008-2010. Il network coinvolto nel monitoraggio dell’ASD (autism spectrum disorder) ha stimato che 14,7 bambini su 1000 (equivalente a 1 su 68) di 8 anni di età rientra nello spettro del disturbo autistico. Sono i maschi in netta prevalenza (1 su 42) rispetto alle femmine (1 su 189); il 31% dei bambini autistici è stato classificato con disabilità intellettiva (IQ ≤70), il 23% è appena sotto la media (IQ = 71–85) e il restante 46% sta nella media o al di sopra del quoziente d’intelligenza (IQ >85). L’età media della prima diagnosi si aggira intorno ai 4 anni e mezzo (53 mesi).
Inoltre, circa il 48% dei bambini neri non ispanici con ASD ha ricevuto diagnosi differenziale di ritardo mentale rispetto al 38% dei bambini ispanici e il 25% dei bambini bianchi non ispanici. 

Si tratta di dati raccolti in 11 Stati, quindi non sono rappresentativi in modo assoluto per tutti i bimbi di 8 anni degli Stati Uniti. Nondimeno, le analisi sono accurate e rispetto al precedente rapporto del 2008 (i dati vengono aggiornati dal 2000 ogni 2 anni), alle stesse condizioni c’è stato un aumento del 30%, cioè da 1 bambino ogni 88 del 2008 si è passati ad 1 ogni 68 del 2010, il 60% in più rispetto al 2006 (1 ogni 110) e circa il 120% in più rispetto al 2000-2002 (1 su 150). Le cause per l’evidente incremento sono ancora ignote, ma la definizione diagnostica più ampia e articolata e una maggiore accuratezza diagnostica hanno certamente favorito l’individuazione di bimbi che un tempo non sarebbero stati diagnosticati come autistici.

E’ confermata la prevalenza nei bambini maschi (5 volte maggiore) ed è interessante notare che quasi la metà del totale dei bambini si pone nella media se non al di sopra del quoziente di intelligenza dell’età di riferimento. Meno della metà (il 44%) è stato diagnosticato verso i 3 anni, ma la maggioranza ha dovuto attendere di compiere i 4 anni. Si tratta di un grave ritardo nella tempistica diagnostica, infatti oggi sappiamo che la diagnosi precoce (possibile già a 2 anni) è fondamentale per una migliore riabilitazione cognitiva e comportamentale. 

Complessivamente i dati non evidenziano significative differenze statistiche tra i gruppi etnici e razziali all’età in cui vengono diagnosticati per la prima volta. E’ degno di nota il fatto che l’80% di tutti i bambini abbia ricevuto una diagnosi da un clinico o dai servizi scolastici, mentre il restante 20% ancora non ha ricevuto la diagnosi nonostante la documentata registrazione dei loro sintomi nei vari servizi per la persona.

Cosa possiamo concludere? Che la stima è impressionante, nonostante il fatto che i dati facciano riferimento ad 11 Stati degli USA. E’ anche importante sottolineare che spesso la tentazione di una diagnosi può condure ad errrate intepretazioni dei sintomi, ad esempio confondendo i tratti autistici con disagi psichici quali la fobia sociale o con altri disturbi di tipo neuropsicologico. Comunque sia, lo studio è effettuato ogni due anni sullo stesso circuito ed è statisticamente accertato che sia in corso un aumento dei casi. Attualmente, oltre alla maggiore consapevolezza diagnostica, l’ipotesi genetica sulle cause dell’autismo sembra essere la più valida. Probabilmente alcuni fattori ambientali giocano un ruolo importante, ma non c’è alcuno studio che abbia individuato scientificamente quali siano. 

L’utilità del rapporto è evidente e può servire sia nell’ambito della ricerca come per i vari attori sociali ovvero per i politici, le organizzazioni sanitarie, il sistema scolastico, i genitori o i terapisti. Non esistono due bambini che abbiano lo stesso disturbo autistico. La diagnosi indica uno “spettro” del disturbo con innumerevoli varianti. I dati a disposizione circa l’età della prima diagnosi, l’etnia o la diagnosi differenziale consentono di osservare con maggiore consapevolezza il bimbo (qui trovate una checklist messa a disposizione dal CDC) allo scopo di poter eventualmente progettare la riabilitazione e, allo stesso tempo, consentono di incentivare impegni politici per un’adeguata accoglienza sociale e professionale di chi presenta tratti del disturbo autistico.

link al rapporto
link per la cheklist
link della notizia data sulla CNN

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L’illusione della mano trasformata in marmo

Hand of God 11 Lillusione della mano trasformata in marmo

E’ possibile manomettere la biologia della vostra mano. Bastano alcuni “leggeri” colpi di martello per provare la sensazione di avere una mano di marmo.

Un gruppo di ricercatori ha ideato un ingegnoso esperimento per dimostrare che le proprietà tipiche percepite del nostro corpo (pelle, muscoli, ossa) non sono così certe come pensiamo. I ricercatori hanno meso in evidenza che sia relativamente facile ingannare il cervello alterando il feedback sensoriale uditivo. Hanno allestito alcuni esperimenti nei quali il soggetto posizionava la mano su un tavolo e non poteva vederla per via di un piccolo sipario che copriva metà braccio. A quel punto, lo sperimentatore colpiva delicatamente la mano con un piccolo martello ed era associato un suono come se il martello avesse colpito un pezzo di marmo.

 

journal.pone .0091688.g001 188x300 Lillusione della mano trasformata in marmo

I soggetti venivano intervistati prima e dopo l’esperimento con un questionario a proposito delle proprietà percettive della propria mano. Inoltre, durante il test, venivano raccolte le dichiarazioni spontanee dei partecipanti e registrati i valori fisiologici della conduttanza elettrica cutanea. Dopo pochi minuti durante la stimolazione sperimentale, i resoconti fisiologici e psicologici del soggetto dimostravano un’effettiva alterazione percettiva delle proprietà materiali della mano a causa della manipolazione del feedback uditivo. Suoni provenienti da materiali non biologici sono stati facilmente integrati nella dimensione corporea personale al punto che la “naturalezza” biologica veniva accantonata.

I risultati hanno dimostrato che ascoltare il falso suono marmoreo, sincronizzato alla leggera percussione sulla mano, induceva il partecipante a provare un mutamento percettivo dell’arto come se fosse più duro, resistente, rigido, pesante e più freddo come un blocco di marmo. La mano era diventata come quella di una statua di marmo: un esempio di illusione della mano marmorea (Marble-Hand illusion).

Il corpo è continuamente soggetto a cambiamenti statici e dinamici, come i processi di crescita o le dinamiche posturali e di locomozione del corpo. Tutte le stimolazioni esterne ed interne vengono reinterpretate alla luce di modelli interni che puntellano lo “schema corporeo”, chiamato body schema dai neuroscienziati. Probabilmente i circuiti più coinvolti nell’elaborazione dello schema corporeo inconscio sono collocati nel lobulo parietale superiore destroQuesta ricerca può essere letta come un’ulteriore conferma del modello neuropsicologico del body schema che ci aiuta a gettar luce su alcuni gravi disturbi psichiatrici e neurologici (vedi ad esempio Il corpo a pezzi). Ma ha anche straordinarie ripercussioni in ambito medico e riabilitativo, come le protesi o le varie applicazioni bci

La ricerca, infine, sembra riproporre in un certo senso la celebre dualità cartesiana tra la (mutevole) materia del corpo e l’immaterialità della mente, con le estreme conseguenze che ne derivano. A seconda degli scopi e dell’ambiente in cui è collocato, è possibile modificare il corpo sostituendone i pezzi o, addirittura, il progetto originario (pensiamo alla genetica). La mente appare come un pilota che può trasmigrare da un veicolo (o da un device) all’altro senza sapere la meta finale.

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