Less is more

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Su lifehacker Richa Jain racconta quando suo figlio la chiamò per osservare le nuvole e, misesi a sedere accanto a lui, comprese qualcosa che apparentemente può suonare banale: la dimenticata arte del non far nulla. Ecco dal suo articolo un estratto significativo:

“Mamma vieni qui a sederti con me. Vieni a vedere il dinosauro nella nuvola”. E mi fece sedere accanto a lui. Per i successivi 27 minuti non ho fatto nulla se non osservare le nuvole e sorridere con mio figlio. Onestamente, sono stati i migliori 27 minuti di quel giorno, anzi della settimana. Ancora dopo alcuni mesi resta un vivido ricordo. Ho scordato di quella mail su cui poco prima stavo lavorando freneticamente. Qualche volta, forse, la cosa più produttiva consiste nel non far nulla.

È più facile a dirsi che a farsi. Il mio cervello razionale non ama star fermo e iniziai a ragionare con esso, come spesso faccio – con dati e ricerche. Cercai informazioni e studi per sostenere le mie riflessioni e per trovare indicazioni [su questa pigrizia indotta]. E ho trovato i seguenti dati: dormire più a lungo e avere più consapevolezza sul tuo respiro sembra che migliorino la creatività e addirittura incrementino il tuo metabolismo. C’è persino una ricerca su Psychological Science che dimostra come scegliere l’opzione del “non fare nulla” aumenti la nostra produttività. 

Even Peter Drucker fa notare che “c’è una domanda che si pone chi deve prendere decisioni: ‘È necessaria una decisione?’ C’è sempre un’alternativa che è l’alternativa del non fare alcunché. Se la risposta alla domanda “Che cosa accade se noi non facciamo nulla? è ‘Ci si prende cura di se stessi’, allora è meglio non interferire [e non far nulla].

Le proposte di lettura linkate dalla Jain sono interessanti come la lettura del suo articolo. Ma se vogliamo seguire fino in fondo il suo suggerimento, direi di non aprire i link alle ricerche e dimenticare al più presto l’articolo che ho appena scritto.

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Gli errori dello psicoterapeuta

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Non fa sconti Scott Lilienfeld nel suo nuovo articolo di ricerca. Il giudizio del terapeuta sul proprio operato “soffre” di specifici bias che lo sviano da una adeguata valutazione del suo lavoro con il paziente. Secondo Lilienfeld sono soprattutto 4 i bias più rimarchevoli che compromettono il modo in cui lo psicoterapeuta concepisce l’efficacia del proprio operato e in generale la pratica clinica:

1) il cosidetto native realism  che riguarda l’assunzione da parte del terapeuta che ciò che si osserva sia la realtà effettiva (Kahneman lo denomina WYSIATI, what you see is all there is, ciò che vedi è ciò che esiste);

2) il confirmation bias che descrive la tendenza a selezionare i dati che confermino le proprie ipotesi – e personalmente lo abbinerei al bias post hoc, ergo propter hoc, cioè associare al fenomeno che vedo un evento che lo ha preceduto cronologicamente, anche se non ci sono sufficienti prove che sia correlato;

3) l’illusione del controllo che sottolinea l’errata credenza del terapeuta di tenere sotto controllo tutti gli eventi durante la terapia;

4) le correlazioni illusorie riguardano invece la convinzione fourviante del terapeuta che i fattori su cui lavora siano gli unici responsabili del cambiamento terapeutico (che osserva, e si torna anche al primo punto).

Gli errori che ne conseguono influenzano non solo la qualità clinica della terapia ma anche la percezione del terapeuta sull’efficacia della psicoterapia. Trovo brillante il modo in cui Lilienfeld chiama questi errori, causes of spurious therapeutic effectiveness (o abbreviato CSTs), che tradotto suona pressapoco così: cause di efficacia psicoterapeutica spuria. È molto interessante il termine perché mette a nudo uno dei classici enigmi sulla validità della psicoterapia: funziona davvero oppure sono altri fattori (spurious) esterni a giocare un ruolo determinante? Da qui ne derivano altri allarmanti interrogativi, ad esempio: i fattori non inerenti la psicoterapia che conseguenze hanno, positivi o negativi? Quanto influiscono sulla qualità della psicoterapia? E se appartenessero addirittura all’operato del terapeuta (i bias suddetti)? Domande cui è difficile rispondere se non attuando complicate argomentazioni teoriche.

Non è finita qui. Lilienfeld elenca una tassonomia di 26 CSTs che suddivide in 3 categorie. La prima contiene 15 errori che riguardano la percezione del miglioramento della condizione del paziente quando invece non avviene affatto. La seconda contiene gli errori che conducono terapeuta e paziente a pensare che la guarigione dei sintomi sia avvenuta grazie alla terapia e non per altri fattori (mentre ad esempio molti disturbi sono ciclici e quindi presentano stati momentanei di miglioramento non dovuti quindi alla terapia, etc.).

Infine, la terza categoria riguarda un genere di errori che potremmo definire “epistemologici”, sulla natura della psicoterapia come disciplina scientifica. Si tratta di errori di valutazione compiuti sull’assunto che i miglioramenti siano conseguenza della specificità della terapia in se stessa, mentre potrebbero entrare in gioco fattori comuni a tutte le psicoterapie.

Potremmo definirli errori “autoreferenziali” in cui si presume che il modello terapeutico adottato sia valido e migliore delle altre decine in circolazione. Perché la psicoterapipa come pratica medica resta sprovvista di una corretta e sostanziale unitarietà che metta d’accordo non dico tutti ma, almeno, la maggioranza dei professionisti.

Che fare? Il gruppo di ricerca di Scott Lilienfeld propone di adottare scale di valutazione valide per misurare i risultati del processo terapeutico, condurre ripetute misurazioni per ridurre e controllare l’influenza delle variabili esterne alla terapia, effettuare misurazioni prima del trattamento per analizzare le differenze tra prima e poi, utilizzare gruppi di controllo per osservare le differenze tra i fattori specifici della terapia e quelli comuni a tutte le terapie.

Io penso che non sia solo una questione squisitamente astratta superata da una gran quantità di letteratura e analisi in merito. La faccenda è molto più concreta di quanto immaginiamo. Una parte dei colleghi sostiene che la psicoerapia sia ormai una pratica superata, nobile e ammirevole, ma non più utile alla luce della rivoluzione digitale e del cambiamento sociale e politico che stiamo sperimentando. Seguono analisi sogiologiche e antropologiche che a mio modo di vedere lasciano il tempo che trovano.

Alcuni potrebbero pensare che l’analisi personale sia il firewall che protegge la professione dagli errori iatrogeni e dalle abusive ingerenze esterne. Non credo che sia sufficiente. Sarebbero più auspicabili costanti supervisioni d’equipe, più ingredienti scientifici (sia come sperimentazioni di controllo sia come supporto empirico dell’efficacia dei vari disturbi psicopatologici), un’equilibrata interdisciplinarietà e la riforma accademica.

La psicoterapia non è più quella di una volta, ma il tempo non l’ha messa fuori gioco. Anzi, la capacità di automonitorare la correttezza metodologica (come gli articoli e le ricerche rappresentate dal lavoro di Lilienfeld) e una maggiore integrazione di pensiero scientifico ha irrobustito l’efficacia, il controllo e l’onestà professionale della disciplina.

 

Lilienfeld, S., Ritschel, L., Lynn, S., Cautin, R., & Latzman, R. (2014). Why Ineffective Psychotherapies Appear to Work: A Taxonomy of Causes of Spurious Therapeutic Effectiveness Perspectives on Psychological Science, 9 (4), 355-387 DOI: 10.1177/1745691614535216

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La religione si affida ai robot

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In un affascinante articolo Michael Schulson analizza brillantemente il rapporto tra la tecnologia e la religione americana. Anche se istintintivamente pensi alla religione in funzione conservatrice e antimoderna, l’autore dell’articolo ti mostra gli insoliti punti di contatto tra i due mondi e gli scenari sorprendenti che, tra l’altro, riguardano la relazione corpo-macchina-spirito. Ecco il brano iniziale:

Ci sono posti che non avresti mai pensato di conoscere. Senza dubbio, sono stato in uno di questi: un’aula da conferenza nei sobborghi di Charlotte per il Seminario Evangelico del Sud, un’enorme antica Bibbia sul lato di un tavolo, versetti dei Grandi Libri scritti sulle pareti e, sullo stesso tavolo della conferenza, un robot alto poco più di mezzo metro che fa yoga [...]

E ad un certo punto, un’affermazione audace:

Da secoli, la Chiesa Cattolica è stata la patrona dei meccanismi automatici e di elaborazione, spesso resi possibili da molle, che erano i precursori dei robot odierni. Secondo quanto scrive Jessica Riskin nel suo meraviglioso saggio intitolato Macchine nel Giardino, “non solo gli automi sono apparsi per prima e abitualmente nelle chiese e nelle cattedrali, ma l’idea come pure la tecnologia uomo-macchina è stata sostanzialmente cattolica” [...]

Un punto di vista forse “troppo umano” che farebbe inarcare le giunture oculari di più di un “robot”. La Riskin, professoressa di storia alla Stanford, espone così le ragioni della sua analisi:

Gli automi sono stati presenti nei territori dell’Europa del Tardo Medioevo e dagli inizi dell’età moderna, intonando inni sacri con meccanica vitalità. La Chiesa commissionava ai costruttori di orologi la fabbricazione di angeli e demoni meccanici per decorare gli altari; le espressioni di dolore, i lamenti o le palpebre che si aprivano e chiudevano del Cristo erano possibili grazie a congegni automatici ed erano molto popolari. Alcune Chiese commissionavano addirittura “eretici automatici”. A quei tempi, nella cattedrale di Barcellona la testa di un moro era sospesa vicino all’organo e cambiava l’espressione facciale in base all’intensità della musica dello strumento.

Gli automi sono stati spesso fonte di intrattenimento per i devoti. Inoltre hanno stimolato la riflessione di filosofi e teologi sulla relazione tra il movimento fisico e l’anima immateriale. Quando Leibiniz e Cartesio meditavano sulla natura della vita avevano in mente proprio le macchine. Celebre è l’quiparazione cartesiana del corpo umano alla macchina (“automaton”) e nel Diciannovesimo secolo l’eclettico Charles Babbage, padre della moderna scienza informatica, era così affascinato dagli automi che scrisse un trattato in cui paragonava i risultati delle leggi naturali di dio a quelli permessi da una Macchina Calcolatrice. In altre parole, Babbage concepiva Dio come una specie di programmatore di computer.

Dandoci l’impressione della vita, conclude la Riskin, gli automi e i robot ci sollecitano a porci domande sugli esseri viventi che possono apparire come macchine – e, tra le altre cose, sull’ [incerto] confine tra i processi vitali e quelli materiali.

In realtà, un simile dibattito possiamo ritrovarlo in vari settori delle ricerche scientifiche, ad esempio tra i cosmologi e i teologi a proposito della natura e delle leggi dell’universo. Oggi la rivoluzione digitale ripropone la stessa dinamica.

L’articolo vale al pena di leggerlo perché propone diversi spunti di riflessione dato che rivela quanto sia profondo il dialogo tra i diversi punti di vista per loro natura così distanti. Lo stesso titolo del blog in cui scrivo, Neuromancer, indica una formidabile sfida intellettiva che riguarda i confini tra materia e pensiero. La letteratura cyberpunk è costellata da innumerevoli varianti su questo argomento.

Gli psicologi di fronte ai fantasmi nella macchina (ghost in the machine) rivelano sovente una mancanza di coordinazione tra teoria e pratica quando si provano a speculare sulla mente umana. Ma ci sono anche straordinari scenari (vedi qui, qui o qui) che confortano lo stato attuale dei tanti smarriti neuromanti.

link all’articolo su Salon

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Cronache marziane: Cotard, vivo o morto?

La prima cronaca marziana la ricevo dal mondo dei non vivi. Mi spiego. Si tratta di un articolo scritto da una scrittrice su un periodo della sua vita in cui le fu diagnosticata la sindrome di Cotard. In questa condizione psicotica il paziente crede di essere morto nonostante ogni evidente prova contraria.

hopper.woman sun 300x200 Cronache marziane: Cotard, vivo o morto?

Il periodo più lungo di psicosi che ho vissuto è stato da febbraio ad agosto 2013 e, dopo aver provato ogni tipo di antispicotico di nuova generazione disponibile sul mercato, ho iniziato a prendere l’haldol, un farmaco antidelirante di vecchia generazione che ha fatto sparire le allucinazioni fino al 4 novembre. Quella mattina, ho guardato l’antico tavolo da cucito nel mio ufficio e vedevo il rosso legno senza vederlo sentendomi come in uno stato di irrealtà e provando un’ansia remota. L’allucinazione completa sarebbe arrivata soltanto il giorno dopo, ma già prevedevo cosa significassero quelle sensazioni. L’aver visto il tavolo in quel modo mi fece capire che le ultime settimane non fossero state semplicemente vissute in modo “frammentario”, come dicevo agli altri, ma si trattava di avvertimenti e anticipazioni della psicosi [...]

Negli episodi passati, reagivo disperatamente assemblando rituali o strutture che in qualche modo tenevano lontano l’ansia della crisi episodica: per mettere insieme le parti della mia mente, che stava cominciando a sconnettersi – come un cervello ad “intervalli” – per raggiungere una coesione. [...] Ma i rituali, come mi disse successivamente il mio terapeuta, non erano la soluzione. Non c’era una soluzione.

Al primo apparire delle mie paranoie [...], svegliai mio marito Chris e gli dissi: “sono morta, tu sei morto, il nostro cane è morto, ma adesso ho una seconda possibilità. Sai, ho una seconda chance. Posso fare di meglio”.

Chris mi rispose, dolcemente: “io penso che tu sei viva”.

Ma quell’affermazione naturalmente non significava niente per me. Era la sua opinione, mentre io ero certa della mia convinzione [...]
Credere di avere una seconda opportunità dopo la vita mi faceva sentire ottimista – ero più positiva, più generosa [...]

E’ vero, ero morta, ma credevo che avesse senso agire con normalità o, per lo meno, una versione migliorata della normalità, proprio perché avevo il motivo in più di essere in un dopovita. Secondo la logica della mia paranoia, questo “dopovita” mi era stato concesso perché non avevo avuto abbastanza compassione nella mia “prima” vita e così io ero in quel momento morta. La mia morte era un’ottimistica opportunità [...]

Il mio terapeuta mi ha spiegato che i deliri sono più difficili da curare rispetto alle allucinazioni. Secondo il mio psichiatra, il mio disturbo schizoaffettivo era farmaco-resistente. Entrambi erano daccordo sul fatto che la migliore strategia d’azione consistesse nell’accettare il mio problema e imparare ad adottare meccanismi di coping. [...] Mi consigliarono la terapia cognitivo- comportamentale per i gruppi psicotici.

Per gli episodi psicotici precedenti, lo psichiatra aveva suggerito sia il ricovero che la terapia elettroconvulsiva (comunemente denominata elettroshock, ndr) [...]

*

Alcune spiegazioni: nella sindrome di Cotard, il paziente ritiene di essere morto negando ogni evidenza della sua esistenza (“le délire de négation”). Lo psichiatra francese Jules Cotard la descrisse per primo nel 1890L’haldol  viene prescritto per trattare i deliri e le allucinazioni. Come possibile effetto collaterale può causare anedonia, l’incapacità di provare esperienze piacevoli, e la discinesia, un’alterazione dei movimenti dei muscoli involontari. La terapia cognitivo-comportamentale è un modello teorico applicativo molto valido per il trattamento di vari disturbi psichici. Le tecniche di intervento sono focalizzate sui processi di pensiero non funzionali e distorti (bias) da cui derivano comportamenti non adeguati.

*

Un’altra domanda: se sono psicotica per il 98% del tempo, chi sono io? Se credo di non esistere, o di essere morta, che impatto ha su “chi sono io”? Chi è questa presunta “persona” che è “una persona che vive con una psicosi”? [...]

Quando il proprio io è stato inghiottito dalla malattia, non è una crudeltà insistere su un io che non è malattia? E’ per questo che così tante persone credono fermamente nell’anima? [...]

Chiesi un appuntamento per la terapia elettroconvulsiva, conosciuta come il trattamento di ultima spiaggia, perché il delirio adesso mostrava il suo vero volto sinistro che non riuscivo più a sostenere. Sebbene una volta avessi pensato che mi fosse stata donata un’opportunità nel “dopovita”, questa brillante teoria fu sostituita rapidamente dall’idea che io fossi nella Perdizione. In questo scenario, io ero destinata a vagare per sempre in un mondo che non era il mio, in un corpo che non era il mio; ero condannata ad essere circondata da creature chiamate persone che erano una replica di un mondo piacevole che un tempo avevo conosciuto, ma che adesso appariva fittizio non suscitandomi più alcuna emozione. Trascorsi la maggiorparte del mio tempo in uno stato di catatonia psicotica, una forma di agitazione caratterizzata da movimenti iperattivi o da improvvisa assenza di movimento, giacendo nel mio letto in una sensazione di agonia psichica più crudele di qualsiasi altra esperienza personale di dolore fisico [...]

*

La sindrome di Cotard tra i suoi sintomi annovera l’alterazione del movimento sia come effetto collaterale dei farmaci sia per una motivazione più psicologica: la credenza di essere non vivi in un mondo irreale consolida un distacco emotivo, se non una dissociazione continua da ogni contatto umano. Da qui la povertà emotiva e la difficoltà a riconoscere le emozioni cui i termini agnosia e alessitimia sembrano piuttosto adatti per descriverne la condizione. Il termine “perdizione” utilizzato dalla paziente per descrivere questo periodo proviene dell’audiobook Home che ascoltava durante quei giorni.

*

Nei giorni della Perdizione, nei quali non avevo alcuna energia, non riuscivo ad avere una motivazione sufficiente per fare qualcosa. Avrei voluto mangiare. Ma spesso non mi alzavo. Avrei voluto non rimandare a leggere e rispondere ad una mail o ad intraprendere una conversazione, ma non c’è niente da fare quando si è nella Perdizione. Invece, c’è solo orrore e un’agitazione fisica che si rifiuta di manifestarsi fisicamente per assenza di motivazione [...]

C’era poi la questione di Come Vestirmi all’Appuntamento per la Terapia Elettroconvulsiva che sarebbe stata somministrata alla University of California, San Francisco. Se fossi apparsa vestita troppo “tirata”, immaginavo, non sarei stata capace di dare un quadro esaustivo del lungo tempo in cui stavo soffrendo una tortura psichica. Se fossi apparssa troppo trasandata, probabilmente mi avrebbero internato e, avendo già fatto abbastanza esperienza di ospedali psichiatrici, non avevo alcun desiderio di finire “ospedalizzata” [...]

Il giorno del mio appuntamento, ho aiutato Chris a parcheggiare facendogli dei segnali. Mentre mi appaggiavo contro una macchina, con le braccia allungate, passavano due giovani uomini e quello riccio al loro passaggio girò la testa. Sì, pensai, abbiamo incrociato i nostri occhi; starai pensando che io sia sexy, ma io ho invece un corpo in decomposizione. Fottiti, amico [...]

*

Ad ottobre 2013 mi hanno detto che sono svenuta su un aereo e per 4 ore sono stata cosciente ad intervalli, probabilmente per una crisi epilettica, oppure non per una crisi, insomma c’era poco da fare. Mi fu detto di tornare al pronto soccorso qualora si fosse ripresentata la crisi, ma non svenni più [...] Mi dissero che avevo perso 9 chili in due settimane, ma il mio vero problema fisico era la neuropatia periferica, il formicolio e il torpore nelle mani e nei piedi, che in quel periodo fu causato dalla tossicità della vitamina B6, diagnosi che in seguito sarà smentita. Il mio primo romanzo (la paziente è una scrittrice, ndr) era “ancora in fase di valutazione” in ogni editore cui veniva inviato, che non vuol dire essenzialmente nulla. Ad ottobre cominciarono i disturbi psicotici, anche se ancora non li riconoscevo in quanto tali, e tante altre cose si dissero quel mese tranne che stavo perdendo la mia mente.

*

Un effetto collaterale della mia condizione è la mancanza di interesse verso il cibo o dimenticarmi proprio di mangiarne, per cui la perdida di peso. Il primo novembre entravo dentro vestiti XS. Ero sorpresa dalla rapidità della perdita di peso. Questo è forse ciò che intendono dire le pillole per la dieta delle pubblicità quando annunciano che i chili spariranno velocemente. Per me, ogni giorno era un chilo perso [...] Quando mi guardai allo specchio, una pratica che generalmente evitavo – la disfunzione neurologica che crea una interruzione tra il riconoscimento emotivo e i volti si estendeva anche sulla mia stessa persona – mi accorsi che il mio corpo era drammaticamente cambiato [...]

I dettagli somatici spiccano pesantemente in questi ricordi: ciò che indossavo, come apparivo. Mi dicevo, attraverso gli specchi e l’abbigliamento e le polaroid e i controlli di peso, “Tu hai un corpo, ed è vivo” [...]

Ma più provavo a ricordarmi i vari modi in cui io ero stata quando avevo un corpo che si muoveva e un cuore che pompava sangue, tanto più diventavo agitata. Essere morta andava a sbattere contro la cosidetta evidenza di essere viva, così andavo avanti evitando quell’evidenza perché la prova non era un conforto; eppure indicava la mia malattia [...]

Perché dovevo comportarmi nella maniera di chi è vivo quando io ritenevo, a vari livelli di assolutismo, che fossi morta? La nozione della Perdizione non mi lasciò mai fin quando ho sofferto del delirio di Cotard, ma la disperazione gradualmente sì. La maggior parte del tempo riuscivo a tenere sottocontrollo la disperazione abbastanza da continuare – inutilmente, a mio giudizio – a lavare i denti, qualche volta lavare i capelli e ad elencare i miei sintomi al fantasma che diceva di essere il mio medico [...]

Il suicidio non è mai stato nei miei pensieri, sebbene lo fosse stato prima durante la mia depressione. Peraltro, se considero il suicidio come un opzione non avrei continuato a svolgere compiti che ritenevo senza senso e avrei tentato di uccidermi. Ma essendo una donna morta, la mia condizione significava che un suicidio portato a termine mi avrebbe semplicemnte destinato alla stessa cosa, o più in profondità, un imperscrutabile circolo vizioso infernale.

Invece di uccidermi, vidi il film di Adam Sandler “Funny People”. Non sapevo che il cantautore e cantante James Taylor comparisse per un breve tempo nel film. Quando apparve sullo schermo pensai senza rifletterci: “Oddio. Non posso credere che James Taylor sia ancora vivo mentre io sono morta” [...]

*

24 novembre 2013.

Come una bambina che chiede di leggere la fiaba della buona notte, mi infilai nel letto vicino a Chris alle sei del mattino. Gli dissi, “raccontami cosa sia la realtà”.

Gli chiesi spiegazioni su qualsiasi cosa. Gli chiesi di dirmi chi sono, cosa mi piace, da dove vengo, cosa faccio nella vita. Gli chiesi dei miei genitori. Gli chiesi se fossero reali, anche se io non li vedo. Gli chiesi informazioni sul Presidente e il Vicepresidente. Mi parlò della nostra casa, dei nostri vicini e della città in cui viviamo. Mi spiegò da dove proveniva l’arredamento. Su cui io avevo battuto su ogni parte di esso. Mi parlò del tavolo da campagna in cucina. 

Ascoltavo mentre impiegava la logica nello spiegarmi che fossi viva.

“Quando le persone muoiono,” mi disse, “vengono sepolte e non le vedrai più. E’ ciò che è accaduto al nonno quest’anno. Non lo vedrò più, ma io ti vedo.”

Il problema non fu risolto, ma mi aiutò molto. Era confortante come lo è la fiaba della buona notte. Lo ringraziai. tornò a dormire e io tornai al mio studio.

*

Secondo il mito, Demetra chiama a sè Persefone dalla Terra dei Morti una volta l’anno. Mi immagino come la pallida figlia che nella mia immaginazione come una consuetudine si trova tra i morti e non si accorge del passaggio nel mondo dei vivi. Per me il delirio di Cotard è svanito senza fanfare. Nessun commento quando mi guardai attorno e realizzai che ero risorta, nessuno shock di gioia per essere emersa dalla Perdizione. Sono stata malata per dei malanni più fisici. Sono stata sottoposta ad esami neurologici [e ad altri test] per il cancro e ho avuto paura, ma ero abbastanza consapevole da sapere che non c’è alcuna speranza nella morte della Perdizione [...] Si sta come distaccati dalla perdita, dalla malattia e persino dal lutto, tutte cose terribili, e tuttavia ancora affascinanti per una donna morta, che li considera decisamente umani, e sopravvissuta.

link dell’articolo su the Toast
link ad un approfondimento sulla sindrome di Cotard

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Cronache marziane

Marchron5copy 300x168 Cronache marziane

Oggi inauguro una nuova rubrica, intitolata Cronache marziane*, dedicata ai disagi psichici. Tuttavia non voglio descriverli, analizzarli o proporre le strategie adeguate per risolverli. Esistono innumerevoli libri, corsi universitari, strutture cliniche, siti o blog in cui ne trovate una sistematica e accurata esposizione da parte degli addetti ai lavori. Stavolta non sarò io ad esporre o a fornire aiuti tecnici, ma tu paziente o non paziente. La parola passa a te.

La letteratura clinica è ricca di analisi e descrizioni eseguite da noi professionisti. Compiliamo cartelle cliniche, prendiamo appunti durante i colloqui, scriviamo articoli, prepariamo lezioni, scriviamo libri. Ma è materiale scritto da questa parte, quella del “dottore”. E’ raro trovare testimonianze non filtrate o selezionate. Persino la trascrizione dei casi clinici non è mai fedele (per ovvie ragioni) e parlare della sofferenza, della rabbia, della vergogna, dell’angoscia, delle incomprensioni, di una dipendenza, di una mania o della solitudine non è facile e autentico come potrebbe esserlo per chi ne è attivo protagonista.

Questo piccolo angolo del web è aperto a te. Parla del tuo attacco di panico, dello stato d’animo depressivo o ansioso, della voce che ti accompagna durante il giorno o la notte o del desiderio irresistibile di giocare d’azzardo. Racconta un episodio tipico o che ti è capitato in passato, descrivi una tonalità emotiva che ti inquieta, riporta il modo in cui hai superato una crisi o delle strategie per gestirla. Fai conoscere dalla tua personale esperienza cosa sia un problema emotivo, un dubbio ossessivo o una credenza assurda ma difficile da abbandonare.

Spedisci in forma anonima (o come preferite voi) a questo indirizzo: crmldmr@gmail.com, eliminando ogni riferimento strettamente privato. Soltanto se lo chiederai espressamente e se lo riterrò opportuno, aggiungerò un piccolo commento (ma non una diagnosi, nè un’analisi o un’interpretazione o un aiuto terapeutico) al tuo elaborato.

In realtà, spero che siano i commenti dei lettori a proporre una riflessione, un punto di vista e un’attenzione culturale rendendo inutile un mio intervento “di parte”. Credo che la psicologia nelle sue multiformi applicazioni potrà ricevere solo benefici effetti da questo esperimento. E’ un umile e serio riconoscimento verso i fenomeni mentali guardati spesso come fenomeni marziani e talvolta fraintesi dai principali attori istituzionali. A cominciare dalla categoria cui appartengo.

In fondo, la testimonianza diretta è un valido strumento per superare diffidenze, pregiudizi e false teorie sui disagi psicologici rendendoli meno strani e incomprensibili di quanto possano apparire a prima vista. Rispecchiandoci in un racconto soggettivo, in una cronaca diretta, potremo comprendere con più profondità le molteplici sfumature e la straordinaria complessità dei fatti psichici stimolando un principio di libertà intellettuale e tolleranza civile.

*Dal titolo di un bel libro di fantascienza
Email dove inviare il vostro testo: crmldmr@gmail.com

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